“LE LETTURE del Martedì e del Venerdì… Maria & Anna”

L’AMBASCIATORE  LONGOBARDO  di  Maria Pace

(quinta puntata)

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Lasciata la sala del banchetto, Teodolinda raggiunse il suo appartamento. L’accompagnava il principe Ausul, che aveva fatto gli onori di casa insieme alle ancelle che l’aspettavano nel corridoio.

Davanti all’uscio della sua camera privata, il principe si fermò, ma prima di accomiatarsi le consegnò un pacchetto.

“Da parte di re Autari, tuo promesso sposo.” disse.

La principessa prese il pacchetto e spinse l’uscio; all’interno c’era ad attenderla la nutrice.

“Piccola mia. – la donna le si avvicinò, chiamandola, con quella sua vocina così esile ed in contrasto con l’abbondante mole del fisico – Re Autari non è solo un valoroso guerriero, ma anche un uomo assai premuroso… Apri quel pacchetto… su… su…Non vedi che spasimo di curiosità…”

Nel pacchetto c’erano una minuscola chiave d’oro ed un ventaglio.

“C’è qualcosa scritto su questo ventaglio.” osservò la principessa.

“Che cosa aspetti? – la sollecitò la nutrice –Leggi cosa ti manda a dire il tuo sposo.”

Teodolinda lesse.

“Questa è la chiave del mio cuore, mia dolce Teodolinda, che solamente tu potrai aprire perché ne sei la Regina.”

“Che squisito cavaliere è il tuo sposo, mio piccola cerbiatta. – la voce della nutrice era tenera e commossa – Adesso so che sarai felice in questa terra.”

“Ma lui non mi ha mai vista.” replicò la principessa.

“Ti hanno vista i suoi ambasciatori… Ti ha visto il giovane Guadaldo, che avrà intessuto le sue lodi, piccola mia.”

Teodolinda sorrise poi andò a dormire, pensando al suo Campione che, come diceva la nutrice, doveva aver intessuto le sue lodi.

 


 

La notte era terminata.

L’Aurora mandava giù da cielo un chiarore iridescente e il cielo era di una limpidezza da ferire lo sguardo. Ci si abituava presto, però, ed era bello guardarlo.

La vita a palazzo iniziava presto, ma quel giorno, il giorno delle nozze del Re, iniziò ancor prima. Per alcuni, in verità il riposo non c’era neppure stato.

Anche la sposa, però, si alzò molto presto. Aiutata dalle ancelle si preparò per il grande

Un leggerissimo tocco di rosa sulle guance e un profumo sulla persona e sui capelli… per essi, in verità, molta più cura. Spazzolati a lungo, i bei capelli della principessa furono lasciati sciolti sulle spalle e divisi sulla fronte e portati dietro le orecchie.

Fu portato l’abito da sposa e lei lo indossò.Era di finissima seta bianca stretto in vita e trattenuto da una cintura d’oro; ampio e con ricami in oro sulle maniche e sull’orlo.

Non indossò gioielli, all’infuori di un paio di orecchini con due splendidi diamanti ed in testa un meraviglioso diadema tempestato di preziosi, che facevano parte del suo corredo di sposa.

L’uso longobardo, in verità, era che a fare il “dono del mattino” fosse lo sposo e non la sposa con la sua dote: un omaggio alla donna.

Il corteo lasciò il Palazzo e si diresse verso la Cattedrale.

Le campane suonavano a festa e tutta la città era per strada; tappeti di fiori per terra e fiori che scendevano giù da finestre e balconi sulla portantina della sposa tirata da quattro cavalli bianchi montati da palafrenieri del Re.

Le campane della Cattedrale la accolsero suonando; profumo di fiori ed incenso.

Teodolinda varcò la soglia al braccio del fratello.

Era un po’ pallida.

Entrò nella navata.

Il suono delle campane restò fuori e l’accolse invece un coro celestiale di bambini.

