“La Parola e l’Immagine… di Lia, Maria e Romina”

UNA GRANDE REGINA POCO CONOSCIUTA MARIA COBURGO GOTHA Regina di Romania
di  LIA  JONESCU
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Maria Alessandra Vittoria di Sassonia Coburgo Gotha nasce il 28 Ottobre del 1875 nel Kent, figlia del principe Alfredo di Sassonia Coburgo Gotha e della granduchessa Alessandra di Russia. I nonni paterni erano la regina Vittoria e il principe consorte Alessio di Sassonia Coburgo Gotha.
Maria cresce in Inghilterra e manifesta da subito un carattere vivace ed una viva intelligenza che, unite ad una notevole bellezza, fanno di lei un’ ammirata e corteggiata giovane principessa.
Ancora molto giovane, Maria, chiamata familiarmente Missy, si innamora ricambiata del principe Giorgio del Galles, futuro re Giorgio V. La storia sembra seria tanto da parlare di matrimonio, ma ben presto sorge un ostacolo piuttosto grave per la famiglia reale inglese: Maria, da parte di padre, ha stretti contatti con la Germania e una parentela con i tedeschi non è auspicabile…il matrimonio non si farà.
Il 10 Gennaio del 1893, Maria sposerà il bel Ferdinando di Hohenzoller , trentenne, principe ereditario di Romania che diverrà re con il nome di Ferdinando I.
 Il matrimonio fu sicuramente felice o almeno sereno ma Maria, tra l’ altro,  di 12 anni più giovane del marito, si sentiva da questi trascurata; Ferdinando, infatti, era più preso dalle cose del Governo che dalla sua giovane sposa. Di chiacchiere sulla giovane bella ed emancipata principessa se ne fecero davvero molte. Di certo una romantica relazione la ebbe con il luogotenente Zizi Cantacuzene, che durò anche un po’ di tempo, finché il suocero, re Carol I, mise tutto a tacere sedando lo scandalo e le voci.
Ma, proprio all’ apice dello scandalo, accadde un un fatto che diede adito a nuovi pettegolezzi…..si vociferava che Maria fosse incinta e senza smentite, la principessa lasciò la Romania e andò per un lungo periodo dalla madre a Coburgo. Si disse che avesse avuto un figlio, peraltro, scomparso nel nulla.
Qualcuno insinuò che anche i suoi figli,  Maria e Nicola,  non fossero figli di Ferdinando, ma l’ una di Boris, Granduca di Russia, suo cugino, e l’ altro di Waldorf Astor,  suo amico americano ed amico di colei che sarebbe stata amica e confidente per tutta la vita: Loje Fuller, una ballerina statunitense che avrebbe intrattenuto con Maria anche una corrispondenza segreta.
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale Maria, divenuta Regina un anno prima, abbracciò la causa di quello che riteneva essere diventato il suo Paese: la Romania.
Il popolo le riconobbe diversi meriti. Tra i tanti, Maria prestò servizio come infermiera volontaria, stando in mezzo ai feriti e ai pericoli, non risparmiandosi fatiche ed oneri. Fondò un associazione per il sostegno ai feriti e alle famiglie. Per questa sua opera occorrevano soldi ed in poco tempo scrisse e pubblicò un libro:” Il mio paese”, che le fornì il denaro necessario per le sue opere umanitarie.
Ma la Regina si dimostrò di essere anche una brava stratega, tanto da consigliare ai generali come poter rendere la Romania più indipendente dalla ingerenza della Germania che invece intendeva sottometterla. Alla fine della seconda guerra mondiale, alla firma del Trattato di Versailles, colei che ormai era chiamata la “Regina Soldatessa” volle essere presente, cosciente di destare l’ attenzione delle Nazioni, unica donna, ma ancor più per difendere i diritti del proprio Paese, appoggiata anche dal Primo Ministro, Jon I.C. Batrianu. Grazie al suo coraggioso intervento, la Romania riebbe la Transilvania, la Bessarabbia e la Bucovina settentrionale, ampliando esponenzialmente il suo territorio. Tutta l’ Europa ammirava questa stupenda donna e ben presto ci si accorse che il buon Ferdinando era un uomo pacifico e tranquillo e le redini del regno erano tenute dalle forti ed esperte mani della Regina Maria. Forse il sangue della nonna la Regina Vittoria faceva il suo lavoro nelle vene della bella Maria.
Nel 1927 muore re Ferdinando e sale al trono Michele, suo nipote. Carol, il padre, rinuncerà al trono. Maria rimase in Romania che ormai era la sua patria a tutti gli effetti e scrisse un memoriale: “Storia della mia vita,” dove racconta la sua vita di donna e di Regina inserita in un periodo storico di sicuro interesse.
Negli ultimi anni ricoprì con discrezione il ruolo di regina Madre, pensando al suo spirito, lontana dal mondo. Di religione Anglicana, col matrimonio aveva abbracciato la Religione Ortodossa, ma alla fine della vita si era convertita alla religione Bahi, che insegnava la spiritualità di Cristo e predicava gioia, speranza, amore per tutti gli uomini.
Maria ebbe sei figli e fu un ‘ ottima madre, crescendo i figli all’ombra della sua educazione inglese. Morì il 18 Luglio 1938 a causa di un tumore e fu sepolta accanto al marito nel Monastero di Curtea ad Arges.
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“GRANDI  CAPI  INDIANI  –  COCHISE ”   di   Romina  GOTTI
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Cochise era capo dei Chiricaua,  una suddivisione delle tante tribu’ degli Apache , termine che  significa “Nemici”,  chiamati cosi da spagnoli e messicani.
Nacque in Arizona nel 1815,  nella zona delle montagne.  Figlio di un capo tribu’.
Gli Apache erano una tribu’ delle pianure meridionali  dell’Arizona e del Messico , alleati dei Navajo .   Una delle tribù più battagliere,  combattevano  contro i messicani, muovendosi  in un territorio costituito prevalentemente  di gole e deserto: una regione dal clima molto caldo.   Possedevano molti cavalli, che costituivano la loro risorsa maggiore, essendo il territorio  desertico  e non  permettendo  l’agricoltura; al  contrario,  erano ottimi cacciatori.
La presenza di bianchi  era assai limitata all’epoca.
Ascoltato e rispettato, Cochise fu uno dei capi indiani più famosi poichè  riusci ad unire in un’unica tribù tutte le piccole bande Apache che operavano nella zona in un’unica tribù,  divenendo,  praticamente il capo indiscusso di tutti i Chiricaua.
Iniziò fin da giovane a combattere contro i Messicani  una volta  venne anche catturato, ma riusci a scappare.
Non avendo avuto ancora molti contatti con l’uomo bianco, Cochise si fidava di loro. Fino a quando i bianchi non attaccarono il suo accampamento. Nonostante le sue battaglie, Cochise, era un uomo di pace e  fino all’ultimo credette nella pace. Riuscì anche a stipulare un Trattato per lasciare alla sua tribù quella parte dell’Arizona.
 Coraggioso e carismatico,  non fece niente di inumano o crudele  ed era cosi amato  dal suo popolo che alla sua morte, avvenuta per cause naturale  nelle sue amate montagne, ne 1874,  la sua gente lo seppellì in segreto e tuttora  non si conosce il luogo della sua sepoltura. Quando combatteva,  era sempre in prima fila,  sempre davanti ai suoi uomini; intrepido e coraggioso, più di una volta,   nonostante fosse ferito gravemente,  riuscì  a fuggire e mettersi in salvo. Conosceva bene il territorio sul quale combatteva;  conosceva ogni gola,  ogni ruscello e si arrampicava sulle montagne, trascinandosi dietro, sempre, tutta la tribù.
Fisicamente Cochise era un uomo alto e atletico;  più  alto della media.  Di aspetto piacente e sicuro fascino,  portava capelli lunghissimi trattenuti da una fascia colorata sulla fronte  ed indossava, come tutti gli apache della zona,  i famosi mocassini alti,  per via della vegetazione spinosa del territorio.
Cochise era anche un uomo profondamente spirituale; una delle sue frasi celebri.
“Io giravo intorno al mondo sulle nuvole e nel vento, quando Dio parlò ai miei pensieri e mi disse di venire qui e vivere in pace con il tutto.”
Cochise  si sposò due volte.   Dalla prima moglie  ebbe due figli maschi,  il minore dei quali,  Naiche  divenne capo  anche lui;  dalla seconda moglie due femmine.
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“BABILONIA … l’Amore Libero” di Maria PACE

