“IERI e OGGI – IL LIBANO… Simonetta & Maria”

IL LIBANO… Terra dei FENICI   –  di Maria Pace

 (immagine presa dal web)fenici01

Il “Paese dei cedri,” per gli Antichi Egizi e il “Paese del latte e del miele” per la popolazione ebraica. Regione fertilissima, il Libano era la terra dei FENICI che la Bibbia, assieme alle popolazioni siriane, chiama terra dei Cananei.

Ma chi erano i Fenici? Popolo di   grandi navigatori, i più ardimentosi dell’antichità, i Fenici furono i primi a sfidare gli Oceani, a varcare le Colonne d’Ercole ed a circumnavigare l’Africa, orientandosi con quella che i greci chiamavano “Stella fenicia”,   ossia la Stella Polare dell’Orsa Maggiore. Costruttori di   navi , i Fenici dominarono tutte le rotte, puntando verso l’ignoto la prua delle loro svelte e veloci navi tinte di nero : marinai, mercanti e pirati ardimentosi. Ardimentosi e anche corretti.

Ecco che cosa racconta Erodoto, lo storico greco vissuto nel 400 avanti Cristo. “Ad ogni approdo nei porti del Mediterraneo, dalle nere navi scendono uomini vestiti di nero e con anelli alle orecchie che scaricano sulla spiaggia balle di merci e poi tornano a bordo, da cui fanno segnali. Gli indigeni, allora, si fanno avanti e accanto alla merce depongono il loro oro; i mercanti fenici ridiscendono dalle navi e prendono l’oro, ma solo se ritengono che sia sufficiente per lo scambio con la merce. Così fino a quando tale scambio non sia equo: nessuno dei due   porta via l’oro o la merce, prima che lo scambio sia diventato giusto, equo e  accettabile per tutte e due le parti .”

” Ma il mercante fenicio –  racconta   sempre   Erodoto – è pronto a trasformarsi  in pirata, se gli si offre l’occasione.”

E racconta: “Giunti nel porto di Argo, un giorno,  i marinai di una nave fenicia depositarono in spiaggia la loro merce; lo scambio con l’oro proseguì per più giorni fin chè al quinto o al sesto giorno, un gruppo di ragazze si avventurò lungo il litorale e i mercanti fenici non esitarono a piombare su di loro catturandone alcune e   portandole con loro sulla nave.”

Pirati, dunque, mercanti, artigiani  e anche architetti geniali; i fenici, infatti,  furono costruttori di città dalle possenti mura fortificate come Byblos, Tiro, Sdome e successivamente Cartagine.

Ma come erano   queste famose navi dipinte di nero, risalenti ad almeno 1500 anni prima di Cristo?  Troviamo una ben dettagliata  descrizione negli  Annali del faraone Thutmosis III  in partenza per la guerra contro il popolo dei Mitanni proprio  a bordo di navi cananee, ma possiamo ammirarle anche dai bassorilievi del Tempio di Deyr El-Bahari,   il “Milione dei Milioni”, lo straordinario Tempio Funerario della Regina-Faraone Huthsepsut.   Vi è descritto il viaggio verso il Paese del Punt (Somalia, secondo alcuni,  Yemen, secondo altri) a bordo di barche fenicie, sicuramente governate da marinai   cananei. Sulle pareti del Tempio, queste navi appaiono riprodotte in tutti i particolari: venticinque metri circa di lunghezza, una vela quadrata sistemata tra due pennoni e un   cavo teso tra poppa e prua; l’equipaggio era costituito da venticinque uomini, più una decina addetti alla manovra, il comandante, il secondo, il pilota e l’immancabile flautista per il ritmo della voga.

In realtà, le navi che a quell’epoca solcavano il Mediterraneo erano tozze, panciute e lunghe anche trenta metri, capaci di contenere   grandi quantitativi di merci, grano soprattutto. Secondo lo studio di alcuni ricercatori,  con una stazza anche di 500 tonnellate, per alcuni esemplari. Navi pesanti, dunque, con vele che catturavano solo il vento di poppa  e che per avanzare,  necessitavano soprattutto della fatica dei rematori . Si navigava sottocosta e di notte erano costrette a fermarsi. Il merito dei Fenici fu di aver affrontato i rischi della navigazione in alto mare e di aver puntato la prua delle loro veloci navi  contro l’ignoto del mare aperto e delle lunghe traversate.

