“GRANDI CAPI INDIANI – Lupo Solitario” di ROMINA GOTTI

 

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Inverno 1866,nevica sulla immensa pianura dell’America centrale.
Il capo dei Kiowa ,Piccola Montagna è appena morto designando alla guida della tribù Lupo Solitario.
Kiowa popolo stanziato in Oklahoma ,è una tribù proveniente dal nord ai confini con il Canada,nomadi,per necessità seguono le migrazioni dei bisonti. Grandi allevatori di cavalli ,si spostano ,attraversano le gole ed i passi del Montana fino alle pianure dell’Oklahoma, Con i grandi alleati Comanche ,amici in pace e in guerra cavalcano fino in Texas e in Messico facendo brevi incursioni per rubare cavalli. Pescano, cacciano, vivono in una società matriarcale ,l’uomo vive nella tenda della moglie e la sua famiglia. Organizzati in bande con una capo unico che veniva scelto dai guerrieri. I Kiowa erano divisi in tribù settentrionale stanziata in Arkansas e meridionale in Oklahoma.Si riunisce per le cerimonie sacre . Torniamo al nostro guerriero,Lupo Solitario nasce in Oklahoma nel 1820 cresce come tutti i bambini della tribù cresce giocando alla caccia ,va a cavallo diventa un guerriero, con gli alleati Comanche partecipa alle guerre contro i Pawnee e Snaunee e contro l.uomo bianco. Combatte accanto ai Cheyenne nella grande battaglia dei nativi contro i soldati dell’esercito americano. Si sposa,nel 1866 diventa capo di tutta la tribù Kiowa e fa parte della delegazione che si reca a Washington per ottenere una riserva per i suoi Kiowa. Viene fatto prigioniero dalla cavalleria del gen.Sheridan ma fugge con un centinaio di uomini. È inverno, il freddo non c.è cibo, il nostro guerriero si arrende a Fort Hill nel 1879. Rinchiuso in cella muore di malaria .le malattie decimano i suoi guerrieri, è la fine del sogno di aver una riserva nelle loro terre? No.dopo la morte di Lupo Solitario il governo concede loro una riserva nell’Oklahoma, lo spirito di Lupo Solitario veglia ancora su di loro.
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“La Parola e l’Immagine… Olimpia Maidalchini Pamphili” di Lia JONESCU

