“LE LETTURE del Martedì e del Venerdì…Maria & Anna”

“VIAGGIO  A  SORPRESA”  di MARIA PACE  (seconda puntata)

joseph-becomes-ruler-in-egypt-1-1-1-1-1 - Copia

“Accidentaccio!… Ma che cosa vuole e perché…”

“Che cosa vuole non lo so, – lo interruppe Franco – ma se non lo seguiamo… questo è chiaro, vuole che lo seguiamo… mi infilzerà come un pollo.”

Lo seguirono, fin dietro la tenda che nascondeva una porta, e si trovarono in un corridoio; qui, altri due figuri altrettanto poco raccomandabili, si unirono al primo.

“Che cosa volete? – Leo si girò verso uno dei due che aveva cominciato a parlare concitatamente con il cameriere – Non abbiamo fatto nulla. Non siamo stati noi a far fuori quel turista.”

“Maledizione! – imprecò Franco – Ci siamo cacciati in un bel pasticcio.”

“Già! – assentì l’amico – Devono essere quelli che hanno fatto la festa a quel poveraccio e noi abbiamo avuto la disgrazia… anzi, tu hai avuto la bella idea di metterti a fare il detective.”

“Che diavolo vorranno da noi?”

“Niente di buono, temo. Se almeno riuscissimo a capire quello che dicono… Ehi, che volete da noi? Chi siete?”

“Tu cammina.” esordì uno dei tre con fare perentorio.

“Ah, ma tu mi capisci? – fece Leo – Parli italiano?”

“Tu cammina. – ripeté quello – Tu visto cosa che non doveva vedere… tu e tuo amico.”

“Dove volete portarci?” domandò Franco.

“Tu niente domanda, se vuoi salvata vita.” rispose quello con pessimo accento italiano.

“Sei un extra-comunitario?… Oh, qui l’extra-comunitario sono io, ah.ah.ah – rise Leo, poi – Per la Barba del Profeta, come dite voi, dì al tuo amico che non mi sforacchi!” continuò.

“Cosa … sforacchi?” domandò l’uomo.

“Sforacchi , significa tagliare corda.”

Uno sguardo d’intesa passò tra i due ragazzi; l’uomo li guardava stupito.

“Tagliare corda?” replicò, mentre Leo continuava a protestare:.

“Attento al tuo amico… potrebbe affettarmi con quel pugnale!”

Un cenno e il cameriere abbassò il pugnale, ma continuò a tenere saldamente stretto il suo braccio, l’altro teneva Franco. In fondo al corridoio si vedevano i primi gradini di una scala.

Il gruppo si fermò davanti alla penultima delle numerose porte che si affacciavano su quel corridoio; uno dei tre malviventi infilò una chiave nella serratura e l’altro, quello che teneva Leo per un braccio, si avvicinò alle scale, senza separarsi dal ragazzo: avevano sentito un rumore provenire dal piano di sotto.

“E’ il momento! – esclamò Franco – A cavalcioni della ringhiera.”

Uno strattone, un calcio negli stinchi, la sorpresa dalla loro parte e i due ragazzi si ritrovarono liberi. Montati a cavalcioni sulla ringhiera, si lasciarono scivolare fino al piano di sotto. I tre li inseguirono immediatamente giù per le scale imprecando,   ma i due ragazzi riuscirono a guadagnare la porta in fondo alle scale e l’uscita.

Imboccarono la prima stradina che trovarono; una corsa frenetica e furono dietro l’angolo.

“Che si fa, adesso? – Franco si fermò a riprendere fiato – Quei tre ci staranno cercando per fare la festa anche a noi.”

“Proseguiamo per questa strada, che porta alla città vecchia. Penseranno che siamo diretti al fiume.” propose Leo.

“Però, così ci allontaneremo troppo dall’albergo.” replicò l’altro.

“Ci torneremo quando saremo sicuri di aver fatto perdere le tracce.”

“Nei quartieri della città nuova sarebbe più facile liberarci di loro.” Obiettò Franco.

“Ti sbagli. Sarà più facile qui, in queste stradine.”

“Non è meglio fare qualcosa, invece di scappare…. Per esempio, avvertire la Polizia?”

“Sei pazzo!”

“Perché?”

“Stranieri incasinati con un delitto… Per prima cosa ci toglierebbero i passaporti e poi ci terrebbero in guardina per chissà quanto tempo.”

“Hai ragione. Torniamo nella città vecchia, poi   cercheremo un taxi e torneremo in albergo.

