La Parola e l’Immagine… Maria, Rosaria e Lia

ARGOMENTO DEL GiORNO:  L’INFANZIA

“L’INFANZIA NEGATA” brano tratto da “LA DECIMA LEGIONE – Panem et circenses”  di Maria PACE

bottega7IMG_1079 - Copia

………….

Quel colosso, o più esattamente, il possente torace, era diventato la nuova tana di Aquilinus. L’aveva scoperta quasi per caso e subito adottata. C’era un’apertura sul retro del polpaccio della gamba sinistra: stretta e bassa, ma sufficiente a farvi passare un uomo.

Aveva visto un giorno un operaio infilarsi e scomparire al suo interno e da quel momento, quel simbolo di potere e grandezza imperiale, era diventato la sua nuova “casa”.

Inaspettata utilità della megalomania di un Cesare!

Ne aveva tante altre di tane sparse per la città. Tutte sotterranee, in fornici, cloache e cisterne, ma quella, che si elevava verso il cielo, lo appagava ed inorgogliva più di ogni altra.

Per il piccolo derelitto quella non era solamente una casa, non era solo il posto ove riporre refurtiva, ripararsi dal freddo, mangiare, dormire e non era neppure il luogo dove smaltire malinconie, sbronze occasionali e qualche lacrimuccia traditrice: quella era la rivincita contro la società che lo aveva ripudiato. Era la conquista. Era l’occupazione: scacciato ed emarginato, rifiutato e allontanato, egli si appropriava della cosa pubblica.

A Cesare, quell’ammasso armonioso di travi e legno ricoperto da lastroni di bronzo, serviva per realizzare un’idea di grandiosità e immortalità,, ma per il piccolo rifiuto della società era un rifugio contro il freddo, il fango, la neve, la pioggia, la notte, la gente!

“Per le Sacre Bevute di Bacco! – esclamò sentendo allontanarsi i passi del suo occasionale nemico – Ho temuto proprio che quell’impiccione scoprisse il mio rifugio. Ah!.. non è facile seguire le tracce di Aquilinus! Brutto cane rognoso di un cavapidocchi!..”

Un lungo sospiro, poi il ragazzo si mosse. Si arrampicò su per la scala a chiocciola che dall’interno della gamba portava fino al bacino dell’immensa statua. Qualcosa, però, ad ogni gradino che saliva, forse quel sesto senso, il senso della sopravvivenza, così sviluppato in ogni naufrago della vita, lo avvertì di non essere solo, là dentro. Lo mise in guardia.

Qualcuno aveva scoperto il suo segreto: qualcuno, di sopra, che aveva preso a tossire e che respirava così affannosamente da sembrare l’ansimare di un animale ferito.

Si compiacque con se stesso per aver conservato uno dei sassi e continuò a salire. Lentamente e con circospezione, ma decisamente. La sua faccetta infreddolita e imbronciata, riemerse all’altezza del bacino della possente scultura, sull’orlo del buco tenebroso della gamba. Là sopra non era così buio come di sotto. L’assemblaggio dei lastroni di bronzo permettevano una leggera penombra, sufficiente a vedere di dentro.

Prima di balzare su dalla botola, Aquilinus guardò a destra poi a sinistra e infine sopra la testa, ma non vide nessuno. Sentì ancora un colpo di tosse, nitido e violento.

“Chi c’è qui?” domandò sollevando la mano armata di sasso e cercando con l’altra, con la sicurezza di chi si muove in casa propria, l’asse di legno accostato a una sporgenza.

“Chi c’è qui?” ripeté la domanda.

Ora che la vista si era assuefatta all’oscurità, vide ben chiare due ombre emergere dall’oscurità.

“Sono io!” una voce timida e spaventata provenne dal fondo dell’antro.

“Io chi?.. Per la Siringa di Pan! Fatti vedere.”

L’inatteso misterioso ospite avanzò di qualche passo.

“Fermo!… Fermo! Fermati! – il padrone di casa lo fermò con un gesto perentorio della mano armata di spranga – Fatti guardare un po’… Fa un po’ vedere a chi appartiene la faccia di questo io!… Marcus!?” esclamò, quando un flebile raggio di luce, penetrando da una fessura, illuminò la faccetta dell’intruso.

“Sono io!”

“Sempre tu!…- sospirò Aquilinus, lasciando andare spranga e sasso – Cosa ci fai qui? Come hai fatto a scoprire questo nascondiglio?”

“Me lo hai detto tu!”

“Io?… E chi c’è lì con te?”

Qualcuno alle spalle del monello stava schiarendosi la gola.

