I SOPRAVVISSUTI – di Gabriella DE ARCANGELIS

img_6377

Capitolo  2°

 

I dieci terranauti coprirono la distanza in pochissimo tempo.

Le cabine dell’astronave, pressurizzata alla perfezione, non fece sentire loro la benché minima sensazione dell’enorme velocità cui volavano nell’universo.

I segnali di bordo comunicarono l’entrata nell’atmosfera terrestre. Lupo si collegò con la Centrale di T/2.

<< Lupo a Saggio, mi senti ? >>

<< Ti sento, Lupo, parla pure >>

<< Stiamo per entrare nell’atmosfera terrestre. Da ora in poi si interromperanno le comunicazioni che riprenderanno solo ad atterraggio avvenuto. >>

<< Buona fortuna ragazzi. Fino ad ora avete messo a buon  profitto gli insegnamenti dell’astro scuola, continuate così. Come vi ho già comunicato, atterrerete nei pressi del posto dove sono state avvistate le impronte, ma non andate di fretta, prendetevi il tempo che occorre. Dai nostri calcoli, nonostante la distanza, sarà mattino anche lì, l’aria è perfettamente respirabile, quindi non avrete necessità dei caschi, ma come primo giorno occupatelo ambientandovi e riproducendo le tende, alle case penserete solo in seguito. Tramite i comunicatori avrete la possibilità di contattarci quando vorrete o lo riterrete necessario e, vi ricordo, che negli zaini vi è stato messo di tutto, tutti gli strumenti che già usiamo qui e molti di più, a presto >>

<< A presto T/2 >>

Lupo chiuse il comunicatore di bordo appena in tempo. Entrarono nell’atmosfera terrestre ed ogni contatto fu automaticamente annullato.

Lupo si rivolse ai compagni.

<< Da ora a quando atterreremo passeranno pochi minuti. Siete tutti pronti ? >>

Un “sì” generale e Lupo azionò i razzi rallentanti per la discesa.

Con un’emozione non descrivibile, dopo circa quattro secoli, dieci ex terrestri tornavano su T/1, sulla Terra Madre.

Quando l’astronave, dopo aver toccato la superficie terrestre, si stabilizzò, sia Lupo che Kyra spensero i motori e, con telecomandi appositi, aprirono il portellone di discesa.

Lupo guardò Kyra.

<< A te l’onore di rimettere, per prima, piede sul territorio terrestre >>

<< Non voglio nessun onore che non mi spetti di diritto >> rispose la donna con molta acredine non celata nella voce. Lupo fece finta di non farci caso e decise.

<< Allora tireremo a sorte, fra tutti. Contenta così ? >>

Kyra non rispose, prese una piastra gialla e verde e scelse il colore.

<< Io scelgo il verde >>

A turno tutti scelsero uno  dei due colori, decidendo di scendere a coppie per unione cromatico. Neanche a farlo apposta uscì il verde anche a Lupo ed i due furono “ costretti “ ad una scesa unica. Come misero piede sulla terra non si girarono verso l’astronave per aspettare o aiutare gli altri, rimasero a guardare rapiti quello che videro.

Per la prima volta ammiravano i colori della natura, ma non quelli indotti come su T/2, ma quelli veri. Erano atterrati su un largo spiazzo terroso, non molto in lontananza cespugli e piccoli alberi, poco distante collinette. La variazione cromatica passava dal marrone scuro a quello chiaro, dal verde, al giallo di alcuni fiori spontanei, ma il colore che li attirò di più fu l’azzurro del cielo, dal più intenso a quello più chiaro illuminato da quella sfera gialla che stava nascendo e che irradiava luce e calore : il sole. Quello vero.

Tutti e dieci restarono per diversi minuti in silenzio, quasi rispettoso, ad ammirare quella natura che loro avevano riprodotto su T/2 e che lì, su T/1 era reale, creata da una natura che si stava riappropriando di quanto rimasto sulla terra.

Poi Lupo accese il comunicatore.

<< Lupo a T/2 … siamo atterrati, tutto è andato bene e … è bellissimo, emozionante >>

<< Ben tornati Lupo, Kyra è con te ? >> 

<< Sì, certo, siamo scesi tutti dall’astronave e tutti … siamo sbalorditi, attoniti, ammirati, emozionati >>

<< Immagino Lupo. Ripeto, prendetevi questo giorno per acclimatarvi ed ambientarvi, guardatevi un po’ attorno, ma come vi ho già detto, non abbiate fretta. Qui stanno inneggiando tutti a voi ed all’impresa. Per tutti, oggi, sarà una giornata memorabile … vi lascio alle vostre emozioni che, nella nostra mente, condividiamo, a presto ragazzi >>

<< A presto Saggio. >>

Lupo, accendendo il comunicatore, aveva attivato anche il programma di divulgazione della voce e tutti avevano sentito, ma, a commentare anche se a voce bassissima, solo Kyra.

<< Si è preparato un bel discorso >>

Solo Lupo, vicinissimo alla donna sentì, ma fece finta di niente. Nessuna diatriba. Questo non solo era un ordine, ma anche una necessità. In quel momento erano altre le cose che contavano come priorità.

II gruppo continuò a guardare, ad ammirare, a toccare quell’erba, quella terra, quel “tutto” con un rispetto quasi religioso.

Ma era d’obbligo la concretezza.

<< Ragazzi … scendiamo dall’astronave tutto quello che ci sarà utile a  cominciare dai nostri zaini, personali e di servizio. Per prima cosa direi di riprodurre le tende … dove potremmo posizionarle ? >>

I terranauti ricominciarono a guardarsi intorno vedendo, però, le cose con altri occhi ed ad un certo punto, una del gruppo, Iris, credette di individuare il posto giusto.

<< Che ne dite di questo ? non è molto distante dall’astronave, ma abbastanza vicino a queste piccolissime collinette. Le impronte sono state notate da queste parti. Potrebbe essere più probabile avvistare qualcuno >>

Tutti assentirono e Kyra << Bene, allora scendiamo tutto dall’astronave e … cominciamo la nostra avventura. >>

Grazie ai raggi riproduttivi, le tende ebbero vita in pochissimi minuti. Tutto fu sceso dall’astronave ed ognuno prese possesso della propria.

Quelle di Lupo e di Kyra, capi spedizione, furono montate vicine, cose che a Kyra pesò non poco. Stava sistemandosi le sue cose all’interno della propria, quando Falco, altro terranauta e molto amico di Lupo, si affacciò all’ingresso.

<< Tutto bene ? serve aiuto Kyra ? >>

La donna  non ebbe eccessivo piacere nel vederlo, ma non le era particolarmente antipatico, per cui cercò di essere, almeno con lui, un po’ più cordiale.

<< Tutto bene Falco e no, non mi serve aiuto. Tu hai già fatto ? >>

<< Evidentemente avevo meno cose da sistemare … Kyra, perché ti ostini ad essere così … così … diciamo contraria a Lupo ? non puoi ritenere di essere nel giusto accusandolo di qualcosa di cui … >>

<< … senti Falco, se Lupo ha bisogno di un avvocato … >>

<< … non ha bisogno di nessun avvocato, non è lui che mi manda se è questo cui pensi … è che siamo qui, questa missione è importante e … >>

<< … ed io non la intralcerò. Tranquilli, non la intralcerò. Adesso … c’è altro Falco?>>

<< Sì, altro c’è. Abbiamo messo una tenda più grande dove potremo riunirci per parlare e per mangiare. Sarà il nostro primo pasto su T/1, ero venuto a dirtelo. Saremo tutti lì, tra … sì, tra una mezz’ora, ti aspettiamo >>

<< Ci sarò, a dopo Falco >>

Tutti riuniti sotto la grande tenda, Lupo prese la parola.

<< Oggi passi, ma da domani dovremo cominciare a darci da fare. Siamo 10, ho pensato di dividerci in 5 gruppi : uno resterà qui, alla base, 4 prenderanno i punti Nord, Sud, Est ed Ovest. Non si copriranno grandi distanze, penso sia meglio non usare, almeno per ora, i razzi di volo. Non sappiamo a quale stadio di evoluzione siano arrivati eventuali sopravvissuti, potremmo spaventarli >>img_6377

l’AMORE E L’ESTASI” brano tratto da “LA DECIMA LEGIONE” di Maria PACE

immagine di Lance Manuel

…………

Si allontanarono verso l’interno della casa, la mente ancora occupata dal pensiero della sorte della liberta di Nerone, ma con nuove prospettive di gioia e felicità. Si ritrovarono da soli e Lucilla, coperta unicamente dallo sguardo innamorato di Marco.

Il giovane le si avvicinò piano. Lentamente. Assaporando l’attimo meravigliosamente prossimo di un frutto da cogliere. La guardava con tutta la sessualità accesa, l’olfatto eccitato: l’aveva desiderata fisicamente fin dal loro primo incontro sul Palatino. Un desiderio che lo aveva quasi ossessionato e spinto altrove: un desiderio mai soddisfatto con alcuna altra donna, però. Un desiderio sempre più potente. Più di ogni altra sensazione ed eguagliato solamente dall’amore che, per lui, era sfaccettatura dello stesso sentimento.

Anche lei lo guardava. A piedi nudi, le mani tremanti che reggevano un telo di lino e con dentro gli occhi qualcosa che Marco non capiva. Le fu vicino. Lei continuava a fissarlo con “quello” sguardo. Lui continuò ad accarezzarle le spalle nude poi le cinse la schiena; il desiderio gli premeva dentro prepotente.

Lucilla si sollevò sulla punta dei piedi; con un braccio gli circondò il collo e con l’altro continuò a reggere il lembo del telo che copriva ormai così poco del suo corpo, ma nascondeva tutto il suo pudore che brillava intenso, rannicchiato negli occhi azzurri; Marco tremava d’emozione, mentre si chinava a cercare quella curva eccitante  tra la nuca e il collo; l’anima e i sensi, imprigionati dall’odore di lei.

“Marco, io..” cominciò lei con le palpebre abbassate.

Marco comprese.

“Hai paura? – domandò – No!… Non devi averne, tesoro mio. L’amore è una cosa dolcissima!” la rassicurò rituffandosi nel suo sguardo e prendendo possesso dei suoi sensi e del suo pudore. Abbassò il capo e la bocca affondò ghiotta sulla nuca e sul capo; il telo scivolò a terra; il tripode, poco discosto, ardeva crepitando. Con le mani la percorse: la schiena, i fianchi, la vita. Si insinuò tra curve e pieghe. Lentamente. Leggermente. Dolcemente.

Lei sentiva liquido fuoco vivo attraversarla tutta e l’eccitazione consumarla: il contatto con la diversità di lui. Così dura. Così terrificantemente eccitante. Poi la bocca di lui, che scivolava lungo il collo, la gola per fermarsi sul seno: “Oh!…” gemette.

Vinto da quella resa voluttuosa e dall’ardore del proprio temperamento, Marco piegò un ginocchio e la trascinò a terra con sé; con l’altro ginocchio, piegato, la sostenne; il soffio ansante delle sue labbra sfiorava i capelli di lei.

Lucilla cercò di trattenere gli ultimi brandelli di pudore, ma lui sorrise con inusitata dolcezza in tanta eccitazione. Prese la mano di lei e ne guidò le dita tremanti sotto la tunica slacciata. La pelle eccitata fremette. La bocca, sempre affondata nella dolcissima curva tra collo e spalla, impazzì di piacere. Premette più forte.

