“Le fogne di Roma” brano tratto “LA DECIMA LEGIONE” di Maria PACE

cloaca…….
Proseguirono. A passo lento e non senza affanno. Svoltarono l’angolo e sbucarono in un secondo corridoio più largo e più basso di almeno mezza spanna. Il percorso andò facendosi sempre più difficoltoso. Le acque dell’ultima pioggia non erano defluite completamente e formavano un piccolo torrente che trasportava di tutto.
Dal rumore di zoccoli e cigolii di ruote che proveniva da sopra le loro teste, capirono di aver lasciato la zona del Foro e di essere entrati nel Velabro.
Ombre inquiete cominciarono a comparire e scomparire intorno a loro: fantasmi frequentatori di quel putridume. Stragi, rivolte, fughe: tutto era passato attraverso quelle fogne. Tutto trovava rifugio là sotto: la lotta armata, la coscienza civile, la ribellione di gruppo, la rabbia singola.
Le fogne erano lo specchio della città e l’immondizia era la personalità dei suoi abitanti: una veste ancora intatta raccontava i capricci della ricchezza, un telo a brandelli, invece, la disperazione della miseria. Abbondanti avanzi rivelavano luculliane cene e ossa rosicchiate denunciavano fame non sazia.
Nessuno si stupì dell’improvvisa apparizione partorita quasi dal nulla.
“Ehi! Piccolo topo di fogna! Hai trovato qualcosa da rosicchiare qua sotto?” disse ridendo il censore.
“Quello che manca dalla tua borsa, signore!… Con tutto rispetto!” fu la pronta risposta.
“Aquilinus!” esclamarono insieme tutti gli altri.

Era Aquilinus che, dal Velabro al Campo Marzio, dal Celio al Palatino, tutti conoscevano bene. Aquilinus: modello del rifugiato della cloaca, del frequentatore dei fornici, dei bassifondi della città. Aquilinus, sempre più pallido, sempre più alto dentro la nuova tunica laticlavia avuta o rubata a chissà chi. Un piccolo fantasma nascosto entro vesti per adulti. Quasi un gioco, quel nascondersi in una veste da grandi. Non una tunica praetexta per fanciulli, dismessa da qualche piccolo patrizio; non calzari infantili o piedi nudi come tutti gli altri piccoli miserabili vestiti dalla pietà della gente, ma caligae. Caligae militari ai piccoli piedi arrossati dal freddo; grosse come barche. Anche queste reperite in chissà quale modo. Quella piccola orgogliosa canaglia non si sarebbe mai fatto vestire dalla pietà di alcuno. Le cose, lui, preferiva prendersele.
Puntò il piccolo indice sulla figura del valente gladiatore e sulla figuretta nella posa dell’ abbandono che portava sulle braccia.
“E’ Keriat? – domandò – Sta dormendo?”
Lucilla si girò a guardarlo.
“Sì! – rispose con voce incolore – Dorme!”
“E come state, tu e la nobile vestale Ottavia? – tornò a domandare il piccolo – Vi vedo in ottima salute e me ne rallegro!… Ma ora muoviamoci da qui. Seguitemi!” continuò assumendo un tono di autorità.
“Siamo già oltre il Foro. – disse Tiberio alle sue spalle – Riemergeremo al prossimo svincolo tra la Via Vetrari e La Via…”
Ma Aquilinus scuoteva il capo.
“Consiglierei di proseguire.” suggerì; il censore lo squadrò da capo a piedi.
“… e la Via Nova. – continuò il censore – Potremo riemergere non visti al mercato tra le bancarelle.”
“Ci troviamo proprio sotto la Basilica Giulia, signore. – replicò il piccolo – Non passeremmo inosservati ai tanti passanti e sfaccendati che stazionano di sopra. Uscire all’aperto, richiamerebbe l’attenzione dei soldati.”

Aveva ragione. Il piccolo signore dei Fornici di Roma conosceva perfettamente i sotterranei della sua città. L’intreccio di quelle arterie erano simili agli svincoli, anse, strade, viuzze, in superficie, che lui continuava a ripetere di conoscere come la sua borsa appesa al fianco e in cui si muoveva con passo fermo e sicuro.
“Per i Calzari Alati di Mercurio! – esclamò con enfasi – Protettore mio e di tutti i miei simili! Come credi, signore, che io riesca a prendermi gioco di tutte le guardie… comprese le tue? – aggiunse con irresistibile, vivace ironia – Seguitemi!”
Con un cenno della piccola mano nera di fumo li invitò a seguirlo. Alla prima articolazione si girò verso Crasso.
I lavori di manutenzione in quel settore erano quasi terminati; gli ultimi mucchi di detriti e immondizia, ai lati degli scoli, parevano in attesa di smaltimento, i corridoi erano puliti, solo qualche topo grosso e ben pasciuto, che correva veloce.
La fogna era fredda laggiù, ma pulita; l’acqua nello scolo pareva scorrere senza grossi intoppi.
“Siamo sotto il Foro Boario.” Aquilinus si voltò come a chiedere conferma al censore.
“Sotto l’Arco di Giano! – precisò questi – Nel ramo antico della cloaca. – indicò la volta – Qui un tempo la fogna correva a cielo aperto. La rete, come si vede, tende a risalire verso le pendici del Palatino.”
“Non c’è pericolo di perdersi, quaggiù?” la voce di Ottavia, bassa e un po’ roca, costrinse il censore a volgere il capo. Si faticava a respirare là sotto.
“Per chi non la conosce, domina, questa fognatura è più insidiosa del labirinto di Creta. – rispose – Le possibilità di smarrirsi sono molte. Qui dove ci troviamo, convergono numerosi sbocchi… in numero più elevato che nel resto della città e lo smaltimento, come si vede, è un dedalo di canali che bisogna conoscere uno per uno… Ma io li conosco, domina!” la rassicurò, tendendo una mano in direzione del corridoio.
Anche Aquilinus mostrava di possedere la stessa conoscenza e li precedeva.

