“Le letture del Martedì e del Venerdì… Maria e Anna”

“L’Ambasciatore Longobardo”  e  “Zombi”

L’AMBASCIATORE  LONGOBARDO   di  Maria PACE

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Una delle porte laterali della grande Sala delle Udienze della corte del Duca di Baviera si aprì ed una giovanissima donna fece il suo ingresso.

Il brusio nella sala tacque di colpo ed un silenzio ammirato scese sui presenti: quella giovane era la principessa Teodolinda, che veniva a ricevere l’omaggio degli ambasciatori del bellicoso popolo dei Longobardi, inviati dal loro Re, Autari, per chiederla in moglie

Teodolinda era bellissima. Il volto era dolce, roseo e come di porcellana, che due occhi di un profondo azzurro illuminavano e una cascata di capelli biondi, trattenuti sul capo da una corona d’oro, incorniciavano. La figura era snella ed armoniosa e dava classe allo stupendo e prezioso abito di gala che indossava con innata grazia. Portava una lunga e candida tunica ricamata in oro, trattenuta in vita da una cintura, anche questa d’oro e impreziosita da gemme. Sulle spalle un preziosissimo scialle di tessuto dorato era trattenuto sul seno da uno splendido gioiello.

Avanzò nella sala fiera e timida al contempo, seguita da uno stuolo di ancelle.

I presenti, dame e cavalieri, si inchinavano al suo passaggio e le facevano ala mentre; la mano in quella del padre, il Duca di Baviera, la principessa Teodolinda si diregeva verso il trono su cui si sarebbe seduta per ricevere i doni degli ambasciatori longobardi.

Quel matrimonio era una delle tante manovre politiche nel gioco delle alleanze. Al Duca di Baviera, minacciato ai confini dai Franchi, occorreva un forte alleato; dal canto loro, i Longobardi si assicuravano alle spalle un potente difensore.

Erano giunti a Pavia, capitale del Regno, con ricchi doni per colei che sarebbe diventata la loro regina. Erano in giunti in sei, tra i più nobili di quel popolo guerriero.

Piegarono il ginocchio al passaggio della principessa e la giovane gettò verso di loro un timido sguardo, con un’ombra di curiosità, ma non solo per quella: era anche un po’ intimorita. Quegli uomini erano lì per lei con doni, è vero, ma anche per giudicarla e riferire al loro Re. Era gente fiera, sapeva. Era un popolo di guerrieri guidato da un Re Guerriero, di cui lei sarebbe diventata presto la sposa, ma era anche un popolo a cui mancava la raffinatezza della corte bavarese.

Guardava le loro nuche, ma non poteva scorgere i loro volti. Non poteva scorgere le espressioni dei volti chini al suo passaggio, ma il loro atteggiamento le parve nobile e fiero. Erano, pensava, sicuramente   gli uomini di fiducia del loro Re. I più prodi. I più coraggiosi. I più nobili.

Con lento incedere continuò ad avanzare ed ecco che, l’ultimo di quei giovani proni al suo passaggio, sollevò il capo e gli occhi, facendo convergere nei suoi uno sguardo ardito ed incredibilmente azzurro..

Teodolinda abbassò subito i suoi e le guance le si infiammarono, un po’ spaventata da   tanta audacia.

Era bastato quello sguardo, però, al suo cuore, per farlo battere precipitosamente: l’Ambasciatore di re Autari era veramente di aspetto bellissimo.

Con dolce turbamento si sorprese a pensare che quello straniero sarebbe presto diventato uno dei suoi sudditi ed avrebbe giurato fedeltà nelle sue mani. I suoi occhi azzurri erano come il cielo, pensava, e la guardavano con insistenza, ma senza impertinenza; al contrario, c’era in essi profonda ammirazione e un aperto sorriso sulle labbra e la bella principessa non potè impedirsi di provare un lungo brivido.

Teodolinda raggiunse il trono, sedette ed aspettò l’omaggio e il primo ad avvicinarsi fu proprio il giovane, audace ambasciatore. Ora, in piedi, egli si mostrava in tutta la possanza del fisico. Era alto e atletico; le spalle erano robuste e forti. Mentre le si avvicinava, il cuore della principessa tremava.

