IL PERSONAGGIO della SETTIMANA.. di Silvia e Maria”

TULLO OSTILIO   – NAPOLEONE  BONAPARTE

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“TULLO  OSTILIO….Terzo Re di Roma e gli Orazi e Curiazi”    di Maria Pace

 

Tullio Ostilio, il Re ricordato per il duello più celebre della storia di Roma Antica:quello fra  gli Orazi e i Curiazi.

Nipote del latino Ostilio il Vecchio, uno dei fondatori di Roma, Tullio faceva fede al proprio nome: era rissoso ed attaccabrighe, provocatorio e testardo. E di certo non fu grande stratega politico se finì per inimicarsi tutte le popolazioni confinanti. Bisogna, però bisogna riconoscergli una certa audacia e spregiudicatezza militare: non si sottraeva mai nel confronto diretto con l’avversario.
Ma veniamo alla leggendaria sfida tra gli Orazi di Roma e i Curiazi di Albalonga.
Convinto che la “tregua dei cento anni” avrebbe tenuto lontano gli etruschi di Veio, il nuovo Re di Roma, dallo spiccato spirito guerriero, brigò in tutti i modi per volgere le armi contro la latina Albalonga con cui, peraltro, c’era un Trattato in base al quale nessuna delle due città poteva dare inizio ad una guerra senza prima un tentativo di conciliazione e figurare quale parte lesa.
TULLO OSTILIO  III° Re di Roma.... e gli Orazi e Curiazi
Cluilio, però, Re di Albalonga, di fare guerra a Roma non ci pensava davvero, ma quando Tullo fece un’incursione in territorio albano con la scusa di fermare una banda di predoni, inviò subito ambasciatori a Roma per protestare.
Alla provocazione, però, il re di Roma aveva fatto seguire immediatamente la frode: mentre un gruppo di romani “inseguiva” gli improbabili predoni, un gruppo di ambasciatori raggiungevano Albalonga;  cosicché, quando gli ambasciatori di Cluilio raggiunsero Roma, si sentirono dire che era troppo tardi. Per di più, ancor prima di scontrarsi in battaglia, il re di Alba morì d’infarto… o di veleno, assicurano alcune fonti.Se Cluilio s’era lasciato sorprendere dalle manovre di Tullo, il suo successore Fufezio gli rispose con la stessa moneta: prese tempo fino a quando Veio, l’eterna rivale di Roma, che evidentemente sperava di prendere con un solo amo sia Roma che Alba, non le arrivò alle spalle. Fufezio si rivelò subito ottimo stratega e propose a Tullo di allearsi con lui contro gli Etruschi, i nuovi nemici comuni.
In primo momento Tullo rispose che non temeva affatto gli Etruschi, poi a sua volta fece una proposta davvero sorprendente: gli abitanti di Albalonga lascino la città e si spostino a Roma.Poteva, Mettio Fufezio accettare una tale proposta? Naturalmente no ed infatti  rispose con una controproposta: formare una Federazione con un unico Senato che, però, non fosse quello di Roma perché, spiegò:
“… voi romani avete intaccato la purezza del vostro stato accettando barbari e vagabondi… e perché create Re stranieri… e perché – continua il lungo discorso –  se vi cederemo il potere, il figlio bastardo comanderò sul legittimo e lo straniero sull’indigeno…”
Ma Tullo non  era certo tipo da accettare insulti senza reagire e  chiamando a testimoni i Santi Numi… e forse era la prima volta che lo faceva,  disse che  una sola cos  non restava da fare: affidare alle armi il contenzioso.
“Bravo! – ironizzò Mettio – Così, mentre combattiamo tra di noi, gli Etruschi ci verranno addosso.”
Al che, Tullo replicò:
“Sarà sufficiente che ad affrontarsi siano due piccole schiere invece che i due eserciti.”
Così fu.
Conosciamo tutti l’epilogo di quello scontro: fingendo la fuga. il superstite degli Orazi affrontò separatamente e uccise i tre fratelli albani, i Curiazi.Tullo Ostilio vincitore, dunque?
Non proprio!
Il clima che si respirava nella città vincitrice, però,  era di grande eccitazione,   al punto che al ritorno in patria dell’esercito,  al Re di Roma il Senato decretò il Trionfo. Era così  tanta l’eccitazione e l’esaltazione della vittoria che il popolo  perdonò all’Orazio trionfatore il suo delitto: l’aver ucciso la sorella Claudia, disperata per la morte del fidanzato… proprio uno dei Curiazi.
E non bastò! Il padre della sventurata ragazza le rifiutò esequie e tomba e permise che la si seppellisse là dove il fratello l ‘aveva uccisa e la si ricoprisse di terra e sassi gettati dai passanti…  comportamento di spartana memoria!Questa figura, il superstite Orazio, che  ha esaltato tante generazioni sui banchi di scuola per il suo eroismo, è stato da molti storici riportato oggi alla sua giusta dimensione.Chi fu, dunque il vero vincitore?
Fu Mettio Fufezio che aveva evitato ad Albalonga la deportazione della città e ritardato la sua distruzione, poiché da uno scontro tra i due eserciti, i latini ne sarebbero usciti sicuramente sconfitti.
Solo ritardato, però! La politica espansionistica della nascente potenza era cominciata proprio a spese dei Latini.
Non avendo ricevuto, tre anni dopo, da Mettio Fufezio che, anzi,fece addirittura il doppio gioco,
l’aiuto sperato contro l’estrusca Fidene, Tullo, bellicoso ma anche vendicativo, gli riservò un trattamento speciale. A guerra terminata lo invitò a festeggiare la vittoria, ma al culmine della festa, lo condannò ad una morte atroce e con lui condannò a morte  molti degli ufficiali e dei valorosi soldati albani.
Per la popolazione di Alba, gente inerme e pacifica. Tullo ordinò la deportazione a Roma e per la città ordinò la distruzione totale.
Ecco cosa scrive Tito Livio che, pure, nei suoi giudizi non é stato mai troppo severo:
“… una cupa mestizia gravava su Alba… indecisi sulle cose da prendere o da lasciare, quei disgraziati restavano inebetiti sulle soglie o vagavano smarriti per la casa…… e già risuonava nelle parti esterne della città il fragore delle case che venivano abbattute…  Quando gli Albani furono usciti i Romani rasero al suolo gli edifici pubblici e privati…”
E continua, nella speranza di mitigare i giudizi:
“Tullo li aiutò a costruire case… e con azioni umanitarie si guadagnò la simpatia del popolo…”
Vero é che questo Re si preoccupò molto dell’edilizia della città;  allargò le mura della città e fece costruire un grandissimo numero di case sul Celio.