“Questo corridoio – disse – conduce alle tabernae del Circo Massimo.”

(CONTINUA)

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“Di che cosa parlavano i maschi alle Terme di Roma?” – da “LA DECIMA LEGIONE” vol. primo di MARIA PACE

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Recarsi alle Terme era per Marco solo un pretesto per incontrare gli amici ma, all’infuori di Sabino, non avevano incontrato altri.
Dopo una breve sosta nel frigidarium, nelle cui acque si rinfrescarono, decisero di raggiungere il Gymnasium.
Ridiscesero in cortile e raggiunsero la Basilica, un grandioso edificio a forma di cupola che ospitava biblioteche e sale di conversazione. Si fermarono in una sala molto simile a un triclinio, con una via-vai di schiavi carichi di vassoi pieni di salsicce, pizze e focacce provenienti direttamente dai thermopolium.
Quello dei termopulai a Roma era uno dei mestieri più lucrosi!
Quattro colonne di marmo reggevano il soffitto decorato. Vicino alla terza colonna, sdraiato sul primo dei quattro lettini trovarono Cleonte il greco, impegnato con Metello Fabrio in una controversa conversazione sulla plebe e il suo “rancore sociale”. Il suo gesticolare impediva a una spaurita e incauta Psiche, sulla parete alle sue spalle, di contemplare le splendide fattezze di Amore. Accanto alla pittura, una scritta dissacrante recitava: “Cornelio Lepido è il finocchio del suo schiavo Rodomonte.”
“Per Ercole! Mi piacerebbe veder nudo il focoso Rodomonte.” rise Sabino, trascinandosi dietro la risata degli altri, che si divisero subito nel giudizio come se si trattasse di un gioco combinato.
“Merito alla Legge Scantinia, senza la quale certe sfrontatezze porterebbero al degrado dell’Amore.” osservò Marco che, provenendo dall’ambiente militare, mal tollerava l’omosessualità.
La Lex Scantinia era un insieme di norme che regolavano il dilagare delle pratiche omosessuali in Roma.
“Amore? – replicò Sabino – Ma quale Amore?”
“Chiediamolo al pedagogo Cleonte. – interloquì Metello – Chiediamogli se è Amore quello per una donna, necessario a perpetrare la specie o quello per un giovine, sollecitato da libido.”
“La Natura riesce sempre a far bene il suo mestiere.- esordì il
greco, chiamato in causa – L’Amore per donne e fanciulle?… La Natura suscita frenetiche passioni nei riguardi di donne e fanciulle, ma accende anche irrefrenabili ardori verso altri uomini o fanciulli…. E’ un altro, il richiamo da ignorare: quello che si prende nelle vesti o nel letto di qualcuno che ti è indifferente…. Quello il solo delitto in Amore!”
“L’intimità con un maschio è indecenza solo se la compiacenza fosse strappata con la violenza!”
“E Rodomonte? – domandò Sabino – Non mi pareva che approvassi il legame di Rodomonte con Cornelio.”
“E’ l’approccio che è disdicevole. – rettificò il filosofo – Per Cornelio Lepido è riprovevole subire gli appetiti del suo schiavo!”
“Soprattutto oggi che servi e schiavi accampano sempre nuove pretese. Parlano di giustizia e libertà… parole che hanno sempre ubriacato la gente!” fece osservare l’altro.
“Non ubriacato, ma dato la spinta a malumori apparentemente sonnacchiosi e pronti a sfociare in rivolta.” replicò Lucilio.
“Grano, spettacoli e robuste catene: così si tengono sopiti i malumori della plebe.” Silio Italico s’inserì nel dialogo fra il filosofo e il Prefetto.
“Malumori… rancori sociali! – interloquì Marco – Io sono un soldato e combatto con la spada, non con la parola, ma so che
esistono Leggi che danno regole alla società!”
“Leggi che assicurano privilegi a chi ne ha già!” replicò Cleonte.
“Ecco cosa intendevo! – intervenne il filosofo – E’ giusto che alcuni sperperino senza misura e ad altri manchi il necessario? Che alcuni si prendano potenza, onore e ricchezze lasciando agli altri processi e condanne? – una pausa, ma solo per riprendere fiato, poi Lucilio continuò, con parole, gesti e pause ben dosati – Il malcostume scende dall’alto, ma è dal basso che il malumore si manifesta per primo: liberti arroganti, strozzini, senatori asserviti e… e dall’altro versante, contadini scacciati dalle terre, gente strozzata da debiti… ”
“Basta così! – lo interruppe Metello – Sei sapiente nell’affilare le tue parole, ma hai offeso tutti, qui! Siamo nobili e senatori e non siamo come ci dipingi tu.”
“Io non dico nulla che non sia già stato detto con i fatti. Svegliatevi! Solo un atto di coraggio può fermare questa cancrena e togliere il male alla radice. Molti la pensano così, ma pochi hanno il coraggio di affermarlo.”
“E’ l’ordine attuale, quello che tu contesti, Lucilio. – insinuò il Prefetto – E’ il sovvertimento delle regole.”
“Parole pericolose per te che le dici come per noi che le ascoltiamo. – Silio serrò in una espressione minacciosa le già strette fessure che erano i suoi occhi – Se continui a snocciolare il tuo “rancore sociale” con tanta sicumera, finirai male. Per cosa è che metti in gioco la tua vita, filosofo?”
“Metto in gioco la mia vita per qualcosa di molto prezioso!”
“E cosa sarebbe?” domandarono tutti in coro.
“La libertà di pensare! – rispose lapidario il filosofo – La capacità di liberarsi delle catene dello strozzino e del capestro degli interessi…. che poi è quello di cui avete bisogno voi tutti, se non sbaglio!… Per questo parlo di coraggio. Ci vuole coraggio per abbattere il malcostume. Il buon Seneca… gli Dei l’abbiano in gloria… diceva: Cum mori est nobis nullo auxilio sumus. E…”
“La tua lingua si muove troppo liberamente! – anche Metello lo ammonì, mentre continuava a battere nervosamente il coltello contro la coppa che gli stava davanti – Tienila a freno. Hai bevuto a troppe coppe imbevute di stoicismo: provvedi e non strozzarti!”

