“6 Gennaio – l’Epifania” di Lia Jonescu

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6 Gennaio l’ Epifania. ( la Befana)
Alcuni giorni fa Maria mi chiese un articolo sulla Befana. Accettai tranquillamente, anzi, felice di occuparmi di questa festa. Guardandomi un po’ intorno mi sono resa conto che su Internet c’è ogni tipo di informazione: origini, luoghi, sagre e allora mi sono chiesta: perché ripetere cose ormai conosciute o peggio scontate? Ho pensato: perché non parlare della mia Befana, così come la vivevamo noi bambini tanti tanti anni fa.
A Roma non si festeggiava Babbo Natale.  Il Natale era riferito solo al Presepe. Per noi il caro vecchietto era un po’ uno straniero che ci metteva i dolci sull’ albero e qualche stupidaggine sotto, ma la festa vera cominciava il 5 sera. Si cenava presto perché bisognava poi preparare il caffellatte e i biscotti alla Befana che sarebbe arrivata dopo la mezzanotte, ma sarebbe venuta solo se stavamo tutti dormendo, altrimenti se ne andava e ci lasciava il carbone.
Quanto me ne ha portato! Sapeva di vaniglia ed era una delle cose più buone insieme ai cannelli di zucchero filato a strisce bianche e rosse, alle barrette di cioccolato e alle caramelle Rossana.
Ve le ricordate? Vi ricordate quante cose ci inventavamo con la carta rossa? Il mio papà ci faceva i fuochi con una lampadina mignon e le metteva nel Presepio, quando tutto era buio e quei fuochi illuminavano i visi dei pastori, l’ odore del legno del muschio,  il silenzio ovattato che proveniva dalla quel piccolo capolavoro ti dava l’ idea di essere parte integrante. Spesso mi mettevo per ore seduta li davanti e mi addormentavo fingendomi all’addiaccio.
La calza, però, conteneva solo dolci e quelli mi interessavano relativamente: erano i regali, quelli che aspettavo.
Io sono figlia unica, per cui i regali erano tanti e tutti miei.
Io non sapevo che ore fossero, ma durante la notte, con la testa sotto le coperte e le orecchie tese, la sentivo arrivare. Scendeva dalla soffitta, perché sentivo i suoi passi e poi in sala da pranzo, da cui sentivo provenire movimenti soffocati. I miei erano andati a dormire ed anche i miei nonni, poi sentivo il rumore della tazza e capivo che la Befana aveva gradito i dolci e, soddisfatta, mi addormentavo, aspettando la mattina.
La mattina i Re Magi erano nel Presepe e la stanza ridondava di doni. Tutto era perfetto.
Noi bimbi del dopoguerra non avevamo regali durante l’ anno, non ci innamoravamo di abiti, scarpe, video giochi, telefonini; noi aspettavamo fiduciosi la vecchina che doveva essere brutta per copione e dovevamo un po’ temerla: il suo fascino era proprio li.
La mattina dopo, con le nostre carrozzine e i bambolotti dentro, ci incontravano ai giardini.
“Che bella bimba signora, la mia l’ ha portata stanotte la Befana.”
“Oh anche la mia.  Che vuoi? Un cannello?”
“Grazie signora. Io c’ ho le gomme.”
Noi bimbi romani a piazza Navona ci andavamo il giorno della Befana; i genitori non portavano i figli prima, per paura delle richieste. Io credo fermamente che Collodi per il Paese dei Balocchi si sia ispirato a piazza Navona.
Da sempre è stata la gioia di grandi e piccoli, interminabili bancarelle divise a settori. Quelle che io amavo di più erano quelle con i presepi e le statuine. Ce ne erano tante;  di tutti i tipi e le casette e i bambinello.
La lotta dei miei era quella di impedirmi di toccarle, ma anche le bancarelle dei dolci con chilometri di lacci di liquirizia, mele caramellate, mandorle tostate e chi più ne ha più ne metta. C’ erano le bancarelle con i giocattoli con decine di Befane di lenci di cartapesta attaccate e c’ era pure la Befana seduta sotto un baldacchino che parlava con i bimbi che volevano incontrarla, ma io sapevo che quella non era la mia Befana e la snobbavo. Addossato a Palazzo Bracchi c’era il caldarrostaro. Era sempre lo stesso e accanto a lui, come due fide sentinelle, i zampognari uguali identici a quelli del Presepe che suonavano le ciaramelle. Quello era il giorno perfetto tutto era al posto giusto i suoni, gli odori, la magia ….l’ innocenza.
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