“I nomadi del deserto” brano tratto da “DUNE ROSSE – Il Rais dei Kinda” di Maria PACE

 

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CAPITOLO V  –   I Nomadi del deserto

“Un asino in più e il ciel brontola”  –   proverbio beduino.

Bedu, in arabo vuol dire deserto e nell’immenso, vuoto oceano di sabbia, nel monotono avvicendarsi delle stagioni, gli Scenitae, gli Arabi delle Tende, vagavano insieme alle dune alla ricerca di magri pascoli.  D’attitudine fortemente tribale, solo attraverso la qabila, la tribù, che riuniva gruppi dello stesso ceppo linguistico, riuscivano a realizzare la propria libera esistenza. La tribù era l’unico assetto sociale in cui il suo spirito fortemente individualistico non si sentiva sminuito e la asabya, la solidarietà tribale, era l’unico codice che regolava quel sistema di vita. Vincoli di sangue, lingua e religione erano molto forti ed un affronto al singolo era un affronto alla collettività ed episodi insignificanti potevano creare a volte solchi invalicabili fra tribù.

I beduini sopravvissero alle mutazioni continue del loro ambiente grazie soprattutto alla tenacia ed all’orgoglio con cui seppero mantenere tradizioni che richiedevano coraggio e moderazione, solidarietà e spirito di sacrificio, ma, soprattutto, imponevano il principio dell’ospitalità: qualità che li rese i più generosi fra gli uomini. In un ambiente estremamente duro, dove lo spirito si forgiava per restare intatto nei secoli, la lotta per la sopravvivenza, però, finì talvolta per assumere aspetti drammatici.

Fu per questo che gli Arab, i nomadi, forti e battaglieri, finirono per diventare il terrore sia dei fellahin, i sedentari, che degli hadas, i seminomadi. E se i fellahin, esclusivamente dediti all’agricoltura, non conobbero mai la predisposizione del nomade al peregrinare per deserti, gli hadar, invece, si spingevano stagionalmente fuori delle oasi, lasciando le famiglie a piantare radici.

La delimitazione del territorio fra nomadi e sedentari, però, non fu mai netta. Quando le oasi diventavano troppo affollate e il deserto, per quanto paradossale, troppo stretto, i più deboli finivano per arretrare sempre più verso l’interno. Le condizioni di vita erano difficili per tutti e il possesso di un asino o di un capro faceva la differenza tra ricchezza e povertà. Eppure, rispetto ai fellahin, mai proprietari di un sasso o di un granello di sabbia, gli hadar potevano considerarsi addirittura benestanti.

Beduini, era il nome con cui erano generalmente indicati i nomadi del deserto, ma i veri beduini erano solo i discendenti dello sceicco Assan Bedu, fondatore della tribù che da lui prese il nome.

All’epoca in cui si svolsero questi rafatti, due erano le tribù che si fronteggiavano per il dominio sul deserto: i Kinda, discendenti degli antichi Bedu e gli Aws, le cui origini risalivano all’antica tribù Khuza. Durante i secoli, le due tribù conobbero momenti di guerra, di pace e di silenzi, fino all’epoca dello sceicco Assan ab Bedu, che tutti chiamavano lo “sceicco di ferro”, morto combattendo gli Aws. Come lui, anche suo figlio Harith sognava l’unione di tutte le tribù del deserto: un progetto mai tentato prima. Per realizzarlo, il giovane sceicco dei Kinda pensò di servirsi di un Rais: un capo militare.

Quel Rais, però, non era un uomo comune, ma un giovane già coperto di leggende. Il suo nome era Rashid e il suo passato era violento e misterioso ed un vincolo di sangue e di amicizia legava i due giovani.  (continua)

Brano tratto da   “DUNE ROSSE -Il Rais dei kinda” di Maria Pace

si può richiedere su  AMAZON

oppure, scontato e con dedica personalizzata,  direttamente a mariapace2010@gmail.com

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