Tutto questo gli fece guadagnare un secondo Trionfo, ma anche una guerra ad oltranza da parte di tutte le città della Confederazione Latina, cosicché Roma si trovò  assediata a  sud dai Latini, a nord dagli Etruschi e ad est dai Sabini sostenuti nientemeno che da Veio.
Tullo era riuscito a coalizzare contro Roma due popoli eternamente avversari: Sabini ed Etruschi.
Ma forse questo Re guerriero, che non pareva troppo impensierito, pensava già ad un terzo Trionfo, senonché, Giove in persona provvide a fermarlo con una delle sue folgori.

Se la fine di Romolo fu tragica e quella di Numa Pompilio circondata dal mistero, quella di Tullo Ostilio fu folgorante. Lo fu nel vero senso della parola, poiché morì folgorato da un fulmine. All’epoca a scagliare le folgori era sempre un Giove corrucciato.
Perché mai Giove doveva essere corrucciato con il Re di Roma?
Ecco com Livio spiega il fatto:
“… la cerimonia non era stata condotta secondo le prescrizioni. Onde non soltanto non si manifestò a Tullo alcun segno divino, ma anche, sdegnato per le manchevolezze del rito, Giove lo fulminò e l’incenerì con tutta la sua dimora.”

Ma che cosa era accaduto?
A seguito di una pestilenza sui Monti Albani dove risiedeva il tempio di Giove laziale, gli indovini suggerirono al Re di sacrificare al Padre degli Dei.
Tullo, però, Re-guerriero, non si era mai preoccupato degli Dei, all’infuori di Marte  ed aveva sempre trascurato un po’ il culto. Non aveva, dunque, nessuna preparazione religiosa e in un’epoca in cui la quotidianità era permeata di religiosità, era una grave manchevolezza davvero.
Nel corso del rito – dice Livio e lo ribadisce Dionigi – Tullo sbagliò ogni cosa. Ma, sostiene Dionigi
ad irritare Giove fu soprattutto l’arrogante tentativo  di voler ripetere in  casa sua ed in segreto il rito che sull’Aventino non gli era riuscito.
“… e in quella giornata nella sua casa -racconta – si manifestò per volere di Dio un improvviso maltempo con pioggia, tempesta e tenebra e la folgore divina uccise il Re, i figli del Re e molti servi…”
Cattivo affare trascurare gli Dei… soprattutto se esigenti!

 


 

NAPOLEONE BONAPARTE…   di Silvia Azzaroli

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Napoleone Bonaparte, il famigerato imperatore francese, fu un uomo molto controverso, che ha sempre suscitato sentimenti contrastanti.

O lo ami o lo odi.

Io ammetto di amarlo.

Fu è vero un macellaio e rubò molte opere d’arte quando venne in Italia.

Nessuno vuole negare questo.

Ma se ci pensiamo anche il “nostro” Giulio Cesare non fu da meno.

Entrambi megalomani, guerrafondai ed egocentrici.

Eppure entrambi avevano idee innovative per la propria epoca.

Napoleone volle, con metodi sicuramente molto discutibili, portare la rivoluzione e l’illuminismo in tutto il mondo. Le sue non furono parole vane.

Non appena conquistava una nazione vi portava gli ideali della rivoluzione, successe anche da noi, dove creò la Repubblica Cisalpina e la Repubblica cispadana, poi unita nella Repubblica Italiana.

Tuttavia vediamo di partire dall’inizio.

Napoleone nacque in Corsica, il 15 agosto 1769, un anno dopo che la Repubblica di Genova fu costretta a venderla alla Francia, la sua famiglia di origini toscane e per lungo tempo i suoi si considerano corsi, non francesi, tanto che appoggiarono le varie rivolte separatiste contro la Francia, fino a quando Napoleone stesso fece marcia indietro e si schierò con la Repubblica.

La sua rapida carriera militare gli venne soprattutto per i successi in Italia, dove fu mandato principalmente per levarselo di torno, un po’ come successe a Cesare peraltro, e invece tornò vincitore, con sommo scorno dei suoi avversari.

Rientrato in patria, poco dopo fece un colpo di stato dove assunse il ruolo di primo Console e successivamente primo imperatore dei francesi nonché presidente della Repubblica Italiana dal 1802 al 1805 quando divenne il Re d’Italia, mediatore della Repubblica Elvetica e protettore della confederazione del Reno.

Fondò inoltre i licei moderni e gran parte delle leggi che abbiamo le dobbiamo a lui.

Persino Tolstoj, in Guerra e Pace, riconobbe il volto umano del conquistatore, facendone un ritratto molto diverso dal diavolo che tutti i nemici del monarca “dipingevano.”

Uomo passionale e intelligente, ebbe numerose amanti, ma il suo grande amore fu sicuramente Marie-Josèphe-Rose de Tascher de La Pagerie, detta Josephine, sua prima moglie, poi ripudiata perché sterile, gli rimase accanto come amante e consigliera fino alla morte.

Tantissimi i figli illegittimi avuti, tra cui Alessandro Floriano Giuseppe, conte Colonna-Walewski, (1810 – 1868), avuto da Maria Laczynska (1786 – 1817), contessa polacca e altro suo grande amore.

Napoleone sposò in seconde nozze Maria Luisa d’Asburgo Lorena, in un vano tentativo di mettere fine alla guerra con l’impero austriaco e da cui ebbe l’unico erede riconosciuto, Napoleone II, che morì appena ventiduenne alla corte viennese.

A proposito del giovane e sfortunato erede di Napoleone, alcuni pettegolezzi sostengono che fosse il vero padre dell’imperatore Franz Joseph, avendo frequentato a lungo la bella madre di lui, Sophia, che da ragazza era molto più bella della famosa nuora, Sissi.

Se così fosse sarebbe un’ironica vendetta postuma.

Bisogna dire che le somiglianze tra Napoleone e Franz ci sono tutte.

Il monarca francese fu uno dei primi a riconoscere l’abominio commesso contro Maria Antonietta, condannata a morte sì, ma prima umiliata e torturata per mesi, fino a ridurla una larva:

“Il suo fu più di un regicidio”.

Se è vero che fu un macellaio in guerra, è altrettanto vero che combatteva sempre davanti ai suoi uomini, rischiando per primo e non volle mai attaccare i civili.

Non per niente i suoi soldati erano sempre disposti a morire per lui e quando rientrò di soppiatto dall’esilio dell’Elba, l’esercito, che gli fu mandato incontro per fermarlo, si schierò in blocco con lui.