“C’è Linus con me.”

“Ah! Dovevo immaginarlo! Linus è l’ombra di Marcus. Per la Siringa di Pan! Ti porti dietro anche i clienti?” scherzava e, intanto che parlava, si muoveva all’interno dello scheletro di legno e ferro, gigantesco e tondo, come dentro una grossa botte cerchiata e attraversata da assi, spranghe, sostegni, catene, scale, corde.

Un ennesimo colpo di tosse, più forte e stizzoso ancora, gli fece rizzare nuovamente il capo e aguzzare la vista.

C’era un pagliericcio laggiù. Quattro assi di legno poggiate su due rientranze e un saccone di paglia, una coperta sdrucita e dal dubbio colore: il letto del padrone di casa.

“Altri ospiti? – domandò – Qualche piscialetto tuo amico?”

“Non un piscialetto. – spiegò Marcus con candore – Una ragazza.”

“Una ragazza?…Una ragazza nel mio letto?… Per il Cinto di Venere!… Che cosa ci fa una ragazza nel mio letto? Perché una ragazza è finita dentro il mio letto?”

“Fuori fa freddo!”

“Lo so!”

“Ha ripreso a piovere.”

“Ho visto!”

“Hai sentito come tossisce?”

“Ho sentito!”

“E’ per lei che siamo venuti qui. Per metterla al riparo dal freddo e non aggravare la sua malattia di petto.”

“Perché? Non ha una casa o un padrone?”

“Ma è proprio da lì che è scappata e…”

“Scappata? – lo interruppe ancora Aquilinus; il piccolo compagno di Marcus seguiva in silenzio il dialogo – E’ una schiava in fuga?”

“No! – spiegò l’altro – Sua madre, così mi ha raccontato, vuole metterla in un bordello… In una locanda della Suburra e…”

Per la terza volta il piccolo brigante interruppe il suo protetto.

“E allora?… Non mi pare una sistemazione disdicevole. Cibo, abiti e un tetto sopra la testa per ripararsi dal freddo, l’avrebbe! No?”

“No! – l’altro ebbe una scrollatina di spalle – Lei dice che vorrebbe stare con i cristiani!”

“Uhhh!… Buoni quelli! Per colpa loro quasi mi beccavo un sacco di legnate, poco fa!”

“Io pure ho cercato di dissuaderla e le ho fatto…” tentò di spiegare Marcus ma per l’ennesima volta l’altro gli impedì di continuare.

“Avete fame? – domandò – Avete mangiato qualcosa?”

“Io ho fame! – interloquì infine il piccolo Linus, facendo spuntare un visetto sporco e un nasino arrossato, nell’angolo tra il braccio sinistro piegato e il fianco di Marcus – Io ho fame, signore!” ripetè

L’esile torace del piccolo brigante dei fornici si gonfiò di compiacimento e orgoglio a quell’epiteto: Signore! Lo sguardo acuto da animale da preda si caricò di improvvisa responsabilità!

“Tu resta qui con la ragazza. – ordinò a Marcus, col tono di chi prende le decisioni, poi puntando l’indice verso Linus – Tu invece verrai con me, ma prima proviamo a coprire questa ragazza.” aggiunse all’ennesimo colpo di tosse dell’intrusa.

Aquilinus si tolse il mantello e con quello cercò di coprire la ragazza: troppo piccolo, però, per ripararla tutta.

“Ah!… Forse a Giove piace guardare le nudità di questa ragazza… Giove è fatto così…  ma Aquilinus non si dà per vinto.” continuò, mettendosi alla ricerca, fra mucchi di cenci, di qualcosa con cui coprire la ragazza. che, silenziosa e immobile, lo lasciò fare; al petto stringeva con enrambe le mani un sacchetto legato al collo,

“Che cos’hai in quel sacchetto, Marcella?.. Ti chiami Marcella?” si incuriosì la piccola canaglia; non ebbe risposta.

“Pane! – fu Marcus a spiegare – Pane Sacro… Io credo.”

“Che cosa significa? – Aquilinus aggrottò il ciglio – Si tratta, forse, di pane destinato a qualcuno di quegli Immortali oziosi e con la pancia già piena?”

“No! No! – s’affrettò a spiegare il piccolo – Si tratta di… ostia…”

“E che cosa sarebbe mai?”

“E’ il pane sacro dei cristiani… fatto della carne e del sangue del loro Cristo…”

“Vuoi dire che si tratta di un pezzo di carne sanguinolenta?” fece il piccolo ladro dei fornici con profondo disgusto.

