“Forte come un filo d’erba” di Perrone Adriano- RECENSIONE di Maria Pace

 

 

 

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Forte come un filo d’erba! Ma perché questo titolo, mi sono chiesta nel prendere  in mano questo libro. Quale messaggio l’autore  ha voluto affidare a questo titolo.

E’ un bel titolo, ma che cosa c’entra  con questa storia? Questa è la storia di un uomo che emerge da uno stato profondo di incoscienza, con soltanto frammenti di immagini e di una stradina cosparsa di fili d’erba.

Il libro è scritto bene. E’ un invito alla lettura: lo stile è immediato, efficace, assenza di luoghi comuni e la lettura prosegue scorrevole. Ma ecco che il messaggio arriva.  Arriva dirompente. Arriva come un tuono e ti sconvolge  l’animo e comprendi  che quel titolo  e  quelle parole, “forte come un filo d’erba”, nonostante le tinte drammatiche della narrazione,  sono un grido di speranza e di fede.

Forte come un filo d’erba” non è un libro facile da commentare o recensire, perchè non è un libro comune, ma una riflessione  sul significato della vita e nessun commento riuscirebbe a coglierne il significato profondo…  solo una attenta, personale lettura.

Questa è la storia di Roberto, un uomo di quarant’ anni circa che si sveglia un giorno dal coma, ritrovandosi senza passato.

“So di avere qualche specie di ricordo terribile ma è  ben sepolto dentro di me…  e  ti svegli un bel mattino completamente paralizzato, di corsa all’ospedale e con quasi quarant’anni da spiegare al mondo…”

Poi un mattino, un profumo di ciclamino  e lei compare, dolcissima e bella, nonostante il Destino  Beffardo e la voglia di morire, ma senza avere neppure la forza di ammazzarti.

Lei lo fa star bene, perché “ci sono persone al mondo, persone che ti migliorano, –  dice l’autore-  Non so. Non so bene come funziona. Non so quale strano meccanismo mettano in moto… Arrivano, sorridono dicono qualcosa… anche solo una parola… per qualche strano motivo quella persona ti ha reso migliore..”

Poi i ricordi tornano… tornano con un ” un passato da dimenticar, ma senza un futuro da sperare…” e il rimpiantosi non essere morto si fa vivo.

Ma non posso proseguire; non posso svelare ciò che accadrà a quest’uomo: è compito del lettore  lasciarsi emozionare da questa storia sconvolgente… è compito del lettore scoprire la forza che  spingerà quest’uomo ad andare avanti,  che è la stessa forza immensa dell’erba che spunta dal cemento.

“L’erba ha spaccato il cemento e il catrame come tanti piccoli martelli pneumatici… La forza di un filo d’erba è impressionante”

Ed ecco il messaggio, forte, tenace, fragoroso: la speranza.

“Forse un filo d’erba  mi sta dicendo di essere forte e di spaccare il catrame che adesso mi copre…

Pian piano, meticolosamente e con costante pazienza.

Un colpo oggi, un altro domani.

Non sarà oggi… non sarà domani… ma un giorno spunterà la luce perchè avrò rotto tutto il catrame del dolore, dell’indifferenza, della solitudine. sì, voglio crederlo.

Voglio credere che Colui che ha progettato  il filo d’erba abbia pensato anche a me!

Queste parole mi hanno riportato alla mente l’insegnamento di un Saggio antico che spiegava al figlio la misericordia divina: Thot  e Horo, diceva, si incaricano di chiudere ogni notte il calice di un loto e ogni giorno di riaprirlo alla vita, come dubitare che Dio non si occupi amorevolmente dell’uomo, la sua creatura preferita?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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“Viaggio nel sistema solare” di Romina Gotti e Valeria Bealtaine