Il giovane ambasciatore si inginocchiò ai suoi piedi e porse il dono: un astuccio contenente un bracciale che tese con rispettoso gesto. Era d’oro e tempestato di rubini.

“Te lo manda il mio Re. – disse e la sua voce maschia e profonda turbò ancor di più la principessa – Ha saputo che il rubino è la gemma che la sua futura sposa predilige fra le altre.”

“Ringrazia il tuo Re, nobile signore.” rispose Teodolinda.

“Dolce principessa, – il giovane ambasciatore continuava ad accarezzarla con lo sguardo e la dolcezza della voce. Tutto in lui indicava il guerriero forte e rude, ma la cortesia e il garbo dei modi lo rendevano agli occhi della raffinata principessa bavarese un vero gentiluomo – Anche io, Guadaldo, capitano del mio Re, mi permetto di farti un dono. – il bel longobardo tese un pacchetto che aprì mostrandone il contenuto: uno splendido ventaglio di piume con l’impugnatura d’oro tempestata di pietre preziose – Accettalo, ti prego.”

La principessa lo guardò per un attimo titubante ed incerta, ma il sorriso di quel bel giovane, chino ai suoi piedi, era così disarmante.

Come tutte le donne del suo tempo, la principessa Teodolinda aveva per i ventagli una vera passione. Rispose con un sorriso poi un fremito sconosciuto la percorsa tutta quando, nel prendere lo splendido dono, le sue mani sfiorarono quelle brune e forti del bell’ambasciatore.

“Il tuo è stato un pensiero assai gentile, nobile Guadaldo – disse, ritirando la mano e posando il ventaglio in grembo – Ti ringrazio.”

Il giovane chinò il capo poi si alzò per far posto agli altri ambasciatori, ma non staccò mai lo sguardo dal volto di lei che, turbata, si sorprese a desiderare di custodire quel dolce turbamento lontano da sguardi indiscreti e quando, più tardi, la nutrice venne a prepararla per il banchetto, la trovò davanti alla finestra che guardava di fuori presa da dolci fantasticherie.

(continua)


“ZOMBI”   -seconda parte   –      di  Anna CARUSO

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Eleonora uscì dalla casa: doveva fare in fretta. Guardò l’orologio: erano le sei, in un’oretta aveva tutto il tempo di andare alla ferramenta più vicina, comprare le lampadine che servivano a casa e ritornare da sua madre e dalla sua sorellina che la stavano aspettando. Rimanere senza scorte in quei tempi non era consigliabile perché loro erano sempre in agguato. Se quella sera se ne fosse fulminata una soltanto, rischiavano di ritrovarseli a casa. Già loro, gli zombie. Eleonora li aveva visti più di una volta. Era impossibile non vederli, soprattutto di sera. Si nascondevano in ogni angolo buio e ti aspettavano, come avvoltoi. Aspettavano che tu facessi un passo falso, avevano sempre fame, sempre.

Anche se la città era illuminata anche in piena notte, il rischio c’era sempre, bastava una falla nel sistema d’illuminazione e il malcapitato che si trovava in giro in quel preciso momento era spacciato. Per quello tutti giravano con una pila elettrica dietro, anche se sapevano che una volta rimasti al buio sarebbe stata inutile.

Suo padre era morto così molto probabilmente, perché loro non sapevano la fine che aveva fatto, la potevano solo immaginare. Una sera semplicemente non era ritornato a casa da lavoro. Il corpo non era stato mai stato ritrovato.

Eleonora non ci voleva pensare, almeno non più. A quel tempo aveva quattro anni e sua sorella era nata da pochi mesi. Purtroppo di suo padre non aveva molti ricordi. Ricordava le sue mani grandi e calde quando la teneva per mano, i suoi abbracci, quando ritornava a casa la sera stanco, ma felice, quando giocava con loro e la sua barba che lei amava toccare.