In fondo alla stanza, sull’uscio della grande porta d’accesso ai sotterranei, uomini sudati, sporchi di carbone, sepolti sotto carichi di legna, andavano e venivano gettando loro addosso stanche occhiate. Lucilio li additava di tanto in tanto, come a significare che era a gente come quella che si riferiva, ma quelli non si degnavano neppure di voltarsi a guardare.
“I fulmini della tua eloquenza vagano incontrollati – ancora Italico – e minacciano di incenerire questa allegra compagnia.”
“Le vostre sono solo pomposità verbali che servono a nascondere i vizi dei tempi in cui viviamo. – Lucilio era ormai lanciato – Parlate ma non dite! Spiegatemi… chi di voi ha scritto di Cornelio e del suo schiavo? E stato uno di voi… così, per ridere, ma non avete nemmeno il coraggio di attribuirvi ciò che dite per far ridere!”
“Lucilio mette sempre troppa passione nelle dispute.” intervenne a questo punto Marco, nel tentativo di allontanare l’amico dalla pericolosa logomachia in cui minacciava di affondare; dentro di sé, però, pensava che si commettevano più infamie là dentro nel giro di una giornata che in qualunque altro posto e temeva per l’amico.

(continua)

brano tratto da “LA DECIMA LEGIONE – Panem et Circenses” di Maria Pa

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ANTICO EGITTO – La Regina HUTHSEPSUT

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Questa figura di Regina ha sempre affascinato studiosi e scrittori e di lei si è molto discusso e si continua a farlo. Dei fatti che la riguardano, la versione più attendibile ed universalmente accettata da studiosi ed egittologi è, forse, quella che segue.
Figlia del faraone Thutmosis I della XVIII Dinastia, sposa, come consuetudine, il fratello Thumosis II. Alla morte di questi, essendo l’erede, il futuro, grande faraone Tuthmosis III, ancora troppo giovane per governare il Paese, la Regina ne assume la Reggenza assicurando che governerà secondo la volontà del nipote.

Intelligente, bella e dotata di eccezionali capacità politiche e diplomatiche, Hatshepsut aveva ereditato dal padre un carattere forte ed energico. Educata come un maschio, il Faraone la portava con sé a caccia e la preferiva ai figli maschi. Coraggiosa ed intrepida, a dieci anni uccise il suo primo leone.

Lei è: Figlia di Re – Sposa di Re – Sorella di Re – Sposa di Dio – Grande Sposa Reale… ma è troppo ambiziosa pe essere solo Sposa e Regina. Huthsepsut vuole il potere come Sovrano e il sovrano é un Re e non una Regina ed allora assumerà caratteristche maschili che faranno di lei un Faraone come tutti gli altri: porterà la barba posticcia, la Doppia Corona, e si ornerà con la coda di leone, come i grandi Faraoni del passato e sarà prioprio quella del suo primo leone cacciato a dieci anni.