“Oh, no! – sempre Brutus, la ragazza continuava a tacere – E’ farina di grano impastato con acqua…”

“… e non si può mangiare!… Ho capito! Sù Andiamo.” disse infine, con un cospiro, lanciando un’ultima occhiata alla ragazza che lo gratificò con lo sguardo più riconoscente del mondo.

“Dove andiamo?” domandò Linus.

“A cercare del cibo, naturalmente. E a procurare qualcosa di caldo alla ragazza. Non … non vorrai che mi muoia qui,,,  in casa mia! Sù! Andiamo, leprotto! Seguimi!”

Si apprestò ad uscire per procurare da mangiare ad una ragazza di cui non conosceva nome, né faccia.


INFANZIA

Poesia di  Rosaria  ANDRISANI

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Ricordo

l’età dei giochi

e dei sorrisi cercati,

delle altalene e delle corse nel parco…

Giorni felici,

spontanea verità

che non fa male,

lacrime

che si asciugano presto…

Occhi sinceri

che cercano amore,

quello che appartiene a ogni bambino.


L’INFANZIA CHE FU

Di  Lia JONESCU

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Parlare dei bambini di oggi è complicato sono bimbi preparati fisicamente, conoscono e praticano ogni tipo di sport, leggono on linea parlano due lingue a 10 anni hanno il telefonino, chiaramente parlodella madia nazionale perché poi c’ è anche tutto il resto…..ma io voglio prendere in considerazione il classico bambino più o meno decenne che frequenta le elementari. Sono convinta che la gioia semplice dei giochi e delle tradizioni del bimbo di tanti anni fa non ci sia più. Ricordo i maschietti così si chiamavano giocare agli indiani con le pistole fatte fatte con le fasce delle cassette di legno,quelle della frutta per intenderci, materiale utilissimo e riciclabile al massimo. La cassetta diventava fucile o spada per infiniti duelli sulle scale di casa e che piacere poi all’ angolo del giardino o del cortile condominiale darle fuoco reinventare il falò e girarci intorno cadenzando il balletto e cantare a Manitu facendo finta di essere indiani….e che adrenalina scappare mentre la mamma li rincorreva col battipanni – Bruciate tutto lazzaroni se vi prendo ! – E quando ci sarebbe riuscita! I bimbi di allora erano maghi della fuga e del nascondiglio. E le figurine, oggi è normale quasi quotidiano allora no ,erano un premio e ce le compravano solo la domenica ed uno dei più grossi impegni ci si sentiva importanti ed erano motivo di scambio, fuori scuola , con le figurini i bambini stringevano patti ,creavano nuove amicizie e ne disfavano altre. Fuori scuola appunto, dopo aver mangiato e fatto i compiti spesso sommariamente c’ erano i giardinetti e spesso era compito dei nonni accompagnarli. Voi direte ne anche oggi ci sono i parchi giochi attrezzati ……ma non sono i giardinetti! Li i giochi venivano inventati e le vittorie conquistate sul campo e si tornava a casa sudati e sporchi ma soddisfatti quanto non si può immaginare. Io ricordo un bimbo all’ asilo che metteva in riga i compagnetti e li faceva marciare ed erano felici tutti lui che già si sentiva un capo ,e poi lo divenne, e loro che si sentivano soldati ei soldati erano tutti eroi a quell’ età. Ma fino ad ora abbiamo parlato dei maschietti, ora parliamo delle bambine ……le femmine..già da piccole ci consideravano una categoria dalla quale guardarsi. Anche le bambine andavano ai giardinetti e forse qualche gioco di allora ancora lo si fa ma non davvero con la stessa classe e maestria. Ci si insegnava per trovare modi per entrare ed uscire dalla corda e quante volte poi! Si giocava a nascondino sin fondo si sperava che fosse il bambino di turno a venirci a scovare si era più propense al romanticismo. Per ora le bimbe aiutate spesso dalle non ne imparavano a fare la maglia ed una volta riuscitoci ci si sentiva un po’ più adulte. Si aspettava la festa del patrono o il Corpus Domini perché allora c’ era la processione, ma non quelle di oggi ,ammesso che ci siano , la processione solenne e le bambine anche le più grandicelle sfilavano con il vestito della Prima Comunione ed il veloche non si capisce perché ma aveva sempre un retro profumo di vaniglia. In alcuni momenti si pensava alla solennità, al Santo di turno a Gesù, ma credetemi la cosa più importante era che tutti vedessero come fossimo belle con quell’ aria celestiale spesso studiata davanti allo specchio di nascosto da mamma.

 

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