Un brivido percorse Lucilla. Così profondo da darle la sensazione di perdere conoscenza e vacillare. La sua mano smise di carezzarlo; le dita  si contrassero, le unghia quasi si conficcarono nella schiena di lui. Si accorse di essere distesa per terra, al bordo del letto. Supina.

Marco, a torso nudo, era sopra di lei. La tunica di lui era  per terra accanto al suo telo di lino, ma lei ne vedeva solo un lembo, segmentato di rosso. Vedeva l’aria rilucere del riflesso del tripode e il bel volto di lui trasfigurato dall’eccitazione e dalla passione. Chiuse gli occhi e sentì le labbra di lui che cercavano la sua bocca; le sue mani continuavano a percorrerla.  Rispose al bacio.

Nuovamente Marco prese la sua mano per guidarla su di sè. Nuovamente lei fremette, mentre imparava a conoscere quel corpo che amava e in cui era concentrato tutto il mondo, che andava scomparendo intorno a lei: sempre più piccolo e stretto, fino a ridursi a quel solo essere adorato.  Le pareva, mentre con le dita scorreva e scopriva la pelle eccitata di lui, i rigonfiamenti, i muscoli, gli incavi, di conoscerlo già: quante volte aveva accarezzato quel corpo facendo l’amore con lui con la fantasia.

Un’altalena di emozioni, un groviglio di sensazioni che elevava e inabissava e i respiri ora corti, ora lunghi. Pian piano i respiri si fecero calmi, placidi. Fino a scivolare all’unisono lungo un tempo immobile. Come trasognata, Lucilla sentiva il capo di lui fremere contro la sua spalla, il suo petto ansante, le sue mani sulle gambe. E Marco sentiva  le braccia di lei intorno al busto, le gambe avvinghiate alle sue, le dita accarezzargli dolcemente la schiena. Ancora cercò le labbra di lei, poi, quando le labbra la lasciarono per saziarsi altrove, le vide reclinare il capo dolcemente di lato. Completamente arresa. Completamente abBandonata. Completamente rilassata. Rilassati i muscoli delle gambe, rilassato il grembo, rilassata la pelle intorno all’inguine.

Un   dolore acuto le strappò    un gemito, poi     una sensazione di

sconfinato piacere che mutò in eccitato languore i gemiti di dolore e che la trasportò in alto, verso vette sconosciute e immacolate, in un tempo immobile, insieme a lui, in dimensione irreale e magica.

Giacquero, l’una sull’altro, per riemergere storditi e appagati.

(CONTINUA)

brano tratto da    “LA DECIMA LEGIONE – Panem et Circenses”

chi volesse seguirne le vicende può contattare l’Autore per una copia AUTOGRAFATA

mariapace2010@gmail.com

“Il ritorno” brano tratto da “DUNE ROSSE” di Maria Pace

 Bridgman_Frederick_Arthur_An_Eastern_Veranda
Assopita nella calura del primo pomeriggio, Sahab sonnecchiava ancora, ma il primo pensiero dello sceicco Harith, appena rimesso piede nell’oasi, era stato per Letizia, la bellissima figlia adottiva di Aristeo Gallas, il mercante greco. Con uno sguardo ed un sorriso, la ragazza aveva acceso in lui quel fulmineo lampo di desiderio, quel brivido, quella fiamma, quella scintilla, quel guizzo cantato dai poeti che si prova una sola volta nella vita.
Scontroso e solitario, lo sceicco di Sahab era romanticamente irruente, ma decisamente incostante. I tanti slanci passionali, favoriti da noia o da attimi di solitudine, ma anche dagli eccessi di una inquieta giovinezza, non avevano conosciuto mai quel folle, meraviglioso smarrimento che Letizia era stata capace di imprimere al suo spirito.
Gli dissero che si trovava sotto la grande tenda di Alina, la madre di Ibrahim, il vice del rais, la donna più influente della tribù per la numerosa figliolanza.
Riunite nel centro del maq’ad , la zona riservata agli ospiti, allegre e cicalanti, le ragazze erano occupate negli ultimi preparativi per festeggiare l’arrivo della principessa Jasmine e consumavano l’attesa ricamando ai loro telai, sgranocchiando uva passa e tracannando bicchieri di acqua, the e carkadè.
C’era Zaira e c’erano Agar e Amina, le figlie minori della padrona di casa; c’era Letizia e seduta al suo fianco c’era Fatima, promessa sposa dello sceicco Harith, dal volto velato come voleva la consuetudine.
Fianco a fianco, le due ragazze lasciavano scivolare di tanto in tanto le gambe sull’immenso tappeto senza abbandonare le tazze, non più fumanti, che reggevano in mano: Fatima, che pareva guardarsi intorno con profondo distacco e Letizia che, al contrario, sembrava voler cogliere ogni sfumatura di quanto la circondava; come in attesa di qualcosa.
Continuava a girare il capo in direzione dell’entrata come se qualcuno dovesse fare da un momento all’altro la sua apparizione.
Qualcuno, infatti, scostò il lembo della tenda che fungeva da entrata e stagliò nel vano la possente figura, gettando l’ombra alle spalle: Harith, lo sceicco dei Kinda, che in quel posto dall’aspra e selvaggia bellezza, unico al mondo, sembrava esservi stato messo come parte integrante, tale era la perfetta sintonia con esso. Avanzò di qualche passo, con quel suo atteggiamento fiero ed esclusivo, da animale selvaggio, che tanto timore incuteva in avversari e nemici e tanta ammirazione negli altri.
Harith era senza dubbio l’uomo più attraente della tribù, ma schivo e scontroso; un misto di dolcezza e violenza, vendetta e perdono, comprensione ed implacabilità; gran combattente. Tenacia e pazienza erano commiste in lui insieme a spregiudicatezza e buonsenso, astuzia diplomatica e capacità d’azione, qualità che aveva l’abilità di utilizzare sempre al momento giusto. Un uomo ambizioso, intelligente e scaltro: il capo giusto per un popolo inquieto ed irrequieto come i Kinda.
Da ragazzo suo padre, lo sceicco Hammad Alì, lo aveva spedito in Italia, a Torino, dove aveva frequentato la Regia Scuola per la Preparazione degli Ingegneri, con specializzazione in Idraulica, con ottimi risultati. Era tornato, alla morte del padre, con tantissimi progetti in testa e pronto a guidare la sua gente ed a migliorare le loro condizioni di vita e anche quelle delle altre tribù del deserto, sfruttando le risorse idriche dell’oasi.
Alto, l’atletica figura avvolta nell’ampio Ksa, il mantello bianco marocchino senza maniche, ornato di passamanerie e ancora impolverato di sabbia:
“Inshallah!” salutò, facendo convergere su di sé gli sguardi di tutte le ragazze.
Fatima e Letizia scattarono entrambe in piedi per andargli incontro e sul bel volto abbronzato del giovane comparve un’espressione indecifrabile; le sopracciglie congiunte sul naso adunco parvero fremere e stormire come piccoli cespugli. Contrasse la mascella mentre un lampo di titubanza gli attraversava lo sguardo.
Si fermò al centro del grande ambiente; le due ragazze, invece, avanzarono con passo sempre più veloce. Soprattutto Letizia, il cui sguardo sfavillava come un cielo irrorato dalla luce dell’Aurora: azzurro brillante. Scuro e di una dolcezza schiva, quasi color caffé, invece, quello della figlia dello sceicco degli Aws, che il nero, trasparente jasmac rendeva carico di mistero. Sotto il velo si intravvedeva una folta capigliatura nera sapientemente acconciata.
“Provocatorio e tentatore”, soleva ripetere sir Richard, l’amico lord inglese, quando si esprimeva a proposito del volto velato della donna islamica.
In realtà, a Sahab quasi nessuna aveva il volto velato. Quella del velo era una delle innumerevoli regole cui la donna araba doveva sottostare per essere rispettata e per sentirsi al sicuro, ma le donne di Sahab godevano di una libertà sconosciuta alle donne della costa e delle città.
La vecchia Alina ed altre poche donne della sua generazione, però, difendevano ancora e con accanimento quella imposizione.
“Gli uomini – dicevano – non desiderano mancare di rispetto ad una donna, ma se ne incontrano una a viso scoperto, possono cadere in tentazione.”
“E’ un problema degli uomini! – replicava Letizia che, da ribelle occidentale non intendeva sottomettersi a quei dettami per lei irragionevolmente restrittivi – Se un uomo non sa controllare i propri istinti e le proprie debolezze, non è colpa della donna che gli sta di fronte!”
Naturalmente Alina rispondeva sempre scuotendo la testa; anche le sue figlie, però, non portavano veli, se non qualche volta, per pura civetteria.
Le due ragazze continuarono ad avanzare.
Piuttosto graziosa, le forme un po’ abbondanti, Fatima esibiva una veste della più pura tradizione islamica. Doveva prediligere il colore verde, poiché sopra la veste di prezioso damasco giallo indossava una sopraveste senza maniche verde, riccamente ricamata con fili d’oro e sotto la veste, aperta sul davanti, portava ampi pantaloni di leggerissima seta. Anche questi di colore verde. Collo, caviglie, polsi e mani erano letteralmente coperti da vistosi gioielli.
Priva di qualunque gioiello, invece, la figura di Letizia. Nemmeno un esile cerchietto intorno alle affusolate dita da artista: nel suo Paese, in Italia, Letizia aveva studiato pianoforte, nel collegio militare presso cui aveva vissuto parte dell’adolescenza, prima che Aristeo Gallas, il mercante greco amico di suo padre, alla morte dei suoi, l’adottasse. E neppure portava gioielli di altra sorta, benché l’uomo che l’aveva adottata fosse stato un gioielliere. Né fasce ai polsi, né filigrane intorno alle caviglie. Solo un medaglione legato al collo con le immagini dei cari perduti. Ma come sempre, la sua bellezza rifulgeva su chiunque come un cigno in uno stagno in mezzo alle anatre.
Harith, sempre fermo, spostò più volte lo sguardo dall’una all’altra. Dallo sguardo di Fatima, scuro e tranquillo, a quello di Letizia, azzurro e pieno di splendore.
Anche Letizia aveva un velo, azzurro e ugualmente trasparente e lei ne reggeva i lembi tra le mani trastullandosene, mentre, con delizioso rossore, fissava il volto del giovane. Al contrario di Fatima, che aveva abbassato gli occhi.
Il suo abbigliamento era un felice abbinamento dello stile islamico con quello occidentale. Su un corpetto di tessuto damascato, che metteva in risalto il seno, aveva poggiato una sopraveste ampia e senza maniche, leggerissima e fluida. Una gonna a vita alta, di un incantevole colore blu-cobalto, avvolgeva la figura dalle forme morbidamente e sinuosamente femminili .
Avanzò, nel balenio degli occhi azzurri, brillanti come preziosi e sfolgoranti di gioia; il sorriso smagliante, la pelle luccicante di riflessi ambrati. Bellissima, di una bellezza ineguagliabile, sotto lo splendore dei capelli biondi. Tese le braccia in un gesto d’amore profondo.
Anche le braccia di Fatima si tesero in avanti; le dita delle mani tintinnarono dei numerosi gioielli e fu con quelle che andarono ad intrecciarsi le dita delle mani dello sceicco Harith, che aveva fatto un passo in avanti.
Letizia si fermò di colpo, poi indietreggiò di un passo, di un altro e di un altro ancora, senza voltarsi. Il sorriso le si spense sul bellissimo volto e lo sguardo smarrito riuscì a catturare quello di colui che considerava il suo uomo e per un attimo ve lo trattenne. In maniera così intensa, da costringerlo a contrarre le dita ed a stringere quelle di Fatima con tale forza da strapparle un gemito.
“Letizia…” chiamò Harith, con lo sguardo inabissato nei due pezzi di cielo velato che lei si era messo negli occhi. Erano lacrime?
Quel bisogno antico e irrinunciabile di piangere, però, abbandonò ben presto la figlia del mercante greco. Troppo orgogliosa, ma anche troppo provata dalla vita per concedersi il lusso di mostrarsi fragile. Le sue difese erano già pronte a sorreggerla: il silenzio e uno sguardo, nudo, ma deciso.
“Letizia…” chiamò per la seconda volta Harith.
Letizia, però, s’era già calato il velo sul capo, sottraendo ai suoi sguardi la cascata d’oro dei capelli e lo splendore del volto e continuò a fissarlo con nello sguardo quella luce che una volta sola sfavilla negli occhi di una ragazza: quando crede che il sole irradi soltanto per lei e si smorza appena la luce si spegne.
“Letizia…” la chiamò per la terza volta, ma Letizia s’era già voltata per allontanarsi e non si fece vedere per tutto il giorno.

