Brano tratto da “SENZA SMETTERE DI GUARDARE IL CIELO” di Annamaria RISI

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Stava con la testa girata verso la finestra, gli occhi castani sfuggenti e le gambe accavallate sul divano un pò sciatto in quell’angolo privilegiato di Londra.
Oltre lo spazio che si apriva dinanzi al vetro, i grattacieli e qualche cupola erano gli unici elementi che il suo sguardo focalizzava.
Tutto intorno, persino la luce esterna sfumava in una opacità grigia, incolore. Tinte di una metropoli simili al suo stato d’animo prossimo alla crisi esistenziale. Le voci dei bambini nel giardino pubblico gli arrivavano come un fastidioso disturbo che avrebbe voluto allontanare. Il silenzio era l’unico ad essere ammesso nel limbo in cui si trovava da diverso tempo. A tratti una musica lontana sopraggiungeva alle sue orecchie come un’onda per poi allontanarsi e tornare a intervalli irregolari. Il nascondiglio che spesso ricavava tra le mura della sua casa, in realtà si era dimostrato da subito inutile, come inutile era stato il tentativo di pulire i pensieri inquinati dai ricordi.
Aveva avuto molto tempo a disposizione per fornirsi un alibi e convincersi che la strada percorsa insieme a lei era stata quella giusta, ma sapeva troppo bene che non era vero. La realtà due anni prima, rompendo gli schemi, all’improvviso gli aveva restituito una sconfitta inaspettata che come tutte le cose ineluttabili aveva viaggiato in compagnia dei suoi errori.
Non ricordava da quanto tempo fosse seduto lì, forse un’ora, un giorno, un anno. Sprofondando nella notte era scomparsa anche l’identità cosciente e la cognizione del tempo.Sentiva le gambe immobili e rigide come la pietra. Le normali funzioni del mangiare e del bere erano sensazioni assenti, estranee al suo corpo. Eppure in quel periodo dell’anno era stato sempre vitale.
L’arrivo dell’estate lo ricaricava di sole dentro. Ma ora anche la luce più accecante non avrebbe potuto rischiarare il buio che aveva oscurato la sua vita. Dappertutto, quando lo sguardo smetteva di fissare il vuoto, ritrovava il senso dello spazio, dell’immensità, ma anche la pericolosa assenza di Dio.
Tutto era malato dentro di lui e in quel momento anche se qualcuno gli avesse puntato il foro di una canna sulla tempia non avrebbe avuto paura. Era la vita che gli passava davanti a renderlo fragile e incapace di guardare oltre.
La gabbia dei ricordi lo inchiodava al margine del mondo, lì dove restava poco di lui e di lei. Si mosse appena, e con un gesto involontario urtò la gamba contro un cassettino laterale al divano che si aprì rovesciando parte del contenuto per terra. Fogli, carte di giornale e vecchie foto si sparsero sul pavimento, mentre gli occhi rimasero a guardare quel mucchio di vita da cui non avrebbe mai preso le distanze. Sul piede destro si era posato un foglio ingiallito dal tempo.
Lo raccolse e prima ancora di portarlo all’altezza dello sguardo riconobbe la calligrafia inimitabile di lei che un giorno lontano aveva inciso su un pezzo di carta il segno del loro destino. Lo aveva fatto con le parole di “Compagni di viaggio”, un testo di grande spiritualità che oggi coniugava al presente la loro realtà.
Sotto il testo sbiadito spiccava un post scriptum:”Sgoccioli di un rapporto di coppia, lividi che si sovrappongono sull’anima”. Un’analisi probabilmente fatta qualche anno dopo aver completato la scuola superiore. Al dolore cocente seguì la sensazione di sentirsi deriso dagli eventi. Forse si trattava solo di coincidenze, ma quel foglio dimostrava che a volte sappiamo dentro di noi le strade che il destino percorrerà.
All’improvviso avvertì il desiderio di mettere quelle parole sul cuore nel disperato tentativo di riabbracciare la sua storia, ma anche la carta gli trasmise un senso di vuoto. Un vento contrario sembrava spirare nella penombra della stanza. La presa delle mani sul foglio si fece più forte, più decisa. Quel brandello del passato era qualcosa che voleva a tutti i costi trattenere a sè.