Prima, però, deve legittimare il proprio potere.

In Egitto non esiste il diritto di primogenitura, ma quello di designazione dell’erede, da parte del Faraone in carica. Per prima cosa, perciò, deve dimostrare che é stato il faraone Thutmosis I, suo padre, a nominarla suo erede

Lo farà in maniera magistrale e plateale. Lo farà in modo che tutti lo sappiano: lo farà scrivere nel “Sublime dei Sublimi”, lo spettacolare Tempio Funerario che si fa costruire a Deir el Bahary.

Per descrivere la magnificenza di questo Monumento e le sue iscrizioni,non basta questo post .. vi é scritta tutta la storia di questa grande Regina. Vi è una scena straordinaria in cui é descritto il suo concepimento da parte del dio Ammon nelle sembianze del faraone Thutmosi I, suo padre, con la regina Amesh, sua madre.

Discendenza rwgale, dunque, ma anche divina.

Vi è raffigurato un Consiglio Divino presieduto da Ammon-Ra che comunica agli Dei la sua decisione di unirsi alla regina Amesh-Nefertiti, la donna più bella. Con il consenso degli Dei, Ammon, assunte le sembianze di Thutmosi I°, scende sulla terra ed entra nella stanza della Regina che trova addormentata. La Regina si sveglia al profumo divino che emana il corpo dello sposo e si congiunge a lui. Dall’amplesso nasce Huthsepsut.

Alla nascita, gli Dei si presentano con un dono e infine la neonata viene presentata a tutti gli Dei.

Viene presesentata anche al Faraone, seduto sul trono, che la nominerà suo successore con il nome di HUTHSEPSUT, che significa “La prima fra i nobili”.

Aveva 15 anni circa quando sposò il fratellastro, Thutmosis II e questi ne aveva circa 21. Fin da subito, però, lei dichiarò che il padre, Thutmosi I aveva designato lei a succedergli e fin dalla nascita.

In questo ambizioso progetto fu appoggiata dal più potente Partito di Sostenitori: quello dei Sacerdoti di Ammon. Senza il loro appoggio e soprattutto senza l’appoggio del Gran Saceedote Hapusenab, la sua avventura sarebbe stata impossibile. Fu proprio Hapusenab, infatti, a sostenere il mito della sua nascita divina.

Hapusnab, infatti, dirigeva tutti i culti del Paese e ne aveva il controllo attraverso gli Oracoli.

Fu proprio con un Oracolo che Huthsepsut mise in atto uno degli intrighi di corte più clamorosi della storia.

Attraverso una messa in scena assai teatrale, occupò il trono senza colpo ferire e vi regnò per più di 20 anni come Regina-Faraone. Un mattino, mentre officiava in onore del dio Ammon, questi le apparve e, fra tuoni, fulmini e saette, così proclamò (pressappoco):
“In Te voglio compiacermi, figlia mia. Da oggi il tuo nuovo nome sarà Kem-hut-Ra: Colei che regna su Kem (Egitto) con il favore di Ra.”

Donna bella, colta e ambiziosa, era dotata anche di una acutezza politica e molte furono le riforme sociali da lei introdotte nel Paese.

Una corte di fedelissimi c’era anche a Palazzo Reale. Primo fra tutti, fu Senenmut, architetto e Gran Dignitario, da cui ebbe anche una figlia: Nefrure, che in seguito fece sposare all’erede, Thutmosis III.

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Per la sua tomba non scelse la Set-Maaty (Sede della Giustizia), oggi meglio conosciuta con il nome di “Valle dei Re”, dove erano sepolti tutti i Sovrani, ma non volle neppure la Set-Nefrure,(Sede della Bellezza) dove erano sepolte le Regine. Lei scelse un sito diverso, l’attuale Deir-el-Bahari, dove si fece costruire uno dei più straordinari Complessi Funerari: il Sublime dei Sublimi.
Sulle pareti e sulle colonne fece trascrivere non solo la sua storia ma anche le delle sue conquiste militari e, soprattutto, come si é gia detto, l’accoglienza, alla nascita, da parte del dio Ammon, Patrono di Tebe, che la riconosceva come “Sua Figlia” e ne legittimava il diritto ad occupare il trono d’Egitto.
Morì all’età di 60 anni circa, dopo quasi 22 anni di regno.
La tradizione vuole che il successore, dopo la sua morte, si sia accanito nel voler cancellare di lei perfino la memoria, per vendicarsi di averlo per così tanto tempo tenuto lontano dal trono. In realtà, il faraone Thutmosis III, fece vaghi cenni, in alcune iscrizioni, ad un “periodo di disaccordo” con la Regina.
Certo è che non era facile far cancellare tutte le iscrizioni dai colossali monumenti fatti erigere dalla Regina; più devastante fu l’intervento del faraone Akhenaton, che ordinò di cancellare il nome di Ammon da tutti gli edifici del Paese, compresi quelli della Regina-Faraone.

