“L’Astronave magica” di Maria Pace

L’ASTRONAVE  MAGICA  di  MARIA PACE

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Gabriele era un bel bimbo di otto anni; occhi azzurri, capelli scuri e un carattere allegro e sognatore. Da grande voleva fare l’ingegnere aero-spaziale perché amava il cielo, gli astri, gli aerei, ma soprattutto le astronavi.

Inventiva ed intelligenza non gli mancavano e neppure una bella dose di fantasia. Nei suoi giochi c’era sempre un tocco di originalità, come la volta in cui   costruì  nel garage del suo papà un “Vulcano”, seguendo le azzardate spiegazioni di un programma in televisione.

Tutto ciò, se da una parte li inorgogliva, dall’altra preoccupava  tanto i suoi genitori.

“Questo figliolo, – soleva ripetere la mamma – un giorno o l’altro si caccerà nei guai.”

“Ma no! – la rassicurava

il babbo – Quand’anche gli accadesse qualcosa, Gabriele saprebbe trarsene d’impaccio… Ad ogni modo, speriamo  non gli succeda mai niente.”

Natale era passato e la Befana era già salita sulla sua magica scopa per portare ai bimbi doni o carbone. Le strade erano vestite a festa e così le vetrine e gli  alberi, piccoli e grandi, sulle piazze, nei giardini e sui balconi.

Come in tutte le case, anche in quella di Gabriele si parlava di regali; soprattutto della scelta. Con Gabriele, però, la scelta era facile: non c’erano dubbi sui suoi gusti.

“Voglio fargli una bella sorpresa.” aveva detto il babbo e la mamma aveva subito capito.

Anche Gabriele, però, aveva capito ed era riuscito perfino a scovare il posto dove il dono era stato nascosto nell’attesa della Befana: la soffitta.

Un buon nascondiglio, per mamma e babbo, ma non sufficientemente segreto per il nostro piccolo segugio.

Di nascosto e di buon mattino, Gabriele si alzò e raggiunse la soffitta. Appena scoperta quella nuova presenza in soffitta,  quell’enorme pacco più  alto di lui, si dette da fare per scoprirne il contenuto.

In verità, quello non era il solo pacco custodito lassù; ve n’era un altro, alto poco più di mezzo metro, ricoperto di carta luccicante e nastri colorati, ma Gabriele lo ignorò, preferendo l’altro, privo di ornamenti, ma gigantesco. Se lo aspettava, ma ne restò ugualmente meravigliato: era proprio un’astronave: di latta argentata e luci rosse; era alta  due metri e più.

C’era un’apertura; Gabriele l’aprì ed entrò.

Era un ambiente un po’ angusto, ma si poteva stare perfettamente in piedi ed egli si guardò intorno incuriosito. Sulla parete di fronte c’era un enorme quadrante; lo raggiunse.

Dopo qualche timida esitazione, il piccolo cominciò   ad armeggiare sulla tastiera.

Improvvisamente quanto inaspettatamente, sentì un sibilo acuto ed ebbe un sussulto: l’astronave si era mossa. Sempre sussultando, l’astronave si alzò dal pavimento e, sfondando il tetto di casa, decollò   verso l’alto.

“Ohi! Ohi! Povero me!… Che cosa ho combinato! – esclamò, più incuriosito, in verità, che preoccupato – Che cosa ho combinato! – continuava a ripetere – Che cosa dirà il babbo quando si accorgerà di questo grosso guaio?… Per un mese non mi farà giocare con l’astronave…”

Si consolò presto, però, appena poté sbirciare fuori del finestrino e guardare dall’alto.

“Oh!… Ma che meraviglia!… – esclamò, poi, sotto l’empito di un grande stupore –   Ma…  ma dove sono finito?”

Si trovava in cielo sopra le nuvole e in mezzo alle stelle che si facevano sempre più luminose e  dimenticò ben presto il guaio combinato al tetto di casa.

Una stella gli passò vicino. Era piccola, luminosa e circondata da un alone di luce;  si trascinava dietro una stupenda coda dai colori iridescenti e brillanti,  come non li avrebbe potuto mai nemmeno immaginare.

Al contrario delle altre, questa si accostava alla Terra invece che starsene lontana.

Gabriele pensò di inseguirla e solo quando si accorse di sorvolare il deserto, capì che quella era la Stella Cometa con il compito di guidare i tre Magi alla capanna del Bambino Gesù.