Stratega militare impareggiabile, commise un errore fatale a Waterloo e secondo alcuni storici morì avvelenato a Sant’Elena.

E a proposito di Sant’Elena è bene approfondire alcune cose, tra cui appunto l’avvelenamento.

E’ vero che all’inizio si trattò solo di voci, pur tuttavia uno storico francese, a cavallo tra gli anni 90 del novecento e il 2000, fece una minuziosa ricerca, dove recuperò tutti i capelli ancora esistenti di Napoleone, li analizzò e vi trovò un’eccessiva presenza di arsenico, eccessiva persino per l’epoca, visto che spesso la carta da parati delle stanze era imbevuta di questo veleno.

Lo storico per dimostrare la sua tesi, oltre a questo, raccontò di quando l’imperatore venne riesumato per essere riportato in Francia, (dove gli furono tributati finalmente i funerali di stato)e all’apertura della tomba la salma era intatta, segno inequivocabile di morte per avvelenamento, non per tumore (la morte ufficiale) perché si sa che l’arsenico intatta i cadaveri e li trasforma in mummie.

Sempre del periodo di Sant’Elena, dove sistemò e riorganizzò l’isola, come avvenne nel suo esilio all’Elba, scrisse il codice civile, che fu usato poi come base per il nostro.

Di lui ci restano tante cose, metodi sbagliati, ma tante innovazioni, che per fortuna non furono spazzate via del tutto dalla restaurazioni.

Se mi permettete un piccolo appello: spero che qualcuno faccia una miniserie su Napoleone con Mathieu Kassovitz nei panni dell’imperatore francese. Lo ha impersonato nella splendida e recente trasposizione di Guerra e Pace della BBC ed è stato semplicemente perfetto.

 

 

 

 

DEI ed EROI – ANTICA GRECIA… ATAMANTE

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Il mito di Atamante, Re di Orcomeno, in Beozia, fondatore di Atamantia,  città della selvaggia pianura della Tessaglia, altro non è che un miscuglio di primitivi  miti  e rituali che rispecchiano  i conflitti tra i culti degli abitanti della zona.

Diverse sono le versioni di questo mito,ma noi ne sceglieremo uno soltanto, il più noto.

Convolato a giuste nozze con Nefele,  una creatura che godeva della protezione della potente Era, la sposa di  Zeus,  Atamante era irresistibilmente attratto da Ino, figlia di Cadmo,  e non esitò  a condurla nel suo Palazzo, ai piedi del monte Lafistio e nascondervela in un’ala segreta insieme ai due figli avuti da lei: Learco e Melicete.

Non troppo segreta, in realtà.  Avvertita  di quella incomoda presenza  dalle fedelissime ancelle, Nefele montò su tutte le furie anche perchè  temeva per il prestigio dei propri figli, Frisso, Elle e Leuco. Salita immediatamente  sull’Olimpo, si lamentò con la sua protettrice, Era, che promise di intervenire energicamente.

Le donne di Beozia, però,  erano fedelissime ad   Ino e  si schierarono tutte dalla sua parte, pronta a sostenerla e su suo suggerimento, fecero seccare il grano destinato alla semina, così che non producesse raccolto.

Ino, infatti, sperava che, non vedendo  spuntare il grano durante la stagione della germinazione, Atamante avrebbe inviato messaggeri a consultare l’Oracolo.

E così fu.

E messaggeri tornarono e portarono un verdetto tremendo: la terra sarebbe tornata rigogliosa e fertile e il raccolto sarebbe stato nuovamente abbondante, solo se Frisso, il giovanissimo figlio di Nefele, fosse stato offerto in sacrificio sul monte Lafistio.

Sia pur con il cuore sanguinante, Atamante si dispose ad  eseguire la terribile sentenza, ignorando, però, che i messaggeri erano stati pagati da Ino  per riferire una risposta che non era quella dell’oracolo,  ma che era stata suggerita dalla donna.

Non restava che il consenso della popolazione al sacrifico ed anche per questo la perfida Ino non mancò di  tramare contro il povero ragazzo, inducendo Biadice, moglie di Catreo, ad accusarlo di averle usato violenza. Nell’udire quella che considerava una grande infamia,  il popolo non esitò ad esprimersi per il consenso al sacrificio e il  ragazzo, avvolto nella rituale pelle sacrificale del lupo, fu condotto in cima al monte Lafistio. Proprio mentre il contello sacrificale del sacerdote, chiuso nella sua bianca tunica, stava per affondare nella sua gola, ecco per caso, comparire quasi dal nulla la figura di Eracle, che si trovava a passare da quelle parti e che con acerbi accenti, interruppe  la cruenta cerimonia

“E’  abominio agli occhi del padre mio, il Sommo Giove,  il. sacrificio umano” disse.

L’implacabile Era, però,  mossa da  più vecchi rancori nei confronti di Atamante, ardeva dal desiderio di vendetta e scelse per lui una punizione crudele: chiamò le Furie e lo consegnò nelle  loro mani.

In preda alla più cieca follia,  imbracciato l’arco,  Atamante cominciò a scagliare  le sue infallibili frecce contro i fantasmi delle sue allucinazioni; una di quelle frecce colpì in pieno petto  Learco, il figlio avuto da Ino, che cadde fulminato ai suoi piedi. Non ancora placato, si accanì con inaudita violenza sul corpo del figlioletto ancora palpitante, afferrandolo per un piede e  facendolo a pezzi.

Atterrita, Ino  cercò scampo nella fuga con l’altro figlio, Melicerte e con lui salì fin sulla vetta più alta di una roccia, da cui si gettò in mare annegando.

Mosso a pietà, prima che l’ombra della donna raggiungesse il Tartaro, Zeus la trasportò sull’Olimpo trasformandola nella dea Leucotea e lo stesso fece con Melicerte,  pemettendogli di raggiungere, a dorso di un delfino , l’istmo di Corinto,  dove Sisifo, suo zio,  che regnava laggiù,  istituì in suo onore  i giochi istimici che si  celebravano ogni quattro anni.

Dopo questi fatti sanguinosi, riavutosi dalla follia,  Atamante dovette lasciare la Beozia , bandito per espiare i propri peccati. Prima di partire, decise di consultare l’Oracolo, che così si pronunciò:

“Ti fermerai là dove gli animali predatori ti  inviteranno a mangiare.”

Ebbe inizio, così, per sé e per la sua tribù, un lungo peregrinare senza meta.  Vagando verso il nord, Atamante e i suoi  si imbatterono, un giorno, in  un branco di lupi che  stavano divorando delle pecore e che al loro avvicinarsi, si allontanarono di corsa; lui e i compagni si cibarono di quelle carni.

