INTERVISTA rilasciata a MARIA PACE dallo scrittore Simone CARUSO

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1) Innanzitutto ci dica qualcosa di lei. Chi è Simone Caruso?
Simone Caruso è prima di tutto un uomo che fra pochi giorni arriverà a un traguardo importante della sua vita: i quarant’anni. E si sente in una sorta di passaggio, quello che lascia definitivamente le ultime tracce della propria giovinezza per abbracciare l’età della piena e consapevole maturità. Trovo tutto questo in un certo senso molto affascinante, anche se certo, non posso negare che un pò di malinconia la avverto. Però questa è la vita, non mi resta che abbracciarne il “cammino”. Sempre.
2) Quella della scrittura è una passione che ha sempre avuto o che sta coltivando solo da qualche temo?
Credo sia nato tutto casualmente. Fino a diciannove anni ero si può dire restio alla lettura, lo avvertivo soltanto come un impegno scolastico. Poi, durante la mia esperienza come obiettore di coscienza presso una comunità di malati mentali, tutto cambiò completamente. Ricordo un fatto: mentre parlavo con Sergio, un settantenne che si riteneva spiato dalla Cia, oltre che perseguitato dagli “omini elettronici”, iniziai a prendere nota delle sue confidenze allucinanti su una sorta di diario. Feci poi lo stesso anche con gli altri utenti della comunità. Dopo qualche anno, nel 2005, quel diario si tramutò in un vero e proprio libro.
3) Come nasce l’idea di un libro?
Credo nasca dall’esigenza di raccontare se stessi agli altri, e forse anche da quel bisogno estremo di condividere un proprio pensiero o ispirazione. Forse però, più di tutto, l’idea di scrivere un libro nasce da un desiderio di eternità. Lasciare qualcosa di tuo ai posteri, perché possa continuare a vivere nel tempo.
4) Ci parli un po’ del suo libro
Il mio nuovo libro è il racconto di un’esperienza in grado di trasformare radicalmente la vita di una persona, il Cammino di Santiago. Un viaggio – fatto di incontri, paesaggi, speranze, indecisioni, fatica – che mi ha permesso di scoprire il percorso che dall’io conduce al noi. Un percorso non facile, lungo il quale ho combattuto interiormente una battaglia: quella di un Castello a difesa di una Piuma, simbolo di una purezza che l’umanità, ai nostri giorni, rischia di perdere per sempre.
5) A quale genere letterario appartiene il suo libro?
Narrativa da viaggio.
6) Quali sono i generi letterari e gli autori che preferisce?
Amo particolarmente i romanzi storici e gli autori classici come Dostoevskij e Tolstoj.
8) Quali sono secondo lei gli ingredienti necessari per un buon libro?
Una storia che respiri di verità anche se romanzata, che sia capace di incuriosire e che provochi riflessioni e approfondimenti nel lettore. Un buon libro respira di luce propria, perché è impronta reale di chi lo ha scritto.
9) Vuole gentilmente offrirci un brano del suo libro?
Certamente. Vi lascio volentieri un brano che racconta il mio Cammino di Santiago… 
24 agosto,
Mi alzai prestissimo, verso le cinque, lasciando Palas de Rey mezz’ora dopo. Riprendevo il cammino portando con me rinnovate motivazioni, desideroso di dare nuova linfa alla mia esperienza. Per la prima volta iniziavo il Cammino ancora col buio. Seguendo uno dei tanti consigli di Riccardo avevo portato con me una pila frontale. Peccato che fosse senza pile! Per circa un’ora vagai nell’oscurità alla ricerca della strada giusta da percorrere. Ogni volta che mi trovavo davanti a un bivio andavo alla ricerca della provvidenziale «freccia gialla» del Cammino. Ma trovarla nell’oscurità non era semplice; così mi mettevo, con la luce del cellulare, a perlustrare sassi, cartelli e muri, sperando di trovare il segno della freccia o quello della conchiglia. Talvolta, non trovando alcun segno, mi mettevo in ascolto di qualsiasi suono fosse un richiamo alla vita: versi di uccelli notturni o di creature selvatiche, il rumore del vento che sbatteva contro gli alberi e che si confondeva col suono del mio respiro. Persino il rumore dei miei passi diventava un antidoto contro la paura. Eravamo soltanto io e la natura, che mi avvolgeva nel suo mistero. In circostanze come quelle scatta qualcosa di non prevedibile, l’istinto di sopravvivenza, qualcosa che nessuno può insegnare. Il necessario bisogno di dare un senso alla speranza. Finalmente giunsero le prime luci del mattino, che iniziarono a filtrare tra i rami degli alberi, e potei vedere più facilmente le «frecce gialle» che nel frattempo non avevano mai smesso di accompagnare i miei passi. Quella tappa si rivelò lunga e difficile; circa ventinove chilometri di strada, che percorsi senza mai fermarmi, a parte una piccola sosta. La sera prima Estefania mi aveva detto che in spagnolo questo tratto viene soprannominato rompepiernas, ovvero «rompigambe», a causa delle ripetute salite e discese che impediscono di mantenere un ritmo costante. E aveva ragione! Furono tanti i momenti difficili, però lo stupore nel vedere panorami tanto incantevoli mi incoraggiava ad andare avanti. Verso l’una e mezza del pomeriggio arrivai ad Arzua, fisicamente distrutto. Trovai un ostello in centro e subito mi fiondai a pranzare in un ristorante, dove assaggiai una delle specialità della Galizia, il polpo. Era talmente buono che mi concessi il bis. Verso le sei di sera mi vidi con Estefania per bere un caffè. Mi raccontò della sua tappa che, come per me, si era rivelata estenuante. Rispetto al giorno precedente, però, la trovai più distesa e sorridente. Ci accordammo per ritrovarci in serata alla celebrazione domenicale del pellegrino.
10) Quali progetto ha per il futuro?
Mi piacerebbe riprendere il mio primo libro pubblicato, scritto durante il mio anno da obiettore di coscienza presso una comunità di malati mentali. Il libro si chiama “Sto malissimo”. Mi piacerebbe molto rielaborarlo e costruire un nuovo romanzo che racconti la follia della nostra società, spesso manifestata al di fuori dalle cliniche psichiatriche…
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