“IERI ed OGGI – IL LIBANO… Maria & Simonetta”

“ANNIBALE”   di  MARIA  PACE

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L’immagine che ci torna agli occhi, parlando di popoli fenici e il nome che ci torna in mente è senza dubbio quello di Annibale. Di lui così disse Cornelio Nepote, storico romano:

“Non si può negare che Annibale è stato tanto superiore in capacita, a tutti gli altri comandanti , quanto il popolo romano ha superato in valore tutte le altre nazioni. Tutte le volte, infatti, che in Italia è venuto a scontrarsi con esso, sempre ne è uscito vincitore. E se in patria l’invidia dei suoi concittadini non avesse debilitato le sue forze, sembra certo che avrebbe potuto vincere i romani.”

Ma chi era Annibale? Annibale Barca, figlio del comandante Amilcare Barca e nemico giurato di Roma ?

In realtà non è facile… anzi è difficile , poter dare un sicuro giudizio su questo personaggio, sulla sua indole, sul carattere, come è difficile parlare delle sue imprese, tanto sono numerose ed eccezionali.

Nato a Cartagine nel 247 a.C. morì suicida a Libyssa nel 187. Fu un grande   Condottiero, passato alla storia per le sue vittorie durante la seconda guerra punica e le sue audacissime strategie di combattimento. Concepì, infatti, e mise in atto, un audace piano bellico per invadere l’Italia e raggiungere Roma, con 200.000 mila uomini, e 37 elefanti.

Il passaggio delle Alpi , da lui  compiuto, è certamente una delle imprese militari più memorabili del mondo antico e la scelta del valico dovette essere laboriosa e sofferta.

Tito Livio parla di “vie agevoli”; in realtà non si conosce bene quale sia stata. Con precisione si sa soltanto che, dopo la discesa delle Alpi, Annibale incontrò il popolo dei Celti Taurini, nell’attuale Piemonte. Recenti ricostruzione di quell’impresa, suggeriscono la salita attraverso il Colle dell’Autares e quello dell’Arnas, nelle Valli di Lanzo, in Piemonte e la discesa invece, in prossimità del comune di Usseglio. Era la fine di ottobre e Annibale raggiunse la Pianura Padana prima dell’inverno.

Secondo altre ipotesi il passaggio sarebbe avvenuto invece attraverso il Colle del Gran San Bernardo, transitando attraverso la Val di Cogne e raggiungendo i Colli Bardoney o dell’Ariettaz, entrambi con sbocco il Val Soana.

Dei sessantamila che avevano attraversato i Pirenei, quasi 50 000 tra fanti e cavalieri e tutti i 37 elefanti (di cui, secondo Polibio, solo uno riuscirà a sopravvivere all’inverno, per poi morire l’anno successivo durante la discesa in Etruria), riuscirono ad arrivare nella Pianura Padana. Sconfiggendo tribù montane, difficoltà del terreno e intemperie, Annibale aveva compiuto una delle imprese militari più memorabili e geniali del mondo antico.

Raggiunta la Pianura Padana, Annibale dette inizio all’avanzata nel territorio italico, scontrandosi e sconfiggendo i Romani guidati dal console Publio Cornelio Scipione, prima in un’epica battaglia presso il Ticino e  nel dicembre dello stesso anno sul fiume Trebbia, con una tattica di accerchiamento che anticipò in qualche modo la   celebre battaglia di Canne, che gli permise… pur tra mille difficoltà, di acquartierare le truppe per trascorrere l’inverno ed aspettare la primavera per riprendere le ostilità.  Un periodo, però, di grandi difficoltà ,trovarsi nelle paludi dell’Arno, per un popolo abituato ad altre latitudini. Qui perse molte delle sue truppe a causa dei gravissimi i disagi e delle malattie e qui, egli stesso perse un occhio. Giunta la primavera,   riprese l’avanzata in Etruria , sempre seguito dalle Legioni romane., devastando e e saccheggiando il territorio e facendo cadere nelle sue famosissime trappole ed imboscate,   le truppe del console Gaio Flaminio, fino alla battaglia sul Trasimeno, dove, favorito dalla nebbia,  inflisse loro una grande sconfitta..

Se in un primo momento, non era riuscito, come  sperava,  a suscitare nelle popolazioni italiche la rivolta contro Roma, nè ad ottenere  la loro collaborazione, la grande abilità tecnica e militare dimostrata e le strepitose vittorie,   gli offrirono l’opportunità   di minare il sistema di alleanze di Roma con i popoli dell’Italia meridionale.

Un grande esercito romano, nel frattempo, costituito da otto Legioni e comandato dai consoli Paolo e Varrone,   lo raggiunse nei pressi di Canne e qui ebbe luogo la celebre battaglia.  Annibale attirò il grosso delle Legioni romane in una trappola., riuscendo ad accerchiarle ed a distruggerle quasi completamente; le perdite di Annibale furono circa 6.000 uomini contro i 45.000 tra legionari, senatori, ecc…e i 10.000 prigionieri. romani.

Dopo la battaglia di Canne, Annibale e il suo esercito soggiornarono ancora per altri undici anni in Italia, senza subire serie sconfitte e dimostrando il suo indiscusso valore. I fatti che seguirono sono noti a tutti: Annibale non riuscì, pur tentando in ogni modo,   ad attirare  i suoi nemici  in  altre grandi battaglie campali e i Romani, dal canto loro, adottarono quelle tattiche di logoramento che avevano fatto guadagnare al console Quinto Fabio Massimo il soprannome di “Temporeggiatore,  dispiegarono, nel contempo,  sul campo un numero sempre più elevato di Legioni per controllare il territorio e recuperare lentamente le posizioni perdute[.

Subito dopo le sue strepitose vittorie, Annibale inviò a Cartagine il fratello Magone, per illustrare i brillanti successi raggiunti e richiedere rinforzi, ma i dirigenti della città, preoccupati per la situazione in Spagna, si limitarono ad inviare un piccolo contingente di cavalieri;  rimasto da solo, Annibale   dovette subire qualche sconfitta, per cui   cercò alleanze e tentò di estendere il suo dominio sull’Italia meridionale, ma continuò con alterne vicende, fino all’arrivo degli aiuti dalla madre patria. Era il 207 a.C.

