021bcc8b-8229-4eb0-94ca-cca6e391ef31V 225131_111661142252706_1982531_n (1) – Il mio Libano

Sarebbe stato bello oltrepassare quel cartello, attraversare la zona ONU, la frontiera con Israele e di lì arrivare a Gerusalemme; l’ultima volta che ci sono stata era ancora giordana.  Ora non è possibile.

Mi rassegno a tornare indietro e, mentre cerco con gli occhi un posto dove poter mangiare, ricordo un ristorante sul mare, poco distante da qui, dove  nel lontano 1991 avevamo pranzato insieme ad amici italiani che erano venuti a trovarci. La guerra era finita da un anno circa e ci divertivamo a scorrazzare in lungo e largo in quelle zone del Libano dove per quindici lunghi anni non avevamo osato avventurarci.  Avevamo appunto visitato le rovine di Tiro ed avevamo fame. Mio marito aveva individuato un ristorantino che sembrava accogliente e pulito. Ci eravamo istallati vicino alla piscina e, dopo aver ordinato il solito mezzé seguito da pesce fritto, ci eravamo guardati intorno. Tutti i tavoli vicino a noi erano occupati da famigliole musulmane, i cui figli maschi si divertivano a tuffarsi nella piscina, nuotare, risalire e poi tuffarsi di nuovo tra grida di gioia e risate, sotto agli occhi delle sorelle adolescenti che li guardavano con evidente invidia. Non mi ero accorta come e quando queste ragazze avevano ricevuto il consenso del padre per godere anche loro del refrigerio della piscina ma le ho viste in gruppo avvicinarsi all’acqua, sedersi sul bordo, saggiarne la temperatura con il piede e poi con un grido di liberazione tuffarsi in acqua, vestite. Avevo già visto delle donne musulmane, avvolte nei loro mantelli neri lunghi fino ai piedi, camminare a piedi nudi sul bordo del mare incuranti dell’acqua che bagnava l’orlo dei loro abiti, le avevo viste molte volte ma mai gettarsi in piscina vestite… è vero che erano ragazze giovani e che il pudore impediva loro di svestirsi davanti ad estranei ma nessuno, neanche i loro padri dallo sguardo sospettoso, si era accorto di quanto fossero sensuali quei corpi fasciati dagli abiti bagnati, quando sono uscite dalla piscina? E potrei giurare che neanche la più bella ragazza in un ridottissimo bikini sarebbe apparsa più attraente e sensuale di quelle adolescenti là.

Mentre i ricordi si affollano e si intrecciano, sono ormai arrivata all’altezza della cittadina di Damour, capoluogo dello Chouf, il cuore del Libano, feudo druso. Chi sono i Drusi?  Non sono cristiani, né musulmani, né ismailiti. Sono una minoranza etnica e religiosa presente in Libano, Siria e Israele. Della loro religione si sa poco o  niente, perché è una religione segreta che solo gli adepti possono studiare. La sola cosa che si conosce è che questa loro religione altro  non è che filosofia il cui Dio è la Ragione. I Drusi accettano difficilmente il matrimonio con appartenenti ad altri gruppi religiosi perché per essere druso bisogna avere due genitori drusi e, se fossero accettati i matrimoni misti, questa piccola comunità, con un passato alle spalle di continue persecuzioni, scomparirebbe in breve tempo.  Decido di lasciare la costa e di seguire la strada che, inoltrandosi tra le verdi colline, mi porterà a Beit-Eddine e di lì nella Bekaa. Attraverso piccoli e pacifici villaggi dalle case in pietra davanti alle quali sostano donne vestite di nero; quasi tutte hanno la testa coperta da un foulard bianco. Come in quasi tutti i  villaggi della montagna, le attività casalinghe si svolgono nel cortile davanti a casa. Le donne si riuniscono per mondare i legumi che, conservati, useranno durante l’inverno, impastano insieme e fanno cuocere il pane, lavano la biancheria sul bordo del ruscello o nella grande fontana del villaggio. Gli uomini li incontro invece nei campi e sono belli da vedere. Alti e snelli, dallo sguardo fiero, indossano quasi tutti lo cherwal, il tipico pantalone largo e pieghettato fino alle ginocchie dove si restringe fasciando gli stinchi muscolosi. In testa portano un berretto bianco. C’è un proverbio arabo che dice:”pranza con il druso ma non dormire con lui”. Mio marito mi spiegava che forse perché spesso perseguitato, il druso nasconde i suoi pensieri e quindi non ispira fiducia.

La strada continua a inerpicarsi sulle colline e ben presto mi ritrovo davanti al palazzo di Beit Eddine, splendido esempio di architettura araba e più precisamente di quella damascena. Mi ritornano in mente le gite fatte in questo luogo, la meraviglia che aveva suscitato in me la vista delle numerose sale dalle pareti di legno finemente istoriate e dipinte, degli hamman ricoperti di candido marmo bianco e dei giardini fioriti. Oggi però preferisco continuare la mia strada verso l’altipiano della Bekaa.

Ricordi e ricordi mi seguono lungo il percorso. Ottobre 1978, un  cessate-il-fuoco un po’ prolungato ci aveva permesso di organizzare un viaggio in Italia. Non tutte le strade erano sicure però perché si temevano sbavature varie che avrebbero potuto riaccendere i combattimenti. Viaggiavamo in carovana e il capogruppo aveva deciso che la strada più sicura sarebbe stata quella che attraversava lo Chouf, da lì saremmo risaliti  verso il  nord per raggiungere Beirut e il suo aeroporto. Attraversavamo villaggi spettrali -gli stessi che attraverso oggi-, silenziosi, disabitati all’apparenza, alcuni con tracce visibili dei combattimenti. Il silenzio era così compatto che faceva paura. Dove erano gli abitanti? Morti, fuggiti in massa? Oggi penso che fossero rintanati in casa, spinti da un senso di pudore, per non essere testimoni del passaggio di chi cercava salvezza da una guerra di cui anche loro erano responsabili.

Finalmente scorgo lo scintillare delle acque del lago di Qaraoun che a sud  sembra quasi porre fine con il suo splendore all’altipiano della Bekaa. Un po’ più a est incontro “i Cedri di Dio”, i cedri di Barouk,  ultimi resti della foresta di cedri libanesi che una volta ricoprivano il Monte Libano. Quante passeggiate e picnic vi avevamo fatto. I miei figli scorrazzavano insieme ai cuginetti mentre noi adulti accendevamo il fuoco su improvvisati barbecue. A volte qualche contadino compiacente permetteva ai  nostri figli di salire sull’asino che lo accompagnava e allora erano gridolini di paura e di eccitazione; era anche una dura battaglia farli scendere per permettere agli altri piccoli di cavalcarlo.

Continuo la mia strada verso il nord. Ho voglia di arrivare ad Anjar per poi proseguire verso Zahlé e arrivare finalmente a Baalbeck…ma sarà per un’altra volta.

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