“LE LETTURE del Martedì e del Venerdì… Uliano & Anna “

LUCIANA   di Uliano ANDOLFI

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Sapeva che subito dopo il matrimonio si sarebbe dovuta trasferire a Livorno, suo marito Franco Paudasso aveva vinto il concorso di vicedirettore delle carceri ‘Le sughere’ della città labronica, lo sapeva e tutto sommato ne era felice; dopo una vita trascorsa a Nichelino dove era nata questo trasferimento le sembrava un modo di cambiare vita, di iniziare una nuova epoca e poi con suo marito…
Cosicché quando arrivarono in toscana lei si trovò subito bene, forse fu aiutata dalle sue origini siciliane, il padre e la madre infatti avevano lasciato Agrigento anche loro appena sposati, il padre alla Fiat, la madre custode in una scuola elementare , una famiglia come tante. Lei aveva potuto studiare e si era diplomata maestra, aveva vinto anche un concorso e sperava che il trasferimento a Livorno non le impedisse di insegnare. Luciana Sinatra però non avrebbe mai immaginato che dopo soli due mesi dal suo arrivo in quella città aperta e coinvolgente avesse dovuto annunciare con gioia e anche con sorpresa a suo marito che aspettava un bambino e cosi l’insegnamento fu rimandato. I mesi trascorsero in fretta per Luciana e siccome il momento del parto si avvicinava era arrivata per assisterla Santuzza la sua mamma e non solo lei anche Emma sua suocera da tempo vedova; non poteva certo mancare alla nascita del primo nipotino e cosi quei giorni in attesa del lieto evento trascorsero tra attenzioni, lente passeggiate sul lungomare di Livorno, controlli, ansie e gioie come tutte le volte che in una famiglia arriva il primo bambino. Fu proprio un maschietto, Giorgio che fece immensamente felici tutti, il babbo la mamma, le nonne.
Un tempo che Luciana visse felice innamorata del suo Franco, innamoratissima del suo Giorgio che cresceva ‘bello come il sole’ per usare la frase più ricorrente delle vicine di casa livornesi che affettuosamente impiccione erano sempre li a salutarla a darle preziosi consigli dopo che le nonne se ne erano andate. Questo impicciarsi invece non piaceva molto a Franco dato il suo ruolo raccomandava sempre a Luciana di non dare confidenza, di non stringere troppo amicizie.
”Un saluto, si, ma poi riservatezza!” le ripeteva “Sai posso essere esposto a pressioni o ad altro e poi anche il regolamento un po’ me lo impone.”
Luciana non comprendeva appieno quelle richieste le premure delle conoscenti non la infastidivano ma era tanto innamorata e felice che cercava di accontentare il marito in tutto. Del suo Franco si era invaghita fin da ragazzina, aveva avuto solo lui, solo un uomo aveva ‘conosciuto’ e non si accorgeva nemmeno di certi sguardi che altri le indirizzavano quando portava Giorgio nella carrozzina sulla Terrazza Mascagni o sul lungomare. Luciana era bella e la maternità l’aveva ancor più abbellita perché l’aveva un poco arrotondata là dove serviva ed ora il suo corpo mostrava tutta la sua femminilità. Le sue origini mediterranee le avevano regalato nerissimi occhi, due sopracciglia un po’ folte ma regolari e ben disegnate, una capigliatura corvina ed una pelle non scura, certo, ma sempre come leggermente abbronzata, la bocca carnosa era sempre sorridente, sembrava che il mondo le facesse il regalo della gioia d’essere moglie e madre.
Aveva ventotto anni, suo marito trentasei, il piccolo Giorgio quasi un anno quando…
“Credimi Luciana sarà per poco, un anno o due al massimo, non posso, non possiamo rinunciare a questa promozione. Poi magari chissà potremo ritornare a Torino.”
“Capraia! Ma ci hai pensato Franco saremo soli in quell’isola, a parte il carcere… non me la sento di portare Giorgio proprio li, potremmo aver bisogno, potrebbe succedere un sacco di cose, i medici… la scuola…”
“No, la scuola? Ma che dici saremo già via per allora…tesoro lo sai che col traghetto da Capraia a Livorno bastano tre ore… ma che dico due….“ cercò di minimizzare
“E poi abbiamo il soccorso con l’elicottero che in venti minuti arriva…”
“Dovremmo ricominciare tutto da capo, la casa e tutto il resto… quell’isola è in capo al mondo e a Livorno io ci sto bene! Cercò di obbiettare ma suo marito non l’aveva nemmeno ascoltata.
“Ce la caveremo dai e poi ci sono le ferie e le occasioni per tornare a terra.. e vedrai…. ti piacerà…. dai…”
Luciana non disse altro e ora moglie del Direttore del carcere stava sul traghetto per Capraia, vedeva allontanarsi sempre più i moli del Porto mediceo e anche se quel giorno con lei c’era sua madre, qualcosa le sembrò di perdere per sempre.