“Gli occhi della Morte” racconto di Anna Caruso

03c738a3e922bce7cbb1ab21b855479f

Sara si svegliò. Aveva sognato la morte quella notte. Sì, la morte, proprio com’è rappresentata nei cartoni animati o nei fumetti: con il mantello nero col cappuccio e la falce in mano. Lei cercava di fuggire, come se si potesse scappare dalla morte.

Sua nonna le diceva sempre che chi sognava la morte avrebbe avuto una vita lunga.

“ Bimba mia, nei sogni accade l’opposto di ciò che succede nella realtà! “ ribadiva sempre.

Una vita lunga! A Sara venne da sorridere, ma era un sorriso amaro.

Pose i piedi per terra e andò in bagno. Accese la luce e si guardò allo specchio: delle grandi occhiaie segnavano il suo volto, come al solito. Avrebbe provato a farle andare via con un po’ di fondotinta, ma non troppo. Le rughe negli ultimi quattro anni si erano fatte più marcate.

Mentre si guardava allo specchio, le sembrò di vedere, vicino alla libreria, un’ombra nera. Il cuore le salì in gola, si voltò di scatto, ma non vide nulla. Forse era il gatto.

“ Che stupida! “ pensò.

Non si sarebbe mai abituata a vivere da sola in quella casa. Sua madre le aveva proposto di trasferirsi.

“ È troppo doloroso rimanere in quell’appartamento “ le aveva detto una domenica che era andata a pranzo da lei.

Tutti a preoccuparsi che non fosse troppo doloroso. Lei quella casa non l’avrebbe mai lasciata, era la sua casa, piccola ma accogliente.

Andò a prepararsi la colazione. Dopo un poco sulla soglia, comparve Nerina, la sua gatta. Era nera, con gli occhi verdi, ma molte volte guardarla le faceva più male di quanto voleva ammettere.

Il gatto esaminò la stanza in cerca di qualcosa e poi incominciò a miagolare.

“ Hai fame eh? “ le disse.

Le mise la ciotola con i croccanti davanti e l’accarezzò un po’. Aveva letto da qualche parte che fare le carezze ai gatti, soprattutto a quelli neri, faceva diminuire lo stress, aveva un effetto terapeutico.

“ Mi dispiace, ma non posso farti le coccole per tutta la giornata, il lavoro mi aspetta! “. Le disse stropicciandole ancora un po’ le orecchie.

Come ogni mattina, dopo la colazione andò a controllare il tempo dalla finestra della sala. Era un’abitudine presa ai tempi delle Superiori. C’era la nebbia, fitta e densa. Le piaceva la nebbia. Dava un non so ché di misterioso e gotico al paesaggio.

Quella mattina scelse un pantalone nero, una maglietta bianca e un golfino blu. Nonostante tutto ci teneva a vestirsi bene, a curarsi. Almeno voleva che dall’esterno non si notasse nulla.

Prese le chiavi del motorino: una vespa rossa che i suoi le avevano comprato anni prima per la laurea. Diede un ultimo saluto al gatto, controllò che non mancasse l’acqua e il cibo nelle ciotole e chiuse la porta di casa.

Scese in garage. Era una di quelle case nuove con posti auto inclusi nella struttura, non dovevi neanche uscire fuori, bastava prendere l’ascensore e ti ritrovavi direttamente nel seminterrato.

Ormai in quel box c’erano solo degli scatoloni e qualche cianfrusaglia riposti su degli scaffali di legno e la Vespa che con il suo colore accesso spiccava. Prese il casco da un ripiano, se lo stava infilando, quando sentì un rumore provenire dal corridoio, lo posò sul sedile del motorino e andò a controllare.

Il corridoio era buio come l’aveva lasciato, a parte per il tratto che portava agli ascensori. Strano, le luci andavano a sensore, si accendevano solo se rilevavano la presenza di qualcuno per risparmiare corrente.

Incuriosita andò a controllare: nulla. Bah, forse uno dei condomini era sceso e lei non lo aveva sentito.

Sentì una presenza dietro di sé, stava per voltarsi e salutare, ma non c’era nessuno. La luce si spense all’improvviso. Eppure qualcuno la osservava, ne era sicura. Sentiva proprio lo spostamento d’aria dietro di sé. Fece la cosa più stupida che le venne in mente, si mise a correre fino al suo garage e accese la luce. Sudava freddo. Si appoggiò ad una parete con la schiena protetta dal muro. Il contatto con la parete fredda la fece sentire più sicura. Diede un’occhiata al corridoio illuminato: tutto normale.

“ Ok, Sara calmati, stai diventando un po’ paranoica, eh! La stanchezza gioca brutti scherzi, menomale che fra poco è Natale “.

Guardò sul sedile del motorino: il casco non era più la! Com’era possibile ? Le cose non se ne vanno a spasso da sole. Guardò l’orologio: 7.20. Era già in ritardo, ci mancava che si mettesse a cercare un casco che viveva di vita propria.

Si guardò intorno. Forse non l’aveva appoggiato bene ed era cascato. No, per terra, vicino alla ruota posteriore, non c’era nulla. Pazzesco! Si appoggiò un attimo alla moto, quando alzò lo sguardò, lo vide al suo solito posto sullo scaffale, ma non come lo aveva trovato quella mattina. Si vedeva il dietro, lei non lo metteva mai in quella posizione. Soprattutto si vedeva l’adesivo incollato: due gattini di spalle e la scritta “ I love you “.

 

Quattro anni prima.

 

“ Sara svegliati “

“ No, lasciami dormire! “

“ Sei una dormigliona! “

“ E tu perché sei sempre così mattiniero ? “

“ Ti ho preparato la colazione “

A quella frase Sara aprì un occhio. Edoardo era davanti a lei, stava alzando la tapparella e le sfilò le coperte.

“ Ho freddo “ disse ricoprendosi.

“ Ci sono i tuoi biscotti preferiti!“ riprovò il ragazzo.

“ Ok, mi hai convinta! “ affermò stiracchiandosi.

“ Incredibile che io riesca a farti alzare solo se ti nomino il cibo! “

Lei scoppiò a ridere. Dall’angolo del letto spuntò la testina nera di Nerina.

“ Ma zao Nerina, zao ! “ esclamò Sara. Sembrava una bambina che ha visto il suo giocattolo preferito.

La gatta la guardò con aria di superiorità, si girò dandole il didietro e andò a strusciarsi contro le gambe d’Edoardo miagolando. Lui si abbassò e l’accarezzò.

“ Quella gatta ha un debole per te! “ disse la ragazza con uno sguardo tra l’offeso e il rassegnato.

“ Non è la sola in casa “ scherzò l’altro.

“ Non ne sarei così convinto al posto tuo ” ribatté lei alzandosi per andare in bagno.

“ Spiritosa! “.

Facevano colazione insieme ogni mattina. Era una piacevole abitudine che amavano tutte e due. Si sedevano allo stesso tavolo, mentre mangiavano, senza per forza parlarsi.

Sara inzuppava nel latte, rigorosamente bianco e non troppo caldo, i biscotti, Edoardo invece preferiva il caffelatte con più caffé che latte, nella speranza di dare una “ scossa “ alla giornata.

“ Ieri ha chiamato mia madre! “ la buttò lui.

“ Uhm! Che dice ? “ chiese la ragazza, mentre si portava la tazza alla bocca.

“ Bah le solite cose! Ci ha invitato per cena Venerdì sera ! “

“ E tu che hai risposto ? “ la voce di Sara si era fatta tagliente.

“ Di sì, perché ? “

“ Non ci credo Edo! Veramente sei il solito! “

“ Scusa, qual è il problema ? A te ha sempre fatto piacere andare dai miei! “

“Venerdì sera c’è la conferenza scientifica di cui ti parlo da mesi e alla quale tu hai promesso di portarmi! Ecco qual è il problema! “ aveva alzato la voce.

L’aveva dimenticato. Sara glielo leggeva in faccia, nei suoi occhi, nella sua espressione.

“Non fa niente! Vado a prepararmi! “ concluse alla fine con un tono mesto. Aveva anche abbozzato un sorriso, ma non riusciva a nascondergli che c’era rimasta male.

Andò in camera, si tolse il pigiama e si concentrò su cosa mettersi quel giorno. Era in mutandine e canottiera davanti alle ante dell’armadio, quando si sentì abbracciare da dietro da Edoardo. Odiava, quando qualcuno la sorprendeva alle spalle, ma con lui era diverso, con lui tutto era diverso.

“ Scusa, me n’ero dimenticato! “ le sussurrò all’orecchio.

“ Non ti preoccupare! Non fa nulla davvero! “ cercò di tranquillizzarlo Sara.

“ Vuoi che chiamo mamma e le dico che non andiamo Venerdì ? “

“ No, Edo! Sai che mi fa piacere andare dai tuoi ! “

“ Non sei arrabbiata quindi? “

“ No! “

“ Girati un attimo che voglio vederti in faccia! “

Quando Sara si girò, lui gli prese il viso tra le mani, obbligandola a guardarlo negli occhi. I suoi occhi! Non si sarebbe mai abituata alla bellezza dei suoi occhi, del suo sguardo. Quegli occhi da far invidia al cielo. Ad un certo punto Edoardo posò l’attenzione sulle sue labbra e la baciò. Aveva un modo dolce di baciare, ma al tempo stesso carico di passione. E lei si perdeva nei suoi baci, nei suoi abbracci. Poi cominciò a baciarla sul collo, il suo punto   debole.

Sarà dovette faticare per riprendersi dallo stato di torpore e prendergli il viso tra le mani, come aveva fatto lui poco prima. Edoardo aprì gli occhi: erano ancora più belli, più dolci, più intensi e magnetici del solito, di una bellezza che faceva quasi male.

“ Lo sai che dobbiamo andare a lavorare vero? “ disse Sara sorridendo.

“ Lo so purtroppo! “ rispose lui ricambiando il suo sorriso e scostandole una ciocca di capelli dalla guancia. Poi si staccò da lei.

“ Perché non ti metti una gonna ogni tanto? Ti stanno bene! “ propose Edoardo vedendola tirare dall’armadio il solito pantalone e degnandolo di uno sguardo di disapprovazione.

“ Perché devo prendere la Vespa e la gonna è scomoda! Venerdì sera quando andiamo dai tuoi metto un abito, contento? “ gli rispose Sara.