RECENSIONE di Emma FENU al libro AGAR di Maria PACE

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Ecco la mia recensione, per Libreriamo, del meraviglioso romanzo di Maria Pace.
Frequentai le lezioni di catechismo in un edificio antico e solenne che, un tempo, era stato un orfanotrofio. I corridoi, attraversati da suore, dispensavano odore di bucato al profumo di marsiglia e di minestra sempre sul fuoco.
Ricordo la storia miracolosa del ventre di Sara, che custodisce e partorisce la vita di Isacco, e il braccio di Abramo levato sul figlio, fermato, nell’ultimo istante, dall’angelo, prima che la morte spezzasse troppi cuori. E ricordo la figura di Agar, che finisce per ricoprirsi della sabbia dell’oblio fra le pagine della Bibbia, traboccanti di altre donne e di altri destini.
Eppure Agar, molti anni più tardi, sovente è emersa dai miei carteggi di studio, sedendosi al mio fianco, in attesa di essere ascoltata, fino a svelarsi in me in tutta la sua complessità di Donna, fra le pagine del libro di Maria Pace, intitolato con il suo nome ed edito nel 2015 con America Star Books.
Il romanzo storico, con un linguaggio studiato, ma scorrevole, e una dovizia di espressioni che lo rendono una macchina del tempo, ci racconta la vita di una creatura destinata ad essere eterna seconda.
Nata a Tebe lo stesso giorno dell’erede al trono, da una principessa secondaria, sposa del faraone, la piccola Agar, il cui nome significa “gioia”, cresce nel gineceo, respirando il profumo di unguenti, miele cotto, petali di loto e gelsomino. Una prigione aurea, per una creatura che ha sete di conoscenza e di indipendenza e che agogna le armi e le navi da guerra più dei belletti e del talamo.
Figlia ed erede di grandi Dee, in lei convergono i poteri e i saperi di Iside, Neith, Sekmet e, soprattutto, Hathor, la Madre Universale, nel santuario della quale la protagonista diverrà, giorno dopo giorno, donna.
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KABEUT.. la Dea-Freschezza – brano tratto da DJOSER” vol. II di Maria Pace