ZOMBI  di  Anna  CARUSO  (settima puntata)

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Filomena fece entrare il ragazzo in casa, misero Eleonora a letto e andarono in cucina. Si sedettero al tavolo, uno di fronte all’altra.

“ Non so come ringraziarti! “ disse la donna rompendo il silenzio.

“ Non ho fatto niente di particolare! Spero che possa rimettersi presto! “ rispose Biagio.

“ L’importante è che tu l’abbia riportata a casa, per rimettersi si rimetterà! Ti sono infinitamente riconoscente! “

“ Ho fatto quello che avrebbe fatto qualsiasi altra persona al posto mio! “ disse Biagio. Poi le raccontò in breve come l’avesse trovata o meglio come lei aveva trovato lui.

Filomena osservava il ragazzo mentre parlava: sembrava essere una brava persona, alcune volte i suoi occhi verdi davano occhiate sfuggenti alla camera dove dormiva Eleonora, come se si aspettasse di vederla in piedi da un momento all’altro.

“ Non so ancora il tuo nome! “ esclamò la donna alla fine del racconto.

“ Ah giusto, Biagio, e lei? “ chiese il ragazzo.

“ Dammi del tu! Filomena! “

“ Ti posso chiedere un favore? “

“ Certo dimmi pure, qualunque cosa! “

“ Non dite a vostra figlia di me, che sono stato io a portarla qua! “

“ Ma ti ha visto, mi chiederà di voi sicuramente! E perché? “

“ Non voglio che si senta in debito con me o cose simili! L’ho aiutata e sono sicuro che lei al mio posto avrebbe fatto lo stesso! Se non le raccontasse di me gliene sarei molto grato! “

“ Va bene! Ti avverto però, sarà molto difficile tenere a bada la curiosità di Eleonora sul tuo conto, quando si mette in testa di scoprire qualcosa è difficile che si arrenda! “

“ Adesso devo ritornare a casa! “ concluse Biagio alzandosi dalla sedia.

Filomena lo accompagnò alla porta, e prima che se ne andasse via lo abbracciò forte, come se fosse suo figlio.

“ Ancora grazie! “ disse solamente.

Lui sembrò un po’ imbarazzato, ma alla fine ricambiò l’abbraccio.

 

Biagio scese le scale felice. Era contento di quello che aveva fatto e poi l’abbraccio di quella donna gli aveva trasmesso tutta la riconoscenza di quella madre per averle riportato la figlia. Non voleva che Eleonora sapesse di lui, un po’ perché era il figlio del Sindaco della città e un po’ perché non voleva che si sentisse in qualche modo in debito, alla fine non aveva fatto nulla di speciale. Raggiunse Giovanni che era rimasto in macchina ad aspettarlo. La macchina partì, allontanandosi da quei condomini che si stavano per animare di vita.

Sperava solo che si rimettesse in fretta.

 

Filomena andò in camera delle sue due bambine. Dormivano tutte e due. Emma sembrava più tranquilla, mentre Eleonora si muoveva nel letto. Le toccò la fronte: aveva la febbre. Sperava che si svegliasse presto, così poteva darle una tachipirina. Se non si fosse ridestata in giornata, sarebbe stato un problema. Molto probabilmente avrebbe dovuto portarla in Ospedale. Chissà che cosa aveva visto quella notte! Filomena aveva paura che la brutta esperienza cambiasse in qualche modo Eleonora e il suo buon umore.

In quel momento vide lo zainetto a fiori della figlia accanto al letto. Lo aprì: c’erano le famose lampadine. Aveva rischiato di perdere sua figlia per delle lampadine, eppure erano necessarie. La vita era diventata così fragile da quando c’erano loro, appesa sempre ad un filo.

 

Eleonora intanto era persa nel mondo dei sogni o meglio degli incubi. Voleva svegliarsi, ma non ci riusciva. Li sognava, sentiva le loro mani viscide ghermirla, prenderla, vedeva i loro occhi, quegli occhi vuoti che sembravano non vedere nulla, ma che a quanto pare vedevano molto bene, anche al buio. Occhi spenti, con le venature rosse, occhi che ti guardavano, occhi famelici.

Continuava a sognare lo stesso sogno, a ripetizione, come se qualcuno mettesse nel registratore la stessa cassetta all’infinito. Ripercorreva quella strana notte, ma il finale era diverso. Vedeva le luci di un giardino, ma per quanto correva non riusciva mai a raggiungerlo e loro erano sempre più vicini. A dispetto di quello che si credeva o raccontavano i film dell’orrore, gli zombi non erano lenti, anzi, correvano come normali essere umani e si arrampicavano anche sugli edifici, sui tetti, erano dappertutto. Sembravano bestie. Non sapeva neanche come avesse fatto a mettersi in salvo, sempre se fosse viva, forse era morta e avrebbe passato l’eternità a fare sempre lo stesso sogno.

 

 

 

 

 

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