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Soriano, nel Cimino, è un piccolo ricco quasi raffinato paese non molto lontano da Viterbo. Qui vivono Sforza Maidalchini, ricchissimo uomo d’affari e sua moglie, di nobile origine Vittoria Gualterio .I due hanno quattro figli, un maschio e tre femmine. Una di queste, la bella Olimpia, sarà destinata al convento dal padre,  soprattutto per non pagare la dote dovuta e tutti gli averi andranno al solo figlio maschio.
Il buon Maidalchini non aveva però tenuto conto del carattere e dell’ intelligenza della fanciulla, che non aveva davvero accettato questo destino. Tanto fece, che riuscì perfino a coinvolgere  in uno scandalo il confessore che doveva iniziarla al cammino monastico.
Il padre a quel punto rinunciò all’idea di vederla chiusa in monastero, anzi, organizzò per lei un proficuo matrimonio con un ricco possidente: Paolo Nini. Olimpia fu ben felice di sposarlo e non certamente per amore ma perché, evidentemente aveva ereditato dal padre, l’altissimo  senso degli affari e  il suo fiuto e la sua capacità, furono portati ad esempio per secoli.
La fanciulla aveva 16 anni e ben presto rimase vedova. Ormai era una signora molto benestante, sia del suo che di quanto aveva ereditato dal marito e, letteralmente, si mise in cerca di un nuovo marito che potesse aumentare il suo prestigio. Anche se giovane,  era riuscita a crearsi una rete di cortigiani ed informatori e presto il suo futuro marito fu individuato in Pamphilio Pamphili che,  di per sé, cinquantenne e possessore soltanto di un prestigioso nome, non era un personaggio appetibile , ma molto più lo erano le mire al soglio pontificio del fratello, Giambattista.
Olimpia aveva 20 anni, ossia trent’ anni meno di Pamphilio, che ne aveva 50. Con quel matrimonio era diventata una principessa romana ed aveva rimpinguato le casse dei Pamphili, ma, al tempo stesso, aveva acquisito un potere illimitato ed era entrata in possesso di alcuni dei più bei palazzi della Roma rinascimentale, come il palazzo Doria Pamphili a piazza Navona e la grande stupenda tenuta accanto alla Via Aurelia, uno dei posti più ben tenuti dell’ intera città.
Olimpia appena contratto il matrimonio, entrò immediatamente in sintonia con il cognato, il futuro Innocenzo X , per la cui nomina brigò magistralmente anche corrompendo;  esistono documenti che accertano quella che fu una vera e propria campagna elettorale . Usò ogni mezzo a sua disposizione. Poco dopo l’ elezione di Giambattista Pamphili rimase vedeva e ancor di più si legò al cognato che ormai la considerava il suo privato consigliere.
Per decenni il 600 fu rappresentato da questa donna di un’ intelligenza vivace e di una capacità affaristica  tale da aver apportato enormi ricchezze e benefici al Vaticano. Lei era il solo tramite attraverso cui passare per arrivare al pontefice il quale, a sua volta, non prendeva decisioni senza averla prima consultata. Chiaramente,  il suo interessamento a favore del postulante veniva lautamente ricompensati; alla sua morte, nei suoi averi furono ritrovati 2 milioni di scudi d’ oro.
Come tutti i personaggi che avevano un un potere smisurato, la Pimpaccia ( così la chiamavano i romani) non era particolarmente amata, ma c’ è da dire che nella realtà, questa intelligente e volitiva donna non aveva arrecato danni ad alcuno;  aveva sicuramente rimpinguato le casse sue e quelle del cognato, ma, indirettamente, aveva anche lavorato ed apportato migliorie a Roma.
Si dice che fosse priva di pietà, ma è molto facile attirare l’ invidia e le malelingue quando si ricopre il ruolo di ” Signora di Roma “. Pasquino, una delle più famose statue parlanti, coniò per lei un famosissimo detto ,usando il suo nome e forse proprio da queste parole ha origine il termine Pimpaccia….Pasquino scriveva….OLIM PIA NUNC IMPIA….. Letteralmente significa: una volta pia ora empia, .alludendo anche al fatto che si pensava fosse diventata l’ amante di Innocenzo X. Questa cosa non fu mai provata, né se ne accennò.
Un’altra frase che spesso veniva detta, soprattutto dal popolo era:  Uomo vestito da donna per i romani  e Donna vestita da uomo per la Chiesa.
Molti ignorano che donna Olimpia fu anche una madre piuttosto attenta di un unico figlio, Camillo Francesco Maria Pamphili,un bellissimo ragazzo che lei guidò alla carriera ecclesiastica,  tant’è che nel 1644 Innocenzo X lo investì della porpora cardinalizia……ma il sangue non è acqua e Camillo si innamorò della bella Olimpia Aldobrandini che , dopo aver gettato la tonaca alle ortiche, sposò nel 1647.
Donna Olimpia rimase attaccate alle sue origini, vivendo buona parte della della sua vita nel palazzo avito a Soriano del Cimino, dove morì il 27 Settembre 1657
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“La Parola e l’Immagine… Vittoria Gualterio” di Lia JONESCU