Tornarono indietro e riattraversarono la città vecchia. Rasentarono case popolari ammassate come greggi sorprese dalla pioggia, passarono davanti a splendidi palazzi appartenuti a lontani, temuti califfi e sempre di corsa, attraversarono suk e bazar. Furono in vista di un caravan-serraglio, testimonianza di un avventuroso passato non troppo remoto, ad una delle porte della città vecchia: qui si fermarono.

Fu Leo a fermarsi per primo; Franco continuava a correre.

“Fermiamoci, Franco. Abbiamo corso abbastanza. – Franco parve non averlo udito – Aspetta, Franco. – lo richiamò il ragazzo – Non mi sento bene. Fermati.”

Franco rallentò la corsa e tornò indietro: ansava ed era molto pallido.

“Mi… mi manca il respiro.” balbettò.

“Anche a me. – disse Leo – Mi tremano le gambe e il cuore mi batte forte.”

“Anche a me. Che cosa ci succede?”

“Sarà stato l’intruglio bevuto in quel locale.”

“Che cos’era?”

“Non lo so… – Franco parlava a fatica – Fermiamoci a riposare.”

Il ragazzo sentiva come un nodo stringergli la gola; sollevò gli occhi al cielo: il sole splendeva implacabile e picchiava spietato. La testa pareva scoppiargli, come stretta in una morsa rovente e il cuore palpitava furioso; le vene delle tempie pulsavano vertiginosamente.

Respirava a fatica e una profonda stanchezza gli opprimeva corpo e spirito; il più piccolo gesto gli costava sforzo immane.

Si girò verso l’amico, come a chiedere soccorso.

Leo stava appoggiato ad una parete rocciosa, le mani aggrappate ad una sporgenza e la testa abbandonata sul petto; il suo respiro sembrava l’ansimare di un animale selvaggio.

Gli parve che quella roccia prima non ci fosse; in verità, gli pareva che tutto quanto li circondava, prima non ci fosse. Ma non se ne stupì affatto. Era così che doveva essere e la vista di quelle rocce, che profilavano tutto l’orizzonte, gli quietarono l’animo, perché familiari.

Si avvicinò all’amico e lo toccò sulla spalla; Leo si girò.

“Principe Sethos… coraggio. – disse, lo sguardo deferente e nella voce un tono di profondo rispetto – I nostri inseguitori sono lontani. Qui abbiamo trovato la nostra salvezza.”

Franco, che Leo aveva chiamato principe Sethos, scosse il capo, ma senza alcun stupore nello sguardo, anzi, guardò l’amico con un sorriso.

“E’ solo una provvisoria salvezza. – rispose – Ram-Seth, il mio implacabile nemico, non ci darà tregua.”

“Ne sono consapevole, mio signore, ma noi potremo trovare rifugio per qualche ora tra queste gole.. Il fianco di questa montagna offre molti anfratti e screpolature e la potente Nefty ci proteggerà.”

“Sì, mio fedele Amosis. Una di queste gole profonde ci permetterà qualche ora di riposo e la Dea Nefty, nostra Protettrice, veglierà su noi.”

(continua)

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“ZOMBI”  di ANNA CARUSO

Molti anni prima

 

“ Più di una volta mi hai chiesto perché l’abbia sposato e io più di una volta ho tergiversato su questo punto. Tu sicuramente ti sarai domandato perché, molto probabilmente avrai pensato che io l’abbia fatto per soldi o per la sua posizione, ma non è stato così, io non sono mai stata il tipo di ragazza che mira a ciò.

A diciannove anni avevo i miei sogni: frequentare l’università di lettere moderne a Napoli, laurearmi, trovare un lavoro e mettere su famiglia. Noi abitavamo in un paesino in provincia di Salerno, Ascea Marina. Avrei preso in affitto un appartamento città e sarei ritornata dai miei per il fine settimana. Sognavo di trovare l’amore, quello vero, e di sposarmi, di avere dei bambini, più di uno, due o tre almeno. Avevo i sogni di una qualsiasi ragazza della mia età. Ho sempre voluto avere una vita semplice, non ho mai avuto grandi progetti o grandi aspettative, ma la vita alcune volte ti mette davanti delle vie diverse che tu voglia o no e alcune volte devi fare delle scelte che non avresti voluto fare.