Nel VI secolo prima di Crsto, una flotta fenicia , per ordine del faraone Necao, circumnavigò   l’Africa in un lunghissimo viaggio durato anni;  si navigavano, infatti, soltanto nella buona stagione e cioè da aprile a d ottobre. A riferire di questo viaggio è stato Erodoto, il quale, però, lo ritenne un fantasioso racconto, ma in realtà, la flotta era rientrata nel Mediterrano varcando le Colonne d’Ercole.

Per chi avesse dimenticato il mito delle Colonne d’Ercole, eccolo qui. E’ un mito legato alle Fatiche di Ercole, precisamente la nona, in cui l’eroe aveva ricevuto il compito di recuperare le mandrie di Gerione, che il pastore Eurizione custodiva nell’isola Eurizia, ai confini dell’Occidente. Durante il viaggio di andata, Ercole liberò la zona da una moltitudine di mostri e   in ricordo di tali imprese, l’eroe   eresse due colonne su entrambe le parti dello Stretto di Gibilterra. Secondo la leggenda, raggiunta l’isola di Cadice, vi costruì un’alta torre sulla quale innalzò una statua rivolta a Est, con una chiave nella mano destra, come per aprire una porta; sulla sinistra incise invece l’iscrizione “Ecco i confini di Ercole”, ad indicare il limite invalicabile delle terre conosciute.

(continua)

9540f8eb-7d46-41ff-ae4e-1bae896903da

IL  MIO  LIBANO     di Simonetta  ANGELO-COMNENO

 

Prima di iniziare a parlare del mio Libano, cioè di quello che ho conosciuto nel lontano 1960 e nel quale ho vissuto fino al 1993, vorrei trascrivere la descrizione che ne aveva fatto Farjallah Haik, lo scrittore libanese morto una ventina di anni fa e del quale ho parlato nel mio “Taccuino libanese”.

Farjallah Haik era proprietario di un laboratorio farmaceutico che dirigeva personalmente e al quale dedicava tutta la giornata ma quando gli si chiedeva quale fosse il suo mestiere rispondeva molto seriamente che il suo lavoro era quello dello scrittore e che come hobby si occupava di farmaceutica; nato e cresciuto in un’epoca in cui il paese era sotto il mandato francese, Farjallah,  profondo conoscitore della lingua francese,   ha adottato questa lingua nei suoi numerosi romanzi e saggi. In uno di questi “Liban”, ha così descritto il suo paese:

“ Per molti occidentali, che non hanno ancora conosciuto il Libano, questo paese è solo un gioiellino storico con i cedri messi  a mo’ di pennacchio e relegato nell’angolo di un museo. Basterebbe un granello di polvere per nasconderlo sul mappamondo.

All’inizio ci appare come una catena di montagne che con dolci declivi scende ad abbeverarsi  nel Mediterraneo. Queste montagne respirano un’aria speciale in cui azoto e ossigeno si sono mischiati in modo diverso da quello dei paesi vicini. Ecco che vi parlo di chimica! Ma è una chimica mera- vigliosa che fa sì che questo piccolo angolo del globo  sia una specie di paradiso. A volte, nell’azzurro, appare come un’apertura ed allora si vede spuntare il naso di Dio, che ispeziona di nascosto; e  se si accorge che non è tutto perfetto si affretta ad aggiungere un piccolo tocco di colore di qui e un soave profumo di là. Ogni tanto, per ravvivare il blu del cielo,  aggiunge una nuvoletta simile a un lieve fiocco di cotone. Dio si ricorda sempre che noi siamo il Levante. E se per caso dovesse talvolta dimenticarci, sia che stia sonnecchiando sia che i popoli dell’Occidente gli diano del filo da torcere, noi sappiamo come ricordargli che siamo i suoi figli prediletti…

Montagne movimentate e disuguali, scistose o ricoperte di vegetazione ma sempre prive di orgoglio; semplici rocce striate, dentellate, venate di nero; rigagnoli grigi, come se fossero stati tracciati con l’aratro,  che scendono lungo i fianchi dei monti. Ed ecco i Cedri. Da quanto tempo sono là con le loro braccia stese  in un gesto di serena accoglienza? Sono lì da millenni e simbolizzano il Libano, raffigurati anche nella sua bandiera. Perché? E’ vero che è una specie che ben si adatta al clima delle  montagne libanesi ma da sempre i cedri hanno rappresentato la vita che scorre tranquilla; tutto ciò che era profumo, dolcezza, nobiltà e purezza riportava all’immagine dei cedri. Non per niente l’autore del Cantico dei Cantici lo aveva scelto come luogo per incontrare la sua innamorata.