Era  una regione selvaggia e montuosa, ricoperta di boschi; ricordando le parole dell’oracolo,   Atamante decise di fermarsi  e di fondarvi una città che chiamò “Alo”, a causa del lungo peregrinare e la regione prese il nome di Atamania.  Qui sposò Temisto e con lei formò una nuova famiglia che… ma questa è già un’altra storia.

 

“LA PAROLA E L’ IMMAGINE … di Lia, Maria e Romina”

12935226_1023657081034291_1633799079_nPAOLINA BORGHESE –  LA VENERE VINCITRICE di Antonio Canova   … di LIA JONESCU
La famiglia di Napoleone aveva origini abbastanza nobili, nobiltà diluita nei secoli, ma comunque piuttosto nota ad Ajaccio dove nascono tutti i Bonaparte.   Il nome originariamente era Buonaparte e fu cambiato proprio da Napoleone.
La famiglia del futuro imperatore si trovò nel 1793 in mezzo ai moti che contrapponevano realisti ed autonomisti; incendiarono la loro casa e sentendosi minacciati, Carlo Maria Bonaparte e Letizia Ramolino, con i loro 8 figli si trasferirono a Marsiglia.
Paolina aveva 13 anni , bellissima e aggraziata nei movimenti e nelle parole ed essendo la piccola della famiglia, divenne la preferita dell’ illustre fratello. Questo atteggiamento di predilezione si diffuse anche nel resto della famiglia che non le lesinò privilegi… Paolina crebbe un po’ capricciosa e viziata.
Ancora molto giovane, la fanciulla si innamorò per la prima volta, perdutamente, di un ufficiale un certo Stanilas Freron che, però, era sposato e aveva 3 figli.
Napoleone che in fondo era un perbenista, ma in questo caso a ragione, impose alla sorella un matrimonio per allontanare le male lingue e riportare ordine nella vita della famiglia sconvolta da quella giovane ribelle e troppo emancipata.
Paolina sposò il generale Le Clerc, fidato ufficiale di suo fratello. Le Clerc era un uomo ancora giovane e anche abbastanza affascinante, per cui Paolina ben presto gli si affezionò, tanto da seguirlo in ogni campagna;  ebbe da lui anche un figlio, Dermeide. Con Leclerc andò a Milano e a Parigi, ma fatale fu il viaggio a Santo Domingo dove l’ uomo contrasse il colera e morì.
Paolina doveva portare il lutto stretto per un anno, ma questo ruolo di vedova inconsolabile non le si confaceva e, pur amandola profondamente e soddisfacendo ogni suo volere, il suo atteggiamento destava le ire del suo illustre fratello.
Paolina, insieme ad altri ” cortigiani”, incontrò e ammaliò il principe Camillo Borghese . Napoleone non avrebbe mai dato il suo consenso ad un matrimonio durante il periodo del lutto, per cui Paolina lo sposò di nascosto. Il fratello davanti al fatto compiuto, soprattutto con il principe Borghese ed essendo la sorella diventata una principessa romana, chiuse un occhio.
Paolina si rese immediatamente conto che l’alta borghesia romana conduceva una vita monotona e bigotta, che neanche lontanamente poteva darle quello che lei voleva. Si diede, dunque alla pazza gioia, non negandosi nulla, più volte redarguita dal fratello ma in fine sempre perdonata.
Forse, l’ unico uomo che Paolina davvero aveva amato, era proprio il suo Napoleone che mai  abbandonò, neanche nei momenti più bui della vita dell’Imperatore e che seguì fino all’ Elba.
,Paolina si ammalò e chiese aiuto al marito che ormai non aveva più rapporti con lei e che viveva a Roma a Villa Sciarra o Villa Paolina; a Roma aveva anche deciso di vivere madama Letizia, sua madre,  a Piazza Venezia, all’inizio di via del Corso.
Nel frattempo Camillo Borghese aveva ottenuto l’ annullamento del matrimonio ma, o per carità cristiana o perché noblesse oblige, assistette Paolina fino all’ ultimo, mettendola a villa Fabriciotti, a Firenze, dove venne assistita fino alla sua morte, avvenuta il 5 Giugno 1825….aveva 44 anni.
Ma non è la vita quasi romanzata di questa donna che la rese famosa ed immortale, bensì la mano di Antonio Canova che la volle ritrarre nella stupenda Venere. Questa opera non è soltanto tra i più esaltanti e preziosi esempi del Classicismo, ma anche una meraviglia della tecnica , realizzata con il marmo bianco di Carrara ed uno più rosato per trasmettere l’ effetto carnale del corpo che vibra nel suo splendore….Davanti a quest’ opera, le parole si tacciono e si rimane in rispettoso attonito silenzio e non si può non pensare, oltre alla maestria indiscutibile di Canova, alla soave bellezza di una donna che aveva profondamente amato la vita.
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Che cosa lega Torino ai Templari? di  ROMINA  GOTTI
La sindone è la prima cosa che mi viene in mente …
 Lasciamo stare le teorie , ma la sindone è come il dito del Giovan Battista, reliquie templari.  
La Sindone è il lenzuolo di sepoltura di Gesù ,secondo la tradizione cristiana, da Costantinopoli alla Grecia e poi in Francia, proprietà di Goffredo di Charny che era un templare e che fece costruire una cappella a Lirey in Francia nel 1353.
La sede templare a Torino era sul Monte dei Cappuccinie , dove c’era un fortino templare per il controllo  del traffico fluviale sul Po;successivamente venne costruito un monastero dopo il 1500 .
Vercell e Torino hanno stretti legami, a Vercelli c’è S Maria di Isana,  una chiesa templare che dipendeva dal Priorato di S Giacomo e si trovava sulla Via Liburnasca che collegava Vercelli a Torino fino a Livorno, dove si congiungeva con la via Francigena che proveniva dalla Val d’Aosta.
La Via francigena era un itinerario seguito dai pellegrini che dall’Inghilterra e dalla Francia si recavano in pellegrinaggio a Roma e per chi voleva proseguire lungo la francigena del sud fino ai porti della Puglia, per poi imbarcarsi sulel navi fino alla Terrasanta.
 I Templari disseminati in tutta l’europa nacquero a protezione dei pellegrini sopratutto in Terrasanta ma anche sulle vie di pellegrinaggio.
Furono i primi banchieri, perche’ i viaggiatori non intraprenevano il viaggio con denaro. Troppo pericoloso.  Lo affidavano ai templari e lo riprendevano al punto di arrivo.
Lungo il tragitto sorgevano edifici monasteri con foresterie ,cappelle e scuderie dove i pellegrini dopo una giornata di cammino potevano riposare.. quindi erano distribuiti in una rete capillare .
A Chieri c’era S. Leonardo, altra chiesa templare.  A Torino c’era anche  la Magione S. Margherita del Tempio, fuori le mura cittadine.
A Torino soggiornarono Paracelso, Nostradamus e Cagliostro. c
Sempre a Torino, c’era anche S.Giacomo di Stura Abbazia, un  complesso templare.Nel 1146 Pietro Padisio donò all’abate del monastero di S. Benedetto di Piacenza, il terreno per costruire un ospedale per i pellegrini,.
 Ad Ivrea c’era il complesso di S:Nazario.
Altro particolare: Lione, Torino e Praga, costituiscono geometricamente un triangolo di magia bianca.
 Le strade del piemonte erano percorse da passi alpini e dalla val d’Aosta;  Torino si trovava sulla via Francigena. Si arrivava dal passo del Moncenisio fino ad Alessandria Asti, Chieri e Torino. Qui sorgevano le case templari, mentre ad  Asti c’era la Sede della Regione,
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TEODORA la BASILISSA   –   di  MARIA PACE
TEODORA  La Basilissa