Era l’estate della quinta superiore, avevo appena finito la maturità, mi aspettavano tre mesi abbastanza oziosi, per l’università non c’era un test d’ingresso a sbarramento, ma uno di competenze minime, avrei comunque studiato, ma molto di meno rispetto alle estati precedenti. Avrei avuto il tempo per leggere, per andare al mare, per divertirmi un po’, per aiutare un po’ mia madre in casa, ma non fu così.

I miei erano in difficoltà economiche, ma non me l’avevano detto per non darmi preoccupazioni. Rischiavamo di rimanere al buio e si sa quanto sia pericoloso con loro nelle vicinanze. Poi il nostro era un paesino e la percentuale di zombie nei paraggi era ancora più elevata che in città, tanto spazio libero, poco gente. Questo voleva dire, però, che erano anche più affamati ovviamente.

Ascea Marina aveva rischiato lo spopolamento, quando erano comparsi loro, la gente si sentiva più al sicuro nelle grandi città perché erano più popolate.

Scusa sto uscendo fuori dei binari adesso! “ disse Filomena guardando per un istante Luca che sembrava molto interessato dal suo racconto.

“ Non ti preoccupare, parla di tutto ciò che vuoi! “ rispose il ragazzo.

“ Allora riprendo dai problemi economici di famiglia.

I miei un giorno di fine Luglio decisero di recarsi dal sindaco per fargli presente la loro situazione e per cercare aiuto in qualche modo. Non avevamo parenti vicini che ci potessero dare una mano e spostarsi è costoso e pericoloso, soprattutto di notte.

Il sindaco non c’era e gli consigliarono di recarsi dal capo della polizia: Federico. Una volta in paesini così piccoli era tanto se ci fossero i carabinieri, ma con l’avvento degli zombie la regione dovette prendere delle misure precauzionali maggiori.

Federico non era ben visto in paese, non stava simpatico a molti, non perché arrivasse dal Nord, ma perché era palesemente antipatico, altezzoso e arrogante. I miei genitori si recarono mal volentieri da lui, ma non avevano altra scelta. Gli spiegarono la situazione e gli chiesero di andargli incontro, di aspettare che mettessero da parte dei soldi per pagare la bolletta della luce, insomma che almeno non li lasciassero al buio perché avrebbe significato la morte.

Mentre i miei erano a chiedere ” la grazia ” da lui, io ero rientrata in anticipo dalla spiaggia e non vedendo nessuno a casa mi stupii. Non ci volle molto per sapere dov’erano, sai paesino piccolo dove alla fine tutti sapevano tutto.

Così mi recai alla stazione di polizia. Mi dissero che erano stati ricevuti dal capo e che potevo aspettare fuori. Io ovviamente non sapevo nulla ed ero incuriosita da tutto ciò, così decisi di origliare.

Ero arrivata in tempo per sentire la risposta di Federico. Mi ricordo ancora il suo discorso a grandi linee. Assicurò che capiva il problema, ma che non poteva fare eccezioni, eravamo già in ritardo di un mese sul pagamento della bolletta della luce, avevano già aspettato tanto e avrebbero tolto la luce entro fine mese.

“ La prego ci dia ancora un mese! “ lo supplicò mia madre.

“ In verità ci potrebbe essere una soluzione vantaggiosa per entrambe le parti! “ disse ad un certo punto Federico. La sua voce si era fatta ancora più sibillina.

“ Dica! Qualunque cosa! “ rispose mio padre.

“ Come sapete, io sono qui da un po’ di tempo ormai, due anni circa. Ho ventisei anni ormai e incomincio a pensare a mettere su famiglia, non so se mi spiego! “

“ Si, ma non capisco cosa c’entri con il nostro problema francamente! “ lo interuppè mio padre.

“ C’entra, c’entra! Voi non avete una figlia? “

“ Si! Ma…. “

“ Semplice, vostra figlia in cambio di ciò che mi chiedete di fare! “ proferì poco dopo

Io sbiancai a sentire quelle parole: era un ricatto bello e buono.

“ Mai! “ rispose mia madre. “

 

Alle 6.00 Eleonora decise di alzarsi dal letto e di andare in cucina a prepararsi la colazione, tanto non riusciva a chiudere occhio. Poco dopo sentì sua madre alzarsi.

“ Buongiorno! Come mai così mattiniera stamattina? “ chiese sua madre, mentre apriva il frigo e prendeva la bottiglia di latte.

“ Buongiorno! Non riuscivo a dormire! “ rispose la ragazza, mentre stava finendo di mangiare una fetta di torta.

Filomena ed Eleonora per alcuni versi non erano tanto diverse. Per esempio, amavano tutte e due fare colazione con una bella tazza di latte non troppo calda.