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Soriano, nel Cimino, è un piccolo ricco quasi raffinato paese non molto lontano da Viterbo. Qui vivono Sforza Maidalchini, ricchissimo uomo d’affari e sua moglie, di nobile origine Vittoria Gualterio .I due hanno quattro figli, un maschio e tre femmine. Una di queste, la bella Olimpia, sarà destinata al convento dal padre,  soprattutto per non pagare la dote dovuta e tutti gli averi andranno al solo figlio maschio.
Il buon Maidalchini non aveva però tenuto conto del carattere e dell’ intelligenza della fanciulla, che non aveva davvero accettato questo destino. Tanto fece, che riuscì perfino a coinvolgere  in uno scandalo il confessore che doveva iniziarla al cammino monastico.
Il padre a quel punto rinunciò all’idea di vederla chiusa in monastero, anzi, organizzò per lei un proficuo matrimonio con un ricco possidente: Paolo Nini. Olimpia fu ben felice di sposarlo e non certamente per amore ma perché, evidentemente aveva ereditato dal padre, l’altissimo  senso degli affari e  il suo fiuto e la sua capacità, furono portati ad esempio per secoli.
La fanciulla aveva 16 anni e ben presto rimase vedova. Ormai era una signora molto benestante, sia del suo che di quanto aveva ereditato dal marito e, letteralmente, si mise in cerca di un nuovo marito che potesse aumentare il suo prestigio. Anche se giovane,  era riuscita a crearsi una rete di cortigiani ed informatori e presto il suo futuro marito fu individuato in Pamphilio Pamphili che,  di per sé, cinquantenne e possessore soltanto di un prestigioso nome, non era un personaggio appetibile , ma molto più lo erano le mire al soglio pontificio del fratello, Giambattista.
Olimpia aveva 20 anni, ossia trent’ anni meno di Pamphilio, che ne aveva 50. Con quel matrimonio era diventata una principessa romana ed aveva rimpinguato le casse dei Pamphili, ma, al tempo stesso, aveva acquisito un potere illimitato ed era entrata in possesso di alcuni dei più bei palazzi della Roma rinascimentale, come il palazzo Doria Pamphili a piazza Navona e la grande stupenda tenuta accanto alla Via Aurelia, uno dei posti più ben tenuti dell’ intera città.
Olimpia appena contratto il matrimonio, entrò immediatamente in sintonia con il cognato, il futuro Innocenzo X , per la cui nomina brigò magistralmente anche corrompendo;  esistono documenti che accertano quella che fu una vera e propria campagna elettorale . Usò ogni mezzo a sua disposizione. Poco dopo l’ elezione di Giambattista Pamphili rimase vedeva e ancor di più si legò al cognato che ormai la considerava il suo privato consigliere.
Per decenni il 600 fu rappresentato da questa donna di un’ intelligenza vivace e di una capacità affaristica  tale da aver apportato enormi ricchezze e benefici al Vaticano. Lei era il solo tramite attraverso cui passare per arrivare al pontefice il quale, a sua volta, non prendeva decisioni senza averla prima consultata. Chiaramente,  il suo interessamento a favore del postulante veniva lautamente ricompensati; alla sua morte, nei suoi averi furono ritrovati 2 milioni di scudi d’ oro.
Come tutti i personaggi che avevano un un potere smisurato, la Pimpaccia ( così la chiamavano i romani) non era particolarmente amata, ma c’ è da dire che nella realtà, questa intelligente e volitiva donna non aveva arrecato danni ad alcuno;  aveva sicuramente rimpinguato le casse sue e quelle del cognato, ma, indirettamente, aveva anche lavorato ed apportato migliorie a Roma.
Si dice che fosse priva di pietà, ma è molto facile attirare l’ invidia e le malelingue quando si ricopre il ruolo di ” Signora di Roma “. Pasquino, una delle più famose statue parlanti, coniò per lei un famosissimo detto ,usando il suo nome e forse proprio da queste parole ha origine il termine Pimpaccia….Pasquino scriveva….OLIM PIA NUNC IMPIA….. Letteralmente significa: una volta pia ora empia, .alludendo anche al fatto che si pensava fosse diventata l’ amante di Innocenzo X. Questa cosa non fu mai provata, né se ne accennò.
Un’altra frase che spesso veniva detta, soprattutto dal popolo era:  Uomo vestito da donna per i romani  e Donna vestita da uomo per la Chiesa.
Molti ignorano che donna Olimpia fu anche una madre piuttosto attenta di un unico figlio, Camillo Francesco Maria Pamphili,un bellissimo ragazzo che lei guidò alla carriera ecclesiastica,  tant’è che nel 1644 Innocenzo X lo investì della porpora cardinalizia……ma il sangue non è acqua e Camillo si innamorò della bella Olimpia Aldobrandini che , dopo aver gettato la tonaca alle ortiche, sposò nel 1647.
Donna Olimpia rimase attaccate alle sue origini, vivendo buona parte della della sua vita nel palazzo avito a Soriano del Cimino, dove morì il 27 Settembre 1657
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“Pirati & Corsari.. il Barbanera” di Romina GOTTI

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Mappe, vascelli, gambe di legno, pappagalli, isole del tesoro, rum, marinai, tempeste e passarelle sul ponte e nel mare gli squali che ci attendono.Adoro le leggende…. Ma in ogni leggenda c’è una verità storica con aspetti più crudeli e meno affascinanti.