Il fratello minore, Asdrubale, stava, intanto, marciando dalla Spagna   verso l’Italia. Stava attraversando le Alpi, quando Annibale fu informato del suo arrivo.  Si trovava  sul Bruzio e mosse immediatamente verso nord, cercando di ricongiungersi con un l’esercito cartaginese che stava discendendo l’Italia agli ordini del fratello.  In realtà, i Romani erano riusciti ad intercettare i messaggeri inviati da Asdrubale e quindi Annibale, all’oscuro dei suoi piani,  rimase fermo in Apulia; intanto, Asdrubale, sconfitto,   veniva ucciso e la sua testa, gettata nell’accampamento di Annibale.

Annibale decise a questo punto di ritornare nelle montagne del Bruzio dove  rimase praticamente bloccato e da dove  tentò di  difendere le sue ultime posizioni, senza, però,  riuscire ad impedire la caduta di Locri. I comandanti romani,  ancora intimoriti dalla sua impressionante reputazione, rinunciarono ad attaccarlo[.

Anche i fratello Magone aveva fallito in Liguria e con le vittorie di Cornelio Scipione in Africa, giunse l’ordine da Cartagine di ritornare in patria. Era l’autunno 203 a.C. Annibale dovette abbandonare l’Italia portando con sé i suoi veterani e i volontari italici disposti a seguirlo, ma. in realtà, consapevole che la sua lunga campagna nella penisola era fallita.

Il ritorno di Annibale in Africa dette vigore alla resistenza della popolazione cartaginese e rinsaldò il suo morale, ridando forza al partito della guerra  e  Annibale ricevette nuovamente il comando delle truppe disponibili: un misto di milizie cittadine e dei suoi veterani e mercenari trasferiti dall’Italia.

Era il 201 c.C.   e dopo un’inutile conferenza di pace con Scipione, Annibale si scontrò con lui a Zama; la battaglia fu aspra e sanguinosa   e si concluse con la vittoria di Scipione e dell’alleato Massinissa .

Annibale aveva appena 46 anni e dopo un periodo di inattività, salì al potere; da uomo politico, e tentò una riforma dello Stato per incrementare le entrate fiscali, ma la gelosia nei suoi confronti era tale da accusarlo di aver tradito gli interessi di Cartagine quando era in Italia, evitando di conquistare Roma quando ne aveva avuto la possibilità. Denunciato, il grande condottiero preferì l’esilio volontario e come disse Cornelio Nepote:

“… l’invidia di molti poté sconfiggere la virtù di no solo”

Si rifugiò prima a Tiro e poi ad Efeso, dove re Antioco, dopo una sconfitta meditava di consegnarlo ai Romani e da dove fuggì   a Creta. E qui emerge anche il suo lato sottile ed astuto.   I Cretesi non volevano lasciarlo più partire, a meno che non lasciasse nel loro tempio principale l’oro che aveva con sé, come offerta votiva. Egli finse di acconsentire. Consegnò un grosso quantitativo di ferro appena ricoperto da un sottile strato d’oro e trafugò invece le sue barre, fondendole e nascondendole all’interno di statue che egli portava sempre con sé e che i Cretesi gli permisero di portar via.

Da Creta passò subito in Armenia, poi in Bitinia e fu qui che si concluse la sua straordinaria parabola:   a Lybissa, dove re Prusia stava per consegnarlo ai Romani e dove il grande condottiero scelse la morte, pur di non cadere vivo nelle mani del nemico. Qui si diede morte prendendo il veleno contenuto nel castone di un anello.

Le sue ultime parole si dice fossero, secondo Tito Livio le seguenti:
“Quanto sono cambiati i Romani, soprattutto nei costumi, non hanno più neanche la pazienza di aspettare la morte di un vecchio, su allora, liberiamoli da questo lungo affanno”.

Era il 183 a. C.

Questo, il grande condottiero, il soldato dotato di grandi capacità tattiche e strategiche, capace di   tenere posizioni per oltre 15 anni con il suo piccolo esercito di veterani, isolato in territorio nemico; queste, le straordinarie qualità dimostrate durante la sua carriera militare.

Ma chi era Annibale Barca?

Era un uomo cresciuto con l’ideale fisso di lottare eternamente contro Roma, figlio di quell’Amilcare Barca che gli fece giurare, ancora bambino, che mai sarebbe stato amico di Roma… (benché questo episodio sia oggi messo in dubbio dagli storici moderni.)

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Eletto, a soli ventisei anni, (ne aveva passati diciassette lontano da Cartagine con il padre), comandante sul campo dai suoi soldati e confermato dal governo a Cartagine, dopo due anni trascorsi a completare la conquista dell’Iberia, si era sentito pronto ad affrontare Roma.

Chi era, dunque, l’uomo Annibale Barca?

I giudizi non sono tutti lusinghieri. Alcuni sono decisamente severi. C’è chi ne descrive solo i vizi, ma anche chi non tralascia le virtù, come Tito Livio il quale di lui dichiara:

“Aveva grande audacia nell’affrontare i pericoli, massima la sua prudenza negli stessi, da nessun disagio il suo corpo poteva essere affaticato, né il suo coraggio poteva essere vinto…”

E poi aggiunge:

«Queste sue virtù trovavano un uguale corrispettivo nei difetti: disumana crudeltà, una perfidia più che cartaginese, niente di vero o santo, nessun rispetto per la religione, nessun timore per gli dei, nessuno per il giuramento…certo che nei suoi confronti prevalse, tra i Cartaginesi, la fama di avaro, tra i Romani, quella di essere crudele. »

Appiano, poi, non si fa scrupolo di affermare:

“ I Cartaginesi non hanno rispetto né per accordi né per giuramenti… Le azioni perpetrate da Annibale stesso in guerra con stratagemmi e spergiuri… anche contro i suoi stessi alleati, distruggendo le loro città e massacrando   i loro soldati al suo servizio, richiederebbe troppo tempo per essere elencate.. Quale trattato, quale giuramento non hanno calpestato sotto i piedi?”