“ Come mai? Hai avuto degli incubi? “ chiese la donna.

“ No, ti devo parlare! “ rispose lei.

“ Di cosa? “

“ So la verità! “

“ Su cosa? “ chiese Filomena sedendosi al tavolo con la sua tazza.

“ Sulla notte degli zombie! “

“ In che senso sai la verità? “

“ So che mi hai mentito, che non mi hai detto tutto, per esempio hai dimenticato di dirmi che era coinvolto anche un ragazzo circa della mia età! “ spiegò Eleonora guardando sua madre negli occhi. Dalla sua espressione capì che aveva fatto centro: le aveva nascosto qualcosa, ma perché?

“ Come l’hai saputo? “ chiese sua madre. Non cercò neanche di contraddirla.

“ Ieri mattina è venuto in caffetteria! “

“ E ti ha raccontato tutto? “

“ No! Lui non mi ha detto nulla! Stanotte mi sono semplicemente ricordata tutto! Perché non me ne hai parlato? “

“ Senti Eleonora, io volevo farlo, è stato lui a chiedermi di non dirtelo. Speravo che tu ricordassi qualcosa una volta sveglia, ma nulla, quindi alla fine ho deciso di accontentare la sua unica richiesta. Cosa potevo fare? Quel ragazzo ti ha riportata a casa, non ha chiesto nulla in cambio, sarei stata un’ingrata a non esaudire il suo unico desiderio! “ disse Filomena sostenendo lo sguardo della figlia.

“ Ma perché non voleva che io sapessi? “ chiese la ragazza, senz’altra nota di risentimento nella voce, ma con un po’ di delusione.

“ Non lo so il perché! A me a solo detto che non voleva che tu ti sentissi in debito con lui! “

“ Non l’ho neanche ringraziato! Sai qualcosa su di lui? “

“ Sì, solo il nome: Biagio! “

“ Biagio! Grazie mamma! “ esclamò contenta Eleonora alzandosi dalla sedia e baciando sulla testa la madre “ Sapevo che non mi avresti delusa! “.

Sapeva il suo nome! Quella sera stessa avrebbe fatto una ricerca su Facebook, non doveva essere così difficile trovare, non aveva un nome tanto comune.

Andò a lavorare felice.

 

Quella sera si mise al computer. Aprì Facebook, sorvolò sulle notifiche e digitò il suo nome per la ricerca. Ok, si era aspettata meno persone con il nome Biagio a Torino e provincia, ma a quanto pare Internet riesce sempre a stupirti.

Scartò quelli troppo vecchi e quelli troppo giovani, gli rimasero una decina di contatti da verificare. Lo trovò: era l’ottavo profilo. Dalla foto non sembrava nemmeno lui: indossava una felpa e aveva il cappuccio in testa. Come immagine di copertina, invece, aveva la foto di una metropoli americana, a giudicare dalla quantità di grattacieli. Non essendo sua amica, non poteva vedere altro.

Guardò le informazioni personali e notò con sua grande felicità che aveva indicato la facoltà che frequentava: Informatica. Perfetto, a Torino c’era un’unica facoltà di quel tipo, sarebbe stato facile sapere dove fosse.

Fece un’altra ricerca, ma questa volta sul sito della facoltà, per sapere la via della facoltà e l’orario delle lezioni. Trovare la seconda informazione non fu così facile: dovette aprire varie finestre e cartelle. Se aveva la sua età, doveva frequentare il secondo anno. Guardò la giornata di Venerdì: 9.00-13.00. Domani avrebbe chiesto un giorno di permesso a Rodolfo spiegandogli la situazione.

Annottò tutte le informazioni su un post del telefonino e poi lo guardò con aria soddisfatta: aveva un futuro come stalker professionista.

Molti anni prima

 

“ Allora se la mette così signora, beh indovina che giorno è oggi? “ chiese sarcastico Federico.

“ Il 31 Luglio! “ rispose debolmente mia madre.

“ E a me sembra che stia tramontando. Sicura che non vuole prendere in considerazione la mia proposta? Ci pensi, è una buona occasione, non solo per me, soprattutto per voi. Avete problemi economici, io se sposassi vostra figlia vi aiuterei e tutti i vostri debiti sarebbero saldati e la vostra ragazza troverebbe marito e nel frattempo una buona posizione! “ concluse l’uomo.

Parlava molto lentamente e con calma, come se stesse parlando di cosa avesse mangiato a pranzo, come se per lui fosse naturale avere quel comportamento e proporre scambi del genere.