Guardò di sotto  e li vide.

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Vide  tre cammelli sontuosamente bardati e un corteo di gente ed animali salire e scendere lungo dune sabbiose.

Quand’ecco accadere qualcosa di veramente inatteso: la Cometa stava, come suol dirsi, perdendo la rotta.

“Ma no! Che cosa fai? – gridò – Quella non è la strada per Betlemme… Ma dove stai andando? Dove stai portando i Re Magi?… Così non arriveranno mai a destinazione!  Oh!… Che cosa posso fare?”

Il piccolo era davvero preoccupato. Ma lo restò solo per un attimo. Glielo ripetevano tutti che era un pozzo di immaginazione. Quello era, dunque, il momento di usarla.

Un’idea, infatti,  gli brillò immediatamente in testa.

“Potrei imitare la scia  che gli aerei supersonici lasciano dietro di loro quando solcano il cielo.”  pensò e facendo seguire l’atto alle parole, schiacciò tutti tasti e tutti  i pulsanti che aveva davanti a sé  nel quadro di comando.

L’astronave si impennò come un  cavallo. Si alzò, si abbassò, partì, tornò, sgroppò, rallentò, accelerò.

“Accidenti! – gridava ad ogni urto – Ma quale sarà il tasto giusto?”

Infine, un sibilo acuto precedette la calma che ne seguì e nel buio del cielo stellato, la sua astronave, con la bella coda luminosa, sembrava davvero la Stella Cometa.

Gabriele si abbassò di quota, fino a poche centinaia di metri dal suolo, proprio sulla  testa della lunga carovana che guidò, sana e salva,  fino a Betlemme.

Assolto il compito,  ebbe un sospiro:

“Oh! Devo tornare a casa, adesso. La mamma mi starà cercando. Sta per scoccare la mezzanotte ed a casa stanno per aprire i doni… Oh! – tornò a sospirare – Il babbo non mi punirà per quanto ho combinato al tetto di casa quando saprà che sono stato io a guidare i Magi alla capanna di Betlemme.”

Con un po’ di rammarico il piccolo puntò decisamente verso terra e in men che non si dica, l’astronave lo riportò nella soffitta di casa.

La mezzanotte stava per scoccare e i genitori erano davvero alla sua ricerca. Lo trovarono in soffitta, sdraiato per terra ed addormentato; tra le braccia stringeva il pacco  ricoperto di nastri colorati e carta luccicante.

“Il mio piccino! – la mamma lo sollevò da terra – E’ ancora debole e frastornato… la caduta dalla bicicletta ha fatto una brutta bua al mio tesoro, che ora è tanto, tanto stanco.”

“Sai che cosa c’é qui dentro?” domandò il babbo,  facendogli una carezza.

“Certo che lo so! – rispose Gabriele – C’è un’astronave d’argento… un’astronave magica.”

“Ma che bravo! Come  hai fatto ad indovinare?” gli sorrisero mamma e babbo.

Il piccolo si guardò intorno alla ricerca dell’astronave: quella che lo aveva condotto a Betlemme.

Non c’era, ma il piccolo astronauta sorrideva soddisfatto e felice, mentre stringeva fra le braccia il pacco infiocchettato.

“Lo so! – rispose –  E’ con quella che ho guidato i Magi alla capanna di Betlemme.” spiegò.

Mamma e babbo si scambiarono un’occhiata.

“Scotta. – disse la mamma – Ha la febbre alta e sta delirando.”

“Non mi punirai per il tetto… Vero, babbo? –  riprese il piccolo  – Senza la mia astronave   d’argento con le luci rosse, i Magi chissà dove sarebbero, adesso… Io li ho guidati fino a Betlemme  e… – alzò gli occhi verso il soffitto – Ma hai già fatto riparare il tetto, babbo?” domandò.
Il padre l’assecondò con un gesto del capo, poi:

“Adesso la mamma ti porta nel tuo lettino. Apriremo più tardi i regali. – indi, rivolto alla moglie – Come avrà fatto ad indovinare che nel pacco c’é proprio un’astronave di latta d’argento con guarnizioni rosse? … La confezione è intatta.”

“Non lo so! Questo bambino è un prodigio di intuizione!” sorrise la mamma.bagnata, povera piccola. Potrebbe prendersi un malanno.”

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