Siamo sul ponte di un galeone nel mar dei Caraibi nel corso di un arrembaggio pirata. Il rumore è assordante: spari, cannonate e c’è fumo ovunque. D’improvviso tra il fumo appare un uomo con barba lunga nera, capelli lunghi, pistole  in mano e sciabola al fianco e con un grosso cappello in testa.

Il fumo sembra uscire proprio da lui: un’apparizione dagli inferi!

Cosi doveva apparire Barbanera ai suoi uomini e soprattutto ai suoi nemici. E’ noto, infatti, che nella maggioranza dei casi non ci fu  bisogno di combattere. Nessun bagno di sangue.   I malcapitati si arrendevano alla sua sola vista.

Siamo alla fine del XII secolo ed all’ inizio  del  XIII. Edward Teach,  questo è il suo nome,  nasce nel 1679  nel Regno Unito; probabilmente a Bristol. Fin da piccolo, dunque, deve aver avuto dimestichezza , essendo nato in un porto,  con ogni  tipo di imbarcazione:  galeoni, velieri, vascelli  e deve ever frequentato marinai,taverne,pirati.

Il profumo del mare e le avventure sanno essere contagiose.

Edward si imbarca giovanissimo; fa parte della ciurma di capitan Benjamin Hornigold, un pirata inglese che lasciò presto il ruolo di pirata per diventare un cacciatore di pirati.

Fa carriera il nostro marinaio. Hornigold gli affida il comando di uno sloop appena conquistato ( imbarcazione leggera con un albero) l’Adventure. Con Hornigold egli assalta navi di ogni stazza. I porti a Gran Cayman, Bahamas, Nord Carolina, Boston, sud Carolina, Barbados, Giamaica ,Virginia. l’Oceano Atlantico e il Mar dei Caraibi sono il suo regno.

La vita dei pirati era breve. Ol nostro Barbarossa resta sulla cresta dell’onda per meno di cinque anni e cattura più di 130 imbarcazioni. Cattura uno splendido mercantile francese, la Concord, che ribattezza “Queen Anne’s Revenge”.

Naturalmente le scorribande avvengono in estate, quando il clima caldo e i venti lo consentono;  con l’arrivo l’inverno, invece, il mare mosso ed il freddo rendono difficile la navigazione cosi, i pirati trascorrono i mesi invernali nel loro quartier generale con le mogli,  giocando a carte, litigando, bevendo rum,  riparando vele e preparando nuovi abbordaggi…   abbordaggi  facili sulla carta, soprattutto dopo una bevuta, ma un po’ più complicati nell’attuazione.

La roccaforte del Barbanera era Il porto di Nassau, nelle Bahamas, per altri la Tortuga.           Il nostro pirata fece scalo anche sull’isola la juventud a Cuba e sulla Blanquilla in Venezuela.

Com.era? Era feroce e  sanguinario.  Ebbe più di dieci mogli.  Beveva in continuazione  e si  racconta che, ubriaco,  tentò di dar fuoco alla sua nave e che accendeva la miccia sotto il suo cappello per generare il fumo e terrorizzare i marinai. Abbandonò molti marinai che si erano ammutinati su isole disabitate, senza viveri.

Barbanera riuscì ad accumulare ingenti bottini e una flotta di navi con centinaia di marinai soprattutto di  origini francese e inglese, ma c’erano anche creoli, neri,  mulatti.

La vita di bordo era molto dura; i marinai erano giovanissimi perché il lavoro era pesante: issare le vele, tirare le cime, il freddo, la pioggia, ore ed ore sotto il sole.Dormivano sotto coperta su amache improvvisate, non c’erano cabine per i marinai. Il cibo era povero, pane e pesce pescato;  l’acqua potabile finiva presto,  come anche la frutta e la verdura  e ci  si dovevano rifornire ai porti.  Molti di loro  si ammalavano.

A  bordo  di una nave pirata c’erano turni di lavoro e una gerarchia precisa. Le regole erano fissate dal comandante e dalla ciurma  e  le decisioni  erano prese in comune accordo.  Il bottino  era  diviso  in parti uguali  e il comandante era scelto dalla ciurma.Le principali regole riguardavano il gioco e le donne,  proibiti a bordo.  Chi non combatteva era punito con la morte o l’esilio oppure abbandonato in mare o su un’isola.