Questo è un ricatto bello e buono! Bisognerebbe chiamare la polizia! “ pensai stringendo i pugni per la rabbia. Peccato che ero in una stazione di polizia e chi parlava, in teoria, avrebbe dovuto proteggerci.

Sentivo che i miei tentennavano. Non sapevano che fare e li capivo. Da una parte c’era la possibilità di rimanere al buio quella sera e quindi non saremmo potuti rientrare in casa mai più, avremmo dovuto trovare un’altra sistemazione e avremmo perso tutti i nostri affetti e dall’altra c’era la scelta di “ perdere “ praticamente una figlia e darla in pasta ad un aguzzino. Una casa una volta al buio, sarebbe potuta diventare un rifugio degli zombie ed sarebbe stata persa per sempre. La nostra in più era già ai margini del paese e sarebbe stata una semplice preda quindi.

Mi resi conto che era una situazione pessima, non sapevo neanche io che fare! Da un lato volevo aiutare i miei genitori, dall’altro non volevo neanche sposare quell’uomo per saldare i debiti dei miei. È un pensiero egoista lo so, ma in quel momento pensai anche a quello, che non era giusto, il prezzo per me era troppo alto, dovevo rinunciare ai miei progetti di vita, alla mia “ libertà ed autonomia “ e ogni giorno la visione di quell’uomo mi avrebbe ricordato che dipendevo da lui, non solo io, ma anche la vita dei miei genitori. Volevo studiare proprio per non dover dipendere da nessuno, neanche dai miei, per avere la mia indipendenza e invece mi stavano precludendo anche solo la possibilità di provarci. Avrei sposato un uomo che non amavo e che mi avrebbe in sostanza mantenuta. Una prospettiva di vita peggiore di quella non c’era per me. Avrei quasi preferito la morte per opera degli zombie.

Purtroppo non si parlava solo di me, c’erano anche i miei genitori in ballo in quella situazione, non potevo abbandonarli, non potevo non aiutarli, quando loro per me avevano fatto tutto, mi avevano cresciuta, mi avevano permesso di studiare e mi avevano amata. Era un prezzo che dovevo pagare per loro, la mia libertà per la loro.

“ Allora non avete ancora deciso? “ chiese di nuovo Federico.

“ Accetto! “ dissi io facendo la mia entrata d’effetto.

I miei genitori si voltarono e mi guardarono stupiti e affranti nello stesso tempo.

“ No Eleonora, rifletti…. Troveremo un’altra soluzione….. “ disse mio padre pregandomi amareggiato.

Ma quale? Saremo rimasti al buio, senza saper dove andare, a chi rivolgerci, avremmo dovuto chiedere ospitabilità a qualcuno, forse in paese ce l’avrebbero anche data, ma non potevamo stare in casa di altri per tanto e dopo con quali soldi avremmo comprato una nuova casa? Non c’era un’altra possibilità! Forse ci sarebbe stata, con più tempo per riflettere, progettare, ma si stava facendo buio e a Federico bastava fare una chiamata per far scendere il buio su casa nostra.

“ Allora sicura ragazzina? “ mi chiese Federico.

Lo guardai in faccia: i suoi occhi erano senza alcuna espressione, neanche un lampo di vittoria li aveva illuminati perché aveva dato per scontato che avremmo accettato. In quegli occhi scuri vi era solo buio.

“ Sì “ dissi “ Accetto! “

Feci una promessa a me stessa, gli avrei reso la vita impossibile, lo avrei fatto pentire di avermi sposato in qualsiasi modo, avrebbe avuto me come persona, ma non mi avrebbe mai avuto veramente.

“ Bene! Almeno lei sembra avere più senno dei suoi genitori! Perfetto, vi darò tutto il tempo possibile per saldare il conto o forse lo pagherò addirittura io a mie spese quando sposerò vostra figlia! “ concluse Federico.

I miei non dissero nulla e neanch’io, non riuscivo a credere che avessi avuto il coraggio di fare ciò, ma guardando i miei genitori mi sentivo l’anima in “ pace “, in qualche modo ce l’avrei fatta a sopportare di essere la moglie di quell’uomo! “.

Filomena s’interruppe per un momento. Per tutto il racconto aveva guardato fuori del finestrino. Il suo sguardo in quel momento era perso, senza vita.

 

Giovedì mattina, Eleonora, appena arrivata in caffetteria, chiese a Rodolfo se quel Venerdì poteva prendere un giorno di ferie spiegandogli il perché.