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Incalzato dal bruciore, Djoser s’affannava a cercare la posizione giusta che gli consentisse un qualche sollievo.
“Ohi.ohi.ohi…” continuava a lamentarsi.
Una fresca brezza gentile, d’un tratto, gli sfiorò il capo e un’ombra lo investì inghiottendo la propria e disegnando una sagoma per terra davanti a sé.
“Impressionante, vero? – lo sorprese una voce – Ero proprio qui, quando quel mostro di pietra fu scaraventato quaggiù.”
Djoser alzò lo sguardo e vide una figura china su di lui che, con gesto grazioso, si reggeva la veste raccolta intorno alle ginocchia; i piedi non toccavano il suolo, ma affondavano in un verde tappeto cosparso di fiori magicamente spuntati intorno a lei.
“Kabeut! – proruppe, riconoscendola – Divina Freschezza… Dolce figlia del Signore del Cammino-Nascosto!”
“Passo di qui ogni giorno per recarmi a banchettare ai Campi-Jaru con pane bianco, carne fresca e birra aromatizzata.” cinguettò la Dea, continuando a soffiare sulla sua pelle ustionata; il suo respiro profumava di fiori di iris, loto e lavanda e l’aria intorno ne era colma e una brezza leggera ne portava lontano gli effluvi.
Dalle labbra, polpose e rosse come un fiore di melograno, usciva un soffio lieve e trasparente, dai riflessi blu-argento, che danzava nell’aria assumendo forme di piccoli nembi concentrici, prima di raggiungere la pelle del ragazzo e sfiorarla con delicatezza.
Djoser fece l’atto di prendere la parola.
“Anche a me, questo mostro di pietra inquieta il cuore. – lo prevenne Kabeut – Dicono, quaggiù, che non abbia perso le cattive abitudini che aveva Di-Sopra. Dicono che apprezzi ancora la carne di qualche anima dannata sfuggita alle mannaie dei Guardiani o alle fauci di Ammit. – Djoser rabbrividì; la Divina Freschezza lo rassicurò – Non temere. La tua magia è superiore alla sua malvagità… anche se non ti ha risparmiato quella di Apep.”
“E’ vero! – Djoser assentì col capo – Ho attraversato la strada del Dragone Cosmico, che non mi ha risparmiato. Era in agguato lungo il sentiero come un animale da preda.”
“Quello è sempre in agguato, in attesa dello scoccare della Settima –Ora. Ogni notte è lì, nell’ora del fatale scontro con Horo-Ra. E’ nella sua natura: il Dragone Cosmico ha come unico scopo della sua esistenza, la distruzione dell’Universo.”
“Il suo respiro è rovente come la Fiamma di Ptha.” sospirò Djoser e Kabeut sollevò una mano, l’aprì e lasciò cadere nell’aria un pulviscolo dai bagliori blu-lapislazzulo che, con un soffio leggero delle labbra, indirizzò verso di lui.
Djoser la guardò attraverso quell’aura, che lo aveva totalmente avvolto.
La figlia di Anubi era bellissima. Le pupille verdi-dorate, incandescenti come quelle di suo padre, luccicavano come fasci di luce in mezzo al biancore accecante delle cornee. I lunghi capelli di prezioso lapislazzulo le cadevano sulle spalle nude, come una scintillante cascata. In testa portava un diadema di foglioline e fiorellini in corniola, turchese e smeraldo, imprigionati in una sottilissima maglia d’oro; uno scarabeo, anch’esso di lapislazzulo, trattenuto da una catenella d’oro, posava sulla sua fronte. Stessi preziosi fiori e foglie componevano anche lo shebiu attorno al collo e le fasce sopra il gomito; anelli e bracciali le ornavano anche polsi e dita: tutti quei gioielli gli riportarono alla mente la principessa Nefer e l’amore delle donne per le cose luccicanti.
“Adesso sei pronto a riprendere la tua strada. – lo distrasse la voce della Dea.- Anch’io devo riprendere la mia.”
Djoser non provava più dolore. Chinò lo sguardo e con stupore s’avvide che la pelle era completamente sanata.
Kabeut sollevò una mano; il movimento fece fluttuare l’aria, richiamando quella fresca brezza mattutina che nella stagione della Germinazione rendeva il mattino così piacevole. L’aria le scompigliò i capelli, spostò la ghirlanda sul capo e sollevò leggermente il velo di finissimo lino, trattenuto in vita da un tralcio di vite, che accarezzava le acerbe forme del suo corpo di fanciulla.
“Ti vedrò ancora, o dolce figlia del Divino Anubi?” non riuscì a trattenersi dal chiedere; Kabeut sorrise ancora, enigmatica e misteriosa come suo padre.
“Forse non mi vedi spesso, ma sono sempre vicino a te. – rispose – Mi incontri nell’aria fresca del mattino e nel respiro del vento dopo il tramonto. Mi incontri quando l’ombra ti ripara dall’arsura e l’acqua ti libera dalla sete. Sì… Mi incontrerai ancora. Attento, però: quaggiù, gli incontri non sono tutti piacevoli.” e con queste parole, Kabeut si voltò per allontanarsi, leggiadra e leggera come una farfalla.
Soltanto alloran Djoser si accorse delle due ali cangianti che le spuntavano dalle spalle e su cui la massa di capelli andava a spiovere come una cascata blu: due ali frementi che la tenevano sospesa nell’aria: due specchi lucenti in cui il blu del cielo e il grigio del suolo andavano ad infrangersi creando riflessi e bagliori.
In realtà non stava volando, benché le ali fossero un tremito convulso: Kabeut stava sospesa nell’aria e da una sacca appesa al collo estraeva ramoscelli, foglie e petali di fiori che gettava davanti a sé creandosi un sentiero erboso e fiorito in salita verso il cielo. Djoser rimase un attimo a fissarla, poi cercò di imitarla e raggiungerla attraverso quello stesso sentiero. Fatti pochi passi, però, precipitò al suolo: il fantastico sentiero, che si apriva davanti ai piedi della Dea, si richiudeva alle sue spalle.
Kabeut si voltò e la sua risata riempì l’aria, allegra e squillante come il suono di un’arpa.
(continua)
lo si può richiedere autografato e con dedica, direttamente all’autrice. mariapace2010@gmail.com