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L’istituzione della famiglia e del matrimonio, con la sua stabilità e continuità, era riconosciuta  in Babilonia come in ogni altro Paese dell’antichità,  soprattutto per assicurarsi la  procreazione: un contratto studiato e firmato quasi sempre dai genitori degli interessati.
Essendo una società fortemente patriarcale, all’interno di questa famiglia la donna era completamente sottomessa all’uomo che, in caso di sterilità femminile (quella  maschile non era neppure contemplata) poteva tranquillamente ricorrere al ripudio. Salvo scappatoie quali  l’utilizzo di una  “sostituta”, una donna, cioè, che mettesse al mondo figli al posto della moglie. (solitamente una schiava)
Si capisce, dunque, che il matrimonio non fosse monogamo e che la poligamia fosse, invece, riconosciuta e praticata.
L’uomo poteva avere più mogli e concubine;  tutte, però, subordinate alla prima moglie.
Il fatto che il matrimonio fosse un contratto non escludeva, naturalmente, coinvolgimento erotico, emotivo o di innamoramento, ma, in mancanza, questo  lo si poteva trovare tranquillamente al di fuori e senza problemi. Non c’erano freni morali o religiosi e non esisteva il concetto di peccato.
Esisteva, naturalmente, un Diritto che tutelava le norme all’interno dell’istituzione matrimoniale, ma bisogna riconoscere che era alquanto discriminatorio: tutto quello che si accordava all’uomo, si vietava alla donna, la quale, però, riusciva sempre a trovar qualche scappatoia.
L’esempio, in realtà, veniva già dalla Religione. Dei e Dee erano stati creati ad immagine e somiglianza degli uomini e con gli stessi pregi e gli stessi difetti ed avevano spose, concubine ed amanti. Esisteva, perdipiù, una Dea, Ishtar, in cui si finì per identificare tutti gli aspetti dell’Amore, facendone una Divinità predominante e dedicandole un culto assai particolare , il cui rituale chiamava sempre in causa Amore e Sesso.
Amore e sesso libero. Non sancito da clausole contrattuali come l’isitituzione del matrimonio e praticato sia da uomini che da donne.
La prostituzione, poiché di prostituzione si tratta, aveva, però, caratteri molteplici e differenti e una prima distinzione possiamo farla in:  prostituzione sacra e prostituzione profana.
Alla prostituzione religiosa, divisa in gruppi e categorie, appartenevano, fra le altre,  le   “Qadistu”  o Consacrate e le “Ishtaritu” o Votate-a-Ishtar,  le quali,  con molta probabilità, vivevano nei Santuari della Dea o in congregazioni  e centri chiusi.
Si trattava di donne che  esercitavano il mestiere dell”Amore-libero per scelta ma anche per consacrazione alla Dea fin dalla tenera età, ma non era raro neppure il caso di donne sposate che abbandonavano il marito per entrare in una di quelle strutture.
Benché la loro prestazione fosse riconosciuta ed apprezzata, a queste donne vennero imposte delle regole per farsi riconoscere. Soprattutto per strada.
L’uso del velo era loro interdetto e dovevano, invece, acconciarsi in maniera vistosa e particolare, sì da farsi riconoscere immediatamente.
Quelle che non vivevano in centri chiusi, avevano obbligo di residenza in periferia ed era in  locali come taverne che era facile incontrarle.
Qui si incontravano anche prostituto maschi, ma era facile incontrarli anche nei Santuari  o  nelle congregazioni,  nonché  presso case private.
Sacerdoti della dea Ishtar, li definì abusivamente qualche storico; in realtà si trattava di prostituti o travestiti che concedevano prestazioni sessuali in cambio di denaro.
Costoro venivano anche impiegati in cerimonie sacre e processioni come attori, mimi, cantori, ecc..  senza alcuna implicazione morale o infamante.
Nessuna disapprovazione, dunque, nei confronti dell’Amore libero, ma tolleranza ed aperta approvazione ad una istituzione considerata indice di   alto  livello di civiltà e cultura:  Amore libero, uguale  progresso e  benessere psico-fisico.