A passo lieve si diresse verso l’altare tra due ali di volti sorridenti. Sull’altare, di spalle, colui che stava per diventare il suo sposo, l’aspettava insieme al prete che doveva celebrare; il cuore le tremava mentre, sempre avanzando, continuava a fissare le sue spalle, la figura salda ed atletica.

Avanzò ancora; solo due o tre metri la separavano da lui ed egli finalmente si voltò.

Teodolinda si arrestò; suo fratello si girà a guardarla.

La principessa fissava come incantata il suo promesso: re Autari, il suo Campione, il generoso cavaliere che si era battuto per lei, il bell’ambasciatore longobardo dallo sguardo audace.

Il cuore le batteva così forte nel petto che temette potesse egli sentirne i battiti; l’emozione la fece impallidire, arrossire e impallidire ancora.

Lo sguardo seguiva trepidante la figura di lui che si staccava dall’altare e veniva verso di lei, sorridente ed innamorato: sentì le sue mani, forti e protettive, prendere le sue ed un brivido intenso le attraversò la schiena.

Le campane suonarono ancora, ma solo dentro di lei.

 

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“ZOMBI”   di    Anna  Caruso

(quinta puntata)

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“ Portatela nel bagno al primo piano, devo darle una lavata e vedere se ha ferite più gravi da qualche parte! “ ordinò Rosa.

Biagio e Giuseppe obbedirono senza fiatare. Il ragazzo era abbastanza preoccupato, continuava ad andare avanti e indietro per il bagno, intralciando la donna che stava preparando la vasca con l’acqua calda. Dava ogni tanto un’occhiata alla ragazza che sembrava più morta che viva.

“ Che ci fai tu ancora qua? “ gli chiese Rosa ad un certo punto, infastidita dall’averlo fra i piedi.

“ Potrei esserti utile “ rispose Biagio.

“ Lo sto notando! – disse Rosa alzando un sopracciglio – comunque adesso devo spogliarla, quindi smamma! “

“ Che cosa vuoi che sia! “

“ Su, su vai! “ disse alla fine la donna spingendo Biagio verso l’uscita e chiudendogli la porta alle spalle.

L’unica cosa che potesse fare era aspettare in salone che il tempo passasse. Se c’era una cosa che odiava era proprio stare in attesa senza poter far nulla. Decise che avrebbe finito il lavoro in cucina lasciato in sospeso da Rosa. Non era la prima volta che lo faceva, spesso costringeva l’anziana donna a riposarsi su una poltrona concedendo a lui l’onore di rendersi utile, ogni tanto.

Stava mettendo a posto le stoviglie, quando la donna chiamò lui e Giovanni per riportare la ragazza in sala. Le aveva messo un suo pigiama pesante. Quando l’ebbero posata sul divano, lei la coprì con delle calde coperte.

“ Non ha ferite sul corpo, ma scotta, mi sa che ha la febbre! Mi dispiace, Biagio, ma non so se può rimanere qua, prima o poi ritornerà tuo padre, poi se ha una famiglia saranno in pensiero! “ disse Rosa.

“ Lo so che non può rimanere qua! Prima di svenire ha detto un indirizzo: Via delle Primule 66, domani all’alba la porteremo là! “ concluse Biagio.

“ È in periferia! Saranno condomini! Se non sai il cognome, la vedo difficile trovare l’appartamento! “ gli fece notare.

“ Forse nello zainetto c’è qualcosa che ci può essere utile, la carta d’identità per esempio! “ propose lui.

Infatti, nel borsellino trovò una copia sgualcita: adesso sapevano il cognome e soprattutto che si chiamava Eleonora. Che bel nome!