Barbanera rifiuta l’amnistia offerta dal governatore di Nassau a tutti i pirati; Hornigold accetta. È quasi inverno. Le navi di sua maestà che gli danno la caccia.  la Pearl del comandante Gordon e la Lyne  di Brand, spingono lo sloop di Barbanera nella baia con fondali bassi, in prossimità di Chesapeake  e con due sloop lo intrappolano, ma Barbanera prima prende a cannonate la Jane poi sperona e abborda la Ranger. Un duello vede il comandante di quest’ultima ferire a morte e mozzare la testa al nostro pirata. I suoi uomini uccisi,  arrestati e messi sotto processo. È il 1718 a Ocracoke.  E’ inverno  e Barbanera ha solo trentanove anni.  È la  sua  fine, ma  anche l’inizio della sua leggenda.

LE ORIGINI – La Grecia… EURINOME e il mito pelasgico della Creazione

ANTICA GRECIA - LE ORIGINI ... EURINOME e il mito pelasgico della Creazione

EURINOME e il mito pelasgico della Creazione

Siamo in epoca arcaica. Epoca in cui gli Dei non avevano ancora alcun potere, ma era una De Universale, ossia  La-Dea-di-Tutte-le-Cose a dominare sulla natura e le sue creature. Ed era la donna a dominare sull’uomo,  in  virtù della sua “misteriosa” capacità di procreare e  la successione era matrilineare, non essendo la paternità tenuta in alcun conto.
Eurinome era il nome di questa Dea-Universale, il cui appellativo era “Colei che vaga in ampi spazi”.
Eurinome era emersa dal Caos primordiale e non avendo nulla di solido su cui posare i piedi, divise il cielo dal mare e cominciò a muoversi sulle onde. Era nuda ed aveva freddo e non avendo nulla con cui coprirsi, comicniò a muoversi danzando, dirigendosi verso il Sud.
Il suo movimento cominciò a produrre un turbinio alle sue spalle chela  costrinse a voltarsi: era il Vento del
Nord, detto anche Borea, che incalzava dietro di lei.
La Dea, d’improvviso, tese le mani e lo afferrò poi lo sfregò fra le dita e di colpo il vento assunse la forma di un serpente che  chiamò Ofione. Quella presenza, però, ispirò immediatamente in lei il desiderio di procreare e così riprese a danzare in maniera sempre più leggiadra, sensuale e selvaggia, tanto da accendere in Ofione la fiamma del desiderio.
Il serpemte l’avvolse nelle sue spire e si accoppiò con la Dea che rimase incinta.
Assunte le forme di una colomba, Eurinome si levò in volo e quando giunse l’ora giusta, depose l’Uovo-Cosmico ed ordinò ad Ofione di arrotolarsi per sette volte intorno ad esso, finché questo non si schiuse e il Creato non prese forma: il Sole, la Luna, i Pianeti, le Stelle, la Terra con la Natura e le sue creature.

(il serpente OFIONE)
Successivamente la Dea creò i Titani e le Titanesse, cui affidò la custodia dei Pianeti appena creati.
Tia e Iperione furono i Signori del Sole,  Febe ed Atlante custodirono la Luna.  Marte fu affidato alle cure di Dione e Crio, Mercurio, invece, a quelle di Meti e Ceo.  Il pianeta Giove andò a Temi ed Eirimedonte, mentre Teti ed Oceano ebbero in cura Venere; Rea e Crono, infine, furono i Signori di Saturno.
Ognuna di queste potenze planetarie presiedeva ad una funzione della Natura: la Luce era associata al Sole – la Magia alla Luna –  la Crescita al pianeta Marte  –  la Pace a Saturno – la Saggezza a Mercurio – la Legge a Giove –  l’Amore a Venere.

Eurinome ed Ofione si stabilirono sul Monte Olimpo, ma la coppia entrò ben presto in … crisi, a causa della millanteria di Ofione che si vantava di essere il Creatore dell’Universo. Irritata, la Dea lo relegò nella profondità più recondite della Terra, ma prima lo colpi con un calcio sulla bocca spezzandogli tutti i denti:  venne  così, a crearsi  inimicizia tra la donna e il serpente, proprio come in biblica memoria.