Scendendo  verso la costa la vegetazione diventa più varia: pini a ombrello, rossicci o verdastri, vigne, aranceti, limonaie, bananeti e campi di mandorli i cui fiori madreperlacei annunciano che la bella stagione è alle porte. Ecco il paesaggio. Il Paradiso Terrestre si trovava là.”

Descrizione poetica che ben si adattava alla visione che ne avevo mentre la nave che mi  portava in Libano si avvicinava al porto. Costa stretta e sinuosa dove i tetti rossi delle case a uno o due piani spuntavano tra le cime degli alberi, spiagge punteggiate di scogli sui quali si infrangevano le onde e quando lo sguardo si alzava al di sopra degli alberi si vedevano i fianchi verdi delle montagne che si innalzavano a mo’ di barriera per proteggere quella costa così stretta ma tanto bella.

E poi gli odori ai quali non ero abituata, quello delle spezie che riempiva tutte le strade del vecchio souk di Beirut, di Saida, di Tiro, di Tripoli, il profumo soave ma persistente delle zagare  che aleggiava per chilometri  e chilometri quando, andando a nord di Beirut  si costeggiavano gli aranceti, al di là dei quali l’immancabile catena di montagne ora verdi ora rocciose, sentinelle silenti che accompagnavano il nostro vagabondare.

E i colori che quasi ti abbagliavano, il rosso dei tetti che ogni tanto punteggiavano sui pendii, l’ocra della pietra arenaria delle case tradizionali con le loro bifore o trifore poste al primo piano e quasi sempre rivolte verso l’ovest, verso il mare, il verde cupo dei pini e delle querce o tenue degli alberi da frutto, il marrone delle rocce che spuntano tra il verde o svettano orgogliose sulle cime dei monti al di sopra dei quali spicca il blu intenso del cielo, questi i colori del Libano.

Un innamoramento facile che è durato per molti e molti anni e che nutro ancora nel più profondo del mio cuore… anche se con l’andare degli anni i tetti rossi hanno lasciato il posto a torri moderne e lussuose che fronteggiavano rigogliose il mare, anche se la vegetazione della costa è stata sostituita dall’asfalto delle strade costiere, anche se i dolci e verdi pendii si sono riempiti di moderni e cementificati centri residenziali, anche se andare in auto da una città all’altra è come seguire un corso di sopravvivenza, anche se il Libano moderno e occidentalizzato di oggi ha perduto le sue tradizioni.

A volte  mi domando se il modernismo di oggi sia migliore di quello di ieri; non è facile rispondere. Ieri, cioè il mio ieri parte dagli anni sessanta, ovunque andassi si sentiva parlare francese, dal fruttivendolo del souk a quello del quartiere periferico, dal macellaio al fornaio e ai tassisti compiacenti che per un quarto di lira ti facevano girare la città. Divertimenti? A parte il leggendario Casinò dove potevi perdere o vincere fortune, l’adiacente Salle des Ambassadeurs offriva dei meravigliosi spettacoli musicali degni dei migliori spettacoli parigini. E le numerosissime sale cinematografiche dove si proiettavano i più recenti film internazionali in lingua originale ma sottotitolati in francese e arabo o in inglese e arabo, a secondo della  loro provenienza. E vogliamo parlare delle sale di concerto? E dei teatri dove si rappresentavano opere del repertorio francese ? E il glorioso Festival di Baalbeck dove ogni estate veniva presentato ciò che c’era di meglio nel campo dell’arte: opere liriche, concerti, opere teatrali, balletti e così via.

a997a03a-4aac-4938-9f98-4e3a2e256538

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...