“Pausa pranzo al cantiere della Piramide di Kefren” di Maria Pace

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L’arrivo sempre gradito del nano Seneb, addetto alla distribuzione del cibo, e dei suoi uomini, non impedì al vecchio Isesi di insistere nelle sue argomentazioni.

“Questa non è la solita uscita delle acque che sommerge i campi.” insisteva il vecchio.

“E’   della piena del Nilo che state parlando? – il nano si fermò

accanto ad Isesi e salutò – Gli Dei ti siano propizi, saggio Isesi. – il vecchio gli fece un rispettoso inchino e l’altro continuò – Gli Dei della Valle e del Delta siano anche con te, valente Sahura. Buona giornata a te ed ai tuoi uomini.”

“Buona giornata anche a te, piccolo grande amico. – gli rispose

Sahure – A te il benvenuto ed a quello che porti nelle ceste. Un po’ più di birra, io spero e un po’ meno acqua.A,ah.ah… A quella ci pensa già abbondantemente Knhum.”

“In verità, non nascondo di avere qualche timore. – Seneb assunse un’espressione preoccupata – Ricordo questo fiume in piena come uno spettacolo giocondo. Da ragazzo aspettavo che le nuove acque salissero piano a ricoprire banchi ed isolotti e che gli uccelli tornassero a nidificare tra le canne per poterli catturare. Oh!… Arrivavano qui a migliaia. Tanti da coprire il cielo. Il mio bastone e quello dei miei amici erano sempre attivi. E quando le canne erano sommerse dalle acque, gli uccelli volavano in   cerca di altre canne. E noi dietro, ah,ah,ah!… con i nostri bastoni.”

“Sicuro! – assentiva Isesi – Lo abbiamo fatto tutti da ragazzi…”

“Lo faccio anch’io. – interloquì il piccolo Mosè – Quando non ci sono anatre, mi siedo sugli argini a osservare i pesci e i mulinelli dei vortici.”

“E allora? – il giovane Sahura, che stava tracannando da un boccale di birra che il nano gli aveva dato, si pulì la bocca sul dorso della mano e rese il boccale vuoto – Ad una stagione segue sempre un’altra; alla Piena segue sempre la Germinazione. Sono stato ragazzo anch’io e anch’io mi sono divertito ad ogni cambio di stagione. – si interruppe, con una sorriso che gli corrugò la fronte. Un piccolo solco glielo attraversava da una parte all’altra, irregolare, come poteva essere l’increspatura d’espressione di un volto giovanile – Ricordo un anno, poco più che bambino, in cui la stagione fu talmente secca da ardere… Il povero Geb aveva la pelle più rugosa della scorza di un albero rinsecchito.”

Il vecchio Isesi fece l’atto di prendere la parola.

“Quello sì, che fu un evento da non scordare. Anche perchè, – lo prevenne Sahura in tono divertito – io ero un po’ troppo discolo a quell’età e mio padre per punire la mia mancanza di propensione alla lettura e all’apprendimento dei calcoli, ah,ah,ah… – rise, trascinandosi tutti nella risata – mi mandava a pulire i fossi con gli altri e la sera ero così stanco da finire per invocare Thot e i suoi papiri. Poi arrivava il Vento del Nord e con   esso la Piena e il fiume   cominciava   a muoversi, agitarsi, gonfiare e straripare, per poi ricominciare a dimagrire e tornare in secca.”

“Questa volta non è così! – Isesi riuscì a prendere la parola – Questa volta Khnum deve aver alzato entrambi i piedi, nel liberare le acque del Nilo.”

“I contadini dovranno attendere ancora prima di seminare.” sospirò il nano, mentre ordinava ai suoi di poggiare a terra le grosse ceste appese a robuste pertiche che reggevano in spalla; quelli posarono a terra le ceste e il nano sollevò il coperchio.

“Se le acque non si ritirano e non portano fango dalle rupi, i contadini non potranno seminare. La carestia si abbatterà sull’Egitto     e   il pane   scarseggerà..”   continuava a insistere caparbio il vecchio.