Più positivo il giudizio   dello storico greco Polibio, peraltro, nel suo tentativo di risultare il più obiettivo possibile nel criticare Cartagine e la sua gente, finendo per dare poco credito alle accuse contro di lui   e addirittura scagionarlo, adducendone anche le motivazioni, nonostante che egli facesse parte della schiera dei clienti degli Scipioni, acerrimi nemici del cartaginese, ne loda le qualità di condottiero:

« Nessuno potrebbe non approvare il modo di comandare, il valore e la forza dimostrati da quest’uomo, se considerasse la lunghezza di questo periodo, e facesse attenzione alle battaglie grandi e piccole, agli assedi, alle defezioni delle città, alle difficoltà delle situazioni e inoltre alla grandezza dell’intero piano e della sua attuazione per il quale, avendo Annibale combattuto per sedici anni senza interruzioni contro i romani in Italia, non lasciò mai le sue truppe allontanarsi dal campo di battaglia: invece tenendole unite sotto il suo controllo come un bravo timoniere, fece attenzione affinché uomini così numerosi non si sollevassero contro di lui o gli uni contro gli altri anche se impiegò soldati che non solo non appartenevano allo stesso popolo ma addirittura a razze diverse… »

E’ assai difficile, dunque, giudicare il vero carattere, l’indole, di questo grande condottiero e non solo per merito o demerito personale, ma anche per l’ascendente che ebbero su di lui i diversi consiglieri che si alternarono al suo fianco ma anche a causa delle situazioni di fronte alle quali si veniva a trovare e verso cui era costretto a prendere determinate decisioni, come il dover, ad esempio, abbandonare a se stessa una città e lasciarla in mano a soldati saccheggiatori, o il dover violare qualche trattato e altro ancora.

E’ indubbio, però, ed anche inevitabile, che vi sia stata una voluta distorsione dei fatti. I soli scritti che riguardano Annibale, provengono dalle fonti di questi storici romani che in lui vedevano il più grande nemico di Roma. Accuse tendenziose e propagandistiche, dunque.

In realtà, Annibale, era così temuto ed odiato, che era difficile restare obiettivi nel giudizio. L’accusa di perfidia si può spiegare con   quella sua tattica di guerriglia che così tanto spaventava i romani, abituali all’ordine ed allo schema; quanto alla crudeltà, i romani non erano , veramente, da meno e il loro costume   rispecchiava esattamente le consuetudini belliche dell’epoca, confermate dal gesto brutale di Claudio Nerone con la testa di Asdrubale lanciata nel campo cartaginese.

E come disse Napoleone, nessuno generale fu mai più audace, sorprendente e ardito di Annibale.  Considerato uno dei più grandi condottieri di tutti i tempi e il più grande dell’antichità, di lui si esaltano, oggi, le qualità strategiche militari, ma si analizzano anche quelle politiche  e  i pareri concordano riguardo l’errata percezione che egli ebbe delle esatte caratteristiche dello stato romano.Sorretto dal suo sogno di liberare i popoli dal giogo romano, probabilmente si aspettava una maggiore adesione al suo “progetto di liberazione” da parte dei popoli assoggettati e non comprese, invece, quanto solida fosse la struttura politica di Roma.

Tuttavia, con il tempo,   il ricordo delle sue imprese fecero di lui un personaggio mitologico ed epico, dotato di principi di coerenza, moralità e soprattutto incorruttibilità,   fino alla fine dei suoi giorni.


“IL MIO  LIBANO”  do  Simonetta ANGELO COMNENO

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Lascio malvolentieri Barouk. Seduta sotto ai suoi cedri ho respirato il silenzio che mi ha avvolto come un lembo imbevuto di pace. Mi sono proposta di andare verso nord ed ora mi chiedo se il mio non sia un vero e proprio pellegrinaggio, un po’ doloroso forse, nei  miei ricordi. Perché, pur tornando spesso in questo paese che tanta parte ha avuto della mia vita,  io continuo a vederlo con gli occhi del passato. Buffo, vero?

L’altipiano della Bekaa mi riempie sempre di stupore. Immaginate una vasta pianura che si estende da nord a sud tra due catene di montagne. E’ un susseguirsi di vasti campi coltivati – il granaio dell’impero romano – dai tracciati regolari, quasi fossero stati delineanti con una riga, i cui colori variano secondo le stagioni dal verde tenero al giallo dorato delle spighe di grano, dal verde cupo dei campi di patate a quello delle piantagioni di hashish e di papavero da oppio…eh già perché qui i signori della guerra hanno trasformato alcuni dei campi fertili  in qualcosa di più redditizio; tutti lo sanno ma nessuno ne parla apertamente. Il fiume Litani bagna e irriga questi fertili campi coltivati a grano, mais, cotone e vegetali. La memoria che mi riporta ai giorni in cui, attraversando la valle per recarci a Damasco, incrociavamo carri armati e blocchi dell’esercito siriano che aveva occupato la valle. Eravamo in piena guerra ed avevamo approfittato di una tregua per andare a visitare dei parenti a Damasco. Lo spettacolo era desolante. Se non erano i blocchi dell’esercito regolare si rischiava di incontrare quelli delle diverse milizie ed ognuna di esse si comportava da padrone in casa nostra. Ritorno a ricordi più gioiosi, come le nostre tappe al Domaine de Kafraya, dove degustavamo, prima di farne scorta, il vino di quello splendido vigneto, o a quello di Ksara o dello chateau Musar, tutti ottimi vini  ormai conosciuti anche dagli intenditori europei.  Dolci ricordi…

La città di Anjar mi appare davanti all’improvviso. Immersa come ero nei miei pensieri non mi ero neanche accorta di essere arrivata al crocevia: se vado a destra mi trovo sulla strada che mi porta verso Damasco, se invece  vado dritta, deviando leggermente verso destra, posso arrivare a Chtaura.