“TZIGANI” brano tratto da IL PATTO di MARIA PACE

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Mentre cavalcava al fianco del vecchio capo che lo aveva voluto accanto a sé assieme a Spaccamontagne, Raniero pensava ai racconti uditi dalle donne del castello sul loro conto. Racconti davvero poco lusinghieri, di ruberie, accattonaggi, raggiri e fatti di sangue. Messer Filippotto, però, asseriva che era solo quel loro incondizionato amore per la libertà ed erano certe loro strane usanze a creare diffidenze.
Erano partiti all’alba, le donne alla guida dei carri e gli uomini in sella; l’aria andava intanto sempre più rischiarando e il sole si alzò.
Guardando il vecchio Ivan e la sua gente, Raniero si chiedeva se sarebbe stato mai possibile un giorno superare quella cortina di reciproca diffidenza, lui che conosceva perfettamente la violenza e l’intolleranza.
“Non ho mai visto uno straniero -la voce di Ivan lo distrasse dalle sue riflessioni- cavalcare senza sella, alla maniera dei Manush.”
“Manush?…” domandò il ragazzo.
“OH! – sorrise il vecchio, poi si schiarì la gola – E’ così che noi chiamiamo noi stessi: Manush o Rom… ossia Uomini.” aggiunse con un sorriso schivo.
Il vecchio capo adoprava nel parlare un singolare miscuglio di accenti, come di gente forestiera che viene da lontano, ha camminato molto e appreso altrettanto.
“Siamo maniscalchi.” spiegò Raniero.
“Comprendo. I vostri cavalli sono di buona razza.”
“Il mio cavallo è cresciuto con me.” rispose, lusingato dall’apprezzamento; quel giudizio, espresso da chi per cultura aveva con i cavalli un particolare ed esclusivo rapporto, era per lui sincero motivo d’orgoglio.
In verità, anche i manush montavano cavalli di razza, si sorprese a pensare: Rames, Menes, Pthos, giovani irrequieti come gli animali che cavalcavano. Raniero li guardò uno per uno: Pthos, dalla giovinezza esuberante, Nemes, bello, gentile e dagli occhi nutriti di sogni, Rames, dai capelli color rame e lo sguardo inquieto ed irrequieto.
Quasi avesse letto nel suo pensiero, il vecchio spiegò.
“Noi gitani siamo come il vento che soffia e va. Senza confini, senza patrie né terre da amare.”
“Senza patria! – interloquì Spaccamontagne, che fino a quel momento non aveva aperto bocca se non per qualche sbadiglio – Dicono che veniate da terre lontane per andare in altre terre lontane e poi cercare terre ancora più lontane da cui partire ancora, ma… da una terra siete pur partiti!”
“Sì! – gli occhi del vecchio sfiorarono l’orizzonte lontano con sguardo assorto, poi conversero sul giovane – La mia gente vaga come le dune del deserto, perché proprio dal deserto siamo arrivati…. Mille e più anni or sono. Siamo giunti dalla terra dei Faraoni, all’ombra delle Piramidi.”
“Chi sono codesti Faraoni? – chiese con interessato candore Spaccamontagne – E quale albero è codesto Piramide alla cui ombra riposano i tuoi antenati? Non ne ho mai inteso parlare.”
“Ah,ah,ah…- non riuscì a trattenersi Raniero – Le Piramidi non sono alberi, ma monumentali sepolcri di Uomini-Dei… I Faraoni, che erano un tempo i vostri Sovrani… E’ così, Ivan?”
“E’ così!” assentì lo zingaro con accento stupito.
“E voi – riprese Spaccamontagne – siete discendenti di quegli uomini-dei che chiamate Faraoni?”
“I Faraoni – riprese Ivan – erano i Sovrani d’Egitto.”
“… e codesti Faraoni – continuava ad insistere Spaccamontagne cui qualcosa non quadrava – sono anche i Sovrani di Ivan e della sua gente?”
“Oh!… – sorrise il vecchio; un sorriso che gli distese le labbra rendendo ancor più grinzosa la pelle arsa da continua esposizione al sole – I Faraoni erano i Re dei nostri antenati. – spiegò, poi aggiunse – Thut è stato il nostro Re… il capo di noi Manush, o Gitani, come ci chiamate voi stranieri… – sorrise ancora, mostrando una chiostra di denti ancora quasi intatta – O Giziani o anche Tzigani, perché giunti da terre egiziane…”
“Ma – lo interruppe ancora Spaccamontagne – se voi non avete una meta..”
“Venezia è la nostra prossima meta. – fu lo zingaro ad interrompere lui, questa volta – Ma non sarà l’ultima. Dopo Venezia ne verrà un’altra e poi un’altra ed un’altra ancora. A Venezia si incontreranno tutte le tribù Manush per eleggere il nuovo capo, ora che Thut, l’ultimo Re, è tornato ai Padri.”
“Un nuovo Re?” fecero in coro i due amici.
“Pthos. – Ivan indicò il giovane che gli cavalcava davanti dall’aspetto nobile, lo sguardo sereno, il profilo incisivo, che nell’insieme gli conferivano una forte rassomiglianza con i busti degli antichi Signori del Nilo delle pagine di vecchi libri di storia visti di sfuggita quando era ancora al castello. – Sarà lui il nuovo Re. Pthos è mio figlio adottivo. – Gli occhi del vecchio brillarono di orgoglio – E’ generoso, coraggioso e giusto: tutte qualità necessarie ad un Re e Pthos è già Re anche nel nome.”
“Pthos? – domandò Raniero – E’ questo il nome?”
“Dimora dello Spirito di Ptha, significa il suo nome.”
“Ptha? Era il Dio dei vostri Antenati?”
“Il Dio degli Dei! – esclamò con accento devoto il vecchio – Ptha, Padre Creatore, è il nostro Dio.”
“Ma… ma allora… voi siete pagani?” si scandalizzò Spaccamontagne.
“Il Dio di Cristo o il Dio di Maometto o il Dio Ptha è sempre Lui: il Dio dei Cieli.- pacata e serena, la voce del vecchio Ivan sorprese Raniero e parve tranquillizzare l’ex-bandito – Una è la sua Legge.”
Raniero fissava il vecchio con stupita ammirazione: sante e giuste, gli parvero le sue parole. Proprio come quelle di quei santi monaci che sempre più spesso passavano per il castello a spiegare la Parola di Dio.
“Noi Manush – riprese il vecchio, mettendo in fuga le considerazioni del ragazzo – osserviamo quella Legge dal tempo dei tempi e non riconosciamo altro capo ed altra Legge.”
E mentre parlava, con quel linguaggio breve ed essenziale, lucido ed estremamente efficace, frammisto di pause e toni, ora pacati ed ora intensi, il vecchio zingaro cercava l’orizzonte che gli fuggiva davanti proprio come le mete che rincorreva.
(continua)
brano tratto da “IL PATTO” di Maria PACE
si può richiedere autografato e con DEDICA direttsmente all’autrice
mariapace2010@gmail.com

