“Meridiani & Paralleli – Polo Sud” di Ilaria Messina e Romina Gotti

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Quanti uomini, quanti sogni infranti nell’estremo tentativo di raggiungere la meta, quanti corpi mai ritrovati! Tombe di ghiaccio, di acqua e distese solitarie. Quali pensieri prendono forma nella mente di chi è consapevole che il viaggio è arrivato al termine, che non c’è più scampo, che non si tornerà al caldo tepore della propria dimora, che ormai il destino è segnato? Gesta eroiche di coloro che hanno affrontato l’ignoto per aiutare i compagni, per concedere più possibilità di riuscita dell’impresa, sacrificando la propria vita; il loro nome é ricordato nel tempo e nelle viscere della terra che lo ha accolto.
L’avventura ci ha condotto al sud, molto al sud al polo, terra di nessuno, continente bianco, pianeta alieno, senza presenza umana. Incontaminato e sconosciuto.
Temperature estreme non compatibili con la vita umana; quella terra sulle carte geografiche così lontana, avvistata da curiosi marinai che le correnti hanno spinto molto a sud. Andava scoperta, calpestata ed esplorata, a volte anche sorvolata da occhi e piedi umani.
Sopravvivere prima di tutto….

Antartide. Terra estrema. In ogni senso: estrema perché all’estremità meridionale del globo, estrema per la durezza della condizione ambientale e climatica, tale da renderla la zona più fredda della terra.
Il quinto continente, quello più a sud del mondo, deve il suo nome proprio a questa peculiarità: a fine ‘800 il cartografo scozzese J.G. Bartholomew lo battezzò “Antarctica”; sin dai tempi di Tolomeo, se ne ipotizzava l’esistenza.
Antartide, terra glaciale per antonomasia: ha un’altitudine media superiore a quella dell’Artide, costituita quasi interamente da una coltre di ghiaccio spessa anche 1600 mt, raccoglie il 90% delle masse ghiacciate del pianeta e il 70% della riserva d’acqua dolce totale, la sua temperatura invernale può raggiungere i 90 gradi sottozero.
Una terra inospitale, arida, disabitata, eccetto che per i tecnici, gli scienziati e gli esploratori delle stazioni di ricerca… e ovviamente i pinguini. Non dimentichiamoci dei pinguini!
Una terra allo stesso tempo magica, con un cielo da fantascienza, dotato di due o tre soli come un pianeta di un’altra galassia. E’ l’effetto del “sole fantasma”, di cui sono responsabili i cristalli di ghiaccio sospesi nell’atmosfera che, riflettendo la luce, formano dei cloni dell’astro solare. E il pulviscolo ghiacciato crea anche un altro spettacolo naturale: bachi di nebbia chiamati “polvere di diamanti”. Ultimo ma forse ancora più eclatante la famosa “aurora australe”, artefici, stavolta, i venti solari che emanano bagliori verdi e azzurri.
E’ questa la magia che ha ammaliato i primi esploratori, spingendoli a voler calpestare questa immensa distesa di ghiaccio, nonostante le difficoltà e le condizioni inospitali, solo per poter dire “noi siamo stati qui”?! Probabilmente è ciò che ha spinto il giovane norvegese Roald Amudsen, a lasciare gli studi di medicina per seguire il richiamo del mare e la sua vocazione all’avventura… All’inizio però fu sfortunato: nel 1897, aggregandosi alla prima spedizione in Antartide condotta da De Gerlache, la cui nave rimase bloccata per un anno nel mare ghiacciato, in balia del vento e dello scorbuto …imparò almeno l’arte della sopravvivenza…nel 1905 guidò la prima traversata via mare del passaggio a nordovest, dalla Baia di Baffin allo Stretto di Bering. La sfortuna si accanisce ancora sul nostro esploratore: nella corsa al Polo Nord non è solo, anzi già due concorrenti stanno gareggiando per raggiungere il traguardo con un netto vantaggio su di lui: Cook e Peary… La delusione è cocente ed egli inizia per la prima volta a considerare il Polo Sud come meta alternativa… ma anche qui sorge un ulteriore problema: annullando la spedizione al Polo Nord, rischierebbe di perdere i finanziamenti statali, anche perché già l’Inghilterra sta organizzando una missione in Antartide guidata da Robert Scott e sarebbe un affronto a livello diplomatico sfidare gli inglesi.
Nel 1910 salpa con la nave Fram, e proprio tra i flutti dell’Oceano Atlantico avvisa l’equipaggio di un brusco cambio di programma o meglio di direzione: il timone va puntato verso sud, alla faccia degli inglesi!
In fondo in amore e in guerra tutto è concesso.