Questa l’opinione per  chi  “beneficiava” dell’ amore libero.  Ma per chi, invece,  “vendeva” l’amore  libero? Soprattutto quello praticato non nel santuario, ma nella taverna?
Ecco quale giudizio ci tramanda in proposito l’antico babilonese.
“Vieni,   cortigiana, ché ti dica il tuo destino.
Mai ti formerai un focolare felice.
Mai ti introdurrai in un Harem.
Vivrai nella solitudine.
Risiederai accanto alle mura della città.
Ubriachi e ubriaconi potranno oltraggiarti.”
I professionisti dell’amore libero, donne e maschi, le cui prestazioni erano cercate e  apprezzate   quale  testimonianza di un alto livello culturale, erano in realtà disprezzati ed emarginati.
Sarebbe sbagliato, però, pensare che lo fossero per motivi di moralità. La morale era un concetto totalmente assente. Era, piuttosto, l’opportunità e la convenienza:  una  prostituta  non sarebbe mai stata una buona madre e una buona madre non sarebbe diventata mai una prostituta.
Era soprattutto il Destino, che assegnava ad ogni creatura un ruolo fin dalla nascita e il ruolo della donna era quello di fare la moglie e la madre. Erano gli Dei, che programmavano  la  vita   e il suo funzionamento.
La creatura che si sottraeva al proprio destino o al programma divino, sminuiva se stessa e destinava se stessa ad una esistenza inferiore e disprezzata: la donna che rifiutava il suo  ruolo di sposa e madre,  era destinata a diventare un essere inferiore.
Tutto logico, per gli antichi babilonesi, artefici di una società profondamente maschilista sotto l’influenza del “Destino”.

 

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