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Spazio..immenso nero puntinato di pianeti gassosi e solidi, satelliti che ti seguono in abbracci orbitali come sentinelle, anelli di rocce, buchi neri, galassie, nebulose, asteroidi, comete, stelle, nane rosse, spazio che si dilata e che allontana i corpi sempre di più fino a quando?
Con tutto questo infinito andare la luce ci rimanda l’astro com’era in passato, perché nel frattempo chissà cos’è successo!
E noi? Nell’ultimo braccio della galassia Via Lattea c.è un piccolo sistema solare, la nostra stella il sole appunto e in orbite vicine e lontane otto pianeti con i loro satelliti, e’ la forza di gravità a permettere i moti planetari. Otto pianeti, quattro rocciosi quattro gassosi Mercurio, Venere, Terra, Marte, Giove, Saturno, Urano e Nettuno. Una fascia di asteroidi tra Marte e Giove, che è un filtro per il nostro sistema solare visto le sue dimensioni e la sua forza di gravità. E tanti satelliti a tener compagnia ai pianeti nel loro monotono ed eterno ruotare, ruotare intorno al proprio asse, ruotare sulla propria orbita ciclica intorno al Sole.
Cinque miliardi di anni fa nebulose di gas si solidificano e attrazioni gravitazionali formano i pianeti, e la Terra, posizione adatta alla vita umana né troppo vicino né troppo lontano dal calore che è vita. Uno scontro tra la terra e un altro pianeta in un abbraccio distruttivo che crea la luna che lentamente si allontana dalla Terra e che continua ad allontanarsi. Impatti che solo la fantasia e Hollywood ci possono mostrare ma che hanno segnato l’inizio di tutto e forse segneranno la fine. Frammenti figli di impatti cosmici si amalgamano si attraggono, azoto, ferro, ossigeno in 12760 km di diametro, la vita…..la Terra scaldata dal Dio sole venerato dalla notte dei tempi. Davanti a noi il Sole. Ovviamente ci teniamo a una distanza di sicurezza, le temperature lì non scherzano! Dalla nostra visuale nient’altro che fuoco! Luce bianca! Il sole, stella mater del nostro sistema planetario, è una massa sferica che ruota su se stessa composta di plasma incandescente e gas. Il diametro 1’391’400 km. La sua massa, da sola, compone il 99,9% della massa complessiva del sistema solare, la più imponente, tutto il resto gravita intorno. Cos’è per noi terrestri il sole, cosa rappresenta questa immensa massa infuocata? Una risposta: la vita. Grazie alla sua energia nella Terra le condizioni sono state favorevoli allo sviluppo vitale, iniziando dai batteri primordiali. Che altro? Ciò che esso rappresenta e i fenomeni a esso legati, percepiti sulla Terra. Il sole è il nostro modello ideale di perfezione. La sua forma sferica e luminosa, il cerchio, è sempre stata associata alla completezza, alla purezza, alla bellezza e all’infinito.
Tutti i popoli  hanno un culto riservato al Dio Sole. E’ la guida, eterna, pura, incorruttibile. E’ la manifestazione visibile e tangibile della luce, che ogni giorno ci richiama alla vita. La luce prodotta è neutra, cromaticamente fredda. Ma come si struttura la nostra nana gialla? Tutto ebbe origine cinque miliardi di anni fa in seguito all’esplosione di una o più supernove nel braccio di Orione…la porzione di spazio galattico dove ci troviamo….. Il sole si formò. La sua massa è frazionata in un 75% circa di idrogeno e il restante 25% circa di elio. La temperatura superficiale è di circa 5’504°C, innarrivabile per qualsivoglia tecnologia umana! Il fulcro è il nucleo solare, una fornace dove gli atomi di idrogeno che normalmente si respingerebbero, avendo carica positiva, fluttuano a una velocità così elevata da fondersi insieme nel momento dello scontro. Si origina un nuovo elemento, l’elio. 15’000’000 °C, il plasma è denso e ostacola la fuoriuscita di fotoni che prima di farcela a passare oltre la zona radiativa vengono assorbiti dall’elio e dall’idrogeno e riimmessi milioni di volte in una sorta di danza caotica a zig zag, in gergo il “cammino casuale” dei fotoni. Un fotone può impiegare migliaia di anni per uscire da qui..! Quando la luce arriva da noi esiste già da molto tempo! Ci troviamo successivamente nella zona convettiva, zona di passaggio, ciò che giunge qui raggiunge più agilmente la superficie solare, la materia si fa sempre meno densa, è composta da idrogeno e gas. La zona più importante è la corona che brucia a circa 1’000’000 °C, si propaga nello spazio; in essa si formano talvolta degli “archi”, dei tubi di flusso magnetico che si alzano dalla superficie del sole e trasportano plasma, alcuni sono enormi! Immaginate la massa dell’Everest che dall’astro di espande verso lo spazio buio!…….come pure le “macchie” solari…crateri di plasma….
Oltre a tutti questi fenomeni affascinanti, i venti solari. I fotoni che finalmente hanno raggiunto la superficie del sole cominciano il loro percorso nell’immensità cosmica! Rimangono collegati all’astro quindi portano con essi il campo magnetico, creando delle linee che curvano su se stesse e danno origine a spirali… Fino ad arrivare, 8-10 giorni più tardi, sulla Terra, dove sono confinati nella magnetosfera che ci fa da scudo. Menomale. I fotoni giunti eccitano gli elementi della nostra magnetosfera, verde, rosso, l’ossigeno, rosa, blu, violetto, l’azoto! Ha origine un’aurora! Il sole fulcro di tutto, raggi di luce protesa verso l’ignoto. Attorno i pianeti, come figli con caratteristiche e storie diverse. Siamo anche noi i pianeti? Con una divinità generatrice che ha ispirato la nostra etica, mutata nei secoli, in base al buon senso degli uomini, o, a volte, in base all’interesse personale,,,,, Ci allontaniamo dal sole, usciamo dall.impossibile calore e dal vento solare direzione Mercurio, ci avvicineremo al pianeta più piccolo e più vicino 57’910’000 km dall.astro
Fonti enciclopediche Immagine tratta del web

