“Sepolta viva” da “LA DECIMA LEGIONE” di Maria PACE

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Le tenebre avevano quasi avvolto ogni cosa, complici di delitti e malefatte, quando la biga raggiunse la sua destinazione; l’Agger Sceleratus, sul Quirinale, fuori le mura.

Le mani legate dietro la schiena, Ottavia fu aiutata a scendere dalla biga; la vestale mormorava qualcosa a fil di voce: una preghiera, forse. Nel silenzio che era intorno a loro si udiva solo il cigolio delle ruote e il rumore degli zoccoli, ma di tanto in tanto il vento trasportava l’eco di rumori lontani, silenzi e nuovamente rumori.

 

La tomba che doveva accogliere la giovane condannata era un piccolo ambiente scavato nel terreno in quel sito che prese il nome proprio dalle esecuzioni che vi si eseguivano. La luce tremolante delle due fiaccole, che un soldato reggeva in entrambe le mani, dipingeva fantasie all’orizzonte; sui volti dei pretoriani e dei due schiavi con asce e martelli, l’espressione era pietosa e afflitta.

Sotto lo sguardo chino della vestale, i due schiavi cominciarono a scavare davanti alla piccola apertura di una bassa costruzione seminterrata nel suolo, che emergeva dal terreno per un’altezza di non oltre mezzo metro. Una spinta vigorosa con la punta della caliga chiodata e stringata e la porticina si aprì, rivelando un breve passaggio che si perdeva all’interno.

Domina.. – disse semplicemente l’ufficiale in tono di profondo cordoglio. Ottavia avanzò di due o tre passi e si fermò ai piedi della piccola apertura: l’anticamera dell’Averno. – Ho fatto ripulire l’interno.” continuò l’ufficiale liberandole le mani dalle corde.

Non giovane, il volto dispiaciuto per l’ingrato ufficio, Ottavia pensò con sollievo che almeno le veniva risparmiato l’orrore della vista dei resti dell’infelice che l’aveva preceduta.

“Mia moglie ha cambiato la paglia del saccone. – continuò la voce dell’ufficiale – ed ha lavato la stoffa.”

La vestale rispose con un mesto sorriso che dovette toccare il cuore di quell’uomo rotto a tutto, più di qualunque lamento.

“Lo so che questo non può consolarti, domina.” disse, ma Ottavia:

“Mi consola, invece, centurione. Mi consola la tua pietà, quella di tua moglie e quella di tutti voi.” aggiunse guardando i volti afflitti degli altri due.

“Sono davvero spiacente, domina. Attenta… attenta alla testa!…”

Ottavia piegò la testa e si tese verso il minuscolo orrido. Entrò, girandosi di spalle e scese per tre gradini verso l’interno.

“Prendi!…” ancora la voce del centurione che tendeva un bricco pieno d’acqua e una forma rotonda di pane. Ottavia prese acqua e pane e li posò sul secondo gradino, poi prese anche la lucerna che un soldato aveva acceso alla fiamma del tripode che ardeva al fianco della Porta Collatina e la tirò all’interno.

Prima di voltarsi, l’infelice ragazza sfiorò con lo sguardo tutto quanto poteva afferrare in un ultimo abbraccio, poi senza una parola scomparve nel seno oscuro della terra; un cane in lontananza, ululava alla luna comparsa nel cielo scuro: sanguigna, quasi che Diana si fosse dilettata a pennellarla di sangue.

Ottavia scese ancora altri gradini; sette ne contò: dieci in totale, prima che i piedi toccassero la terra nuda. Qui si fermò. Per un istante rimase immobile. Come inebetita, inghiottita dal silenzio profondo e sepolcrale. Non avvertì nemmeno il rumore della porticina che si richiudeva sopra la sua testa, nè il chiavistello che scorreva cigolando; perfino i colpi di martello che inchiodavano assi dietro la piccola porta e che la isolavano dal resto del mondo, le giungevano come da remota lontananza.

Pian piano tutto tacque. Allora tese l’orecchio per sorprendere un rumore qualsiasi, un bisbiglio, un movimento. Niente! Pareva che il silenzio più totale avesse inghiottito quell’antro, scaraventandolo

nel più profondo degli abissi.

Sollevò la lucerna con gesto meccanico e la fiamma le bruciò gli occhi facendoli lacrimare. Il buio era così fitto d’accecarla.