“ Vai in vespa? Sei un pericolo ambulante, quando guidi, prima o poi finirai sotto una macchina, giuro che te la sequestro! “

“ Ahahahah! Lo dici da una vita ormai e non lo fai mai!“

Sara e Edoardo si era incontrati per la prima volta, quando lei frequentava il terzo anno d’università, ad una festa a cui l’aveva trascinata la sua amica Lucia. Edoardo studiava Economia e quell’anno avrebbe preso la triennale e lei Farmacia. L’impatto non era stato dei migliori, avevano passato metà della serata a lanciarsi sfrecciatine, però le piaceva il fatto che non si offendesse, ma sapesse rispondere a tono, battuta dopo battuta. Si erano messi insieme poco dopo, agli inizi di Novembre.

Ogni volta che ci pensava a Sara veniva da sorridere: si erano conosciuti un venerdì 17 e pensare che c’è chi sostiene che porti sfortuna!

 

Presente

 

“ Menomale che ci sono io che apro il negozio di mattina se no qui! “.

La voce allegra di Lucia l’accolse appena varcò la soglia del negozio. Era una caratteristica distintiva della sua amica il buon umore. Insieme avevano aperto un’ Erboristeria in zona San Salvario. Un po’ fuori mano per tutte e due, ma l’attività andava bene. Non navigavano nell’oro, ma se la cavavano egregiamente.

“ Buongiorno Lucia! Scusa per il ritardo, ma stamattina ne sono successe di tutti i colori! “ cercò di giustificarsi lei.

“ Figurati Sara, ci mancherebbe! Cos’è successo? “ chiese Lucia sorridendo.

Si conoscevano dalle scuole superiori, da una vita praticamente.

Sara spiegò in breve l’accaduto del garage, quello dell’ombra vicino alla libreria lo tralasciò, non le sembrò importante.

“ Bah strano! “ disse pensierosa Lucia.

“ Secondo me è la stanchezza che sta giocando brutti scherzi Lucy! Adesso non pensiamoci e su che bisogna lavorare “ concluse Sara sorridendo e mettendo la parola fine al discorso.

 

“ Anche oggi è stata un’ottima giornata! “ disse soddisfatta Sara alla fine della giornata, mentre girava il cartoncino da “ APERTO “ a ” CHIUSO “.

“ Si! Niente male anche oggi! “ – concordò Lucia, mentre, si riposava su una sedia e si massaggiava i piedi doloranti a causa del troppo tempo passato in piedi – “ Che ne dici se stasera esci con me e Giacomo? Porta un suo amico. “

Giacomo era il fidanzato dell’amica: si erano conosciuti due anni prima proprio in negozio. Sara era felice per lei, sembrava un tipo a posto ed era anche carino.

“ Non se ne parla proprio! “ disse fulminandola con lo sguardo.

“ Perché no? Non incominciare con la solita scusa che sei stanca ecc! Questa volta non mi convincerai! “

“ Perché no Lucia! Le uscite a quattro le ho sempre odiate! “

“ Sappiamo benissimo tutte e due che non è quello il problema! “

“ Allora quale sarebbe? “

“ Il solito! Sara sono passati quattro anni! Hai trentacinque anni e io non voglio vedere la mia migliore amica stare da sola tutta la vita perché si è intestardita! “ disse Lucia diventando improvvisamente molto seria.

“ Non mi sto intestardendo! “

“ Stasera esci Sara! Non voglio scuse! “ concluse l’amica con uno sguardo che non ammetteva repliche, mentre andava nel retro.

“ Va bene, va bene! “ acconsentì l’altra.

“ Adesso si ragiona! “ gridò Lucia dall’altra stanza.

Sara guardò la strada: era scesa di nuovo la nebbia, molti negozi avevano già chiuso ed era buio. Dall’altra parte della strada c’era sola una figura scura che camminava.

Incuriosita si avvicinò alla porta: era sparita. La nebbia però era diventata più fitta. Con un tonfo al cuore si accorse che quella strana presenza era vicino alla vetrina. Sara sentì mancargli il respiro, aumentare il battito cardiaco e abbassarsi la pressione già di natura bassa. Non si riusciva a distinguere com’era vestita, intuì che aveva un mantello solo quando quella fece scivolare fuori una lunga falce. Uscì un urlo dalla sua bocca, indietreggiò e si appoggiò agli scaffali. Si sentiva venir meno, la vista si stava riempiendo di pallini neri sempre più numerosi, finché non sentì più nulla a parte il suo stesso pensiero che le rimbombava nelle orecchie “ Scappa! “.

 

“ Sara, Sara, rispondi! Sara, Sara per favore! “

Era la voce di Lucia, ma sembrava lontana.

“ Sara, Sara! “

Da dietro le palpebre avvertiva la luce. A fatica aprì gli occhi: l’amica era china su di lei vivamente preoccupata.

“ Ohhhhhhhhh! Finalmente! Mi hai fatta spaventare! Guardati, sei bianca come un lenzuolo! “ disse Lucia più sollevata.

Sara si sentiva ancora frastornata, ma provò a sedersi. La testa era stranamente vuota.

“ Piano, piano! Cos’è successo? “ chiese l’amica ansiosa.

“ C’era qualcuno vicino alla vetrina! “ riuscì solamente a dire Sara.

“ Forse era un passante! “

“ No, Lucia, lei o lui era…….. “

“ Era cosa Sara? “

“ Faceva paura! “

“ Paura!? “

Sara alzò il viso e vide che Lucia la stava guardando visibilmente inquieta e soprattutto non capiva quello che stava provando a dire.

“ Niente Lucia, mi sarò spaventata, poi sai i miei cali di pressione e sarò svenuta! “ disse cercando di autoconvincersi.

“ Ah! Ok! Sicura ? “

“ Sicura ! Non potrebbe essere altrimenti! “

“ Aspettami qui! Ti porto un po’ di acqua zuccherata che ne dici eh? “ si offrì Lucia.

“ Sì grazie! “ rispose Sara abbozzando un sorriso.

L’amica andò di nuovo nel retro.

“ Forse è meglio che riposi stasera Sara, non ti vedo molto in forma! “ gridò Lucia.

Sara guardò fuori: la nebbia si era diradata e soprattutto non c’era nessuno a parte le macchine che scorrevano avanti e indietro.

“ Sì Lucia, è meglio che resti a casa a riposare stasera, sarà per la prossima volta! “ concordò Sara, mentre teneva gli occhi fissi fuori, ma non erano vigili, erano persi nel vuoto. Sembravano senza vita.

 

Quattro anni prima

 

“ Se n’è dimenticato?! “ sottolineò di nuovo Lucia, una sua vecchia amica del liceo.

Erano in pausa pranzo e stavamo mangiando un panino in un bar vicino all’Erboristeria. Edoardo ci scherzava sempre su.

“ Mi doveva capitare proprio a me l’unica farmacista che ha aperto un’Erboristeria! “ amava ripetere molte volte scherzando.

“ Sì, se n’è dimenticato “ ribadì Sara ridendo.

“ Beh non è una novità! “

“ No per niente! Ha sempre la testa fra le nuvole! Una volta gli avevo regalato un’agenda nella speranza che si annotasse qualcosa, sai che a fine ha fatto? “

“ No, non lo so! “

“ Non si ricorda dove l’ha messa! Unico nel suo genere! “

Anche in questo erano molto diversi. Sara aveva un’ottima memoria, si ricordava sempre tutto, Edoardo invece quasi nulla o meglio aveva la memoria selettiva: riusciva a tenere a mente tutto quello che riguardava il suo lavoro, per il resto zero assoluto.

Sarà sentì il cellulare vibrare: era lui che la stava chiamando. Strano, non si sentivano mai nella pausa pranzo.

“ Pronto ? “ rispose lei.

“ Pronto! Sono io! Come va? “ chiese Edoardo dall’altra parte del telefono.

“ Tutto normale, tu? “

“ Tutto bene! Ti ho chiamato per dirti che è finito il cibo per Nerina, ce la fai ad andare tu a comprarlo, o passo io? “

“ Ce la faccio, non ti preoccupare! “

“ Ok, perfetto! Quanto odio questa cravatta! “

Ad Edoardo non piaceva mettersi in giacca e cravatta, ma per lavoro era quasi obbligato: si occupava della contabilità di una piccola azienda.

“ Non te la sei ancora tolta? “ chiese stupita Sara.

“ No, oggi ho resistito fino ad ora di pranzo! “ spiegò l’altro.

“ Allora stasera nevica! “

“ Esagerata! A stasera! “

“ Ciao, a stasera! “

Sara era sicura che in quel momento sulle labbra di Edoardo fosse comparso il suo solito mezzo sorriso, perché lui era fatto così, aveva un sorriso trattenuto, come se avesse paura d’essere felice. Eppure era bellissimo quando sorrideva veramente perché gli brillavano gli occhi.

 

 

Quel pomeriggio decise di uscire un po’ prima da lavoro, avrebbe fatto la spesa e per una volta quella sera avrebbe cucinato lei qualcosa di decente e non le solite cose preparate di fretta. Di solito uscivano tutte e due alle sette, il tempo di arrivare a casa ed erano praticamente le otto, erano tutte e due stanchi e alla fine si arrangiavano con quello che c’era in casa. Sara non era negata in cucina, ma le mancava la voglia soprattutto, però quel pomeriggio aveva deciso che per una volta poteva anche uscire prima e fare la “ donna “ di casa. Lucia non aveva fatto obbiezioni, quando serviva avrebbe ricambiato il favore all’amica, era più che scontato fra loro due, non c’era neanche più bisogno di farlo presente.

In verità Sara si voleva far un po’ perdonare per quello che era successo quella mattina. Ogni tanto si scaldava per un non nulla, anche se alla fine poi le passava tutto nel giro di dieci minuti al massimo.

 

Erano le otto, Edoardo sarebbe arrivato fra pochi minuti e tutto era pronto in tavola. Sara era soddisfatta di sé. Pregustava la faccia che avrebbe fatto quando sarebbe entrato.

Otto e quindici, niente.

Otto e trenta, il riso ormai si stava scaldando.

Otto e quaranta, stava perdendo la pazienza. Era seduta a tavola che guardava l’orologio e cercava di captare qualche rumore proveniente da fuori, dall’androne, dalle scale o dall’ascensore. Aveva percorso mentalmente il tragitto dall’azienda, dove lavorava Edoardo, fino a casa, calcolando traffico, imprevisti e contrattempi: un’ora e quaranta era sicuramente troppo.

Decise di chiamarlo. Niente.

Lo richiamò. Nulla di nuovo, suonava a vuoto. Nerina andava avanti e indietro, percepiva la sua agitazione.

Alla decima telefonata qualcuno dall’altra parte rispose, ma non era Edoardo.

“ Pronto ? Chi è? “ chiese una voce femminile.

A Sara cominciò ad insinuarsi un dubbio, ma lo scacciò.

“ Pronto? “ continuavano a dire dall’altra parte.

“ Pronto! Non so come il telefono d’Edoardo sia finito in mani sue, ma potrebbe passarmelo? Sono la sua ragazza! “ volle precisare Sara.