“L’odore della muffa” di Lia Jonescu – INCIPIT

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Capitolo I

Roma 1970

Il cortile era grandissimo, composto da un ampio e alto androne delimitato all’ingresso da un grosso cancello di ferro lavorato a lance.

Sulla parete sinistra, accanto a una colonna con busto acefalo d’epoca imperiale, c’era una porticina che portava direttamente nei sotterranei di quel pezzo di Roma antica dove insieme ai topi si potevano trovare i più svariati tesori d’arte.

Superato l’androne, ci si trovava in un largo spazio trasformato in giardino, con i sarcofaghi romani nei quali erano state piantate delle ortensie che, per essere state ripetutamente annaffiate con il solfato di rame, avevano assunto un colore blu tanto intenso da sembrare innaturale.

Sullo sfondo una fontana a parete alta sei o sette metri con rappresentata la nascita di Venere di scuola Berniniana: Venere era adagiata su una conchiglia sorretta da due mostruose cariatidi. La cancellata che delimitava la grande vasca muschiata era in stato di totale deterioramento e l’acqua stagnante emanava un odore talmente nauseabondo che faceva pensare a qualche cosa di morto.

Sulla parete destra della fontana c’era un piccolo arco che apriva un passaggio di circa un metro pavimentato con una lastra di marmo che, a causa dell’umidità costante, era sdrucciolevole e nei giorni più freddi addirittura ghiacciata: per non scivolare bisognava reggersi con una mano al muro e con l’altra alla ringhiera.

Da questo passaggio si arrivava su un piccolo ballatoio e da qui a un portoncino dietro al quale salivano delle ripidissime scale che portavano dentro la casa cinquecentesca, probabilmente mai più restaurata dopo la collocazione della fontana.

“DUNE ROSSE” vol. I° di Maria Pace – INCIPIT

 

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Il forte interesse e la grande ammirazione verso tutto ciò che era Orientale, creò nel XIX° secolo uno dei capitoli più complessi della storia intellettuale europea.

Si trattò di un fenomeno assai diffuso a causa dello spiccato interesse per tutto quanto fosse orientale e per alcune caratteristiche in particolare: l’arte, la falconeria, i divertimenti (soprattutto danza del ventre).

Si giunse perfino a deporre l’abito europeo per preferire quello orientale. Molte personalità lo fecero: il pittore David, l’archeologo Belzoni, l’avventuriero Laurence d’Arabia, per citarne solo alcuni.

Si trascurarono, però, alcuni degli aspetti fondamentali di quella cultura; a volte si finì anche per ironizzarne.

Mancò spesso il rispetto per una cultura considerata piuttosto folkloristica e quel che è peggio, si trascurò la condizione assai precaria che la donna ricopriva in quella società.