Da quei denti, secondo il mito, nacquero i Pelasgi che presero il nome da Pelasgo, il primo uomo creato, il quale insegnò ai suoi simili l’arte dell’agricoltura e della pastorizia.

Successivamente, con il mito patriarcle di Urano e le sue nozze con la Dea-Universale e il  conseguente ruolo di  Padre-Progenitore da lui assunto, il potere dell Dea cominciò a conoscere il suo declino.  In epoche ancora successive, la Grande Dea Madre generò a Giove le tre Grazie: Carite, Pasitea e Cale, vista nel suo aspetto più nite, in contrapposizione alle tre Moire, che la vedevano nel suo aspetto più spietato.
Si era oltrepassato la  soglia del patriarcato.

Maggiori informazioni http://storia-e-mito.webnode.it/products/antica-grecia-le-origini-eurinome-e-il-mito-pelasgico-della-creazione/

Intervista rilasciata a Maria Pace dalla scrittrice Sabrina GRANOTTI

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 1) Innanzitutto ci dica qualcosa di lei. Chi é  Sabrina Granotti
Sabrina Granotti è un’insegnante genovese quarantaseienne con una viscerale passione per la letteratura. Laureata in Filosofia e in Storia moderna, da sempre ama tutti gli aspetti della cultura, in quanto prodotto migliore e privilegiato dell’animo umano.
 2) Quella della scrittura è una passione che ha sempre avuto o che sta coltivando solo da qualche temo?
I realtà scrivo da parecchio tempo, ma ho cominciato a pubblicare come indipendente solo da un paio d’anni. Per adesso le mie opere sono disponibili unicamente in formato digitale (Ebook).
3) Come nasce  l’idea di un  libro?
C’è qualcosa, un argomento o anche una passione, che preme da dentro per uscire, per venire espressa mediante una creazione letteraria. E’ quasi una sorta di gravidanza spirituale.
4)Ci parli un po’  dei suoi libri,
Ho scritto anche racconti e compendi per gli studenti delle superiori, ma in questa occasione mi piacerebbe parlare dei miei due romanziIl primo è “Selene”. Si tratta della storia di due giovani a confronto con il mondo odierno; è ambientato nei “caruggi” genovesi e racconta un mondo multietnico, a tratti duro ma aperto all’arte e ai migliori sentimenti. Il secondo, “L’acuto in controcanto” narra invece di una giovane cantante lirica dal talento straordinario, ma incapace di piegarsi ai compromessi, di rinunciare ai valori in cui crede. La circondano personaggi tutt’altro che banali o scontati, il tutto con il commento musicale dei più amati melodrammi.
5)  Ha ricevuto premi e riconoscimenti?
Mi considero ancora alle prime armi; tuttavia ho ricevuto parecchie recensioni positive e ho destato l’interesse di diversi blog letterari.
6) A quale genere appartengono i suoi scritti?
Narrativa contemporanea. Ma uscirà tra breve il mio primo romanzo storico.
7)  Quali sono i suoi generi preferiti?
Sono aperta a tutti i generi. Tuttavia i romanzi storici e filosofici, o che ad ogni modo aprano la via ad una profonda riflessione esistenziale, sono all’apice delle mie preferenze.
8) ) Quali sono secondo lei gli ingredienti necessari per un buon libro?
Capacità di introspezione, saper riflettere sulle situazioni, immedesimarsi nei propri personaggi, descrivere un ambiente in modo dettagliato senza mai risultare prolissi.
9) Vuole offrirci un  saggio dei suoi scritti?
Amo offrire le prime pagine, perchè a mio parere se si sa cogliere l’inizio di una storia la si comprenderà nel migliore dei modi. “Selene” –
Capitolo primo Si rigirò nel letto, in una condizione semionirica. “E’ domenica”, pensò speranzosa. Ricevette dalla sveglia una sonora smentita. Sobbalzò e scese dal letto, come se una molla invisibile fosse scattata dietro alla sua schiena: la sua velocità nel passare dal sonno ad uno stato di veglia quasi perfetto era sorprendente. Si diresse in bagno e iniziò a prepararsi. Sotto la doccia progettava già le prime azioni della giornata. Il pensiero dominante era: “Bisogna che mi sbrighi…” La vita frenetica aveva risucchiato nei propri vortici Selene suo malgrado. Ne era talmente esasperata che il suo più grande desiderio era diventato andare a vivere in alta montagna, magari a pascolare le vacche, immersa nella pace di una natura ancora viva e presente… pensava a cime verdi carezzate dal vento, ai profumi dei fiori che si spandono nell’aria, quando giunse l’autobus ed ella si ritrovò schiacciata tra gente sgomitante, tra cui non mancavano alcuni che avevano un concetto un po’ vago dell’igiene personale. “Come preferirei l’odore del letame” sospirò reggendosi forte ad un apposito sostegno. Alla fine del quotidiano viaggio attraverso il girone dantesco del traffico cittadino, scese alla sua fermata e salì in ufficio. – Buongiorno, signorina! L’accolse il portiere con il suo solito sorriso mellifluo; – Mi duole informarla che purtroppo oggi l’ascensore è fuori servizio… Rassegnata, cominciò a salire le scale, facendo risuonare il rumore degli scomodi tacchi alti; non aveva proprio il passo di una ballerina di