“ Certo Eleonora, non ti preoccupare per un giorno ce la faremo da soli! “ disse l’uomo con un grande sorriso.

“ Sicuro che non sia un problema? Se no posso prendere un altro giorno o cercarlo di Domenica anche se non so dove abiti! “ spiegò la ragazza.

“ Ce la faremo benissimo! Stai pure tranquilla! “

“ Ok! Va bene, vado di là a cambiarmi, grazie comunque! “ concluse Eleonora andando nel retro per mettersi il solito grembiule.

 

Biagio guardò il cellulare: le 12.45, fra poco la lezione sarebbe finita finalmente. C’erano alcune giornate in cui le ore passavano così lentamente e gli argomenti trattati così noiosi che era già un miracolo se non si addormentava sul banco, figurati se aveva la volontà di prendere appunti. Quella mattina era una di quelle. Biagio e il suo amico, Stefano, stavano giocando svogliatamente a tris in uno degli ultimi banchi dell’aula.

“ Bene con questo abbiamo finito per oggi! Ci vediamo la prossima settimana! “ disse l’insegnante. Tutta l’aula parve destarsi dal dormiveglia in cui era calata.

“ Finalmente! Non ne potevo più! Questa lezione è stata proprio una “ pizza “! “ esclamò l’amico stiracchiandosi.

Lui e Stefano si erano incontrati all’università il primo giorno di lezione e avevano subito legato.

“ Non se ne poteva più! “ concordò.

Biagio si mise il giaccone e lo zaino in spalle, e si avviarono verso l’uscita.

“ Guarda chi c’è fuori! Secondo me ti sta aspettando! “ disse ridacchiando Stefano.

Biagio alzò lo sguardo: Marta, la sua ex.

“ No, ancora! “ sospirò lui a bassa voce.

“ Ma scusa non avete parlato? “

“ Si, ma sembra non capire l’italiano, provo con il cinese o l’arabo la prossima volta! “ cercò di scherzare Biagio.

Si erano messi insieme in quinta, andavano entrambi nello stesso liceo, ma in classi diverse. Biagio, però, alla fine del primo anno d’università, si era reso conto che non provava più per Marta l’affetto di un tempo, che insomma continuava a starci perché era diventata un’abitudine e per questo aveva deciso di lasciarla. Non c’era nessun’altra, semplicemente si era accorto che non provava più per lei quello che doveva provare. Così glielo aveva detto prima che iniziassero le vacanze, ma a quanto pare per lei non era lo stesso e a lui dispiaceva molto che lei sperasse che fra loro due ci potesse ancora essere qualcosa.

“ Resteremo amici vero? “ aveva chiesto la ragazza dopo il suo discorso.

Biagio aveva risposto di no, era meglio che per un po’ non si sentissero, non si vedessero così il distacco sarebbe stato più facile.

Speriamo che non mi stia aspettando! “ si ritrovò a pensare il ragazzo passandole accanto.

“ Ciao Biagio! “ sentì un attimo dopo. A quanto pare era lì per lui.

Si voltò e Marta era davanti a lui che sorrideva.

“ Ciao Marta! Come va? “ chiese educatamente.

Stava ancora parlando con Marta e Stefano davanti all’entrata dell’università quando la sua attenzione fu rapita da un cappotto rosso: Eleonora. Se ne stava dall’altra parte della strada e si guardava intorno come se stesse cercando qualcuno, che fosse lui? I suoi lunghi cappelli neri le ricadevano sulle spalle, aveva sempre la famosa borsa gigante e un capellino blu e fucsia. Era semplicemente splendida nella sua semplicità.

Ad un certo punto i loro occhi s’incontrarono e si sorrisero timidamente. Lui le fece segno di aspettarlo, di non venire fin là.

Interruppe il discorso di Marta sul suo sabato sera e salutò Stefano dicendogli che doveva andare. L’amico non disse nulla, ma la ragazza invece sembrava molto infastidita dal fatto che non avesse seguito una parola di quello che lei aveva detto fino ad allora e dalla sua volontà di andarsene.

Biagio attraversò la strada e arrivò da Eleonora.

“ Ciao! “ disse semplicemente.

“ Ciao Biagio! “ rispose lei sorridendo.

L’aveva chiamato per nome! Quindi, molto probabilmente, sapeva già tutto e ciò spiegava la sua presenza lì quella mattina. presenza lì quella mattina.

.

 

 

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