Ossessione per una terra ed una cultura che, in fondo, non si conosceva affatto, ma che spinse tanti europei a travestirsi da arabi…

Nelle vicende narrate in questa che è una saga tribale, non si incontreranno solo figure storiche realmente esistite, ma anche personaggi partoriti dalla fantasia, perché il tema é:

AMORE e PASSIONE – AVVENTURA e AZIONE – STORIA e MITO

 

CAPITOLO   I     – Jasmine

“Per maturare i suoi frutti, la palma deve avere i piedi nell’acqua e la testa nel fuoco”   (proverbio arabo)

Alcanna . Con questo termine gli Arabi indicano sia il giardino che il Paradiso.

Il Sultano del Qatar s’era fatto costruire sulla parte più alta della collina su cui si stendeva la città di Doha, una cittadella fortificata di mirabile struttura architettonica che aveva voluto chiamare Ambra, cioè, Palazzo-Rosso. Un vero Paradiso: padiglioni ombreggiati, pareti meravigliosamente intagliate, selve di colonne svettanti verso il cielo e sulla facciata centrale, un muro di cristallo con tanti fori quante sono le ore in cui il 7sole, entrando, permetteva di leggere il tempo a grandi distanze.

Erano i giardini, però, la gloria di quel palazzo: fontane zampillanti e profumi di piante e fiori che facevano dimenticare il mondo arido fuori le mura.

Dall’alto di una terrazza, nella parte più interna del palazzo, una ragazza sostava all’ombra di una colonna. Seduta sul bordo di una vasca che ospitava ninfee e loti, guardava oltre la siepe della balaustra rossa di bacche carnose e verde di foglie rigogliose. Guardava i tetti delle case, i pinnacoli dei minareti, le strade.

Diciassette o diciotto anni, era snella ed armoniosa nei tratti del corpo che si indovinavano sotto la veste di broccato che lei stessa aveva intessuto nelle lunghe ore della giornata. Ogni tanto si girava a guardare verso l’interno, come in attesa di qualcuno, poi tornava a riassettarsi con gesto grazioso la candida camicia e i larghi calzoni di leggerissima seta impreziositi da un corsetto ricamato ed annodato sul seno; una cintura dorata e morbide babbucce, anche queste dorate, completavano il suo abbigliamento.

La figura era delicata come un fiore cresciuto in serra e gli straordinari occhi verdi erano pieni di splendore, nutriti di sogni e fantasie. Dolci ed allungati verso le tempie, rivelavano innata curiosità e sensibilità; il candido jasmac di finissima mussola che le copriva il volto li faceva risaltare come due puri smeraldi.

“LE DEE del MIELE” di Emma Fenu – INCIPIT

 

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Incipit d mio romanzo: “Le dee del Miele”.

Santa Ausanna è la mamma di Sant’Anna, Sant’Anna è la mamma di nostra Signora…

Profumo di pomodori e salsedine, linguaggio di una terra talvolta generosa, dea dal grembo fecondo e gravido di sole, che sfama i suoi figli.
Seduta su una sedia impagliata, sotto il porticato di canne antistante alla casupola, Caterina si accarezzava la rotondità del ventre, agitando, con l’altra mano, un ventaglio di broccato logoro, mentre disegnava nel nulla piccoli cerchi invisibili con la punta dell’alluce. Aveva diciassette anni, un viso tondo dalle gote infantili e due seni gonfi da donna con una bambina ancora da svezzare e un primogenito di cui ricordare solo il primo, flebile, vagito.
Ma questo, che ora scalciava deciso, sarebbe vissuto. Sarebbe nato e cresciuto forte, bello e onesto. E maschio: lei lo sapeva.
[…]

Santa Ausanna è la mamma di Sant’Anna, Sant’Anna è la mamma di nostra Signora…

Il sole cedeva al tramonto tingendo di rosso i contorni delle piante. Rosso sangue. Suo marito non era ancora rientrato a casa dopo il faticoso lavoro e, nell’aria densa di echi misteriosi, Caterina ripeteva la formula arcana, cercando un segno che potesse fugare la propria paura.