ANTICA ROMA – S.P.Q.R. di MARIA PACE

spqr

Quante volte abbiamo letto e sentito questa sigla?
SPQR, ossia “Senatus Populus-que Romanus”, che vuol dire “Senato e Popolo Romano”.
Il Senato era quel che si dice un “Consiglio degli Anziani”, costituito da un centinaio di persone, primogeniti di quelle famiglie di pionieri che con Romolo avevano fondato Roma.
Secondo la tradizione, Romolo aveva diviso la città in tre Tribù corrispondenti alle tre popolazioni principali che la componevano: i RAMSENSES o Romani, i TITIENSES o Sabini e i LUCERES o Etruschi e tutti gli altri. Le Tribù erano divise in 10 Curiae e ogni Curia in dieci Centurie o Gens, ossia Famiglie, dal nome del fondatore: Giulia, Flavia, Livia, Manlia, Fabia, Claudia, ecc.
Come si giunse all’istituzione del Senato?
Le Curie si riunivano almeno due volte l’anno e tra le varie prerogative avevano anche quella di eleggere il Re il quale eseguiva quanto deciso in quelle assemblee chiamate Comizi Curiazi.

Con il sempre maggior afflusso di gente in arrivo nella nuova città, però, crebbero problemi ed esigenze e il Re da solo non potè più supplire a tutte le necessità, così si ricorse ad un organismo burocratico: il primo Ministero, ossia il Consiglio degli Anziani; ossia il Senato.
All’inizio il compito del Senato era solo quello di consigliare il Re, ma in seguito il suo potere e prestigio giunsero ad influenzarne le decisioni.

Questo il Senato… e il Popolo?
Il concetto di Popolo, per l’epoca, non era certamente quello corrispondente al nostro!
Vediamo da vicino da chi era costituito questo Popolo.
Un bel giorno, neanche troppo lontano dalla sua fondazione, a Roma cominciarono ad afflluire gruppi più o meno nutriti di gente appartenente a popolazioni vicine: sabini, latini, ecc. i quali, con molta probabilità prima dovettero venire alle mani con i residenti per conquistarsi un pur limitatissimo spazio, ma poi finirono per allearsi e lasciarsi inglobare nel tessuto romano, pur restando fuori dei “giochi politici” di questi.
Vennero a formarsi “classi sociali” ben precise e assai ben distinte: I PATRES (discendenti dei fondatori della città) e i PLEBEI… tutti gli altri, che politicamente non contavano nulla; i secondi sempre più numerosi e i primi in numero sempre più esiguo, ma ben intenzionati a conservare ricchezze e privilegi.
Quale la migliore strategia, per questi ultimi, per poterlo fare?

Permettere l’accesso a quella fortezza, costituita dal Senato, in cui si difendevano quei privilegi, anche ad una parte della “controparte” e cioé ai Plebei.
Questa é vera Politica… quasi come la politica attuale. Ma, sarà proprio questa politica e cioé l’ascesa al potere di un nuovo tipo di cittadino, la formula vincente del successo del modello romano.
Che cosa era accaduto?
Già ai tempi di Tarquinio Prisco in seno alla società plebea s’era formata un classe a sé, borghese e soprattutto di larghi mezzi economici: commercianti, bottegai, industriali, finanzieri… tutti con il sogno di diventare un giorno Senatori ed entrare in quella roccaforte di privilegiati politici… come succede ancor oggi, d’altronde.
Riuscirvi non era così difficile, in realtà, se si disponeva di ingenti capitali per comprarsi il censo di EQUITES o Cavaliere e poter votare nei “Comizi Centuriati”.
Riuscire a sedersi su uno scanno tanto ambito (quello del Senato) non annullava, però, la differenza sociale: i PATRES restavano sempre Patrizi e i nuovi arrivati, gli EQUITES o Cavalieri, doventavano Conscripti, o nuovi istìcritti, felici di dilapidare il fresco denaro al fianco dei neghittosi e spesso spiantati Patrizi.
SPQR: SENATO e POPOLO; quest’ultimo costituito da Patrizi e Cavalieri da una parte e Plebei dall’altra.
Una non facile convivenza, si vedrà subito!