danza classica e poi l’essere seccata accentuava la pesantezza della sua andatura. “Dovresti lavorarci tu al settimo piano, dannato ciccione! Così forse perderesti qualche etto e un po’ di boria!” Rimuginò, pestando gli scalini. Il portinaio antipatico era solo la punta dell’iceberg dei suoi problemi. Il lavoro sottopagato e frustrante in quell’ufficio di assicurazioni era la parte sommersa. Odiava vedere ogni giorno i giochi truffaldini compiuti ai danni di poveracci che avevano sempre pagato una polizza per parare i guai, ma che quando i guai stessi arrivavano ricevevano una marea di rinvii e subivano intrallazzi vari da parte dei suoi capi, il cui primo scopo nella vita era il sottrarsi al giusto pagamento dei sacrosanti risarcimenti, o per lo meno smagrirli fino all’osso o rimandarli alle calende greche. – Ancora grazie che hai trovato quell’impiego, coi tempi che corrono! Questa era la litania con cui sua madre tagliava corto alle sue lamentele. – E poi, con il tuo titolo di studio… Proseguiva l’anziana donna con un sospiro; – Meno male che mio fratello conosceva uno dei soci! L’infame titolo di studio corrispondeva ad una laurea in filosofia, accolta con freddezza dalla genitrice che aveva auspicato l’iscrizione della figlia a facoltà che potevano aprire la via ad una carriera tangibile, come giurisprudenza o economia e commercio. Ma l’ingenua sognatrice si era smarrita nel platonico mondo delle idee, aveva subìto il fascino della follia di Nietzsche per cadere nelle elucubrazioni accidiose degli esistenzialisti francesi; il suo amore per le divagazioni speculative, ma anche per la letteratura cervellotica e la poesia maledetta l’avevano condotta verso il baratro di una laurea in disoccupazione cronica, da cui si era miracolosamente salvata grazie al demiurgico intervento dello zio materno. Inutile dire che la lettura dei suoi eventi esistenziali e del suo rio destino fornita dalla madre si discostava sub specie aeternitatis da quella della rêveuse enfante, così dannatamente ostinata da ritenersi tuttavia nel giusto e da anelare in ogni istante della sua vita di mandare il maledetto impiego a farsi fottere. In una di quelle grigie ore lavorative, così lente da far sembrare celeri le giornate dei penitenti dell’antipurgatorio, battendo al computer con il consueto disgusto frasi burocratiche gabbaingenui, Selene si imbatté nel casus belli che avrebbe finalmente conferito una svolta alla sua vita. Un tizio aveva stipulato un’assicurazione sulla vita di cui era beneficiaria la moglie. Una notte in cui pioveva a dirotto, il poveraccio aveva avuto un terribile incidente e ci aveva lasciato la pelle. La povera vedova, rimasta sola con due figli piccoli, avrebbe dovuto ricevere almeno l’amara consolazione di incassare il premio, onde tirare avanti con i bambini; ma mediante una ricostruzione fantasiosa, avvalorata dal cattivo andamento degli affari dell’uomo, gli infami capi di Selene avevano fatto passare l’incidente per suicidio, sostenendo che il defunto cliente si sarebbe schiantato a bella posta contro un tir; in caso di suicidio, l’assicurazione non paga… “Ecco un’altra vittima di Arpia, Bastardo Integrale e Succhiasangue” commentò mentalmente Selene, servendosi dei soprannomi con cui designava i propri datori di lavoro. “E’ troppo infame, io questo rapporto non posso proprio scriverlo, chi se ne sbatte di quello che succederà!” Con uno dei suoi scatti fulminei, che coinvolgevano all’unisono il corpo e la mente, la ragazza si alzò dalla sedia e si diresse verso l’ufficio della dirigenza. Pensa prima di parlare, conta fino a cento prima di fare qualcosa di cui potresti pentirti… perle della saggezza popolare che Selene non aveva mai saputo fare proprie. Entrò senza bussare. Bastardo Integrale sobbalzò sulla propria poltrona di pelle umana, ad Arpia andò di traverso il caffè per l’inaudita sorpresa mentre Succhiasangue cercò inutilmente di raggelarla con uno dei suoi consueti sguardi vampireschi; tutto inutile, Selene era un fiume in piena di improperi, vomitò addosso ai tre rifiuti umani tutto il disgusto, i rospi ingoiati in un anno di frustrante ed avvilente lavoro, le ingiustizie mai metabolizzate che le rodevano l’anima e l’apparato digerente (pensò vagamente che un licenziamento era pur sempre meglio di una gastrite cronica…). Concluse l’arringa con frasi del tipo: – La maggioranza di quelli che sono rinchiusi a Marassi a vostro confronto sono dei benefattori dell’umanità – e – le tizie di Corso Perrone sono sicuramente meno troie di lei – aggiungendo un ovvio ed ineluttabile – Mi licenzio! La porta sbattuta sarà anche risultata un finale banale e scontato, ma come rinunciarvi?
9) Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Continuare a scrivere e ad insegnare, a vivere fino a quando ci sarà concesso con il mio adorato marito Marco. Insomma, continuerò ad essere me stessa. Con tutti i miei limiti, che ho imparato ad accettare.