“ Signora si sieda, le devo dire una cosa! “

“ Voglio parlare con Edoardo! Non voglio sedermi! “

“ Mi ascolti si sieda! “

“ Seduta! Contenta ? “

“ Il suo ragazzo ha avuto un incidente, un’ora fa. È ricoverato al Regina Margherita, poco fa abbiamo avvertito i genitori! È in coma! “

A quelle parole il sangue nelle vene di Sara si ghiacciò. La mente si svuotò, non riusciva a pensare a nulla a parte alle parole “ incidente “ e “ coma “. Continuavano a ronzarle in testa. Le vedeva scritte davanti a caratteri cubitali e lampeggianti come le insegne di alcuni negozi. Senti la pressione abbassarsi di colpo, lo stomaco si chiuse, la fame presente fino a mezz’ora fa era scomparsa, anzi le veniva da vomitare al solo pensiero di toccare cibo.

“ Arrivo subito! “ riuscì a bisbigliare dopo cinque minuti di completo silenzio da parte sua.

Chiuse la chiamata, corse a vestirsi, mentre due grandi lacrime le rigavano le guance. Sulla casa piombò uno strano silenzio. Il riso era ormai freddo.

 

 

Quattordici anni prima

 

“ Che freddo! Questa è la prima e l’ultima volta che vengo a queste feste! “ si lamentò Sara mentre cercava riparo nel cappotto.

“ Quanto sei esagerata! “ rispose Lucia.

Stavano raggiungendo la discoteca a piedi.

“ Non so perché mi sono lasciata convincere! “ continuò l’altra.

“ Perché non mi avresti mai lasciata da sola! Ecco perché! “ le ricordò Lucia.

Per l’occasione Sara aveva anche recuperato dall’armadio delle scarpe con tacco. Era vestita molto semplicemente: una gonna corta nera e una maglietta a maniche lunghe rosa che lasciava una spalla più scoperta dell’altra. Anche il trucco era molto sobrio: una linea di matita, un po’ di mascara per mettere in risalto i suoi occhi già molto grandi e del rossetto rosa sulle labbra.

 

Era mezzanotte e già Sara non ne poteva più. L’aria nel locale era diventata pesante, la musica assordante le rimbombava in testa e soprattutto le facevano male le scarpe. In verità non aveva ballato molto, un po’ perché non le piaceva e un po’ perché non era brava. Si accostò ad una parete, facendosi da parte, mentre guardava Lucia che, ancora piena d’energia, si muoveva al tempo della musica. Almeno una delle due si stava divertendo!

Ad un certo punto decise di andarsi a sedere su dei divanetti, dove non c’era anima viva, e di sfilarsi per un po’ quegli strumenti di tortura ai piedi. Andò ad accomodarsi, si guardò bene intorno, non c’era nessuno, così si sfilò una scarpa. Ispezionò di nuovo l’abitacolo e si levò anche l’altra.

“ Chi bella vuole apparire, un po’ deve soffrire! “ recitò una voce maschile.

“ Se simpatico vuoi sembrare, adesso zitto devi stare! “ si girò canticchiando Sara alquanto infastidita dal fatto che qualcuno l’avesse beccata.

Appena incrociò lo sguardo del ragazzo però, si pentì amaramente di non aver tenuto la bocca chiusa. Due occhi azzurri come il mare la guardavano divertiti.

“ Simpatico come ritornello! Stai meglio ora? “ chiese lui indicando le scarpe.

“ Sì molto meglio! “ rispose Sara “ Non balli? “

“ Ho ballato fino a pochi minuti fa in verità! Comunque piacere Edoardo!“

“ Bel nome! Io sono Sara! “

“ Grazie! Venuta con amiche? “

“ Si trascinata! La mia amica sta ballando, è quella vicino a quello scemo con la maglietta verde che si muove come un troglodita! “

“ Quel troglodita è il mio amico: Luca! “

“ Ah! Non volevo offenderlo, ma balla veramente male! “

“ Che figura che mi sto facendo! “ pensò Sara.

 

“ Che cosa studi? “ chiese lei dopo un po’ che stavano parlando.

“ Economia! Tu ? “ disse Edoardo, mentre sorseggiava il suo drink.

“ Economia l’avevo scartata a priori! Non faceva per me! Farmacia! “

“ Cinque anni per fare la commessa, notevole! “ scherzò lui.

“ La commessa?! Ma senti questo! Perché fare Economia è più figo? Ammettilo che non sapevi cosa fare nella tua vita! “ lo stuzzicò lei.

“ Eh sì lo ammetto! Mi hai scoperto! Mai pensato di fare il detective? “

“ No, ho sempre puntato sull’avvelenamento di ragazzi simpatici come te! Per questo ho scelto Farmacia! “

“ Mi stai forse minacciando? “

“ È possibile! “ rispose Sara notando che Lucia aveva appena smesso di ballare e si guardava intorno cercandola con lo sguardo.

“ Devo andare! “ annunciò subito rimettendosi i tacchi.

“ Aspetta! Mi puoi ripetere il tuo nome: me lo sono dimenticato! “ disse Edoardo con una faccia alquanto imbarazzata.

Che faccia tosta! Parliamo da mezz’ora e questo si è scordato il mio nome! “ pensò Sara.

“ Indovinalo! Incomincia con la S e finisce con la A! “ propose lei.

“ Ma ce ne saranno una decina poco poco! “ si lamentò il ragazzo.

“ Appunto! Buona fortuna! “ disse Sara ridendo, mentre raggiungeva Lucia a bordo pista lasciandolo solo sui divanetti.

Pazzesco! Menomale che non lo vedrò più in vita mia! “ pensò la ragazza, mentre si faceva largo tra la gente.

 

Presente

 

Sarà aprì la porta di casa, accarezzò Nerina che la stava aspettando, buttò le chiavi di casa e il cappotto sul letto matrimoniale ormai troppo grande per una sola persona. Edoardo le mancava ogni giorno. Non c’era più, da quel coma non si era mai più svegliato, era morto, non ce l’aveva fatta. La vita le aveva portato via una delle persone che più amava.

Sara aveva fatto sparire tutte le sue foto e le loro foto insieme, tutta la sua roba, aveva passato giorni interi a riempire scatole da portare giù in garage. Nei primi tempi si erano fatte sentire persone che non vedeva da anni ormai, non sapeva neanche come l’avessero saputo alcuni.

“ Oh! Sara ho saputo! Terribile, non ho parole per esprimere il mio dispiacere! Che ne dici se un giorno di questi usciamo insieme, così ti distrai un po’ ? “ aveva proposto con voce squillante una sua vecchia compagna di università che non sentiva dalla laurea ormai.

A Sara tutto ciò dava fastidio, gente che si rifaceva viva dopo anni per “ aiutarla “, gente che l’avrebbe guardata con gli occhi pieni di pena e quello che le dava più fastidio.

“ No grazie! Ho tante cose da fare in questi giorni! “ rispose Sara al telefono: era la risposta che aveva dato a tutti, a parte a quelle persone, come Lucia, che le erano sempre state accanto.

Quello che non sapeva però Sara allora è che il ricordo di Edoardo non sarebbe più andato via, era lì lo sentiva, tra il cuore e lo sterno. Molte volte si svegliava in piena notte, allungava la mano sul suo cuscino e lo trovava vuoto. Allora ricordava, ricordava tutto e non riusciva a trattenere le lacrime. Si addormentava piangendo.

Aveva provato dopo due anni ad uscire con altri, ma lei in ogni uomo che aveva davanti cercava i suoi occhi, i particolari che appartenevano solo a lui. Era inutile, non poteva sostituire una persona con un’altra e così aveva smesso di accettare appuntamenti. Il vuoto che aveva lasciato Edoardo nella sua vita era incolmabile, poteva solo conviverci, niente più. L’unica che l’aveva intuito era Lucia: cercava sempre di farla svagare, di proporle posti nuovi dove andare e da visitare insieme e Sara ne era immensamente grata.

 

Anche quella sera come molte sere in Tv non c’era nulla di decente. Era seduta sul divano della sala, con una coperta sulle gambe e Nerina accoccolata ai suoi piedi. Presto la mente cominciò a vagare nei ricordi.

Le venne in mente la prima volta che lo aveva visto. Non aveva mai saputo come era riuscito a sapere il suo nome e rintracciarla, sapeva solo che qualche giorno dopo lo ritrovò davanti all’università per invitarla a prendere un caffè.

“ Mistero! “ ripeteva sempre Edoardo quando chiedeva come avesse fatto a trovarla, al tempo non esisteva ancora Facebook.

Ripensò a quella mattina nel garage, al casco e a quell’adesivo. Glielo aveva regalato lui, una mattina lo aveva trovato sul comodino e quando aveva chiesto spiegazioni, lui aveva risposto:

“ Così ti ricordi che c’è qualcuno che a casa che ti aspetta! “.

Alla fine sotto un camion c’era finito lui con la macchina, fatalità o scherzi del destino. Edoardo era fatto così, non amava parole dolci, non era il tipo che ti diceva “ Ti amo “ una volta al giorno, no, lui l’affetto te lo dimostrava così con pensieri semplici, ma pieni d’amore, di quello vero.

Nerina si avvicinò e infilò il suo musetto tra le sue braccia.

“ Manca anche a te vero? “ chiese Sara guardando la gatta.

In quel momento fece un balzo dal divano e si levò in piedi: gli occhi dell’animale non erano più verdi, ma azzurri, come quelli di Edoardo.

Nerina, spaventata, si rifugiò sotto la coperta.

Sara non credeva a ciò che aveva visto, doveva essersi sbagliata, non aveva senso. Sì sedette sul

divano e prese la gatta in braccio.

“ Scusami! Scusami! Sono stanca oggi! “ disse accarezzandola amorevolmente.

Nerina alzò il suo visino e la guardò: gli occhi erano ritornati del loro colore. Sara trasse un sospiro

di sollievo. Evidentemente si era sbagliata.

In quel momento andò via la luce.

“ Oggi non è giornata! Ho capito! “ pensò la ragazza, mentre si dirigeva tentoni verso il ripostiglio

dove c’era il contatore. Le levette però erano al loro posto.

Doveva essere saltata in tutto il condominio. Ritornò in salone e guardò fuori della finestra: le altre

case erano illuminate e nel giardino di fronte i lampioni erano accesi come sempre.

Fu lì che la rivede. Ne era certa era la stessa figura che aveva visto quella sera in negozio, vicino

alla vetrina. Era accanto ad un albero e guardava verso il suo appartamento.

Sara non fu colta più dallo spavento, anzi era irritata perché chiunque fosse si stava divertendo a

spaventarla. Prese una decisione a dir poco avventata: l’avrebbe affrontata.

Prese le chiavi di casa, s’infilò il cappotto e le scarpe. Chiuse la porta di casa e si avviò ai giardini.

Quando arrivò, però sembrava non esserci più nessuno. Faceva freddo. Il suo respiro si condensava

in nuvolette bianche.

“ Strano! Ero sicura d’averla vista! “ pensò Sara.

Se ne stava andando ridendo di se stessa, quando la rivide, ma più in là, vicino al sentiero che

portava al marciapiede. Aveva un lungo mantello nero con cappuccio, come la morte.

“ Sara sii razionale! La morte non esiste in carne ed ossa! “ si disse mentalmente.

Decise di avvicinarsi. Andava spedita, le mani dentro le tasche del cappotto e le scarpe che

risuonavano sui ciottoli del sentiero.

La figura non rimase ferma, si girò e si diresse verso la strada: se ne stava andando. Quella

camminata non le era nuova però.

“ Che fa scappa! “ pensò la ragazza.

“ Fermati! “ gridò, ma quella non si fermò.

“ Ho detto di fermarti! Abbi il coraggio di guardarmi in faccia! “ disse. Non sapeva da dove le erano

uscite quelle parole.

