Intervista rilasciata a Maria Pace dalla scrittrice Sabrina GRANOTTI

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 1) Innanzitutto ci dica qualcosa di lei. Chi é  Sabrina Granotti
Sabrina Granotti è un’insegnante genovese quarantaseienne con una viscerale passione per la letteratura. Laureata in Filosofia e in Storia moderna, da sempre ama tutti gli aspetti della cultura, in quanto prodotto migliore e privilegiato dell’animo umano.
 2) Quella della scrittura è una passione che ha sempre avuto o che sta coltivando solo da qualche temo?
I realtà scrivo da parecchio tempo, ma ho cominciato a pubblicare come indipendente solo da un paio d’anni. Per adesso le mie opere sono disponibili unicamente in formato digitale (Ebook).
3) Come nasce  l’idea di un  libro?
C’è qualcosa, un argomento o anche una passione, che preme da dentro per uscire, per venire espressa mediante una creazione letteraria. E’ quasi una sorta di gravidanza spirituale.
4)Ci parli un po’  dei suoi libri,
Ho scritto anche racconti e compendi per gli studenti delle superiori, ma in questa occasione mi piacerebbe parlare dei miei due romanziIl primo è “Selene”. Si tratta della storia di due giovani a confronto con il mondo odierno; è ambientato nei “caruggi” genovesi e racconta un mondo multietnico, a tratti duro ma aperto all’arte e ai migliori sentimenti. Il secondo, “L’acuto in controcanto” narra invece di una giovane cantante lirica dal talento straordinario, ma incapace di piegarsi ai compromessi, di rinunciare ai valori in cui crede. La circondano personaggi tutt’altro che banali o scontati, il tutto con il commento musicale dei più amati melodrammi.
5)  Ha ricevuto premi e riconoscimenti?
Mi considero ancora alle prime armi; tuttavia ho ricevuto parecchie recensioni positive e ho destato l’interesse di diversi blog letterari.
6) A quale genere appartengono i suoi scritti?
Narrativa contemporanea. Ma uscirà tra breve il mio primo romanzo storico.
7)  Quali sono i suoi generi preferiti?
Sono aperta a tutti i generi. Tuttavia i romanzi storici e filosofici, o che ad ogni modo aprano la via ad una profonda riflessione esistenziale, sono all’apice delle mie preferenze.
8) ) Quali sono secondo lei gli ingredienti necessari per un buon libro?
Capacità di introspezione, saper riflettere sulle situazioni, immedesimarsi nei propri personaggi, descrivere un ambiente in modo dettagliato senza mai risultare prolissi.
9) Vuole offrirci un  saggio dei suoi scritti?
Amo offrire le prime pagine, perchè a mio parere se si sa cogliere l’inizio di una storia la si comprenderà nel migliore dei modi. “Selene” –
Capitolo primo Si rigirò nel letto, in una condizione semionirica. “E’ domenica”, pensò speranzosa. Ricevette dalla sveglia una sonora smentita. Sobbalzò e scese dal letto, come se una molla invisibile fosse scattata dietro alla sua schiena: la sua velocità nel passare dal sonno ad uno stato di veglia quasi perfetto era sorprendente. Si diresse in bagno e iniziò a prepararsi. Sotto la doccia progettava già le prime azioni della giornata. Il pensiero dominante era: “Bisogna che mi sbrighi…” La vita frenetica aveva risucchiato nei propri vortici Selene suo malgrado. Ne era talmente esasperata che il suo più grande desiderio era diventato andare a vivere in alta montagna, magari a pascolare le vacche, immersa nella pace di una natura ancora viva e presente… pensava a cime verdi carezzate dal vento, ai profumi dei fiori che si spandono nell’aria, quando giunse l’autobus ed ella si ritrovò schiacciata tra gente sgomitante, tra cui non mancavano alcuni che avevano un concetto un po’ vago dell’igiene personale. “Come preferirei l’odore del letame” sospirò reggendosi forte ad un apposito sostegno. Alla fine del quotidiano viaggio attraverso il girone dantesco del traffico cittadino, scese alla sua fermata e salì in ufficio. – Buongiorno, signorina! L’accolse il portiere con il suo solito sorriso mellifluo; – Mi duole informarla che purtroppo oggi l’ascensore è fuori servizio… Rassegnata, cominciò a salire le scale, facendo risuonare il rumore degli scomodi tacchi alti; non aveva proprio il passo di una ballerina di danza classica e poi l’essere seccata accentuava la pesantezza della sua andatura. “Dovresti lavorarci tu al settimo piano, dannato ciccione! Così forse perderesti qualche etto e un po’ di boria!” Rimuginò, pestando gli scalini. Il portinaio antipatico era solo la punta dell’iceberg dei suoi problemi. Il lavoro sottopagato e frustrante in quell’ufficio di assicurazioni era la parte sommersa. Odiava vedere ogni giorno