Dovette far passare lunghi attimi prima che la fioca luce della lucerna le permettesse di scorgere attraverso le tenebre, pareti nude e annerite, nicchie vuote e un paio di torce spente appese al muro.

Febbrilmente frugò dietro la fronte alla ricerca di un pensiero, una invocazione, una parola a cui appigliarsi e con cui rompere l’infinita solitudine che pareva averle afferrato anche i pensieri:

la mente pareva completamente svuotata.

La fiaccola le tremò tra le mani; la fiamma parve sul punto di spegnersi, ma tornò subito a ravvivarsi e rivelò l’esistenza di un pagliericcio. Fu proprio quella vista a riportarla alla realtà.

L’assalì l’angoscia più profonda; il terrore più cupo le penetrò dentro come una lama rovente. Partì dallo stomaco e salì verso il cuore, che parve cessare di battere. Raggiunse il cervello. Barcollando, cercò un appiglio, ma non lo trovò, allora posò la lampada su una nicchia e di nuovo la luce minacciò di spegnersi.

Quando la penombra tornò a rischiarare la tenebra si chinò, si tolse i sandali, che appoggiò accanto alla lampada, poi il mantello, che posò per terra e si sdraiò sul pagliericcio e cominciò a pregare

“Madre Divina, concedi alla tua serva fedele una breve agonia… Ascolta la sua voce, ti prego… Vieni a spegnere questa vita prima che la fiamma di questo lume sia consumata.. – un sussulto nella pietra sotto di lei spezzò la preghiera – La terra trema…la Signora delle Fiamme ha ascoltato le mie preghiere…”

Seguì una seconda scossa.

La ciotola d’acqua sopra i gradini tremò; s’inclinò da una parte poi dall’altra, ma l’acqua non versò; così per due o tre volte. I sandali caddero a terra e la lampada oscillò. Cadde anch’essa.

La ragazza balzò in piedi e tentò di afferrarla prima che toccasse terra, riuscendo però solamente a bruciarsi l’indice e il pollice della mano destra. Una piccola crepa si stava aprendo sotto i piedi; la seguì con sguardo atterrito e speranzoso insieme mentre attraversava il pavimento da una parte all’altra.

La crepa si richiuse e tornò il silenzio: un silenzio il cui unico segno di vita era il battito furioso del suo cuore. Aveva la sensazione che non solo là sotto, ma anche fuori il silenzio fosse totale, assoluto e senza voce e che lei fosse l’unico essere vivente al mondo.

Allungò le mani per prendere la ciotola; l’accostò alle labbra. Solo poche gocce: quell’acqua doveva misurare la durata della sua vita.

Un nuovo rumore la fece nuovamente sobbalzare.

Domina! Domina!… Ottavia!” qualcuno la chiamava.

Forse lo spirito dell’infelice che l’aveva preceduta?

Di colpo la tomba si scoperchiò e il cielo di Roma, stellato e buio, le riempì gli occhi già rassegnati alla morte.

Domina! – si sentì ancora chiamare – Nobile Ottavia.”

“Chi mi chiama?” domandò.

Domina! – per la terza volta, poi qualcuno si affacciò all’imbocco dell’orrido – Sono un amico.” disse, sporgendo una mano verso di lei. Ottavia si aggrappò a quella mano come annaspando nell’acqua e riemerse dalla tomba frastornata e tremante.

“Chi sei?” domandò ancora.

“Presto!- un’altra voce alle spalle del suo salvatore – Perdona, signora. La Fortuna ci ha già concesso i suoi favori questa notte. Non approfittiamo della sua benevolenza: andiamo via di qua.”

“Chi siete?”

“Il mio nome è Fabio Cimbro, domina.- disse il giovane inchinandosi – Centurione primi pili della X Legione e lui…”

“Quintilius, signora. Io sono Quintilius, Signore dei Fornici del Circo. – anche il compagno si sprofondò in un inchino ossequioso. – Muoviamoci, per i Santi Summanus e Laverna, protettori di onesti ladri e banditi coscienziosi, prima che qualcuno ci cacci là dentro – indicò la cripta scoperchiata – tutti e tre!”

(continua)

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rivolgersi direttamente a  mariapace2010@gmail.com

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