“Tra le calli di Venezia” di Maria Pace

……

Raniero e Spaccamontagne lasciarono nuovamente Palazzo Mavera, ma senza allontanarsi  troppo dalla zona di Rialto e delle sue botteghe.

Strade, ponti, calle, canali, erano tutti affollati. Pareva che a Venezia vivessero tutti per strada: marinai e mercanti, donne e bambini, ricchi e mendicanti.  Pochi, questi ultimi, in verità, da quando un decreto dei Provveditori alla Sanità li aveva allontanati perché disturbavano con grida “sopra li ponti e le contrade per dimandare la limosina“.

Ad animare le strade c’erano, però, anche molti nobili. Eleganti e sfaccendati, si trascinavano dietro il solito codazzo di servi. E non erano pochi quelli che si attiravano addosso l’ironia degli altri a causa di un abbigliamento troppo ricercato o di  modi affettati.

Fu quando due di questi cortei si trovarono l’uno di fronte all’altro, però, che ebbe luogo la scenetta più gustosa a cui i due amici avevano assistito mai.

I due gruppi si fronteggiarono compatti. Da una parte e dall’altra. Simili a quelle formazioni  di clienti e liberti di tacitiana memoria e i due “capi” si fissarono e si studiarono in silenzio per lunghi attimi. L’uno,  impettito e mingherlino, portava in testa sopra il copricapo una strana insegna, una specie di cresta in seta e velluto. Anche l’altro, grosso e panciuto, portava sul capo la stessa insegna con gli stessi colori. A guardarli così da vicino, erano l’uno la satira dell’altro.

“Quella è la mia insegna.” esordì il grosso, forte della propria mole.

“E’ mia, invece.” replicò lo smilzo.

“La vostra, messere, è una bugia.”

“L’ho acquistata da messer Vernano, – spiegò l’altro- Marmoraio, ritrattista e valente maestro di disegno. Ho pagato cinque ducati per questo disegno.”

“Messer Vernano? A lui ho ordinato io pure quel disegno, messere e per primo. Per questo compete a me il suo uso.”

“Competenza io vi riconosco, messere. – lo smilzo stava prudentemente battendo in ritirata, ma lo sguardo volpino brillava d’arguzia – Cinque ducati l’ho pagato e cinque ducati vi chiedo, più altri cinque per il sacrificio del distacco.”

Senza indugio lo smilzo si staccò l’insegna dal capo e la tese all’altro; un servo la prese e la portò al destinatario. Parevano tutti contenti e soddisfatti e i  due gruppi si sciolsero e si separarono, andando ognuno per la propria strada.

“Ecco qualcuno che sa trarre guadagno anche dalle sconfitte.” rise Spaccamontagne, trattenendo una imprecazione nello scansare un mucchio di rifiuti in cui era andato ad inciampare.

Quello dei rifiuti era un problema quasi irrisolvibile, per la Serenissima; i rifiuti ammorbavano l’aria e venivano continuamente rimossi per timori di epidemie: quella di peste del 1423, che aveva decimato la città, era ancora tragicamente presente nei discorsi dei veneziani.

Raggiunto uno dei numerosi fondachi della città, con forno, mulino e bagno pubblico e approdo con banchina per tenervi mercato, i due amici si fermarono e sedettero su un muretto.

“Un uomo ci segue.” disse Spaccamontagne.

“Lo so! E’ un pezzo che lo abbiamo alle costole… Facciamo finta di nulla e torniamo a Palazzo Mavera.” propose Raniero.

Così fecero. Il misterioso segugio messo alle loro costole  eseguiva gli ordini di qualcuno che Raniero e il compagno non avrebbero mai supposto: Alvise Mavera in persona.

(continua)

brano tratto da    IL PATTO di Maria Pace

su  AMAZON

oppure direttamente da richiedere all’autrice con DEDICA

mariapace2010@gmail.com

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