i giochi truffaldini compiuti ai danni di poveracci che avevano sempre pagato una polizza per parare i guai, ma che quando i guai stessi arrivavano ricevevano una marea di rinvii e subivano intrallazzi vari da parte dei suoi capi, il cui primo scopo nella vita era il sottrarsi al giusto pagamento dei sacrosanti risarcimenti, o per lo meno smagrirli fino all’osso o rimandarli alle calende greche. – Ancora grazie che hai trovato quell’impiego, coi tempi che corrono! Questa era la litania con cui sua madre tagliava corto alle sue lamentele. – E poi, con il tuo titolo di studio… Proseguiva l’anziana donna con un sospiro; – Meno male che mio fratello conosceva uno dei soci! L’infame titolo di studio corrispondeva ad una laurea in filosofia, accolta con freddezza dalla genitrice che aveva auspicato l’iscrizione della figlia a facoltà che potevano aprire la via ad una carriera tangibile, come giurisprudenza o economia e commercio. Ma l’ingenua sognatrice si era smarrita nel platonico mondo delle idee, aveva subìto il fascino della follia di Nietzsche per cadere nelle elucubrazioni accidiose degli esistenzialisti francesi; il suo amore per le divagazioni speculative, ma anche per la letteratura cervellotica e la poesia maledetta l’avevano condotta verso il baratro di una laurea in disoccupazione cronica, da cui si era miracolosamente salvata grazie al demiurgico intervento dello zio materno. Inutile dire che la lettura dei suoi eventi esistenziali e del suo rio destino fornita dalla madre si discostava sub specie aeternitatis da quella della rêveuse enfante, così dannatamente ostinata da ritenersi tuttavia nel giusto e da anelare in ogni istante della sua vita di mandare il maledetto impiego a farsi fottere. In una di quelle grigie ore lavorative, così lente da far sembrare celeri le giornate dei penitenti dell’antipurgatorio, battendo al computer con il consueto disgusto frasi burocratiche gabbaingenui, Selene si imbatté nel casus belli che avrebbe finalmente conferito una svolta alla sua vita. Un tizio aveva stipulato un’assicurazione sulla vita di cui era beneficiaria la moglie. Una notte in cui pioveva a dirotto, il poveraccio aveva avuto un terribile incidente e ci aveva lasciato la pelle. La povera vedova, rimasta sola con due figli piccoli, avrebbe dovuto ricevere almeno l’amara consolazione di incassare il premio, onde tirare avanti con i bambini; ma mediante una ricostruzione fantasiosa, avvalorata dal cattivo andamento degli affari dell’uomo, gli infami capi di Selene avevano fatto passare l’incidente per suicidio, sostenendo che il defunto cliente si sarebbe schiantato a bella posta contro un tir; in caso di suicidio, l’assicurazione non paga… “Ecco un’altra vittima di Arpia, Bastardo Integrale e Succhiasangue” commentò mentalmente Selene, servendosi dei soprannomi con cui designava i propri datori di lavoro. “E’ troppo infame, io questo rapporto non posso proprio scriverlo, chi se ne sbatte di quello che succederà!” Con uno dei suoi scatti fulminei, che coinvolgevano all’unisono il corpo e la mente, la ragazza si alzò dalla sedia e si diresse verso l’ufficio della dirigenza. Pensa prima di parlare, conta fino a cento prima di fare qualcosa di cui potresti pentirti… perle della saggezza popolare che Selene non aveva mai saputo fare proprie. Entrò senza bussare. Bastardo Integrale sobbalzò sulla propria poltrona di pelle umana, ad Arpia andò di traverso il caffè per l’inaudita sorpresa mentre Succhiasangue cercò inutilmente di raggelarla con uno dei suoi consueti sguardi vampireschi; tutto inutile, Selene era un fiume in piena di improperi, vomitò addosso ai tre rifiuti umani tutto il disgusto, i rospi ingoiati in un anno di frustrante ed avvilente lavoro, le ingiustizie mai metabolizzate che le rodevano l’anima e l’apparato digerente (pensò vagamente che un licenziamento era pur sempre meglio di una gastrite cronica…). Concluse l’arringa con frasi del tipo: – La maggioranza di quelli che sono rinchiusi a Marassi a vostro confronto sono dei benefattori dell’umanità – e – le tizie di Corso Perrone sono sicuramente meno troie di lei – aggiungendo un ovvio ed ineluttabile – Mi licenzio! La porta sbattuta sarà anche risultata un finale banale e scontato, ma come rinunciarvi?
9) Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Continuare a scrivere e ad insegnare, a vivere fino a quando ci sarà concesso con il mio adorato marito Marco. Insomma, continuerò ad essere me stessa. Con tutti i miei limiti, che ho imparato ad accettare.
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