Sulla sua nascita non si sa nulla di preciso, neppure il luogo: la data, fissata nell’anno 500, è del tutto arbitraria.
Qualche storico le ha assegnato come patria l’isola di Cipro, qualcun altro la Siria; di sicuro si sa soltanto che è nata tra i carrozzoni di un circo: il padre, guardiano di orsi e la madre, figurante circense.
Era la secondogenita di tre sorelle.
Una figura leggendaria, questa donna, che ha avuto estimatori e denigratori fra quanti, soprattutto storici e biografi, hanno voluto stendere su di lei una favolosa quanto fantasiosa biografia.
L’essere nata sotto la tenda di un circo, ritenuto a quei tempi luogo di corruzione e vizio, ha finito per marchiarla,  frettolosamente e senza possibilità di appello, come donna viziosa e lussuriosa.
Teodora non era certo una donna virtuosa, ma un più attento studio sulla sua personalità e attitudine, ci restituiscono un ritratto un  po’ meno severo.
Suo maggior denigratore fu senza dubbio lo storico Procopio che, nella sua “Storia Segreta”,  le attribuisce ogni sorta di vizio, perversione e delitto ed è proprio con questo marchio che il ritratto di Teodora è arrivato fino a noi.
Soltanto oggi, dopo attenta riflessione ed approfondito studio degli eventi storici in cui è vissuta, si è scoperto  quanta influenza, quasi sempre positiva,  questa donna abbia avuto sulle sorti dell’Impero d’Oriente.

Di una cosa si è certi: danzatrice o imperatrice, Teodora non fu mai una semplice comparsa.
Perfino nell’esordio, le due “carriere”, furono ugualmente folgoranti.
Morto il padre, la madre la “scaraventò” nella pista di un circo assieme alle sorelle, Comito ed Anastasia, a suscitare la pietà del pubblico; un pubblico diviso in due fazioni: i Verdi e gli Azzurri.
Sostenuta dagli Azzurri e osteggiata dai Verdi, appena ne ebbe l’occasione, Teodora mostrò, nei confronti di costoro, quanto vendicativo fosse il suo carattere.

Cominciò proprio in quella pista la carriera di colei che di lì a pochi anni sarebbe diventata la più celebrata stella dello spettacolo. (una Madonna dei nostri giorni.)
A diciotto anni era la Regina indiscussa dell’ Ippodromo di Bisanzio, (l’equivalente del  Colosseo di Roma): uno dei due strumenti che gli Imperatori usavano per soddisfare il popolo; l’altro era il grano. Pane e Circo: Panem et Circenses.
Teodora ne era l’attrazione principale: bellissima, conturbante, intrigante, intelligente ed assolutamente priva di pudore.
La sua fama era quella di donna dissoluta e libertina (anche per i suoi tempi) e non deve stupire che le cosiddette persone per bene evitassero perfino di incontrarla per strada.
Nonostante questo, Teodora si sposò per ben due volte, prima ancora di compiere venti anni.
Il secondo matrimonio  la portò ad Alessandria d’Egitto ed alla scoperta di una Cultura ed una Filosofia che ebbero su di lei una incredibile e straordinaria influenza, tanto da accendere in lei un grande mistico fervore.
Se lo storico Procopio aveva fatto di lei il simbolo del vizio e della perversione, qualcun altro pensò non solo a riabilitarla, ma addirittura ad elevarla spiritualmente: Diehl che parla di lei come di una donna diventata casta e morigerata.
Questo anelito di misticismo, però, non durò a lungo.
Teodora era una donna innamorata della vita e dell’amore. Si era sempre presa cura della propria bellezza, che l’aveva resa musa ispiratrice della sessualità maschile e desiderava continuare a farlo.
Non tardò, dunque, ad avvertire un certo disagio religioso: non poteva esserci molto in comune tra una persona come lei ed una Religione che tuonava contro i piaceri della carne e ne mortificava gli slanci naturali con rinunce e penitenze.
Teodora lasciò Alessandria per Antiochia e strada facendo finì per riprendere (per voglia o per necessità) la vecchia attività.

Fu in quel periodo che avvenne l’incontro con Giustiniano, che all’epoca non era ancora Imperatore.
A presentare i due fu Macedonia, una famosa danzatrice amica di Teodora.
Fu il classico colpo di fulmine.
Il giovane Giustiniano manifestò subito l’intenzione di impalmarla, ma la conturbante Teodora trovò nell’imperatrice Eufemia la più grande oppositrice a quelle nozze.
Eufemia, assai gelosa del suo fascino e della sua bellezza, era anche una donna meschina e non tollerava che la grande fortuna capitata a lei, potesse arridere anche ad un’altra donna.
Sì, perché Eufemia proveniva dal più infimo strato sociale: era solamente una schiava. Era la schiava prediletta di Giustino, l’Imperatore, che aveva finito per invaghirsene e sposarla, elevandola al rango di Imperatrice.

