UN CAMMINO ARDUO, TRA SOGNO E REALTÀ –Racconto tratto dalla biografia di Roberto Tedesco – BRANO

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UN CAMMINO ARDUO, TRA SOGNO E REALTÀ –Racconto tratto dalla biografia di Roberto Tedesco

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La stalla

La nostra stalla conteneva più di venti esemplari tra vacche, buoi e vitelli. Il nonno era affezionato a ognuno di essi e li accudiva mattina e sera, chiamandoli col nome che a ciascuno aveva attribuito. Un anno, forse perché bisestile, la sfortuna si accanì contro la mia famiglia. Successe che una parte delle bestie si ammalò di afta epizootica. Per evitare la diffusione del virus, la stalla fu messa in isolamento, così pure tutti i membri della famiglia, perciò nessuno poteva uscire da casa per non essere causa di contagio. Per quaranta giorni, quindi, dovemmo vivere con le sole scorte di cibo che avevamo da parte e le verdure dell’orto. Le bestie furono messe sotto terapia intensiva, controllate da un veterinario due volte la settimana per evitare che si ammalassero fino al punto d’essere costretti ad abbatterle. Una simile evenienza, infatti, sarebbe stata una tragedia immane, che andava oltre il danno economico. Per me fu un periodo di spensieratezza totale: niente scuola, niente lavoro, niente di niente per l’appunto. Insomma, cosa insolita, potevo impiegare il mio tempo come volevo. Il resto della famiglia viveva come fosse inverno, ossia come quando i raccolti sono stati mietuti, i campi dissodati e la natura riposa. L’incombenza maggiore che avevo era l’aggiornamento scolastico, ma a questo provvedeva una mia compagna di classe. Lei, a una certa ora del pomeriggio, passando attraverso gli orti si presentava davanti alla recinzione di casa mia con il quaderno dei compiti stretto sul petto. La prima volta che venne, capii che aveva qualche timore ad avvicinarsi e allora le domandai: «Hai forse paura del contagio?». «Un po’» mi rispose. «Non temere» le dissi «la malattia non contagia gli esseri umani.» Sentendosi rassicurata, raggiungemmo assieme il nostro orto poco distante, poi ci mettemmo seduti sulla riva che divideva la nostra proprietà da quella contigua. Eravamo quasi alla fine del terzo trimestre, quello in cui si cerca di mettere a posto il voto delle materie incerte. Messasi comoda, aprì il suo quaderno e cominciò a spiegarmi la lezione del giorno. Come la spiegava lei era delizioso ascoltarla, molto meglio che sentirla in classe dal maestro. Appena ebbe finito, e accertatasi che l’avessi assimilata, si alzò, raccolse le sue cose e poi si avviò verso casa sua. Io la accompagnai fino alla recinzione e poi mi congedai con un «ciao a domani». Era diventato un appuntamento fisso molto atteso, non tanto per la lezione in sé, quanto per l’emozione che la sua presenza suscitava in me. Eppure in classe non mi ero accorto della sua presenza. Anche lei mostrava attenzione nei miei confronti. Inizialmente i nostri incontri erano solo di studio, di tanto in tanto una battuta divertente alleggeriva l’impegno. Un giorno, però, si presentò all’incontro straripante di vitalità. Al suo arrivo mi chiese: «Roberto, ti andrebbe di correre nella vigna?». «Perché no?» le risposi, mentre una fiammata di calore mi arrossava le guance per l’inatteso invito. Non avevo idea di cos’avesse in mente, ma mi piaceva tanto assecondarla. Era il mese di maggio, periodo in cui le rose del nostro giardino erano appena sbocciate. Andammo a correre nella vigna appena dietro casa, un vigneto ricco di lunghi filari di viti verdeggianti. Lei si tolse i sandali e a piedi nudi cominciò a correre sull’erba appena falciata. Vedendola volteggiare felicemente, cominciai a rincorrerla e, quando la acciuffavo, stramazzavamo a terra divertiti. Il gioco andò avanti finché lei si sentì stanca. Per riposarsi trovò posto dietro un terrapieno, dove la trovai seduta ansimante e accaldata, con la testa rivolta all’insù. Mi avvicinai, fingendo d’essere stremato quanto lei, e ne approfittai per sedermi al suo fianco. Dalla mia posizione, potevo ammirare il suo bel viso, rosso per lo sforzo e madido di sudore, il suo fisico longilineo e il piccolo seno, che le affiorava dal petto. Quando si accorse che la stavo osservando, mi sorrise amabilmente e poi mi chiese: «Come mi trovi?». «Bellissima» le dissi senza esitare, mentre un brivido di freddo mi lambiva la fronte. Poi, guardandosi in giro con circospezione, aggiunse: «Credi che il mio seno cresca bene?» E, mentre lo diceva, inarcò orgogliosamente il petto per farmelo vedere meglio. «Certamente sì, sta sbocciando come una rosa.» All’improvviso mi rivolse una domanda che, lì per lì, mi lasciò basito: «Hai mai baciato una bambina?». Seguì un attimo di silenzio, poi, nascondendo il mio stupore, ammisi candidamente: «No, non mi è mai capitato, ma mi piacerebbe provare.» E lei di rimando: «Anche a me!». Sinceramente, non mi aspettavo una risposta così invitante perciò, indugiando un po’, mi avvicinai a lei, chiusi gli occhi, appoggiai le mie labbra lentamente sulle sue, mentre il cuore cominciò a battere come non l’avevo mai sentito prima. Fu un bacio innocente, il primo per entrambi, di quelli che inteneriscono il cuore piuttosto che turbarlo, e proprio per questo molto dolce. Dopo il bacio, lei raccolse da terra i suoi sandali, il quaderno dei compiti e poi si avviò frettolosamente verso casa ancora scalza. Quando si girò per salutarmi, sul suo volto lessi la gioia che le aveva procurato quel furtivo bacio. Anch’io ero felice, tanto da accorgermi, negli incontri successivi, che dentro di me era sbocciato un nuovo sentimento che mi sarebbe piaciuto coltivare, se la quarantena non fosse finita.

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