La figura incappucciata si fermò imitata da Sara. Si girò strusciando il mantello su un tappeto di

foglie. Fra loro due ci potevano essere 100 metri al massimo.

Piano, piano alzò le mani verso il cappuccio. La tensione era palpabile nell’aria. Il copricapo si

abbassò: due occhi azzurri la fissarono.

“ No, non è possibile! “ mormorò Sara, mentre gli occhi si riempivano di lacrime. Quello che aveva

di fronte era Edoardo, quelli erano i suoi occhi, era il suo volto quello. Non si poteva sbagliare.

Lui continuava a fissarla, ma la ragazza ci mise un po’ prima di incrociare il suo sguardo.

Quando finalmente riuscì a sorreggerlo, non ebbe più paura, era come se avesse ritrovato la metà

della sua anima. Il vuoto nel suo cuore si riempì.

Lui le tese la mano sorridendo, lei non esitò neanche un attimo, si avvicinò e la strinse. Era la sua

mano. Edoardo continuava a guardarla senza emettere una parola e lei non riusciva a staccare lo

sguardo dai suoi occhi dolci.

Si sentiva di nuovo a casa, perché lui era la sua casa!

“ E in luogo della vita regnò sulla terra la Morte “

Fine

1 di 1

Natale in casa Borganza – Racconto di Max Mao

babbo_natale_2

 

<< Oh, oh,oh,oh!!! Buon Natale a tutti! Rudolph non ti muovere da dove ti ho parcheggiato, torno subito>>

Sfatiamo subito un mito.                              Babbo Natale, a Borganza, non è mai arrivato. Questo, non perché, come è noto, Borganza non si trova sulle cartine geografiche e quindi il navigatore satellitare, che Babbo Natale sicuramente aveva già a quei tempi, non lo avesse nelle memorie (lo stava testando per il suo amico Tom (2v)). Solo, a Borganza, avevamo altri fornitori.

A portarci i doni, il venticinque dicembre, veniva un personaggio ben più famoso e simile a noi: Gesù Bambino.

Era lui che, magicamente, faceva visita alle nostre case a mezzanotte, mentre noi, nonostante i propositi di rimanere svegli ad aspettare che arrivasse per vedere com’era fatto ed, eventualmente, lamentarci per i regali dell’anno precedente, dormivamo il dolce sonno dell’attesa.

In ogni caso era praticamente impossibile che Babbo Natale venisse a portarci i doni: non ci passava dal tubo della stufa a kerosene. Per lui ci voleva il camino e nessuno di noi ce l’aveva.

Il Natale, però, non era solo il 25 dicembre, no, la procedura di avvicinamento all’atteso evento, cominciava un bel po’ prima.

Il primo, obbligatorio, atto era lo scrivere la famosa letterina al pargol divin, perchè sapesse esattamente cosa era assolutamente necessario per la nostra semplice esistenza.

Si scartavano, naturalmente, le ipotesi più assurde e fantasiose come il missile teleguidato per bombardare i nemici o lo skilift da installare sulla discesa di San Rocco, ma le richieste erano serie e ben motivate.

Ovviamente si chiedeva anche la salute per le persone più care e la fine delle guerre che, anche in quel tempo, funestavano il mondo. Poi, però, quel po’ di sano egoismo che fa pensare al nostro tornaconto personale, prendeva un certo sopravvento sul resto.

C’era bisogno di magia e, magicamente ecco che Gesù Bambino ci portava … (la suspence è d’obbligo) … la scatola di Silvan.

…e Sim sala bim … I trucchi da Mago Merlino che si trovavano all’interno non avrebbero tratto in inganno nemmeno un cieco al buio, ma il pubblico amico perdonava la poca maestria e la “prestidirigiribiritazione” alquanto impacciata e gli applausi scrosciavano.

La magia però c’era, era nell’aria, era nell’attesa, era negli sguardi al cielo per vedere se la cometa fosse ricomparsa ad indicare la strada da percorrere.

C’era magia nell’andare con papà a cercare l’albero da decorare. Si andava nel bosco più vicino e si sceglieva quello che faceva al caso nostro, sempre nel rispetto dell’ambiente. Si prendeva un pino piccolo che fosse in mezzo agli altri e che, guardando bene, avesse poche possibilità di crescere molto a causa della troppa vicinanza con gli altri pini. Era importante non deturpare il bosco, gli elfi se ne sarebbero risentiti.

Non volevamo farli arrabbiare nemmeno quando raccoglievamo il muschio per fare il presepio; ne lasciavamo sempre un po’ per loro, perchè lo potessero usare per imbottire e rendere morbidi i loro giacigli per l’inverno.

Tornavamo a casa dai boschi carichi e soddisfatti, ricalpestando le orme che avevamo lasciato nella neve all’andata, scrollando di tanto in tanto quella che ci cadeva in testa dalle fronde degli alberi e si infilava gelida e umida nel colletto del maglione a dolcevita (.. di lana) e, a casa, ci attendeva un bel tè caldo e l’immancabile, deliziosa, mitica neve con Ovomaltina.

Otto dicembre, data fatidica.

Prima non si poteva; non si poteva e basta, inutile insistere, fare fioretti, promesse, sbattere i ciglioni con gli occhi da Bambi. No! Si aspetta l’otto dicembre.

Quel giorno, però, prima o poi arrivava sempre e siccome era festa, si cominciava già al mattino a gironzolare intorno a mamma perchè tirasse fuori gli scatoloni dallo sgabuzzino.

L’albero che avevamo preso con papà era già dentro il bidone da pittura, pieno di terra, in sala, vicino alla finestra, in modo che si intravedesse anche da fuori.

Dagli scatoloni uscivano fuori meraviglie. Sopra tutto il resto c’erano quei lunghi fili dorati e argentati che tentavano di riprodurre i rami di pino.

Ci si avvolgeva, dentro i fili dorati, ma loro avevano la curiosa abitudine di perdere gli aghetti e di trasformarci in grottesche ballerine da avanspettacolo.

Sotto i fili dorati/argentati facevano la loro comparsa tutte le palline colorate dotate di gancetto a forma di punto interrogativo, nelle varie fogge e forme: c’erano quelle semi trasparenti con all’interno scene di vita pastorale tratte dai racconti biblici sulla natività; c’erano tutti i colori della tradizione: il rosso, l’oro, l’argento; c’erano quelle strane palline sparse in minuscoli pezzi sul pavimento dopo che le avevamo, maldestramente, fatte cadere. (Erano ovviamente esperimenti di fisica sulla caduta dei gravi, come grave era lo sguardo della mamma che ci fulminava).

Avevamo anche una “pallina” che non era proprio una pallina, era un nido d’uccello, di plastica, di colore azzurro cielo con dentro un uccellino rosso fuoco montato su una molla sul bordo e dentro tre testoline di pulcino con il beccuccio aperto ad aspettare il cibo dal genitore. Dando un colpetto all’uccellino rosso questo oscillava ritmicamente avanti e indietro dando l’impressione di portare il verme ai suoi cuccioli. Stavo lì ore a farlo dondolare e ad osservarlo ipnotizzato, ma soprattutto, mi chiedevo chi diavolo fosse “l’artista” che si era inventato una natura con quei colori demenziali. Dove diamine si era mai visto un nido azzurro ed un uccello completamente rosso.

Subito sotto, nello scatolone, delicate come cristalli di Boemia, si trovavano le luci. Le fantasmagoriche luci intermittenti che rendevano ipnotico l’albero di Natale con la loro forma a pigna dagli improbabili colori sgargianti come non sarebbero mai state in natura e le campanelle di vetro ricoperte di fili argentati.

Le tiravamo fuori dalla scatola come avremmo fatto con le fragili reliquie di un santo dalla cripta e le passavamo all’architetto di tutta la costruzione alberizia: la mamma. A lei e solo a lei spettava il compito di disporle nell’ordine perfetto sui rami; sapeva perfettamente che se l’avessimo fatto noi, non avremmo avuto luce quel Natale.

L’intermittenza non creava esattamente effetti stroboscopici o sequenze irresistibili, era un accendo una e spengo l’altra con il consueto ritmo bucolico che caratterizzava le nostre giornate. L’effetto speciale lo dava la televisione che, quando era accesa in contemporanea con l’albero, gracchiava e distorceva l’immagine a tempo con le lucine.

Scalpitavo, saltellavo intorno a mia madre, insistente come una mosca quando cominciano i primi freddi, perchè mi lasciasse mettere una pallina, una lucina, un festoncino dorato… niente. Non c’era verso, la padrona dell’addobbo sapeva perfettamente che, anche la più piccola operazione fatta dalle mie maldestre manine, avrebbe causato irreparabili disastri

Ovviamente il non plus ultra della preparazione era la solenne posa in opera del puntale. Color blu notte, tutto tempestato di brillantini che formavano stelline e magiche lunette, dava all’albero quel quarto di nobiltà che sarebbe mancato alla punta nuda, ma, anche lì, il massimo che mi era concesso era… guardare.

Quello che le mie paffute manine erano autorizzate a fare era: portare i ciocchi di legno.

«Aspetta, avevi detto che non c’era il camino, allora cosa ne facevi dei ciocchi di legno, un falò in sala?».

Sembra impossibile che, nella vita, ci sia sempre qualcuno che deve puntualizzare…

I ciocchi di legno servivano per fare la montagna.

Mmmm… frase oscura… Va beh rompiamo la suspence: dopo aver sistemato accuratamente l’albero, le nostre forze erano impiegate totalmente a costruire il presepio e, per farlo, partivamo invariabilmente dalla montagna che si ergeva alla base utilizzando il bidone della pittura ed i ciocchi di legno.

Ricoprivamo il tutto con la carta marrone e con un bel po’ di muschio e l’effetto era notevole. Non ci siamo mai preoccupati di scoprire se a Betlemme ci fosse una qualsiasi altura a coronare la scena della natività, intorno a noi c’erano e, se c’erano a Borganza, c’erano per forza dappertutto.

La montagna andava obbligatoriamente fatta, anche perchè era l’ambiente naturale della statuetta del pastore che, con il cane a fianco, teneva una mano sopra gli occhi per schermare la luce (probabilmente quella delle luminarie intermittenti) e guardare lontano.

Il suo sguardo vagava all’orizzonte e mi dava l’impressione di sapere che stava per succedere qualcosa e che stesse di vedetta per avvisare le altre statuine quando ci fosse qualcosa in vista. Un antenato della piccola vedetta lombarda.

Ai suoi piedi, tra greggi di pecore e capre controllate da mansueti cani pastore (si chiamavano tutti Tim), si stendeva la pianura; costellata di laghetti fatti con pezzi di specchio, dove nuotavano cigni e paperelle (anche loro con improbabili colori sgargianti) e sguazzavano pesci che un pescatore dotato di cannino tentava di catturare (vi sembra possibile? Senza verme… dilettante).

Tra il muschio occhieggiavano personaggi che svolgevano le più antiche attività artigianali; c’erano arrotini, panettieri, donne che filavano, che portavano cesti di uova, mastelli d’acqua, frutta e verdura. Un via vai operoso ed impegnato di gente che sembrava fare a gara per portare i doni a Colui che stava per giungere.

Tutti meno uno.

Quello era un tipo veramente strano: se ne stava lì, sdraiato con la testa appoggiata mollemente alla mano e guardava l’andirivieni delle altre statuine con distaccata indifferenza.