Teodora, però, oltre che bella, intelligente ed intrigante, si rivelò essere anche fortunata: Eufemia morì l’anno successivo.
Correva l’anno 523 dell’era cristiana.
Aggirato ogni ostacolo burocratico con emanazione di Leggi nuove o abrogazione di quelle vecchie, Teodora e Giustiniano riuscirono finalmente a sposarsi.
Associato al trono dallo zio Giustino, Giustiniano divenne Imperatore d’Oriente e Teodora, la sua  Imperatrice.
Le nozze  furono celebrate in pompa magna nella cattedrale di Bisanzio alla presenza di un popolo festante che tributò all’Imperatrice lo stesso entusiasmo riconosciuto alla danzatrice.
Un trionfo totale per Teodora e ancora di  più!
Era la rivincita della donna: Giustiniano, infatti, seguì sempre e comunque i consigli dell’Imperatrice, a cominciare dalle Leggi a favore delle donne: donne maltrattate in famiglia, malate e con pochi mezzi di sussistenza, ma soprattutto, donne dei bassifondi. Nessuno, meglio dell’Imperatrice di Bisanzio, poteva conoscere le miserevoli condizioni di vita delle donne rinchiuse nelle “case di tolleranza” che, naturalmente, furono tutte chiuse.

Politiche sociali, intrighi di corte (assai numerosi), finissimo acume, Teodora mancò solo in una “missione”: dare un erede all’Imperatore.
Di figli ne aveva avuti. Due o forse tre, ma non era di certo un bastardo che Giustiniano voleva far sedere sul trono dell’Impero d’Oriente come suo successore.
Teodora era diventata sterile; forse la vita vissuta nel vizio, forse i numerosi aborti cui si era sottoposta, forse l’età.
Medici  ed ostetrici, fatti arrivare da ogni angolo dell’Impero e anche da più lontano, non riuscirono ad esserle d’aiuto.
Ricorse, a quel punto, alla magia. Sperimentò le più stravaganti quanto inutili pratiche magiche, fece arricchire fattucchiere e maghi, ma non raggiunse lo scopo.
C’era ancora una via. L’ultima. Ed era la Fede: voti e preghiere.
Allo scopo fece innalzare cattedrali, chiese e conventi, ma il Cielo continuò a tacere e restare indifferente.
Il 29 giugno del 548, Teodora la Basilissa moriva con questo unico, grande rimpianto e con un interrogativo per i posteri: fu fedele all’innamoratissimo marito?
Tutti gli storici concordano nel ritenere che prima di diventare Imperatrice, la vita di Teodora sia stata dissoluta e viziosa, ma si dividono sulla sua condotta dopo che ebbe indossato la porpora imperiale.
Possiamo affermare, però, senza dubbio di smentita, che il ritratto di donna dal sesso insaziabile, peccatrice e dissoluta, che ne fece il drammaturgo Sardon, non le rende giustizia.

INTERVISTA rilasciata a Maria Pace dallo scrittore Matteo BRUNO

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1) Innanzitutto ci dica qualcosa di lei. Chi è Matteo Bruno?

Sono un appassionato di storia che ha trovato nel romanzo storico un valido modo di esprimere la propria passione, trasformandola in professione. Ho iniziato per caso, come sempre avviene in questi casi, spinto più che altro dalla curiosità e dalla voglia di mettermi alla prova. I risultati sono stati incoraggianti, così ho continuato.

2) Quella della scrittura è una passione che ha sempre avuto o che sta coltivando solo da qualche tempo?

E’ una passione che ho sempre avuto, pur se latente. Solo da sei anni però la coltivo con continuità, dopo che il mio primo libro ha riscosso interesse, dapprima in una ristretta cerchia di conoscenti, poi allargandosi sempre di più; la passione per la storia, invece, è innata: credo si tratti di una specie di malattia di famiglia!

3) Come nasce l’idea di un libro?

Nel mio caso, nasce da un bisogno di esprimere, dalla voglia di calarmi con tutta la mente in uno spazio e in un tempo diversi dall’ordinario. Spesso i miei lettori mi dicono che li ho fatti “viaggiare nel tempo”, per così dire, e questa per me è la soddisfazione più grande perché nella narrativa storica la difficoltà maggiore sta nel raccontare la vita quotidiana della gente: possiamo trovare decine di resoconti di una stessa battaglia, ma pochissimi di essi ci dicono chi erano e come vivevano i protagonisti al di fuori del momento di gloria.

4) Ci parli dei suoi libri

Pubblico con Leone Editore, casa editrice monzese per la quale ho dato alle stampe tre romanzi: Oro, Sole e Sangue (2013), incentrato sulla straordinaria avventura di Hernan Cortés e dei suoi brutali conquistadores spagnoli, Dodici Città (2014), a cavallo tra il mondo etrusco e quello romano arcaico, e Syracusa (2015), romanzo che ripercorre la spedizione ateniese in Sicilia durante la Guerra del Peloponneso.

5) I suoi libri hanno riscosso vari successi. Vuol parlarci dei Premi e dei Riconoscimenti attribuiti ai suoi libri?

Sono arrivato finalista a vari concorsi letterari con ciascuno dei miei romanzi. In particolare al Penna d’Autore di Torino, al Premio Firenze e a quello Firenze Capitale d’Europa. Inoltre ho raggiunto il secondo premio al Concorso di Narrativa e Poesia “Il Golfo” (ed. 2015) e proprio in questi giorni ho saputo di aver vinto con Syracusa il primo premio dello stesso concorso, pertanto il 17 aprile lo ritirerò a La Spezia.

6) A quale genere letterario appartengono i suoi libri?

Mi piace definire i miei romanzi “storico-avventurosi” perché la componente di azione è sempre presente, e tutti i fatti da me narrati sono incentrati attorno ad un qualche evento di tipo militare, come guerre o assedi. In effetti mi interessa molto la branca della cosiddetta storia militare. Ciò non significa che mi piaccia esagerare: il realismo è alla base di ogni scena che descrivo.

7) Quali sono i generi letterari che lei preferisce?

Leggo un po’ di tutto ma, volendo generalizzare, diciamo che preferisco la narrativa alla saggistica, con l’eccezione di quella storica.

8) Quali sono secondo lei gli ingredienti necessari per un buon libro?

Un romanzo storico, a differenza di un testo che abbia valore scientifico, presenta il contesto mettendo in primo piano le vicende minute di donne e uomini vissuti in quell’epoca: ne consegue che è essenziale dar vita a personaggi credibili, prima di tutto. Poi ovviamente è necessario che la trama abbia il giusto ritmo, alternando azione a riflessione, il tutto condito con descrizioni, amore e anche scene “divertenti” che sdrammatizzino.