Ma Anjar mi trattiene con il fascino che emana dalle sue rovine, in particolare quelle dei due palazzi con arcate e fregi in pietra, che risalgono all’epoca omayyade; si tratta di un insediamento fortificato, edificato nell’VIII  sec., che riprende il modello urbanistico romano con un decumanus  maximus e un cardo maximus che dividono l’area urbana in quattro settori identici. Mi sembra di vedere ancora, tra le ombre proiettate dalle colonne, gli abitanti aggirarsi tra le vecchie terme e le botteghe piene di mercanzie. In tempi più recenti qui c’erano blocchi di miliziani che, secondo l’umore del giorno, trattavano bene o male, molto male, chi transitava di lì. Per un istante rivivo quei momento ed è un’impressione talmente forte che mi toglie il respiro. Meglio allontanarmi e proseguire il mio cammino verso Chtaura. Oggi è una cittadina con costruzioni piuttosto recenti e tante botteghe ma una trentina di anni fa era molto diversa; ci si fermava qui dopo aver attraversato, salendo fino a 1. 200 metri circa la catena dell’Anti-Libano. Qui era d’obbligo una piccola sosta per ammirare il tappeto multicolore della valle della Bekaa che si apriva sotto ai  nostri occhi. Si scendeva fino ai 900 metri e si arrivava a Chtaura dove si doveva effettuare una sosta per soddisfare, questa volta, lo stomaco che gorgogliava perché troppo vuoto o perchè si preparava alle delizie con le quali si sarebbe riempito. La prima  bottega che si incontrava ci accoglieva con l’immenso paiolo posto accanto alla porta di entrata, nel quale bolliva un liquido denso e profumato. Ci fermavano lì davanti in attesa che una mano gentile ce ne porgesse una tazza che degustavamo lentamente. Assaporavamo quel latte zuccherato nel quale era stato sciolto del sahlab,una polvere bianca addensante e profumata, ricavata da tuberi essiccati di diverse orchidee.

Poi ci si spostava all’interno del locale, ci allineavamo davanti al bancone dove, come prestigiatori, i commessi ci preparavano gli‘aruss, arrotolando ben stretto il pane arabo, che in occidente viene chiamato pita, sul quale veniva spalmato il labné –come lo yogurt greco sgocciolato- condito con olio, menta fresca e fettine di  cetriolo. Solo dopo aver degustato tanta delizia ci si rimetteva in cammino. Quante volte, prima della maledetta guerra, affrontavamo la strada, una cinquantina di chilometri in realtà ma tutta in salita su una strada che, all’epoca no era ne anche molto larga, solo per degustare quei meravigliosi ‘aruss.  In estate invece si affrontava quella strada nel pomeriggio, ci fermavamo a Chtaura per rifocillarci, poi si proseguiva per Baalbek per assistere ad uno dei tanti spettacoli presentati al Festival di Baalbek, vanto libanese. Per tutto un mese si avvicendavamo concerti delle più famose orchestre europee, opere teatrali della Comédie française, operette francesi o libanesi, balletti e altro. Se invece decidevamo di partire di mattina, facevamo la colazione a Chtaura, il pranzo a Zahlè e  infine, primo dello spettacolo, passeggiavamo tra le maestose rovine di Baalbek.

Zahlé, cittadina di circa 50.000 abitanti, è conosciuta perché offre un numero incalcolabile di ristoranti attraversati da canali nei quali gli osti mettono a rinfrescare le bottiglie di arak , una bevanda alcolica profumata all’anice molto simile al pastis francese. Qui si degusta il miglior Kebbé e il più raffinato tabboulé. Ricordo ancora i numerosi pranzi con i miei genitori che venivano spesso a trovarmi : il mio papà era un buongustaio che apprezzava particolarmente la cucina libanese e che mangiava tutto di buon appetito tanto che una volta mia cognata mi disse sorridendo: “certo che se a tuo padre offrissimo un bel sasso bianco e levigato lo mangerebbe dicendo che è buonissimo”.

Ancora ho in mente il suo volto quando per la prima volta lo accompagnai a visitare Baalbek.

Baalbek…ma questa è un’altra storia.

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Commento di Anna CARUSO alla saga OSORKON di Maria PACE

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Premettendo che questo è il mio primo commento “ serio “, se così si può definire, tralasciando le relazioni scolastiche, cercherò di fare del mio meglio.

Vi voglio far entrare nel mondo magico e antico di “ Osorkon – Il Guardiano della Soglia “ libro di Maria Pace, scrittrice, che molto probabilmente, molti di voi già conoscono.

Devo dire che sono stata attirata subito da questo libro, forse perché l’antico Egizio ha sempre avuto un certo fascino per me fin da piccola. Quindi quando ho visto questa saga, ho pensato che facesse proprio al caso mio.

Se credete di sapere qualcosa sulla civiltà egizia, al massimo che non siate specialisti in questo campo, quando leggerete questo libro capirete che vi eravate enormemente sbagliati, conoscevate se va bene il 10 % del suo mondo, per essere gentili con voi stessi, ma non vi preoccupate si può sempre porre rimedio. Almeno io mi sono scoperta enormemente ignorante. In più le informazioni storiche sono così ben amalgamate con la trama e i personaggi che non vi renderete conto di tutto ciò che state imparando.

Non è solo questo che rende, secondo me, questo di Maria Pace un bel libro, ma c’è anche altro.

In primis la storia, molto interessante, basata sulla corrispondenza “ telepatica “ fra Nefer, una principessa egiziana, e Isabella, una ragazza dei giorni nostri.

Inoltre anche lo stile di scrittura è molto piacevole. La storia scorre davanti ai tuoi occhi velocemente, non ti accorgi della pagine lette e non ti capita mai di fermarti e dire “ Aspetta, ma adesso che vuole dire con questo giro di parole ? “. A me molte volte è successo. C’è un completo equilibro tra la narrazione, i dialoghi e la descrizione, non succede mai di voler chiudere il libro perché ti imbatti in una parte particolarmente pallosa.

Inoltre vi sono anche parecchie immagini molto carine, che danno l’idea di come potrebbero essere i personaggi e alcuni luoghi.

Il finale, essendo la prima parte della storia, ovviamente lascia molti interrogativi aperti e la voglia di andare a scoprire se Isabella riuscirà nel suo intento. Personalmente ieri sera quando l’ho finito volevo scendere dal letto ( preciso letto a castello con relativi gradini e si ho 20 anni ) e andare a iniziare il secondo volume, ma poi ho guardato l’ora : 1.00 e mi sono resa conto che il giorno dopo mi dovevo svegliare alle 7.30. Sarei andata avanti a leggere se non fosse stato per quei famosi cinque gradini, quindi, se vi capita di incominciare una buona saga, volete un consiglio ? Mettetevi tutti i libri a portata di mano.