Santa Ausanna è la mamma di Sant’Anna, Sant’Anna è la mamma di nostra Signora…

Ed eccole, le figlie di Nosoccunudda , camminare a passo veloce, come rane saltellanti, per raggiungere la dimora in cui erano nate e non volevano morire, portando in equilibrio, sulle rispettive teste more, due cesti contenenti i panni lavati alla fontana comune.
«Mi chiede in sposa, Nuccia, me lo ha detto ieri, quando gli ho portato l’acqua, solo a lui, passando come un’ape regina fra gli altri braccianti assetati an-che di corpi femminili.»
Ora Caterina sapeva. Le Madri eterne, se pur donne come lei, le avevano concesso una ennesima carezza: secondo una tradizione tramandata per secoli, se si restava ad ascoltare, dopo aver formulato il sacro rituale, si sarebbe avuta risposta al proprio quesito direttamente dalle parole, inconsapevoli, del primo passante.
Suo marito, dunque, sarebbe riapparso incolume, nonostante le minacce di morte ricevute, nei giorni precedenti, dal proprietario del podere confinante.
Anche stasera avrebbero cenato occhi negli occhi, sorbendo un minestrone sempre diverso, che seguiva il ciclo delle stagioni e degli umori, e sarebbero, infine, sprofondati nel sonno tenendosi per mano, dopo essersi amati teneramente.
«Eccomi, ho fatto tardi oggi» disse Pietro, varcando con incedere fiero l’ingresso privo di ostacoli: la porta, per far circolare aria e mitigare la calura, era già aperta.
«So tutto» replicò Caterina, e versò nel piatto due mestolate odorose di fatica e speranza.

Tratto da Emma Fenu, “Le dee del miele”, Milena Edizioni, 2016
Illustrazione: Nicoletta Ceccoli
Foto di copertina: Francesca Guerrini

“E VIDE LA LUCE” di Roberto Tedesco – INCIPIT

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PROLOGO

In un piccolo paese friulano, circondato da distese immense di campi fertili, da fiumi silenti d’acqua pura, da monti innevati interposti da creste e valichi, nacquero nello stesso giorno due splendide creature: Matteo ed Emanuele. L’eccezionale evento fu annunciato alla gente da un trio armonioso di campane. Era il mese di maggio del ’45, il mese in cui fu firmata la resa incondizionata dei tedeschi in Europa. In quell’edenico ambiente, i contadini seminavano e mietevano nei loro campi in armonia con la natura, i soli momenti che scuotevano il loro tran tran erano le nascite e le morti…

“AGAR” di Maria Pace… brano

 

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Ultimato il carico di legname, la nave salpò dal porto di Ugarit assieme ad uno stormo di gabbiani; le loro ali spiegate vibravano nell’aria per scuotersi di dosso la rugiada notturna.

Appoggiata alla murata guardavo la collina del Capo del Cedro. La guardavo con occhi eccitati dalle prime luci del giorno, ma anche commossi, per averla, mia madre, guardata lei pure un giorno lontano con gli stessi occhi di ragazza, mentre la lasciava per andare in terra straniera. La mia ombra, proiettata indietro dalla luce del primo mattino, strisciava sopra corde, sartie, tavole, remi ed aste e d’un tratto si fuse a quella di un’altra persona, che riconobbi subito, prima ancora che fosse vicina. Nei miei occhi e sul mio volto, fu un muto adunarsi di turba-menti.

“Occhi Radiosi.” salutò il principe Hiram, tendendo la mano. Io gli por-si la mia. Le nostre dita s’intrecciarono e accesero nel mio cuore una sinfonia di sensazioni.

Hiram mi condusse all’ombra del cassone del boccaporto, lontano da sguardi indiscreti. Le sue labbra cercarono le mie e nell’alzare lo sguardo su di lui, mi parve di vedere faville crepitargli negli occhi.

Rimasi incantata a guardare la sensualità stupenda di quello sguardo e quel sorriso che le labbra gli disegnavano sul volto. Trattenni il respiro, per meglio assaporare l’acuta frenesia della mia pelle fusa con la sua.

La diversità del suo corpo rivelava al mio emozioni che ancora non conoscevo, che si affacciavano alla coscienza e raggiungevano le profondità più recondite del mio essere. Era qualcosa di inquieto e frenetico e il mio spirito era ancora intatto per identificarle con il desiderio della carne. Era, però, qualcosa che coinvolgeva il pudore. Era quell’indizio di presa di consapevolezza, quella facoltà dell’animo, che fa scaturire dal più profondo dello spirito la prima percezione della sensualità. Propria di una donna alle sue prime esperienze intime. Restammo abbracciati, aspettando che quello smarrimento andasse dissolvendosi; alti, sopra di noi, due gabbiani si rincorrevano in un gioco simile al nostro e le dune del mare, impetuoso in quel tratto, si muovevano in sintonia.