Intervista rilasciata a Maria Pace dalla scrittrice Marialuisa Moro

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  1. Innanzitutto ci dica qualcosa di lei.

Sono laureata in lingue e letterature straniere moderne e ho lavorato nel campo dell’editoria, sia in amministrazione editoriale nel gruppo Rcs, sia come lettrice e commentatrice di testi stranieri, per lo stesso gruppo, oltre che come insegnante di lingue nelle scuole medie e superiori.

2)  Quella della scrittura è una passione che ha sempre   avuto o che sta coltivando solo da qualche tempo?

Fin da bambina, ero divoratrice di libri e a circa dodici anni ho provato a scrivere le prime storie. Poi, gli impegni vari mi hanno allontanata dalla scrittura, che pratico intensamente dal duemila.

  1. Come nasce l’idea di un libro?

Così, per caso, quando meno te lo aspetti. Può essere una persona, un ambiente, un oggetto, un avvenimento, un fatto di cronaca, qualsiasi cosa che risvegli la mia attenzione e stimoli la fantasia. Quest’ultima comincia a lavorare e a tessere la prima tela, che successivamente si amplia e si dà un ordine.

  1. Ci parli un po’ del suo libro

Ho scritto e pubblicato 17 libri, pubblicati come ebook su Amazon e sarebbe lungo e noioso parlare di tutti.

  1. Il suo libro ha riscosso vari successi. Vuol parlarci un po’ dei Premi  e dei Riconoscimenti attribuiti al sui libro?

In passato mi sono servita di case editrici, ma non mi sono trovata bene e ho deciso di auto pubblicarmi. Ho ottenuto il Premio S. Margherita ligure con il romanzo “L’età di mezzo” e il premio Minerva con “Vite sbagliate”.

  1. A quale genere letterario appartiene il suo libro?

I miei libri sono in gran parte thriller e noir psicologici, ma non mancano le esperienze di vita contemporanea e di paranormale.

  1. Quali sono i generi letterari che lei preferisce?

Naturalmente, thriller e noir

  1. Quali sono secondo lei gli ingredienti necessari per un buon libro?

La trama, che deve essere interessante, la buona scrittura, scorrevole e scevra di errori, e la tecnica narrativa, mirata a tenere sempre vivo l’interesse del lettore, soprattutto in generi che comportano una notevole dose di suspence.

  1. Vuole gentilmente offrirci un brano del suo libro?

           Ecco un brano del mio ultimo thriller “Puzzle”, ambientato in Norvegia, presso    Capo Nord:

                      Antefatto
Anno 1998, scuola primaria di Gjesvᴂr, contea di Finnmark, Norvegia settentrionale.

Alcuni scolari giocano all’aperto durante la ricreazione. Uno di essi se ne sta in disparte, come al solito; è abituato ad essere escluso.

I compagni si fanno beffe di lui chiamandolo “femminuccia”, perché porta sempre al collo, giorno e notte, una catenina d’argento in cui è infilata una piccola moneta bucata da una corona. Ma questo non è l’unico motivo per cui si accaniscono; esiste un fattore fisico: il labbro leporino. I ragazzi non accettano le diversità e non perdono occasione per deriderlo.

Dal suo angolo, egli li guarda con odio.

Un giorno mi vendicherò. Mi prendete in giro, bastardi, voi che avete un fisico normale e una madre che vi attende a casa, mentre io non ho né l’uno né l’altra. Me la pagherete.

Il suo cuore è gonfio di rabbia contro il mondo. Se potesse, lo incenerirebbe con lo sguardo.

Si chiama Marius Dahl.  

Va d’accordo con uno solo dei compagni, l’unico che non si burli di lui e lo tratti come un ragazzo normale.

In un giorno sereno della breve estate, i due amici giocano a rincorrersi; la giornata é fresca, ma splende il sole e l’aria é così nitida che si distinguono chiaramente i lembi delle isole intorno al porto. Marius confida il suo segreto all’ unico amico, a lui e a nessun altro.

“Mia madre é annegata due anni fa; – reprime un singhiozzo –  è caduta dalla barca in un giorno di mare mosso. Sapeva nuotare, ma non ce l’ha fatta. Alcuni, nel villaggio, dicono che si sia buttata di proposito, ma non farci caso, sono bugie; a lei piaceva vivere e non si sarebbe mai suicidata. Mi diceva sempre di essere felice, perché la vita è un’avventura da vivere intensamente. Uno che la pensa così non si uccide. Quando hanno ripescato il corpo, le hanno trovato addosso una catenina. Da allora me la sono messa al collo e non me ne separo più, neanche quando faccio il bagno. Ero molto infelice, ma, con questa, è quasi come avere ancora mia madre vicina e riesco anche a parlare con lei.”

L’amico lo fissa, incredulo: colpito e nel contempo lusingato di essere stato scelto per certe confidenze, che attirerebbero il ludibrio degli altri ragazzi, ascolta con estrema serietà, giurando a se stesso di non farne parola con nessuno, e manterrà la promessa.

Giorno dopo giorno, trascorre la parte più cruda dell’inverno; il periodo in cui il sole non sorge mai è terminato.

Ė una tarda mattinata di fine febbraio, la luce è tornata a illuminare gli animi, anche se per poche ore.

I due ragazzi giocano a colpirsi con pezzi di neve indurita dal freddo. Ridono, corrono per evitare i proiettili, e non si accorgono di essersi inoltrati in una zona pericolosa. Sono sulla superficie ghiacciata di un laghetto. In un tratto lo strato è sottile e cede all’improvviso sotto i piedi scalpitanti di Eivind. Senza avere il tempo di capire che cosa stia accadendo, il, bambino sprofonda nel gelido morso dell’acqua sottostante, che gli blocca il respiro. I polmoni paralizzati e affamati di ossigeno, annaspa disperato, cercando di attaccarsi ai bordi per risalire, ma questi si sbriciolano al contatto delle sue dita. Terrorizzato, ormai quasi rassegnato a morire, sentendosi mancare le forze, sta per affondare, quando vede, come una visione, sporgere qualcosa vicino alla sua testa: un bastone bianco. Marius gli tende un remo.

Si aggrappa con le poche energie residue, risvegliate dal primordiale istinto di sopravvivenza. Marius, che si trova bocconi sul ghiaccio, ha difficoltà a fare presa, pur premendo con le punte degli scarponi sulla superficie e, nello sforzo di tirare fuori l’amico, slitta sempre più verso l’apertura; con fatica sovrumana riesce nel suo intento, ma disgrazia vuole che, quando quello finalmente riemerge, egli scivoli a sua volta nella buca.

Giungono sul posto alcune persone, attirate dalle grida, e anche Marius viene portato in salvo, ma non così prontamente, e non ne esce bene. Eivind trema come una foglia, è fradicio e semi congelato, ma respira ed è cosciente. Marius, invece, ha smesso di respirare. Sembra un cadavere quando lo posano per terra. Uno dei soccorritori gli pratica la respirazione bocca a bocca, poi l’elicottero lo carica per portarlo all’ospedale più vicino.

Si alza, roteando le eliche in una danza macabra. Eivind lo guarda allontanarsi, sfocato e incerto come un sogno, attraverso le lacrime che gli tessono un velo incolore sugli occhi.

Marius non tornerà più al villaggio.

 

                         

 

  1. Quali progetto ha per il futuro

Scrivere, sempre scrivere (per me è una terapia dell’anima e non posso farne a meno) e, naturalmente, essere letta e apprezzata.

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