I libri di Maria PACE – “OSORKON”

“OSORKON” mini-saga  storica con una pennellata di fantasy

“OSORKON – Il Guardiano della Soglia”  volume primo

“OSORKON – Ilcollare di Thut-ank -Ammon”  volume secondo

BookCoverPreview (6) - CopiaSiamo nell’Antico Egitto – Epoca XIX Dinastia Regna il faraone Meremptha, figlio di Ramseth II Nefer, ultimogenita del Faraone e Isabella, sorella dell’archeologo Alessandro, comunicano telepaticamente grazie al misterioso intervento di OSORKON, la statua che i sacerdoti egizi hanno messo a guardia della tomba della principessa. Le due ragazze si scambiano notizie sull’epoca in cui vivono: storia, miti, riti, scoperte, usanze, misteri, segreti… Le loro storie si intersecano fino a… al lettore il piacere di fare scoperte e di emozionarsi attraverso le avventure vissute dalle protagoniste e dai tantissimi personaggi che le accompagnano.

 


 

BookCoverPreview (7) - CopiaAntico Egitto – Epoca XIX Dinastia Nefer, ultimogenita del faraone Meremptha e Isabella, sorella dell’archeologo Alessandro Scanu, comunicano telepaticamente attraverso una prodigiosa creatura, frutto delle avanzate conscenze degli antichi sacerdoti egizi: il Guardiano della Soglia, posto a protezione della tomba della principessa morta a soli sedici anni Le due ragazze, che oltre al nome hanno in comune anche il carattere e l’aspetto fisico, si scambiano notizie, curiosità, fatti ed aneddoti riguardanti l’epoca in cui vivono; in tal modo, Isabella viene a conoscenza di alcuni dei “misteri” che circondano lo straordinario popolo egizio. Si muovono in uno scenario del passato incantevole e suggestivo, numerosi personaggi: Osorkon, misterioso sacerdote di Bes, Sekenze, principe della necropoli, Thotmosis, fratello amatissimo di Nefer, Akheren, studente di Ptha, Enen, malvagio figlio del Gran Visir e altri ancora… Antiche avventure che si intrecciano con moderne avventure: l’archeologo Alessandro e la scoperta della tomba della principessa, Mister Smith e il traffico di reperti archeologici, Abdel il Rosso e la banda di tombaroli, il giovane Alì, studente di Architettura con la passione per l’archeologia… Storia e fantasy in un suggestivo viaggio tra il reale e il meraviglioso, il presente e il passato lungo le rive del Nilo e le dune del deserto.

KHUFU (KEOPE)… Il Faraone amante dell’Alchimia

KEOPE...   e le "Stanze di Thot"

KEOPE…      il Faraone amante dell’alchimia

Khufu, meglio conosciuto come Keope,  nasce nel 2589 e sale sul trono intorno al 2550 a.C. e continua l’opera di costruzione di suo padre, Snefru.
Di questo Sovrano la tradizione classica ci consegna il ritratto di un despota crudele ed insensibile. Un ritratto, in realtà, del tutto ingannevole che consegna al lettore l’immagine falsata di un’epoca in cui, al contrario,  l’umanità raggiunse vette che non eguaglierà neppure in futuro: senza conoscere il ferro né la ruota, ma con la sola “potenza” della pietra, costruisce la più grande  delle Meraviglie del Mondo Antico.   L’immagine, però,   di schiavi   oppressi e costretti a lavorare sotto la sferza di guardiani aguzzini é del tutto falsa: un’opera complessa e mirabile come la Piramide, richiedeva competenza ed esperienza di personale qualificato come architetti, geometri, scalpellini e non  era certamente impresa di schiavi e rozzi prigionieri nomadi.
Viene spontaneo, però, chiedersi perché mai Snefru, che  pure fece erigere non una,   bensì   tre  e forse quattro Piramidi,  non gode della stessa pessima fama.
La risposta ce la fornisce la Storia o, più esattamente, gli storiografi greci ed in particolare Erodoto che, bisogna ricordare, scrive di  fatti accaduti tremila anni prima e attinti a pettegolezzi,  più che a  fonti letterarie,  dell’Egitto dell’epoca decadente.
Il  culto alla persona di Keope, in realtà, come quello  del figlio Kefren, era praticato ancora ai tempi di Alessandro Magno.

Testi risalenti alla sua epoca, invece, ce lo  descrivono come un riformatore in ambito civile e religioso. Egli riordinò l’amministrazione dello Stato creando la figura del Gran Visir (Primo Ministro, diremmo oggi) scegliendolo in seno alla famiglia reale ed ottenendo, così, il controllo diretto su tutti gli altri Funzionari.  In campo religioso, egli  limitò il potere dei Sacerdoti, creando, però, lo scontento di alcuni di essi che si vendicarono denigrando la sua figura e il suo operato.
Oggi, grazie alle scene dipinte nelle mastabe dei Funzionari,  conosciamo bene le condizioni di vita a quei tempi   e conosciamo  l’organizzazione dei lavori nei cantieri della  Piramide:  ferrea ma necessaria per il buon andamento del lavoro, proprio come avverrà in futuro per la costruzione di altre opere imponenti… in Egitto ed altrove.

Nei racconti di Erodoto, Keope é un Sovrano odiato per aver ridotto in miseria il Paese.
“…  giunse a tal punto di malvagità – scrive lo storico greco, vissuto  nel  V secolo – che, per bisogno di ricchezze, mise sua figlia in un bordello e le ordinò di farsi pagare una certa quantità di denaro: non dicono quanto. La figlia adempì agli ordini del padre…”
Nessuno oggi crede più a questa turpe calunnia, ma il marchio infamante è, comunque, rimasto attaccato alla persona e al nome di questo Sovrano colto e dotto come lo erano tutti i Re egizi prima e  dopo di lui. Egli si interessò di Architettura, Astronomia, Astrologia e Storiografia Sacra dell’Egitto attraverso lo studio di antichi documenti religiosi antecedenti il regno di Menes.
Scrisse anche un trattato di Alchimia sacra ed ermetica.