La Crociata dei Fanciulli di Maria Pace

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Le Crociate hanno spesso trascinato con sè  episodi di esaltazione e fanatismo. Si inserisce  in questa ottica l’episodio di esaltazione collettiva  verificatosi  intorno  al 1200 in Francia.

Erano in molti, tra preghiere, ingiunzioni ed anatemi a sollecitare la partenza per il Santo Sepolcro: soprattutto frati e fraticelli, ma lo stesso Papa aveva costretto con lo stesso sistema il reticente Federico II a partire per la Terra Santa.

Nel 1212 un frate aveva fatto propria questa “missione,” sottolineando però, nei suoi sferzanti sermoni, che mai e poi mai uomini,  principi  e sovrani corrotti sarebbero riusciti nella santa impresa di liberare il Santo Sepolcro dagli infedeli.

“Soltanto i fanciulli, che sono incorruttibili e puri di cuore – andava tuonando per le strade di Francia  – possono riuscire nella santa impresa.”

Il primo a rispondere all’appello fu un certo Stefano, un ragazzo di 13 anni della regione di Vendome, il quale proclamò di essere stato raggiunto da una voce divina che lo incitava a raccogliere intorno a sé altri fanciulli e partire per la Terra Santa armati solo della loro  fede e della loro innocenza. Da tutto il Paese e dai Paesi vicini accorsero in  numero impressionante: più di quindicimila ragazzi, tutti al di sotto dei tredici anni.

Dopo inutili tentativi di dissuasione, famiglie ed  autorità ecclesiastiche e civili  si convinsero a lasciarli partire e una interminabile colonna raggiunse Marsiglia e si accampò in riva al mare invocando l’intervento divino così come Mosé aveva fatto con le acque del Mar Rosso. L’attesa durò poco, ma non furono le acque a dividersi per lasciarli  passare in direzione della Terra Santa, bensì un gruppo di mercanti di merce umana che noleggiò alcune navi su cui gli sventurati fanciulli salirono cantando di gioia, ignari della sorte che li aspettava:il mercato degli schiavi in Siria.