Biagio passò tutta la notte al capezzale della ragazza, cambiandole le pezze di stoffa sulla fronte: finché non si svegliava non potevano fare altro. Mentre si prendeva cura di lei, la osservava: i suoi lunghi capelli neri, i suoi ricci così belli, la sua pelle che non era bianca, ma un po’olivastra, la sua bocca con le labbra rosse per la febbre. Poteva avere più o meno la sua età. Si vedeva che il suo sonno non era tranquillo, ogni tanto inarcava un sopracciglio, emetteva strani gemiti e muoveva di scatto le gambe. Sembrava più un sogno tormentato che un dolce riposo e lui non sapeva come alleviare la sua sofferenza.

Quando arrivò l’alba, decise che era giunto il momento di riportarla a casa. Giuseppe prese la sua auto privata, posizionarono la ragazza sul sedile posteriore, ben coperta, con la testa sulle gambe di Biagio. Sul sedile vicino al guidatore c’erano il suo zainetto e i suoi vestiti lavati premurosamente da Rosa. La macchina partì verso la periferia.

 

Filomena era seduta al tavolo della cucina: non aveva chiuso occhio. Eleonora non era tornata per ora di cena. L’aveva chiamata varie volte al cellulare, ma non rispondeva, non voleva pensare al peggio, ma era difficile non pensarci. Non era neanche potuta andare a cercarla, era pericoloso lasciare Emma da sola in casa, se si fosse fulminata una lampadina una delle stanze sarebbe rimasta al buio. Rischiava di perdere una figlia, mentre cercava di salvarne un’altra. Rimanere senza poter far nulla, se non aspettare l’alba, era stato uno strazio. Odiava rimanere là, senza saper nulla e senza far qualcosa.

Emma ci aveva impiegato un’ora per addormentarsi, era preoccupata per la sorella e soprattutto vedeva dalla faccia della madre che la situazione era grave. Aveva provato a distrarla, ma era stato difficile.

Filomena accolse le luci dell’alba con sollievo: ero poteva andarla a cercare. Non poteva perdere anche lei, aveva già perso molto nella sua vita. Le mancava già il sorriso dolce della sua bambina, della sua piccola donna. Quel sorriso non andava mai via, anche quando era stanca, lei lo aveva sempre, lo aveva conservato anche dopo la morte del padre. In casa si sentiva già la sua mancanza. Eleonora riusciva a portare ovunque andasse allegria e buon umore, risollevava il morale a sua sorella, aveva sempre tante premure per tutti e non chiedeva nulla in cambio, se non vedere ricambiato il suo affetto.

Le sue due figlie erano molto diverse: Emma aveva preso i capelli biondi del padre e gli occhi azzurri della madre, mentre Eleonora aveva gli stessi occhi nocciola di Luca e i suoi stessi capelli neri.

Sì vesti in fretta, lasciò un biglietto sul tavolo per la figlia, chiuse piano la porta di casa per non far rumore e si catapultò per le scale.

L’aria fredda del mattino fu un toccasana per lei, le diede un po’ d’energia. Aveva gli occhi rossi dal pianto e dalla stanchezza. Così quando vide un ragazzo con imbraccio qualcuno non ci fece molto caso. Mentre si avvicinava, però, riconobbe un viso familiare incorniciato da lunghi capelli scuri. Non c’era alcun dubbio: era Eleonora. Filomena per poco non svenne per la troppa emozione: c’era qualcu

lui.

Infatti, nel borsellino trovò una copia sgualcita: adesso sapevano il cognome e soprattutto che si chiamava Eleonora. Che bel nome!

Biagio passò tutta la notte al capezzale della ragazza, cambiandole le pezze di stoffa sulla fronte: finché non si svegliava non potevano fare altro. Mentre si prendeva cura di lei, la osservava: i suoi lunghi capelli neri, i suoi ricci così belli, la sua pelle che non era bianca, ma un po’olivastra, la sua bocca con le labbra rosse per la febbre. Poteva avere più o meno la sua età. Si vedeva che il suo sonno non era tranquillo, ogni tanto inarcava un sopracciglio, emetteva strani gemiti e muoveva di scatto le gambe. Sembrava più un sogno tormentato che un dolce riposo e lui non sapeva come

no che le proteggeva da lassù.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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