Così come Snefru,  suo padre,   ci offre un quadretto idilliaco e familiare di lui in gita sulla Barca Reale, anche Keope ci offre in una scenetta familiare in cui compare  attorniato dai figli che gli raccontano favole.
Djedefra, uno dei figli, gli parla di un mago,  Djeda, capace di grandi prodigi, come domare un leone o riattaccare al collo una testa mozzata.
Keope, uomo sapiente e dalla grande sete di conoscenza, vuole mettere alla prova il mago. In realtà egli é alla ricerca del numero esatto delle “Stanze di Thot”, Dio della Conoscenza e della Magia, sul cui  modello vorrebbe farsi costruire il Tempio Funerario.
Il principe Djedefra si reca dal mago e gli chiede di accompagnarlo a corte dove il Sovrano é
ad attenderlo.
Keope appare subito affascinato dalla personalità del mago, dalla sua saggezza e sicurezza e dalla veneranda età:  centodieci anni.
Gli fa subito una domanda:
“Sai davvero riattaccare una testa mozzata?”
Alla risposta affermativa del mago, il Sovrano ordina di  far decapitare un prigioniero, ma il mago si oppone:
“No! – dice – Non un essere umano, mio Signore, perché é vietato fare una cosa simile al gregge sacro di Dio.”
Il Sovrano accondiscende e fa portare un’oca a cui é stata mozzata la testa; ilmago la riattacca e la riporta in vita. Non ancora convinto, Keope fa portare un bue e il risultato é lo stesso. A questo punto il Sovrano gli  chiede:
“Quante sono le Camere Segrete di Thot?”
Djeda gli risponde di non saperlo,  ma che una possibilità esiste per scoprirlo:
“Al Tempio di On (Eliopoli) è custodito uno scrigno di selce contenente l’informazione.” dice.
Come andò a finire?
I messi del Sovrano non trovarono nulla al Tempio: qualcuno li aveva preceduti ed aveva trafugato lo scrigno e il suo prezioso contenuto.

Chi volesse avere ulteriori notizie al riguardo, potrebbe leggere il libro
“DJOSER e i Libri di Thot”
di Maria Pace – Editrice  MONTECOVELLO

nelle migliori librerie o direttamente alla Casa editrice:
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lo si può richiedere anche direttamente all’autrice   mariapace2010@gmail.com

 

 

 

DEI ed EROI nella varie culture – Babilonia… Ea-Enkil il Signore degli Dei

DEI ed  EROi -  EA -ENKI,  divinità sumerica-babilonese

EA.ENKI, è un Dio.Maggiore, un Dio forte e potente, ma non è un Dio-Cretaore, bensì un Figlio di Dio… ma diamo un’occhiata alla sua famiglia, cui egli appartiene quale terza generazione.

Prima ancora della creazione dell’Universo, c’erano APSU  E TIAMAT,  ossia le Acque Dolci e le Acque Salate, le quali, confuse e mescolate insieme , costituivano le Acque Primordiali. Apsu e Tiamat finirono per unirsi e  dal loro amplesso nacquero due divini esseri giganteschi: LAHMU  e la sua compagna LAHAMU, i quali a loro volta generarono ANSHAR, Spirito di tutto quanto sta di Sopra e KISHARA, Spirito di quanto stav d Sotto. Dalla loro unione nacquero ANU ed INANNA, Signore del Cielo e Signora… la Paredra, che generarono EA-ENKI, Signore di tutti gli Dei, potente più di ogni altra Divinità nata prima di lui, il quale rìuscì a togliere il potere al vecchio

Ma come andarono i fatti?

Col tempo, la famiglia degli Dei si era notevolmente allargata ed un gran numero di piccoli Dei, maschi e femmine, come in ogni buona famiglia che si rispetti, andavano correndo e scorrazzanfo qua là, in Cielo e in Terra, facendo gran chiasso e baccano, tanto da e provocare la collera del vecchio Apsu che voleva godersi la vecchiaia in tutta tranquillità e che proprio non sopportva quel rumoroso nipotame.

Un bel giorno,  raggiunto il massimo grado di sopportazione, Apsu mandò a chiamare  MUMMU, il mago consigliere, affinchè gli suggerisse il mezzo per  liberrsi di quel tormento. Mummu gli suggerì di consigliarsi con la consorte, Tiamat. Così fece. Tiamat, però, come tutte le nonne, era un po’ più paziente e tollerante e, pazienza e tolleranza consigliò al collerico sposo, ma questi, nell’udirla difendere i nipoti montò su tutte lefurie e minacciò di far piazza pulita di quella sua rumorosa discendenza. Ad appoggiarlo in quei propositi c’era anche il deforme Mumu, felice di potersi vendicare di tutti i lazzi e sberleffi di cui era fatto oggetto da parte di quei giovani, screanzati Dei che,come tutti i giovani, non avevano rispetto alcuno della sua deformità.

Quando gli Dei appresero della triste sorte che li attendeva, si lasciarono prendere dal panico e cominciarono a correre di qua e di là per scampare al destino, facendo sempre più chiasso e contribuendo ad aumentre il malumore del nonno. Sempre più terrorizzati, fratelli e  sorelle si cercavano,  si stringevano l’un l’alto per darsi coraggio… Tutti, meno uno: Ea-Enki, che, in disparte, cercava la soluzione al problema.

Fratelli e sorelle lo guardavano scettici e speranzosi insieme; conoscevano le sue particolari doti, che lo rendevano il migliore fra tutti loro. Sapevno che Enki era astuto e di fine ingegno e speravano in un prodigi. Lo videro, d’un tratto, lasciare il suo posto in diparte ed accostarsi ad una brocca, riempirla d’acqua e praticarvi uno dei suoi incantesimi. Lo videro, dopo, offrire quell’acqua  ad Apsu ed al suo nanerottolo Mummu, che ne trangugiarono in abbondanza, trovandola di loro gradimento

Subito dopo aver bevuto, i due caddero in un sonno profondo ed Enki fu lesto a portar via a nonno Apsu le insegne del comando:  la veste, con cui si cinse i fianchi e la corona a raggera che si pose sul capo, dopo di che, lo uccise e si impadronì del suo palazzo. Quanto al nano, Enki lo sprofondò in una prigione legandolo ad una catena . Assunto il potere su tutti gli Dei, Enki era pronto a governare su di loro, per cui si fece  costruire un sontuoso palazzo dove andò ad abitare con DAMKINA, la sua bella sposa.