La ragazza ritornò alla realtà, stava camminando spedita per le vie, mentre guardava le illuminazioni di Natale. Già fra poco era Natale. Amava quel periodo dell’anno, il calore che si respirava, la felicità che si sentiva in giro e già pregustava i pranzi di famiglia da sua nonna.

Di gente in giro ce n’era molta, malgrado l’ora, molto probabilmente molti erano occupati a fare gli ultimi acquisti. Lei non aveva chiesto molto quell’anno: qualche libro sarebbe bastato a farla felice.

Arrivata alla ferramenta la trovò chiusa: si era dimenticata che era il suo giorno di chiusura. Doveva recarsi da quella vicino alla parte vecchia della città, quella abbandonata da anni. Non le piaceva recarsi da quelle parti perché là l’illuminazione era sempre pessima, ma non aveva altra scelta. In casa non era rimasta neanche una lampadina di scorta. Gli appartamenti erano tutti sempre illuminati. Dormire con la luce accesa non era un granché, ma sempre meglio che diventare la loro cena in ogni caso.

 

Uscita dalla ferramenta mise la scorta di lampadine nello zaino che aveva con sé. Si guardò intorno: non c’era nessuno.

“ Fantastico!” pensò.

Ad un certo punto sentì un rumore dal fondo del vicolo come di bidoni scaraventati per terra. Si girò di scatto. La via nell’ultimo tratto era buia, ma si distinguevano delle sagome più scure, un po’ curve in avanti. Erano loro, non c’erano dubbi.

Eleonora fu invasa da puro terrore, un brivido freddo le percorse tutta la schiena. Anche se era al riparo della luce, si sentiva in pericolo.

Cercò di rimanere lucida però e si riavviò verso casa. Dopo poco però in una traversa si rese conto che la via che avrebbe dovuto percorrere era al buio: le famose falle nel sistema.

“ Adesso che faccio? Eleonora calmati! Respiro profondo! Ragiona! Basta prendere la parallela! “ si disse mentalmente.

Imboccò quella che sembrava essere la parallela. Dopo un po’ che camminava si rese conto però che non sapeva dove fosse. In giro non c’era anima viva, il che era molto strano. Guardò l’orologio: le sette meno dieci. Doveva essere già a casa a quell’ora. Certamente sua madre era preoccupata, ma non poteva lasciare sua sorella a casa da sola.

In più quello che le metteva più ansia era il sapere che non era sola, anzi era in compagnia e che compagnia soprattutto! Loro la stavano aspettando, erano nell’ombra pronti a balzarle addosso appena se ne fosse presentata l’occasione.

Non era possibile in ogni modo che non ci fosse nessuno per strada a meno che………………………

Ad Eleonora cominciò a battere forte il cuore, sentì la speranza e la sua forza venirle meno, era finita nella parte vecchia della città, quella abbandonata, ma cosa ben più grave alle sette quella parte sarebbe rimasta al buio.

La decisione era stata presa dal sindaco qualche anno fa, la zona non era più abitata, i soldi erano quelli che erano e bisognava fare economia, risparmiare dove si poteva e non aveva senso illuminare una parte di città dove non c’era anima viva. Già a parte lei quella sera. In più era una strategia per ingannare gli zombie e farli allontanare dalle zone abitate di sera. In verità aveva funzionato fino ad un certo punto, non erano totalmente scemi, un minimo di cervello l’avevano.

Eleonora imprecò in quel momento contro il suo pessimo senso dell’orientamento. Guardò l’orologio: mancavano quattro minuti alle sette. Il telefonino non prendeva in quella zona. Non aveva speranze, lo sapeva, ma prese lo stesso la torcia nello zaino e cercò di ritornare da dov’era venuta.

Mancava un solo minuto alle sette e lei era ancora nella parte vecchia. Le mani erano sudate e il cuore batteva a mille: sarebbe morta d’infarto prima molto probabilmente.

Si spensero tutte le luci, calò il buio, Eleonora accese la torcia, decisa ad affrontare il suo destino qualunque fosse.

(continua)

 

 

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