9) Vuole gentilmente offrirci un brano del suo libro?

dal Prologo di Syracusa:

“Ti racconterò, Ippoloco, ciò che accadde veramente a me e a tuo padre quando tu eri troppo piccolo per avere ricordi, quando persino l’aria puzzava di sangue e di polvere. Fu in un crogiolo di crescenti orrori che tu venisti al mondo, quando i siracusani colarono a picco l’armata inviata da Atene a seminare lutti tra queste case.”

10) Quali progetti ha per il futuro?

Continuare a scrivere, ovviamente, e di certo lo farò seguendo il filone storico già intrapreso. Per quanto riguarda le ambientazioni, invece, mi piacerebbe scrivere anche di eventi avvenuti in epoche a noi più vicine.. A breve, ulteriori sviluppi! Chi vuole seguirmi può farlo attraverso la mia pagina Facebook (Matteo Bruno Scrittore), oppure sul mio blog (matteobrunoscrittore.blogspot.com); in rete sono visibili anche i booktrailer dei miei ultimi romanzi, video girati e prodotti professionalmente.

DEI ed EROI – ANTICA GRECIA… ADMETO

 

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Particolari e per molti aspetti patetiche le vicende che vedono protagonista questo eroe.

Re di Fere, in Tracia, Admeto era molto caro al dio Apollo che per un intero anno aveva prestato servizio presso di lui quale mandriano delle sue greggi,

Un Dio al servizio di un mortale? Doveva averla combinata proprio grossa, il bell’Apollo, per meritare quella pena. Ed infatti, il Dio dalla Cetra aveva ucciso nientemeno che i Ciclopi, la Guardia personale del Sommo Giove. In verità, lo aveva fatto per vendicare la morte di suo figlio Esclapio, ucciso da una folgore scagliata contro di lui da Giove per aver restituito la vita ad un mortale.

Con l’aiuto del suo divino protettore, Admeto si apprestava a convolare a giuste nozze con  Alcesti, la bellissima e generosissima figlia di re Pelia. Tra i moltissimi pretendenti, infatti, Admeto, forte e coraggioso, era stato il solo a riuscire ad aggiogare al cocchio di re Pelia un leone ed un cinghiale selvatico. In verità, a domare le due belve era stato necessario l’intervento del grande Eracle, di passaggio per quelle contrade.
Disgrazia volle che Admeto si dimenticasse di offrire, per l’occasione, sacrifici ad Atena.
Si sa quanto gli antichi Dei greci fossero astiosi e vendicativi. La Dea, infatti, offesa da tanto affronto, riempì la camera nuziale di velenosi serpenti che  causarono la morte dello sposo.
Prima che la sua anima si mettesse in viaggio per L’Ade, ancora una volta Apollo intervenne in suo soccorso, raggirando le Moire e facendole ubriacare e riuscendo a convincerle a prolungargli la vita per qualche tempo ancora.
Queste acconsentirono , ma ad una condizione: che qualcun altro prendesse il suo posto.
Per primi, Admeto scongiurò i propri genitori:
“Mi avete dato la vita. –  implorò, gettandosi ai loro piedi –  Se adesso uno di voi due non scende nell’Ade a prendere il mio posto, è come se questa vita ve la riprendeste indietro.”
Sia pure a malincuore, tanto il padre quanto la madre opposero un netto rifiuto
“Ogni creatura umana – risposero – deve sottostare al proprio Destino. Qualunque esso sia.”
Proprio mentre Admeto, ormai rassegnato, stava per intraprendere il suo ultimo viaggio, ecco presentarsi la bella
Alcesti con in mano una coppa di veleno, pronta a prendere il suo posto e sacrificare la sua vita per amore.
Admeto accettò quel sacrificio ed Alcesti bevve il veleno e raggiunse presto l’Ade.
Chi, invece si rifiutò di accettare quel grande sacrificio d’amor fu Proserpina, Regina degli Inferi che la rimandò subito indietro, pretendendo che  l’insensibile ed ingeneroso marito scendesse giù ad occupare il proprio posto.

DEI ed EROI – ANTICA GRECIA… IPPOLITO

 

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Al termine della guerra che Eracle condusse contro le Amazzoni, Teseo,  che aveva partecipato alla spedizione, si vide assegnata come preda di guerra Antiope, la Regina.

Antiope, segretamente innamorata dell’eroe, aveva finito per schierarsi dalla sua parte, fino a battersi eroicamente al suo fianco contro la sua stessa gente, finché non era stata gravemente ferita da un dardo lanciato dall’amazzone Molpadia.

Teseo sposò Antiope, ma la Regina delle Amazzoni non poteva essere per lui una sposa legittima, poiché apparteneva ad una società che si opponeva all’istituto della monogamia, pur tuttavia, gli dette un figlio, cui fu messo il nome di Ippolito.

Il ragazzo, però, divenne presto il figlio bastardo dell’eroe, quando, cioè, Teseo non decise di impalmare Fedra, la sorella del Re di Creta, Deucalione. Ma ecco, durante  il banchetto nuziale, armata di tutto punto oltre che di incontenibile furore, irrompere la gelosissima Antiope,  minacciando di massacrare l’intera allegra compagnia. E, come un oracolo aveva predetto, l’eroe l’affrontò e la uccise.

Qualche anno dopo, per evitare che Ippolito contendesse il diritto al trono dei due figli legittimi avuti da Fedra, Teseo lo inviò presso la corte di Pitteo, Re di Trezene, senza figli, il quale lo adottò come figlio ed erede. Per prima cosa, il giovane principe, assai devoto alla dea Artemide, fece innalzare uno splendido Tempio alla Dea, suscitando, però, la gelosia e le ire di Afodite.

Brutto affare ingelosire un Immortale. Afrodite se la prese davvero tanto e per punire il giovane ne escogitò una davvero degna dei suoi intrallazzi amorosi: fece nascere nella matrigna una insana passione per il figliastro.

Essendosi, Teseo,  dovuto allontanare  dal regno per qualcuna delle sue imprese, Fedra si offrì di seguire Ippolito a Trezene, per potergli essere vicino. La Regina non si confidò con nessuno, ma lo spiava in continuazione, macerandosi per quel desiderio insoddisfatto e giungendo perfino a far edificare sulla rocca più alta della città, un Tempio dedicato ad Afrodite, da dove   poteva spiarlo mentre si allenava  negli esercizi ginnici.

Di questa non proprio sana passione, che ogni giorno di più la rendeva languida ed inquieta, finì per accorgersi la  nutrice che le consigliò di inviare al giovane una lettera in cui  gli  confessava il suo trasporto per lui.