 

INTERVISTA rilasciata a Maria Pace dalla scrittrice Marcella Nardi

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  1. Innanzitutto ci dica qualcosa di lei. Chi è Marcella Nardi?
    1. Sono una donna che ama la vita in tutte le sue manifestazioni. Italianissima, anche se vivo da meno di 8 anni in USA, a Seattle. A darmi i natali, cinquantatré anni fa, è stato un bellissimo borgo medievale, in provincia di Treviso: Castelfranco Veneto, la terra del Giorgione. Sono laureata in Informatica e per 22 anni ho lavorato in questo settore a Milano. Tra le mie tante passioni vi è la Storia antica e medievale, il modellismo storico, i viaggi in giro per il mondo, la fotografia, il giardinaggio e, anche se citati per ultimo, una grande passione per la lettura e la scrittura.

 

  1. Quella della scrittura è una passione che ha sempre avuto o che sta coltivando solo da qualche temo?
    1. Ho iniziato a scrivere da piccola, verso gli otto/nove anni e ho continuato fino all’adolescenza. All’epoca scrivevo poesie e pensieri. Poi ho smesso riprendendo nel 2006 dopo la morte di mio padre. Da allora, non ho mai smesso.

 

  1. Come nasce l’idea di un libro?
    1. Non sempre allo stesso modo. L’ultimo, per esempio, l’ho scritto in buona parte mentre ero in aereo. Avevo visto un concorso annuale a livello nazionale e avevo deciso di parteciparvi. Nel tornare in Italia, durante le 8 ore di traversata atlantica, ho iniziato a scrivere di getto ideando e creando il personaggio di una detective donna che in quasi tutto e per tutto corrisponde a me stessa. In realtà tra le tante cose che avrei voluto fare da grande, quando andavo alla scuola superiore, c’era anche una mezza idea di fare il commissario di polizia.   
    2. In altri casi, l’idea mi è stata suggerita da concorsi mirati. Per esempio la storia semibreve di “Grata Aura” è nata per un concorso nazionale con tema “Italia Mia”. Sono stata la vincitrice nel 2014.
    3. Poi uso un mio taccuino dove al nascere di nuove idee, ma da sviluppare più’ avanti, ne prendo nota.

 

  1. Ci parli un po’ del suo libro
    1. Immagino che ci riferiamo all’ultimo, cioè a “Via San Vitale, 1”. Spendo solo due parole per il mio libro precedente che è una antologia di quattro storie brevi ricche di complotti, cospirazioni, omicidi e sentimenti. Il tutto racchiuso nella splendida cornica dell’Italia tra il XII e XIV secolo.
    2. Veniamo a “Via San Vitale, 1”. È un poliziesco che si svolge a Bologna, ai giorni nostri. La detective, Marcella Randi, è ancora all’università. Dal prossimo romanzo, invece, sarà un commissario a tutti gli effetti. Ora aiuta il padre, grazie al suo acume e alla sua grande passione per i misteri. Tutto si svolge nel suo condominio e in quello difronte. Due storie parallele, una di spionaggio e una di mero crimine per denaro. Mi sono divertita a depistare parecchio il lettore, facendolo arrivare al termine con un vero e proprio colpo di scena.  Lo stile usato è quello misto tra il serio e l’ironico, che è anche una delle caratteristiche del personaggio Marcella Randi – che guarda caso porta quasi il mio stesso cognome.

 

  1. Il suo libro ha riscosso vari successi. Vuol parlarci un po’ dei Premi e dei Riconoscimenti attribuiti al sui libro?
    1. “Via San Vitale, 1” è uscito da poco. Per ora, di questo romanzo posso dire che in meno di tre mesi sono già quasi alle mille e cento vendite, tra eBook e cartaceo. Un bel risultato che non mi aspettavo in così breve tempo.
    2. Per quanto riguarda altri premi e riconoscimenti, ne ho avuto due nel giro di 3 anni oltre ad aver scritto delle mini storie raccolte in antologie di alcune case editrici. Nel 2011 mi sono classificata al terzo posto con una storia semibreve dal titolo “Dietro quel velo nero”, che si svolge nell’Italia medievale. Ma il premio credo più bello è stato quello del 2014, ottenuto come unica vincitrice ad un concorso dal titolo “Italia Mia”, indetto dalla Associazione Italiana del Libro, Scienze e Ricerche. In quel caso ho presentato una storia semibreve ambientata a Gradara e in cui ho trasformato in giallo/thriller la storia dantesca di Paolo e Francesca. Il titolo del mio racconto è: Grata Aura.

 

  1. A quale genere letterario appartiene il suo libro?
    1. “Via San Vitale,1” è un giallo. Quindi direi come genere giallo/thriller/poliziesco.

 

  1. Quali sono i generi letterari che lei preferisce?
    1. Come preferenze: gialli/thriller (moderni o storici), spionaggio, legal thriller, avventura.
    2. Leggo però anche altri generi. Diciamo che amo i libri dove le storie sono movimentate e non amo i romanzi rosa. Per esempio, come genere differente, ho letto tutti i libri della stessa scrittrice che ha scritto: “la ragazza con l’orecchino di perla”. Amo anche le biografie dei grandi personaggi storici.

 

  1. Quali sono secondo lei gli ingredienti necessari per un buon libro?
    1. Trama e ritmo di narrazione. Una bella storia narrata male, non va bene, ma allo stesso tempo, una buona forma stilistica/narrativa che racconta una storia con trama deludente, o inconcludente, è altrettanto un flop. Purtroppo è un discorso non facile, perché impatta i gusti personali e spesso ci si trova a dare valutazioni opposte.  Quindi c’è anche molta aleatorietà sia nel dire cosa serve sia nel valutare un libro. Il mio ha avuto anche giudizi negativi. Tutto ciò è normale.

 

  1. Vuole gentilmente offrirci un brano del suo libro?
    1. Certo. Ecco un estratto dal primo capitolo, che mostra il mio intento nell’uso di uno stile ironico e divertente.

