L’ABBAZIA di MONTICCHIO in LUCANIA

grotta di S. Michele2 - Monticchio

 

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Uno splendido diamante in un serto di smeraldi. Così appare L’Abbazia di Monticchio. Bianca, imponente, elegante, incastonata nella parete del Monte Vulture, sovrasta due stupefacenti laghi, bocche di un antichissimo vulcano .

Immerso in uno scenario spettacolare,  come sospeso sopra un costone di roccia che si affaccia su uno di quei laghetti, il piccolo, ed in una atmosfera di pace ed assoluta tranquillità, questo gioiello di architettura lucano-bizantino-normanna, ha richiamato  da sempre visitatori da ogni parte della penisola. In esso si fondono, con mirabile armonia, elementi religiosi e culturali in cui storia leggenda e tradizioni si amalgamano perfettamente.

Alle vicissitudini indigene si alternarono, e spesso si fusero, quelle dei conquistatori, molti dei quali, come Longobardi, Bizantini, Normanni, vi lasciarono incancellabili impronte, resti di passate civiltà e differenti culture.

Anfratti e grotte, che screpolano la collina e la campagna, furono ricetto per trogloditi ed eremiti, prescritti e perseguitati politici e religiosi, muti testimoni del succedersi di genti e vicende politiche storiche e religiose.

Fra i tanti,  eremiti e fuggiaschi, ne ricordiamo alcuni: San Vitale, tenace assertore  del culto di San Michele Arcangelo, i monaci basiliani, primitivi monaci della chiesa greco-ortodossa, ferocemente perseguitata da papa Leone III,

In principio, grotte e nicchie, e in particolare la nicchia bizantina eretta dai monaci basiliani, ospitarono il culto di San Michele Arcangelo e coloro i quali ve lo avevano introdotto;successivamente, richiamati dalla topografia dei luoghi, che si prestavano ad ospitare eremi e conventi, monaci di altri ordini vi arrivarono per gradi.

I Normanni, più di altri popoli, scrissero in questa regione un capitolo molto importante della loro storia. Artefice fu quel Roberto Guiscardo, riconosciuto  da papa NicolòII, Duca di Puglia, Calabria e Sicilia che scacciò i Bizantini dall’Italia.

Fu proprio di quel periodo la costruzione principale del complesso e la consacrazione ufficiale col nome di Abbazia  di San Michele Arcangelo da parte del pontefice Nicolò II in viaggio a Roma, in occasione del Concilio del 1059.

Risalente  intorno all’VIII secolo d.C.,  la struttura originaria poggia su una grotta scavata nel tufo ed abitata da monaci basiliani, nei pressi della quale sono stati ritrovati ex-voto risalenti al IV-III secolo a.C.;  occupata  prima dai benedettini,  passò intorno al 145o ai monaci cappuccini , che vi fondarono anche  una ben fornita biblioteca, e infine, intorno al 1780, passò all’ordine militare costantiniano.

Benedettini, cappuccini e monaci di ordini minori, ora protetti ora osteggiati, in un carosello di abbandoni e ritorni, trascinarono le vicende fino alla soglia del XVIII secolo. Solo intorno al 1780, per opera e merito dei monaci cappuccini e in particolare del priore, frà Michelangelo d Rionero, l’Abbazia venne ristrutturata ed ampliata così come la conosciamo noi.  A più piani, una chiesa risalente al settecento, la cappella e   la Grotta dell’Angelo, dedicata a S. Michele e con affreschi risalenti alla metà del XI secolo,  il convento  fu prima luogo scelto dai monaci basiliani, come si è già detto, per il cenobio eremitico per poi  diventare rifugio dei monaci benedettini della sottostante Abbazia di Sant’Ippolito a seguito del terremoto del 1456.

 

 

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