I FENICI – IL POPOLO della PORPORA … di Maria Pace


“IL  LIBANO  –  TERRA DEI FENICI…    LA  PORPORA  “di  MARIA  PACE

fenici_rossoporpora

Terra dei Fenici! E subito nell’immaginario collettivo appaiono svelte navi nere dall’immensa vela quadrata. Un altro colore, però, stregò questo popolo: il rosso-porpora.
Fenicia! Terra della Porpora.
Ma come nacque questa meraviglia che stregò anche i popoli di tutto il mondo? Sono numerose le leggende sorte intorno all’origine di questa scoperta.
Una romantica leggenda racconta di Melkart, Dio e fondatore della città di Tiro e corteggiatore sfortunato di una bella ninfa di nome Tiro. Durante una passeggiata lungo la spiaggia, la bella fanciulla rimase affascinata dal colore che un piccolo mollusco sprigionava dal proprio guscio. Al divino innamorato promise le sue grazie, se egli le avesse fatto dono di una veste di quel colore. Inutile dire che Merlkart la accontentò subito.

Ma come si arrivava al pigmento per tingere le stoffe? Le modalità di lavorazione erano le seguenti. Dopo avere pescato i molluschi, forse con nasse, questi venivano messi in ampie vasche; infrante le conchiglie che ricoprivano i molluschi, essi subivano in processo di macerazione, durante il quale si otteneva il pigmento. A questo punto si diluiva il colore con acqua di mare, a seconda dell’intensità della gradazione desiderata, dal rosso cupo al violetto

Un’altra storia, narrata, nella letteratura apocrifa del Vecchio Testamento, è ambientata, invece, ai tempi in cui Hiram era re di Tiro: ancora un cane, che correndo lungo una spiaggia, trova un mollusco gettato a riva dalle onde; il cane lo addenta ed il suo naso si macchia con il succo del mollusco. Un pastore, lì vicino, con un pezzo di stoffa asciuga il naso del cane e siccome quella tinta gli piace molto, ripiega la striscia di stoffa e se l’avvolge intorno al capo, attirando l’attenzione di tutti. Attira anche quella di re Hiram che lo manda a chiamare. Alla vista di quello splendore, re Hiram incarica i suoi tintori di cercare il mollusco in grado di produrre quella meraviglia.
Quale era quel mollusco? Si trattava di un gasteropode del genere Murex che possedeva una ghiandola contenete un liquido biancastro il quale, per effetto del sole prima acquista un colore giallo pallido, poi verde, poi blu e infine assume l’impareggiabile color porpora.
Ma come si arrivava al pigmentto per tingere le stoffe? Le modalità di lavorazione erano le seguenti. Dopo aver pescato i molluschi, fquesti venivano messi in ampie vasche; le conchiglie che ricoprivano i molluschi venivano rortte e lasciate a macere. Il pigmento si otteneva proprio durante il periodo di macerazione . A questo punto si diluiva il colore con acqua di mare, a seconda dell’intensità della gradazione desiderata, dal rosso cupo al violetto.
Di questa sostanza, i Fenici ne fecero la voce più importante dei loro trafficci, commerci e della loro industria.
Perfino il loro nome trae origine dalla importanza assunta da questa sostanza: Canaan, infatti, il nome con cui la Bibbia indica il territorio, significa “Terra della porpora” e il termine Fenice, trae origine dal greco ”phoinos”, che significa sangue rosso,

Le tonalità dell porpora erano assai varie, la più ricercata, però, soprattutto dai Romani, era la hyacinthina prodotta a Tiro. Era detta anche Porpora imperiale, perché era quella usata da uomini di potere ed assurta a simbolo di potere e ricchezza per molti secoli.

Le città di Tiro e Sidone divennero i due centri di maggior di grande importanza lungo le coste libanesi, ma molti altri centri sorsero
sulle coste nord Africane e nelle colonie
spagnole. I centri di lavorazione della
tintura, infatti, sorgevano tutti vicino al mare, perché il mollusco doveva avere ancora la ghiandola piena di liquido; lo testimonia la presenza, nelle vicinanze di questi centri, di vere e proprie colline formate dagli strati dei gusci dei molluschi. Piccole montagne, poiché ogn murice (nome del mollusco) poteva fornire solo poche piccole gocce della preziosissima sostanza; ne consegue che occorrevano miliardi di molluschi per soddisfare il fabbisogno di quella specille materia prima.

I Murici divennero presto assai rari, tanto da soddisfare solo le richieste di Re e Papi oltre alle pergamene di preziosi codici. Costituiva, però un’attività che impegnava davvero gran parte della popolazione nelle varie fasi della produzione e de lavoro necessario per ottenere quei meravigliosi tessuti rosso-porpora.

Dai racconti di Plinio il Vecchio, a seguito di un viaggio in Giudea e di una visita ad un
laboratorio di tintura con la porpora, possiamo ricostruire le varie fasi della lavorazione.

La raccolta veniva effettuata con il mare tranquillo e si fermava solo durante i periodi di tempesta. Si raccoglievano i muscoli più grossi e si estraevano le ghiandole, poi si trituravano i gusci che si mettevano a macerare in acqua e sale per qualche giorno; dopo di che, si sciacquavano e si mettevano in acqua calda, mantenuta ad una temperatura costante grazie all’emissione di vapore attraverso un tubo collegato ad un forno vicino; e si lasciavano “cuocere” lentamente per una decina di giorno, permettendo il distacco del tessuto muscolare dalle ghiandole. Quello che si otteneva era un maleodorante liquido verdastro, pieno di residui organici decomposti da togliere.
A questo punto si facevano le prime prove di tintura su campioni di stoffa che venivano immersi nel bagno di tintura così ottenuto ed esposti al sole e si continuava così fino a quando non si otteneva la gradazione di colore desiderata.
Plinio dice anche che si ottenevano più sfumature mescolando diversi tipi di Murice e
aggiunge che, il colore della famosa Porpora di Tiro, ottenuto con una duplice tintura,
fosse stato il risultato della correzione di una tintura mal riuscita.

I vari processi di lavorazione rendevano proibitivo il costo di queste stoffe o anche la semplice decorazione di stoffe eppure, la
richiesta era enorme: indossare la Porpora, era segno esteriore di distinzione e dignità regale, sociale e sacerdotale.
Un fascino ed un coinvolgimento emotivo che catturò e incantò il mondo intero. Catturò ed incantò i Romani che ne fecero un decalogo.
Interamente purpurea era la toga del generale vincitore che sfilava il giorno del suo trionfo; ai Senatori era concessa una larga balza ai bordi delle tuniche e più stretta, invece, quella concessa agli appartenenti all’Ordo Equester… ornamenti anche per consoli, sacerdoti, ecc… Ma furono le donne a lasciarsi stregare da questo colore, al punto da spingere i legislatori ad emettere decreti che ne regolassero l’uso.
Rosso purpureo… un fascino che cattura ancora oggi.

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