ESTRATTO dal CAPITOLO

……………………………..
Bagnata come un pulcino, dopo essere frettolosamente entrata nel portone, alle tre e mezzo in punto Marcella era finalmente giunta a casa. Non ci si poteva sbagliare sull’orario: un enorme orologio, logorato dall’avanzare del tempo, accoglieva chiunque entrasse nell’androne di quell’antico palazzo.

Dopo qualche istante, Marcella si rese conto di non essere sola. Una figura umana, accanto alle cassette della posta, attirò subito la sua attenzione. La giovane non poté fare a meno di osservarla con curiosità. Sembrava appena uscita da una festa in maschera. Era una vecchietta ricurva, naso aquilino, volto butterato, vestiti consunti, capelli sale e pepe che non vedevano un pettine da qualche secolo. Le mancava una scopa per essere una perfetta Befana…

Non era del palazzo, no di certo!

Con grande sforzo, la vecchietta cercava qualcosa nelle cassette della posta e quando si accorse della ragazza fece un balzo e uscì dal portone talmente in fretta che non si accorse di aver perso la sciarpa. La giovane era allibita e rimase bloccata a riflettere su quanto era appena accaduto. Un istante prima avrebbe pensato a una povera vecchina dalla schiena anchilosata. La scena a cui aveva assistito, invece, era degna di un’atleta professionista.

 

Mentre stava valutando cosa mai avesse potuto attirare l’anziana donna verso le cassette della posta, entrò l’architetto Osvaldi, da poco trasferitosi dalla capitale. Si piegò, raccolse la sciarpa e con uno sguardo interrogativo chiese alla giovane donna se fosse sua. Marcella, con il solo movimento degli occhi, rispose in modo affermativo. Un buon reperto, pensò e con il logoro indumento tra le mani si diressero insieme verso l’ascensore. Non le era mai capitato prima di parlare da sola con l’architetto; si erano solo presentati e salutati all’ultima riunione di condominio. Era un uomo attraente, elegante e dallo sguardo profondo. Approssimativamente poteva avere una quarantina d’anni.

Con un ampio sorriso, dopo aver premuto il pulsante di chiamata dell’ascensore, l’architetto ruppe il ghiaccio. «Buon pomeriggio signorina Randi, che giornata uggiosa! Ma quando tornerà il bel tempo?»

«Buon pomeriggio a lei, architetto Osvaldi. E sì… siamo tutti stanchi di questa pioggia. Lei tutto bene?» rispose educatamente Marcella, temendo di essere arrossita. Osvaldi era un uomo che non passava di certo inosservato.

«Sì grazie signorina, tutto a gonfie vele. Qualche indagine in corso? Con lei e suo padre nel palazzo si può star tranquilli, mi ha detto il nostro loquace portinaio. Pare che siate una coppia bomba nelle investigazioni, lui per mestiere e lei per passione». Marcella annuì, fingendo una timidezza che non le apparteneva. E prima che lei accennasse a una risposta, lui riprese a far domande.

«Mi tolga una curiosità, scusi la mia sfacciataggine, signorina Randi, ma come mai questo interesse nonostante i suoi studi? Il portinaio mi ha detto che lei frequenta la facoltà di Informatica, vero? Mi sarei aspettato una simile passione da sua sorella che studia giurisprudenza, se non ho capito male. Sono davvero curioso».

Prima di rispondere, Marcella maledisse, in cuor suo, la lingua lunga del portinaio, ringraziandolo al contempo di averle offerto il pretesto di una chiacchierata informale con l’affascinante personaggio.

 

  1. Quali progetto ha per il futuro.
    1. Futuro prossimo: sto lavorando a un giallo storico. Sono a meno di metà in quanto ho rivisto la trama generale. Si svolge su un ampio lasso temporale e per questo sto usando la tecnica dei flash-back. Altro non dico.
    2. Grazie e a presto.

 

Il mito del Diluvio nelle varie culture… Antico Egitto

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Eventi catastrofici sono sempre stati associati alla volontà divina (accade ancora oggi, in certi ambienti e certe culture) soprattutto se inspiegabili (come il fulmine) o devastanti (come terremoti o alluvioni)
Racconti di Diluvi Universali (come lo scioglimento delle acque dopo una Glaciazione) sono presenti in ogni cultura e ad ogni latitudine del pianeta e nessuno studioso o scienziato li mette più in dubbio.

Anche la Teologia egizia ha il suo Diluvio, ma lo racconta in maniera diversa e particolare.
Il motivo, forse, c’è: lo straripamento di un fiume non poteva essere devastante come l’innalzamento delle acque del mare ed eventuali tzunami!

Cosa raccontano i Testi Sacri egizi?
Ecco qua un bel racconto con finale a piacere:
Per punire il genere umano, reo di colpe molto gravi, si decise di dargli una bella lezione.
A compiere la “missione” fu mandata la ferale Sekhmet, Sposa di Ptha, (Dio Creatore, corrispondente… un po’… al nostro Padre Eterno)  nelle sembianze di Leonessa Sacra.
Cosa fu, cosa non fu, ma… la Dea si lasciò trasportare dalla propria natura ferina e compì una vera strage, tanto da minacciare di estinzione il genere umano.
Preoccupato, Ptha (o Ra, secondo altre versioni) pensò bene di inondare tutto il territorio di birra rossa.( gli antichi egizi ne facevano largo uso!)
La Dea, scambiandola per sangue, si prese una bella sbronza e… si dimenticò di portare a termine la “missione”… l’uomo, dunque, è salvo solo grazie ad una sbornia divina!!!

Altra versione:
La Dea, che doveva risparmiare gli uomini giusti, se la prese anche con Adapa (il Noè della situazione) e lo ferì mortalmente.
Quando si rese conto della gravità del fatto, si fermò e cominciò a versare un bel po’ di lacrime di pentimento.
Furono proprio quelle lacrime a sanare le ferite di Adapa e restituirgli la vita.
Fu così che Sekhmet, Dea della Distruzione,  divenne anche Dea della Rinascita… Ambivalenza, come in quasi tutti gli aspetti della filosofia egizia.

Maggiori informazioni http://storia-e-mito.webnode.it/products/il-diluvio-secondo-gli-antichi-egizi/