Ma pensa che tipo. Sta per succedere una cosa che nemmeno in un milione di anni e lui non fa una piega. Beh, in effetti era ancora presto. L’otto dicembre è diciassette giorni prima di Natale e c’è tempo per darsi da fare e preparare il dono, poi chi può saperlo, magari lui il dono ce l’aveva bell’e pronto perchè aveva già cominciato quando noi avevamo scritto la letterina; insomma un tipo previdente.

Lasciamolo al suo relax e andiamo a scoprire il resto. Un po’ più in là sorgono delle costruzioni: ci sono casette piccole e modeste con micro giardini e galline che razzolano; c’è il mulino ad acqua, l’oasi con le palme ed i cammelli al pascolo; ma al centro, meraviglia di tutte le meraviglie, la capanna.

Grande e modesta come solo la dimora del salvatore del mondo può essere, perchè la grandezza deve essere nel cuore e non nell’involucro che lo avvolge, era già pronta ed addobbata per il magico arrivo. Sul tetto una cometa sfavillante di lustrini faceva presagire l’arrivo di nobili visitatori da lontani misteriosi paesi.

Dentro tutto era in ordine, il riscaldamento a fiato del bue e dell’asinello stava già funzionando e papà e mamma erano inginocchiati accanto alla culla ancora vuota nella dolce attesa che ogni genitore vive negli ultimi giorni prima dell’arrivo di un figlio. Sia esso divino oppure no.

Sul parquet della sala tutto era pronto per ricevere i regali. Diciassette giorni di spasmodica attesa, con il dubbio atroce che la lettera non fosse giunta a destinazione, che papà si fosse dimenticato di impostarla all’ufficio su in piazza, che gli aiutanti di Gesù Bambino non avessero prodotto abbastanza pezzi del giocattolo richiesto e che noi, ovviamente, fossimo i primi esclusi dalla consegna; non parliamo poi della nefasta eventualità in cui avesse cambiato indirizzo e non stesse più in Via delle Stelle – Paradiso.

Poi, cinque o sei giorni prima di Natale arrivava qualcosa che avrebbe dovuto farmi capire che forse c’era qualcosa di strano, ma forse, non avevo nessuna intenzione di capirlo, quindi “nessuna domanda, nessuna bugia”: l’ultimo mercoledì prima del 25 arrivava il “Gesù Bambino” della Provincia, dove papà lavorava.

Sembra che il portatore di doni passasse prima da lì; il motivo era meglio tralasciarlo e quindi, in anticipo rispetto a chiunque altro, ecco la mia pista delle macchinine, sempre la stessa, sempre a forma di O con le stesse due vetturette, una rossa e una argentata, che avrebbero ipnoticamente girato in tondo ai miei comandi.

Per mio fratello il regalo invece era molto sovente un trenino elettrico. Lui li adorava, metteva i binari in fila e li incrementava di anno in anno curando gli scambi, i passaggi a livello automatici che si abbassavano quando passava il treno e si rialzavano da soli subito dopo, sino a che, un giorno, un elfo dispettoso e malignetto, fece fare una leggera deviazione al percorso della mini ferrovia.

Per mere esigenze di sperimentazione scientifica, l’elfo fece passare il trenino sulla stufa, accesa, ed il trenino passò dalla forma solida a quella liquefatta in men che non si dica.

Inutile dire che la reazione non fu tranquilla ed intrisa di quella carità cristiana che porta a porgere l’altra guancia (non c’era un altro trenino da liquefare), ma devo dire che non ci fu neanche l’occhio per occhio e dente per dente che l’elfo avrebbe meritato, con la trasformazione della pista delle macchinine in un plastico del deserto dei Gobi…

Intanto l’attesa continuava, tra una discesa da San Rocco ed un allenamento sugli sci da fondo, passavano i giorni; giorni di prove intense per la cerimonia in chiesa dove schiere di chierichetti mettevano a punto il solenne cerimoniale e i coristi facevano di tutto (invano) per arrivare alla tonalità impossibile di « Miiiiite agnello, Redentoooor» alla quale neanche Pavarotti sarebbe arrivato.

Il tempo trascorreva in un bagno di melassa e ogni minuto che mancava alla fatidica mezzanotte sembrava eterno, ma inevitabilmente il momento arrivava.

Mattina presto, fuori ancora buio, ma gli occhi, che in una normale mattina di vacanza sarebbero rimasti incollati ad inseguire sogni fatti di zucchero filato, quella mattina lì, si spalancavano vispi e attenti.

Passi felpati raggiungevano la sala; fiato sospeso e palpitazioni esagerate, ma non bisognava avere paura perché Gesù Bambino non dimenticava nessuno. C’era sempre ogni ben di Dio (poteva essere diversamente?), cose utili come maglioni e calze, di lana, ma anche quei giocattoli meravigliosi che avevamo sognato per tutto l’anno e che, come da nostra richiesta scritta, erano stati recapitati.

Spacchettarli con calma isterica era la mia specialità. Distruggevo in pochi secondi la carta colorata che li avvolgeva vanificando il paziente lavoro degli aiutanti di Gesù Bambino, ma l’attesa era stata troppa e non si poteva indugiare oltre.

Così, con addosso tutti i maglioni nuovi e anche le calze ed i berretti con il pon-pon, perché bisognava provarli che, se non andavano bene si potevano riportare indietro (a chi?), provavamo a raffica tutti i giocattoli, attrezzi sportivi e strumenti musicali, anche questi tutti in contemporanea.

Così mi trovai a suonare la batteria giocattolo con la racchetta da tennis e gli scarponi da sci ai piedi…. un virtuoso!

Intanto arrivavano i parenti per il pranzo di Natale; da noi non era uso fare la cena della Vigilia, si faceva il pranzo del 25 e, siccome “Natale con i tuoi”, arrivavano parenti, amici e semplici conoscenti, ma rigorosamente “nostri”.

Ognuno di loro portava un regalo che Gesù Bambino aveva lasciato da loro per noi.

Ora mi chiedo: ma non poteva Colui che tutto sa portare tutto quanto a noi direttamente senza lasciare pezzi di qua e di là per il mondo che poi era difficile recuperarli tutti ed alcuni regali arrivavano addirittura a marzo dopo il compleanno?

Non c’era tempo per considerazioni teologico/pratiche; un evento incombeva: il pranzo.          Era un inno alla convivialità ed al colesterolo in eccesso; richiedeva giorni di preparazione e di patemi d’animo da parte di mamma che era preoccupatissima che tutto fosse fatto a puntino e che gli ospiti si congedassero soddisfatti e rimpinzati.

Innanzitutto gli antipasti non potevano essere meno di dieci, se no magari si arrivava ai primi con un po’ di appetito.

Erano antipasti creati direttamente sul posto: giardiniera fatta con le verdure dell’orto ed amorevolmente messa nei vasetti, pronta per l’inverno al quale dava ancora un po’ di sapore dell’estate appena trascorsa. C’era l’insalata russa ricoperta di   maionese fatta a mano dalla mamma che, tra l’altro, mi coinvolgeva nel versamento dell’olio goccia a goccia mentre lei con assoluta maestria la faceva montare (si dirà così?) senza farla impazzire, se no era una tragedia. Richiedeva concentrazione, calma e serenità zen, perché l’uovo lo sente se sei agitato e per punirti diventa una specie di zabaione.

Poi vitello tonnato, prosciutto in gelatina, acciughe al verde ed i stra-appetitosi funghi sott’olio: porcini che la mamma, magicamente faceva nascere dietro ai miei piedi mentre li andavamo a cercare e cicalotti (non credo sia il loro nome scientifico) che nascevano sotto i pini e per i quali bisognava fare molta attenzione perché ce n’era un tipo un tantino velenoso che differiva da quelli buoni solo per il fatto che non si sbucciava il cappello: roba da esperti.                 E allora, vai con i primi. Nella zuppiera del servizio buono facevano la loro comparsa “le raviole” (da noi sono femmina) con il sugo di arrosto.

Queste avevano visto una preparazione lunga ed accurata: la pasta tirata a mano con il mattarello, il passaggio nella macchina “targata Imperia” per il quale era indispensabile il mio apporto in qualità di giratore di manovella, l’appoggio della pasta sul “raviulau” (strano vassoietto con comparti a forma di raviolo rovesciato) ed il ripieno che, per sicurezza, assaggiavo più volte nella terrina beccandomi le cucchiaiate (di legno) dalla mamma ed infine il taglio con la rotellina zigrinata che lasciava il bordo del raviolo artisticamente frastagliato.

Tutte queste azioni fatte con destrezza e velocità estreme dalle mani esperte che poi minacciavano la mia incolumità perché osavo assaggiare “le raviole” crude mentre erano distese sotto il canovaccio a riposare.

Oltre al sugo che condiva “le raviole”, dell’arrosto, c’era anche l’arrosto stesso; stava sulla stufa per ore a sobbollire rilasciando in giro per la cucina il suo profumo speziato ed appetitoso, ma aveva un difetto: lo spago.

Che bisogno c’era di legare la carne in quel modo, avevano forse paura che potesse scappare dalla pentola? Era una tortura districare i bocconi da quei legacci che il coltello (sempre quello del servizio buono) non tagliava in nessun modo e che si infilava tra i denti costringendo i commensali a ricorrere ad un attrezzo che fa inorridire i cultori del galateo: lo stuzzicadenti.

Il tutto era innaffiato dal vino nuovo della cantina di papà. Non era il cosiddetto “vinotto” ottenuto dalla torchiatura del mosto e che faceva (a detta del genitore cantiniere) “un grado più dell’acqua”; era il vino nuovo, quello che sarebbe durato, salvo esaurimento scorte, sino alla prossima vendemmia, ma a me non era consentita la degustazione; al massimo potevo farne cadere due gocce nel bicchiere e bere l’acqua macchiata.

Mentre i commensali rilassavano le mandibole ed impestavano l’atmosfera con il fumo delle sigarette, ecco l’agognato, immancabile dolce di Natale: il panettone, classico, con le uvette e i canditi con il quale, volendo, si stappava una bottiglia di moscato del quale era consentito l’assaggio anche ai cuccioli di casa.

Il Natale era La Festa; non c’era altra occasione in tutto l’anno dove l’atmosfera fosse così dolce ed immersa nell’attesa di qualcosa che eravamo certi che ci avrebbe fatto stare bene. Qualcosa che prescindeva dal valore dei regali o dal soddisfacimento delle nostre richieste a Gesù Bambino. C’era magia, quella bianca, quella buona che ti riconcilia con il mondo e che fa sì che:

Filippo, non mi interessa affatto se tuo fratello ti ha rivelato che Gesù Bambino non esiste e tu ti sei sentito in dovere di dirmelo e di tentare di rovinarmi l’attesa, tanto io, a Gesù Bambino che mi porta i doni e passa attraverso il tubo della stufa a Kerosene per metterli accanto all’albero, ci credo ancora.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“I Libri di Thot” brano tratto da “DJOSER” di Maria PACE

 

hermes-thot

“Tu sei Djoser, figlio di Pthahotep, architetto di Ptha, perseguitato dai preti di Ra ed esiliato a Sais da Sua Maestà…”

“…  e tu sei UnasKa. – lo interruppe il ragazzo, che finalmente aveva capito a chi apparteneva il Ka di colui che gli stava di fronte – Sei Unaska, seguace di Ptha, sacerdote di Thot e allievo prediletto di Djeda, Grande-di-magia.”

Sono proprio io! E’ proprio l’inquieto Ka di UnasKa che ti sta di fronte.” sospirò l’altro scoprendosi il capo.