La Regina seguì il consiglio ed inviò ad Ippolito un lettera dai vibranti accenti in cui lo invitava ad una partita di caccia… Gli confidò di essersi dedicata al culto di Afrodite e di essere. – precisò – come tutte le donne della sua famiglia, destinata  al disonore per amore. Come la madre di sua madre, Europa, spiegò, come sua madre Pasifae e come la sorella Arianna, sedotta e abbandonata proprio da suo padre Teseo, reo anche della morte di sua madre Antiope. E proprio di sua madre Antiope, la Regina, ormai in preda al suo folle delirio,  auspicava che il ragazzo si facesse il vendicatore.

“…perché le Furie non hanno ancora punito la tua indifferenza alla triste morte di tua madre?” lo rimproverò.

La reazione di Ippolito fu immediata e dura. Il ragazzo bruciò la lettera e corse negli appartamenti della Regina per rimproverarla, ma la donna, in preda alla vergogna ed alla paura, si strappò le vesti  gridando aiuto  e in un biglietto accusò il ragazzo di averle usato violenza, poi si impiccò ad una trave.

Quando Teseo lesse quel biglietto, maledisse il figlio e lo bandì per sempre da Atene, ma, non soddisfatto di quella punizione, invocò suo padre, Poseidone, affinché quello stesso giorno anche quel figlio ingrato incontrasse la morte.

“Padre. -invocò – Manda una fiera a pararsi davanti al suo carro affinché ne provochi la morte.”

Ed ecco una gigantesca onda abbattersi sulla costa. Dalla spuma emerse un enorme, terrificante toro bianco che si parò davanti al carro di Ippolito, che aveva lasciato Atene e stava percorrendo la strada per Trezene. I cavalli si impennarono, minacciando di precipitare nel baratro sottostante e solo la perizia da auriga del ragazzo scongiurò la disastrosa caduta, ma non  poté impedire ai cavalli di lanciarsi  in un galoppo furioso. C’era un grosso albero di oleastro sul bordo della strada e fu tra i suoi rami che andarono ad impigliarsi le redini degli animali. Il carro andò in pezzi contro un mucchio di pietre e il ragazzo, imprigionato nel groviglio delle redini,  finì contro i sassi e poi sotto gli zoccoli dei cavalli.

Prima che il giovane morisse, mossa a pietà, Artemide rivelò la verità a Teseo, trasportandolo a Trezene e permettendogli di riconciliarsi con il figlio. L’ombra dello sfortunato ragazzo, poco più tardi, raggiunse l’Ade, ma, ancora una volta, Artemide, sempre profondamente indignata, corse in suo soccorso convincendo Esculapio a restituire la vita al suo corpo. Ed Esculapio così fece: con un incantesimo e con il tocco dell’Erba della Vita, custodita nel suo cofanetto, riportò in vita il ragazzo. Artemide era già tutta lieta e soddisfatta, ma non altrettanto lo erano Ade e le Moire che, sentendosi defraudati di un loro diritto, indussero Zeus a punire Escupalio con una  delle sue  folgori.

L’ostinazione di Artemide, però, non aveva confini. Ella avvolse il corpo del ragazzo in una nebbia e lo trasportò ad Ariccia, in Italia, dove  lo nascose fra  i suoi monti boscosi. Qui, dimentico del suo passato e della sua condizione di redivivo, Ippolito, con il nome di  Virbio, ossia, Vir- bis, due volte uomo,   sposò la ninfa Egeria e con lei visse una seconda vita.

GRANDI CAPI INDIANI – CAVALLO PAZZO di Romina GOTTI

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Tashunka witko. Cavallo Pazzo. Così era chiamato o Crasy Horse, ossia Cavallo Sacro, dai bianchi. Tashunka era il nome del padre, che egli volle prendere per sé.
Cavallo Pazzo è il piu enigmatico, ma anche  il più amato  fra  tutti i capi indiani.
Fu capo degli Oglala,  una delle sette tribù della Nazione Sioux, di lingua lakota, quindi era un  Oglala Lakota.  I Sioux li abbiamo già conosciuti. Erano il popolo delle pianure settentrionali e del Canada meridionale; ebbero grandi capi, come  Toro Seduto e Nuvola Rossa.
Nato tra il 1840/44,  la sua non è una  data sicura; per certo si sa, però che  nacque sul fiume Cheyenne.
Cavallo Pazzo  era  un giovane prestante ed atletico, altissimo;  di abitudini semplici e come tutti gli indiani, rubava cavalli ai Crow, nemici dei Sioux. Vestiva sobriamente; aveva capelli lunghi e di colore castano chiaro, caso assai raro  per i nativi del posto, che da giovane erano stati mossi e ricci.
Forte e coraggioso, non tolse mai uno scalp,  ma si distinse  per aver salvato, da giovane, il capo della sua tribù in battaglia, capo Hump,  contro i nemici Gros  Ventres.
Combatté contro gli Shoshioni, i  Crow, i Pawnee e Piedineri. Insieme a Toro Seduto combatté a Little BigHorn contro il generale Custer.  Fu una grande vittoria.
 Si alleò con gli Cheyenne contro Fitterman, in una battaglia prima di Custer.
Si arrese dopo inverni rigidi e mancanza di  cibo, essendo stato, il bufalo, sterminato dall.uomo bianco.
Cavallo Pazzo si sposò tre volte ed ebbe una figlia che mori da piccola. Ebbe una visione, in virtù della quale,  un uomo di medicina gli donò una pietra nera che proteggeva il suo cavallo.
 Schivo  di carattere, non amava farsi fotografare, per cui  non è certo che questa che lo ritrae sia proprio la sua fotografia.
Una frase  che amava ripetere era:
” Seguitemi. Oggi è un buon giorno per morire”
In battaglia usava dipingersi il lato sinistro del viso con un fulmine giallo ed in testa  .non portava nessun copricapo, bensì, una penna rossa di avvoltoio
Morì giovane. Poco piu che trentenne, a Fort Robinson, nel Nebraska, nel 1877.  Con capo Toro Seduto aveva guidato   1200 guerrieri a Little Bighorn, nel 1876, contro il Settimo Reggimento di Custer.   Finì  per arrendersi, nel 1877, con 900 Oglala , stremati dalla fame, consegnandosi,  a Fort Robinson, dove morì. Mori mentre lo arrestavano. Nel tentativo di liberarsi, colpito da un soldato,  uno scouts brule’, in uniforme.
Un’altra  frase che ripeteva spesso era:
” il cane che lecca una mano, non vede il coltello nascosto nell’altra”
Un uomo che piace  perché preferi la morte alla prigione,  perché si lanciava in battaglia con il suo urlo di guerra, come se fosse invincibile e perché ancora oggi è amatissimo dalla sua tribù