Robert Falcon Scott nacque nel 1868, la sua competizione con Roald Amundsen per la conquista del Polo Sud lo ha condotto alla morte e al ricordo eterno. Nel 1901 salpa con il Discovery per il polo sud, giunge nel mare di Ross, l’inverno è vicino, il tempo peggiora si rischia di rimanere imprigionati dal ghiaccio che abbraccia lo scafo e tutto scricchiola. Fitte nubi si addensano , i venti si sono alzati, nessuno è al sicuro durante una tempesta. Trascorre l’inverno a bordo della nave al largo ,lontano dai ghiacciai pericolosi, in compagnia di Wilson e Shackleton. Slitte e poni per la loro prima esplorazione e passeggiata nell’isola di Ross, all’orizzonte il monte Terror.
Nel 1910 la 2a spedizione,fatale per tutti e cinque i componenti. Terranova Bisogna battere Amundsen nella corsa alla conquista. Lotta contro il tempo. Molto esperto, il norvegese, lo vedremo conquistatore del Polo Nord; troppo impreparato, Scott, che decide di non affidarsi ai cani da slitta. Perché?
Errore fatale! Egli cerca di portare a termine l’impresa con cani inadatti alla temperatura. Sbaglia periodo dell’anno, sta arrivando l’inverno In cinque; forse troppi: più si è, più risorse si consumano.
Le condizioni atmosferiche e le tempeste lo fermano, ritardano la marcia, sfiancano i partecipanti e anche l’anima. Quando raggiungono la meta , quel punto sulla carta, vi trovano il nero vessillo lasciato sulla slitta dall’esploratore norvegese.
Che fare? Quali pensieri , quale sofferenza fisica e morale devono aver provato! Non resta che tornare sui propri passi. Pensate sia facile? E adesso che arriva il disastro. I viveri si sono esauriti.
Amundsen impiegò un tempo relativamente breve per rientrare alla base provvisoria, Scott si imbatte in tempeste, gli animali saranno morti, i cinque diventano quattro, si arrendono in una tenda a poche miglia dalla costruzione che conservava viveri, predisposta da Scott nella prima spedizione, ma questo loro non lo sapevano. Dei quattro ne rimangono tre: sacrificio estremo per permettere la sopravvivenza degli altri. Inutile! La lucidità deve essere venuta meno: avrà retto la tenda alla forza di quei venti che sembrava volerla strappare?
Il loro rifugio si trasforma nella loro tomba, i loro corpi verranno ritrovati anni dopo. La sconfitta dell’uomo sulla natura, l’impossibilità dovuta ad errori umani e alle condizioni atmosferiche.

la competizione….ilnostro Amundsen non insegue l’avversario Scott già sulle orme di Shackleton, un altro esploratore che aveva in passato tentato l’impresa senza successo, ma decide di seguire una rotta diversa.
Per questo giunge alla Baia delle balene lungo la barriera di Ross e qui pianta il campo base. Il percorso è più lungo e sconosciuto rispetto a quello intrapreso da Scott, ma dalla sua Amundsen ha l’intuizione di scegliere i giusti mezzi: slitte trainate da cani rispetto ai poni e alle slitte a motore dell’avversario.
Proprio questo si rivelerà determinante per la riuscita dell’impresa. Dopo un primo tentativo fallito, con metà della squadra a rischio congelamento colpiti da una tempesta di neve, il nostro eroe si prende la rivincita sulla sfortuna il 19 ottobre 1911 , Parte con 5 uomini , slitte e 52 cani
In un mese attraversa la baia di Ross e arriva al Plateau, qui pianta la tenda per riprendere le energie. Fuori un bianco accecante, tempesta e neve, all’interno niente viveri, uomini e cani affamati, che fare?
C’è solo un modo , la decisione unanime. 24 cani vengono uccisi per permettere a uomini e cani superstiti di sopravvivere. La tempesta cessa, il 14 dicembre 1911 il gruppo arriva al polo sud, 35 giorni in anticipo su Scott.
Lascia una slitta, una bandiera ed una lettera dove rivendica l’impresa.
3000 km, 16 cani, dolore e fatica, 5 uomini: la soddisfazione di essere primo, di aver calpestato la terra che molti hanno sognato, altri tracciato le insenature, ma irraggiungibile tranne che per il norvegese.

Un destino in comune Scott trovò la morte nel bianco del polo sud, Amundsen cercando di aiutare l’amico Nobile spari nelle nevi del polo nord con il suo aereo, riposano entrambi nei ghiacci, scopo unico di una vita, forse quello che hanno sempre voluto, perdersi per sempre in questo infinito.
….28 marzo 1912
I viveri sono finiti da giorni, la tempesta non si placa, la situazione sta peggiorando, non è possibile che qualcuno giunga in pieno inverno af aiutarci e noi ormai mezzo congelati non possiamo lasciare il rifugio, siamo rimasti in tre, lascio il mio diario ai posteri.
“Fossimo sopravvissuti avrei avuto una storia da raccontare….”
Dal diario ritrovato di Robert F. Scott

Fonti enciclopediche
Immagine dal web

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