Assomigliava a qualcuno, pensò il ragazzo.

Il volto era ieratico e mistico, ma i tratti erno energici e l’espressione ostinata. Una massa scura di capelli incolti gli nascondeva mezza faccia, suscitando il suo stupore: una delle regole dei sacerdoti, e UnasKa lo era sia di Thot che di Ptha, era di portare la testa rasata. In mano aveva una torcia spenta e alcune pergamene arrotolate che trattava con estrema cura.

“Mio padre mi ha parlato di te, signore.- il tono del ragazzo si fece profondamente rispettoso – Anche il principe Thaose mi ha parlato di te… Il guizzo del tuo mantello che scompariva dietro l’angolo di un corridoio dei sotterranei del Tempio, inseguito dai preti di Ra, lo perseguita ancora.”

“Kabaef in persona guidava quel gruppo di fanatici sguinzagliati alle calcagne di Unaska come cani rabbiosi.”

“Una preda che riuscì a sfuggirgli, se ancor oggi Kabaef è sulle sue tracce… Per disgrazia dell’umanità, quella carogna per avvoltoi, come lo chiama il mio amico Osorkon,  è riuscito con la sua potente magia a forzare i Chiavistelli di Geb ed ora sta tentando di attraversare i Piloni di Shu. Io stesso l’ho visto sprofondare in una voragine e poi l’ho messo in fuga con la mia verga di rame…Ma dov’è? Dov’è la mia verga? Oh, l’ho lasciata dall’altra parte.” sospirò.

“Non basta una verga di rame per contrastare quel concentrato di malignità che, per raggiungere i suoi obiettivi è disposto a subire qualunque tortura.” riprese cupo il prete di Thot, mentre un lampo gli attraversava lo sguardo.

Aveva occhi leggermente infossati e pupille scure cosparse di pagliuzze chiare e l’iride era serrata in un cerchietto dorato. E non era il colore degli occhi, l’unica, insolita caratteristica di quel  volto. La faccia di Unaska era come una pittura che minacciava di sbiadire: sopracciglia spruzzate di grigio, metallico ma spento il colore degli occhi, piccole rughe che affondavano ai lati di un naso caparbio e una mascella quadrata e imperiosa; un volto che sembrava tagliato a colpi d’ascia.

“Quell’anima dannata di Kabaef vuole mettere le mani sui Libridella-Sapienza e sull’Aptet che Thot affidò ai suoi Seguaci. – riprese Djoser – Mio padre diceva che furono nascosti in una cripta segreta, chiamata la Stanza-della-Memoria-di-Thot.”

“E’   così! –  la diffidenza di Unaska cominciava a mostrare i primi segni di cedimento – Thot scrisse le sue Memorie e le affidò  in custodia ai suoi Seguaci… Questo, però, accadeva quando il  Mondo era governato dagli Dei e l’armonia regnava nel Creato. – dalla pausa che aveva accompagnato le parole e dall’accento profondo con cui le aveva pronunciate, il ragazzo comprese che Unaska stava per fargli una rivelazione e si predispose a nuove emozioni. – Nei tempi dell’Armonia, uomini e Dei vivevano gli uni accanto agli altri sotto la guida del Neterwa, il Dio Uno e Supremo. Egli aveva lasciato il Nun per diventare il Sole che naviga nel seno di Nut, dando Vita e Luce all’Universo. Furono creati fiumi e mari, monti e colline; le acque furono riempite di pesci, le montagne vennero coperte di alberi e nelle rocce furono inseriti i Minerali, che sono creature di Geb. Gli Dei amavano gli uomini, Figli dello stesso Padre: i primi, nati dal suo Divino Sudore e noi uomini, dalle lacrime del suo Occhio Sacro. Gli Dei amavano gli uomini! – ripetè con accento grave – Insegnarono molte cose ai nostri Antenati… soprattutto Thot, Signore della Conoscenza Nascosta del Cosmo e delle Cose in essere e di quelle da venire…”

“I Libri della Rivelazione dei Misteri di Tutte-le-Cose?” proruppe Djoser; l’altro annuì.

“Thot li scrisse di suo pugno e li lasciò sulla Terra prima di seguire il Supremo, quando l’abbandonò con tutta la Divina Compagnia… Tu sai che, nauseato dal comportamento degli uomini, AtumRa decise di ritirarsi nel Mondo-di-Sotto e di lasciare il governo dell’Universo agli Esseri-di-Luce.”

Djoser ascoltava in silenzio, ma con una domanda sulle labbra che, per rispetto degli Dei, non osava formulare;

“So che cosa vuoi chiedermi. – sorrise Unaska – Come può, il Sapiente Thot, aver pensato di rivelare agli uomini i Segreti di Nut e Geb. No… Non lo fece. Thot li affidò alle Anime-di-Luce degli Antenati, che li tramandarono ai loro discendenti, i Seguaci-di-Horo, attraverso la Sep, che è l’insegnamento della Virtù e della Conoscenza.”

“I Libri della Sapienza… “

“Thot volle che fossero sigillati in uno scrigno d’argento e custoditi in una cripta segreta del Tempio, a Khenmu. Solo i sacerdoti di massimo grado potevano avvicinarsi a quello scrigno, a causa della pericolosità del suo contenuto. Ben presto, però, la cupidigia umana ebbe il sopravvento sulla prudenza… il Tempio fu profanato e molti di quei Sacri Rotoli andarono dispersi. Soltanto l’ultimo sacerdote-sem, Djeda, discendente dei Seguaci-di-Horo, conosceva quel luogo… Io ho avuto l’onore di essere suo discepolo e leggo nella tua mente la domanda che ti stai ponendo.”

“Riesci a leggere dentro la mia mente?” domandò il ragazzo.

“No, Djoser, figlio di Pthahotep: sei tu che leggi nella mia.”

“Non capisco:”

“Davvero non capisci? Non hai attirato qui il mio Ka per chiedergli qualcosa?… Non sei alla ricerca di indizi che conducano a quella cripta segreta?”

“Gli indizi… ma certo! – proruppe Djoser battendosi una mano sulla fronte: cominciava a capire –  Non è facile, però.”

“Non doveva esserlo a quel tempo e non lo è oggi! – sentenziò lo spettro di Unaska – I preti di Ra hanno inseguito quei Libri fin dai tempi della lotta fra i Seguaci-di-Horo e i Seguaci-di-Seth, giungendo a violare la cripta in cui erano custoditi. Kabaef, il più tenace fra tutti, ne ha fatto la sua missione di vita anche dopo la morte… Per questo non posso rispondere alla tua domanda. Tu, però, non arrenderti. Cerca. Cerca ancora. La risposta è davanti ai tuoi occhi. La risposta sta nelle origini di ogni cosa… Nelle origini di ogni cosa. Comprendi? E adesso prosegui lungo il tuo percorso e lascia che il mio Ka torni al suo djet.”

Con queste misteriose parole, il fantasma di Unaska si dissolse in una nebbiolina dai contorni sfumati ed andò ad unirsi ai vapori che salivano dal basso.

/

Recensione di Maria Pace al libro “VITE DI MADRI” di Emma Fenu

 

copj170.asp

Mi sono avvicinata a questo libro in punta di piedi… sapevo che doveva essere un bel libro. Lo sapevo perché conosco la penna di Emma Fenu nelle sue Recensioni. Penna da manuale. E lo sapevo anche dalle tante recensioni già rilasciate al libro. Tutte intense. Tutte favorevoli. Poi ho letto il libro e ne ho provato grande emozione ed ho temuto che la mia sarebbe stata solo un’altra, fra le tante recensioni favorevoli, ma più qualificate della mia.

Io sono una scrittrice e non una recensionista   e la lettura di questo libro è stata fatta con l’ottica dello scrittore e non del recensore.

Mi sono chiesta, però, che cosa significhi recensione e ne ho dedotto che, se recensione significa esaminare un’opera e riflettere su di essa, questo libro… “Vite di madri”, si possa definire esso stesso una Recensione alla Vita ed alla Maternità, poiché proprio questo ne è l’obiettivo: spingere a riflettere sul significato della maternità.

E qual è il significato di maternità per una donna? Il desiderio, la gioia, l’attesa, il timore?

Esiste da sempre il desiderio di ringraziare le mamme per ciò che rappresentano.

Diceva W. R. Fallace:

“La mano che fa dondolare la culla è la mano che regge il mondo.”

Ci sono, però, molti modi per intendere la maternità e il desiderio di essere madre; il più significativo, forse, è quello espresso da Tagore:

“Un figlio è un desiderio in fondo al cuore.”

Ma non sempre è così: la maternità può essere agognata, sognata, voluta, attesa, procurata, ma anche violenta e violentata, contrastata, sopraffatta, isterica e negata, sofferta: Emma Fenu “recensisce” la Maternità in tutte queste declinazioni.

Lo dice lei stessa a chiare lettere:

“… in questo libro ho voluto adottare un approccio narrativo lasciando al lettore la scelta di compiere o meno successivi approfondimenti,,,”

E continua:

“Vi aspettano, dunque, brevi storie da leggere tutte d’un fiato”

Ma spiega subito che non si tratta di storie “comuni”, bensì:

“… convulse fami d’aria come quelle che seguono all’imposizione di una mano vigorosa premuta su una bocca alla quale viene negato un urlo.”

E subito dopo precisa:

“Ogni storia è intensa, a tratti cruda e crudele, ma contempla una resurrezione catartica, una volta spostata la pietra che chiudeva il sepolcro del silenzio…”

Ma poi avverte:

“Non vi sarà chiesto solo di leggere… Dovrete sporgervi per guardare nel baratro… Non vi troverete dettagli morbosi… Vi troverete occhi di donne. Sono gli occhi di nonne e madri.”

E ci offre il ritratto di donne mortificate nella femminilità da abusi o da malattie, di madri irrisolte, di figlie ormai adulte.

E cita Shakespeare:

“Per tutte le violenze consumate su di lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per la bocca che le avete tappato, per le ali che le avete tagliato, per tutto questo: in piedi, Signori, davanti ad una Donna”

Un libro forte e crudo, privo di qualunque dolcezza o romanticheria.

Le storie raccontate sono dodici, fra le tante pervenute, dice l’autrice. Dodici storie cui è stato dato un numero oltre che un titolo… Storie come la numero due: “ Racconto di due città”.. oppure “Il paese del vento” e tutti le altre.

“Vite di Madri”

Amore, sofferenza, violenza, dolore ed ogni altro aspetto legato alla maternità, ma è l’aspetto emotivo ad emergere con prepotenza. Lo specifica la stessa autrice alla fine del libro:

“… un’analisi dettagliata del linguaggio utilizzato mostra – dice – come la maternità venga considerata ad esempio come la realizzazione di un sogno oppure il momento più importante della vita di una donna e ancora sono emozioni che non si possono esprimere a parole – l’attesa viene affrontata come: l’esperienza più bella della mia vita oppure siamo felicissimi – o la gestione de lavoro e maternità: accetto lavori che non comportano lunghi impegni …”

Interessante, però, è riportare il parere della stessa autrice che, proprio chiudendo questa interessantissima opera, chiaramente dichiara:

“…il quadro che ne viene fuori è quello di una vita estremamente generosa dove la maternità è solo uno dei tanti desideri da esaudire, dove gli aspetti oscuri e difficili di questo percorso sono per lo più assenti, relegati al mondo di cui fanno parte le donne che sono “al di qua” delle copertine patinate.