“L’odore della muffa” – di LIA JONESCU – brano

 

 

 

 

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29 Maggio 1606

La zona che tutti chiamavano Muro Torto, proprio sotto Villa Medici, a due passi dal Tevere, era stata sempre considerata nefasta sia per la triste usanza di seppellirvi in fosse senza nome né croce i giustiziati morti senza pentimento, sia per la storia popolare che raccontava come, intorno al 1100, streghe e demoni la facessero da padroni con terrificanti saba intorno a un antico noce sotto il quale si diceva fossero sepolte le ceneri di Nerone, che vagava di notte, orrendo fantasma.

Nel posto dove aveva le radici questa pianta, così mal considerata, era nata poi per esorcismo la primitiva chiesa di Santa Maria del Popolo, e ancora si pensava che nei liquami della fogna sotto la Chiesa scorresse la linfa malvagia di tutti i reietti che erano passati di lì.

Da diverso tempo, accanto ai vigneti Agostiniani, sullo spiazzo nel quale si affacciavano i terrazzamenti di Villa Medici, erano stati impiantati dei campi dove si giocava a pallamano e al gioco della racchetta.

In quel posto, quella notte, il Merisi con Onorio Longo e Antonio Bolognese, aveva un incontro con Ranuccio Tomasone da Terni, ambasciatore del Granduca, e con due accompagnatori.

L’incontro non era amichevole, ma una vera e propria sfida nata dalle solite battute offensive alle quali spesso si arrivava nelle osterie romane, soprattutto quando si era alzato un po’ il gomito.

L’ambasciatore aveva accusato Michelangelo Merisi di servilismo e questi aveva reagito in maniera violenta, nell’aria c’era già odore di tragedia e se non fosse stato per l’intervento del Longo, i due avrebbero già sistemato le loro questioni in maniera più violenta nell’osteria stessa.

Fu così che si decise di sistemare la cosa in modo civile con un incontro di racchetta tre contro tre nel campo sportivo sotto al Muro Torto.

Che non si trattasse di uno scontro amichevole era già chiaro dall’inizio sia da una parte che dall’altra e ci si aspettavano colpi bassi da ambo i contendenti.

Il Longo e il Bolognese cercavano di controllare Michelangiolo conoscendo la sua impulsività, ma lui stesso cercava di non farsi coinvolgere.

Nel mezzo della partita, convinto di un grave fallo volontario commesso dal pittore, l’ambasciatore raccolse una grossa pietra da terra e la scagliò contro di lui. Michelangiolo fu colpito di striscio alla fronte e barcollò, quel gesto aveva scatenato in lui una rabbia così intensa che, spaventato dall’irruenza della reazione, il suo avversario tirò fuori il pugnale…  (continua)

 

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