Una specie di condanna a ricordare che gli avvertimenti non vanno sottovalutati perchè è come negare a se stessi la mano che il destino ci offre. Impiegò qualche minuto ad alzarsi dal divano; le ossa erano intorpidite e le gambe prive di forza. Per sorreggersi si aiutò con il bracciolo e quando fu saldamente in piedi si accorse che le luci dei lampioni erano già accese. Fuori di lì la vita continuava la sua corsa tra il fitto intreccio di vie brulicanti di gente. Un bisogno di contatto con il mondo lo spinse ad indossare una giacca e uscire di casa.
Per un tempo breve avrebbe sepolto i ricordi tra le mura. All’esterno l’aria era tiepida. Si sentì uno qualunque tra i milioni di qualunque. A ridosso di Liverpool Street un autobus a due piani passò radente al suo braccio. Ebbe la prima scossa della giornata e solo in quel momento si rese conto che era ancora vivo. Quella sensazione divenne ancora più reale lungo il tunnel della metrò quando gli venne incontro una ressa colorata di turisti che percorrevano in senso inverso il tratto che conduceva ai treni.
Salì sul primo vagone diretto a Piccadilly e nella penombra si sentì come un cane messo fuori casa dal padrone. Nel mondo sotterraneo che inghiotte migliaia di chilometri nelle viscere delle metropoli quella sera aveva avuto la sensazione di un ritorno alla realtà. All’uscita della stazione avvertì un brivido.
L’aria si era fatta pungente, nonostante fosse il mese di giugno; con la mano destra si alzò il bavero della giacca per proteggersi dalle folate di vento. A Piccadilly la piazza era ancora gremita di gente, ma lui non aveva voglia di fermarsi.
Una smania mista a inquietudine lo portò presto ad allontanarsi dalla ressa. Svoltò rapidamente in una strada laterale dove i negozi si stavano svuotando.
Nonostante i suoi pensieri fossero distanti, passando davanti una sala giochi fu attratto da una miriade di luci simili a un tentacolo psichedelico. Una grande mano di cartone posta lateralmente all’entrata tentava di ghermire i passanti invitandoli a sfidare la fortuna. Senza avere giocato mai ai videopoker o alle slot machine, si sentì anche lui vittima del gioco d’azzardo. Un gioco ben più pericoloso perchè in grado di stritolare la vita e i sentimenti. Guardò ripetutamente l’interno di quel paradiso artificiale dove l’llusione non si tramuta mai in realtà e sentì in bocca l’amaro veleno di chi paradossalmente è stato comunque un giocatore senza aver mai frequentato una sala giochi. In qualche modo anche lui aveva premuto sui pulsanti di una macchina assai più complessa, una macchina chiamata amore e nonostante i ripetuti game over ad ogni nuova giocata non aveva mai desistito dall’usare lo stesso schema suicida.
L’ultimo però gli era stato fatale.
Solo in quel momento aveva imparato la lezione, ma era troppo tardi per correggere gli errori del passato. I passi, ora più veloci, risuonavano sull’asfalto; intorno a lui si aggirava solo qualche gatto di quartiere e le foglie strappate dal vento.
Al primo incrocio svoltò verso destra; la piazza rettangolare che si apriva intorno alle case lo indusse a fermarsi. Il profumo umido della siepe e l’atmosfera in luce e ombra erano un buon mantello per ripararsi da se stesso e dai colpi dei ricordi. Restò quasi due ore seduto sulla panchina senza pensieri, senza nulla tra le mani. L’unica differenza tra il divano del salotto e il posto dove si era fermato consisteva in una sequenza di immagini sfuocate che scorrevano davanti i suoi occhi.Tutto il resto era semplicemente vita in movimento. Piccadilly Street alle dieci di sera si era svuotata di luci e di rumori. Sulla via del ritorno camminò tra il silenzio dei suoi pensieri.
Quando fu sotto casa vide le luci accese del salone: Per quanto gli costasse ancora dolore aveva voglia di vederla. Avevano tentato insieme la via di fuga in una città straniera, ma tutto era ancora troppo recente per poter essere messo da parte. Lontani dal loro paese stavano cercando le ferite che si erano procurati da soli. Dopo due anni vissuti ognuno alle prese con qualcosa che aveva snaturato le loro esistenze, londra era diventata la loro casa d’accoglienza. Partendo dal nuovo avrebbero tentato di ricostruire dalle macerie il loro presente. Erano consapevoli che gli allontanamenti, le fughe improvvise, i momenti di estraneità si sarebbero alternati a momenti di comprensione e vicinanza. Per questo le loro valigie erano sempre pronte a partire ma anche a ritornare. Le luci del salone questa volta dicevano che era stata lei a rientrare. Magari domani sarebbe toccato a lui sparire.

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