“Per adesso, vecchio, – lo interruppe bonario Sahura che, come gli altri seguiva ogni gesto del nano – saziati con questo pane. – lo invitò – Avvicinati e prendi la tua razione. Penseremo dopo alle calamità. Mai fasciarsi la testa prima che sia rotta!”

“Uuuhhh!…” seguì il verso incomprensibile del vecchio, poi tutti lasciarono il posto di lavoro per la sosta per il pranzo: zuppa di pesce, pane, birra e aglio, naturalmente, per tenere lontano gli spiriti delle malattie.

Djoser e il Ratto si allontanarono; Djoser con la sua ciotola di legno e il suo pezzo di pane. Si lasciarono attirare a riva dallo stormire del vento tra le canne e dal volo degli ibis sui papiri; il sole dava lucentezza alle acque del fiume e riempiva i loro occhi di chiarore. Il piccolo Mosè non nascondeva la contentezza di poter consumare il suo pasto in compagnia. Di solito lo faceva da solo o con qualche amico pennuto o a quattro zampe.

Cammina   e cammina, tornarono esattamente nel posto dove si erano incontrati la prima volta; il Ratto precedeva l’amico di un passo.

Djoser era felice quando camminava lungo la riva paludosa del Nilo arruffata di loti e papiri. Non c’era spettacolo al mondo più allegro e giocondo della piena del suo fiume. Ogni cosa lo commuoveva. Ogni cosa lo faceva sentire parte della Natura, insieme ai ragazzi a riva, alle mandrie al guado, agli isolotti rigogliosi.

Le acque erano gonfie; forse troppo, come diceva il vecchio Isesi, ma sfavillavano intensamente e il sole strappava riverberi e creava mille soli sulla superficie.

Non era solo quella a sfavillare, in verità. C’era il corteo del Faraone in visita ai cantieri, che stava attraccando: quattro barche tutte splendenti di ori e uno zatterone con la Guardia Reale di Sua Maestà.

Dalla loro postazione i due riuscivano a vedere assai poco poichè una gran folla si era già riversata a riva. S’imbatterono anche in un gruppo di ragazze assai giovani, eccitate più alla vista dei begli arcieri dalla lucida pelle nera, che dalla possibilità di vedere il Faraone. Danzavano e cantavano imitando le danzatrici che a bordo si esibivano restando prodigiosamente in piedi nonostante i movimenti della barca.

“Che cos’è quella robaccia che stai ingurgitando?” domandò il Ratto accennando al pranzo che l’amico aveva posato sull’erba.

“Robaccia? – replicò l’allievo di Ptha – Non è affatto   robaccia,

ma dell’ottima zuppa di pesce. Assaggia.”

“Uuuhhh!” grugnì il ragazzo, tendendo la piccola mano e frugando nella ciotola con tranquilla disinvoltura, lasciando, però, all’amico il pezzo più grosso.

“Puah!… – esclamò con una smorfia eloquente – Guarda qui!” aggiunse, mettendogli sotto il naso una cesta stracolma di frutta fresca, pane bianco e miele.

“Da dove viene tutto questo bene degli Dei?” domandò Djoser.

“E il dono di un solo Dio.” rispose Mosè in tono irriverente.

“Di quale Dio?”

“Ma del Faraone Khafra, si capisce, ah,ah,ah…” rise il piccolo, facendo cenno ai magazzini reali, fuori le mura del Recinto Sacro.

“Tu devi essere caduto dall’alto di un tetto e devi aver battuto la testa per terra. E se le guardie ti avessero sorpreso?”

“Sorprendere il Ratto? Io ci   sono cresciuto, qui, amico! Conosco tutti e tutti conoscono il Ratto…

(continua)

brano tratto da “DJOSER”    vol. II      –  di Maria PACE

lo si può richiedere direttamente a   mariapace2010@gmail.com

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