“Come l’arcobaleno tra una criniera” di Paola Iotti

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A un certo punto, quello che inizialmente sembrò costituire un problema e un inconveniente sventurato, si rivelò occasione per accrescere il legame con il partner nitrente e scoprire aspetti nuovi e imprevedibili della realtà.

Non è quando tutto scorre come deve che appare l’arte! Un altro segreto bisbigliatole dal saggio amico.

Un giorno una ragazza del maneggio, osservandola intenta nelle operazioni di cura quotidiane, ammise con sincerità che non sarebbe riuscita a comportarsi come lei se fosse stata al suo posto: sosteneva di amare il proprio cavallo ma che recarsi da lui doveva rappresentare solo uno svago e un passatempo.

«Non sopporterei di trovarmi costretta nel ruolo di infermiera per un animale malato: già si corre e si fatica al lavoro e a casa, doverlo fare pure qui assorbirebbe troppe energie, vanificando il divertimento e trasformandolo in un obbligo intollerabile».

Afferrò il concetto esternato ma sul momento non fu capace di replicare. Era lenta nel ribattere ma non perché non sapesse parlare: impiegava un certo lasso a elaborare le risposte perché doveva concretizzare in parole quello che sentiva e operava in “automatico”.

Aveva bisogno di fermarsi e concentrarsi: come quando si focalizza l’attenzione sul respiro, sull’aria inalata ed espirata attraverso le narici.

Non si sta a pensare ogni volta che l’azione è necessaria, che l’ossigeno serve perché l’organismo svolga questa o quella funzione. Si fa perché senz’aria il corpo muore e la vita finisce. Ma lo si dà per scontato, compiendolo senza riflettere.

Senza nemmeno accorgersene.

Andare tutti i giorni alle scuderie era faticoso e implicava sacrifici perché costretta a dividere il tempo disponibile tra molteplici impegni, incastrando ogni incombenza, declinando spesso qualcosa. Ma non si trattava di rinunce bensì di lucide scelte.

Era un disagio non uscire in passeggiata e non partecipare alle lezioni.

Aveva preso il cavallo per montarlo e non per compagnia, altrimenti si sarebbe procurata un gatto.

Se ambiva ad assistere animali in difficoltà, avrebbe fatto la volontaria in un rifugio per cani o felini abbandonati.

E, se nel periodo libero voleva intraprendere mansioni da infermiera, si sarebbe iscritta a un corso gestito dalla Croce Rossa.

Era sicura che, fosse capitata tra le mani una bacchetta magica, l’avrebbe usata per ringiovanire di almeno dieci anni Stracciatella.

Interrogata tra eseguire un cataplasma al quadrupede e farsi una bella galoppata nei prati, avrebbe preferito indubbiamente l’ultima ipotesi. E’ chiaro.

Ma non disponeva di bacchette magiche e non poteva optare per una corsa con il grigio: riusciva soltanto a realizzare l’impacco. E quello faceva. Dandolo per scontato.

Come respirare per consentire al corpo di vivere.

 

La ragazza che aveva parlato possedeva una visuale ristretta, limitandosi a evidenziare solo un lato della situazione esaminata.

La parte decisamente più pesante e noiosa: quella in cui ci si sporcava le mani, si sudava, ci si muoveva al buio e al freddo o si correva anche sotto la pioggia, magari imprecando per la scomodità del contesto o lamentandosi per il fastidio provocato dagli insetti.

Quella persona non notava l’altra faccia della medaglia: l’aspetto nascosto, complicato da rilevare perché percepibile esclusivamente con gli occhi del cuore e dello spirito.

Non si rendeva conto che la malattia di Stracciatella stava insegnando qualcosa, costituendo una “via” per crescere e arricchirsi, rimuovendo dall’anima, come carta vetrata, le asperità di cui era incrostata, rendendola levigata e lieve.

Quando medicava il cavallo era pervasa dalla convinzione di aiutare un amico a stare meglio ma con la consapevolezza che le azioni positive svolte apportavano benessere anche a sé stessa: la concentrazione faceva dimenticare i piccoli malanni, ridimensionava i problemi, sfaldava le sciocchezze quotidiane.

Al termine si sentiva più leggera.

Come se la carta vetrata avesse levato ogni volta qualche grammo di zavorra.

Rientrava a casa serena.

Stanca, magari distrutta, ma soddisfatta.

L’aveva già scoperto con Orizzonte, non era una novità.

Il cambiamento stava nell’accorgersi di piccole magie di cui ignorava l’esistenza o meglio, che prima non era in grado di vedere.

 

Un giorno di fine estate arrivò al recinto di Stracciatella appena smesso di piovere.

Il temporale era stato violento e non era agevole e nemmeno piacevole camminare in mezzo al fango che risucchiava ogni passo, col rischio di scivolare e cadere.

Le nuvole apparivano stranissime nelle loro infinite sfumature di grigio: si erano aperte facendo filtrare i raggi del sole ormai prossimo al tramonto e si posizionavano sull’orizzonte, lasciando libera alla base una limpida striscia di cielo che assumeva tutte le gradazioni dell’arcobaleno.

Le nuance mutavano con rapidità sorprendente perché la luce, colpendo le nubi scure, si rifletteva sul panorama sottostante illuminandolo, dando vita a tonalità ed effetti incredibili che risaltavano sullo sfondo plumbeo.

Si fermò un istante, impressionata da tanta maestosa bellezza.

Il lato posto a oriente della staccionata era contornato da alberi di pioppo bianco le cui foglie chiare assorbivano quel riverbero particolare, acquisendo tutte le tinte giallo-rosate del sole al crepuscolo.

Oltre alla straordinaria varietà cromatica che produceva, la luce cangiante si manifestava densa e palpabile, trasformando il paesaggio conosciuto e abituale in un’entità magica e irreale.

Si ritrovò immersa in una luminosità rosa-aranciata e tutto accanto a lei prese questa colorazione che spiccava e contrastava con l’antracite delle nuvole: all’improvviso avvertì di farne parte, stupita della velocità con cui ogni oggetto cambiava di minuto in minuto. Ciascun elemento era senza dubbio sempre il medesimo ma, come spostava lo sguardo e vi ritornava dopo impercettibili secondi, appariva prodigiosamente alterato.

A un tratto provò la sensazione di situarsi all’interno di un quadro o di una cartolina, come quando si ammirano magnifici scorci nei depliant delle agenzie di viaggio e si desidera intensamente visitarli.

O sfogliando l’album di un fotografo famoso e si considera che certi ambienti sembrano talmente meravigliosi da apparire finti, quasi il frutto di speciali filtri fotografici e quindi artificiali.

In quel momento comprendeva di essere dentro all’istantanea: cosciente di stare in un dipinto e vivere quell’attimo.

Adesso.

Senza dover viaggiare, preparare valigie, salire su aerei… aveva raggiunto un luogo incantevole ed era felice di esserci in quel preciso battere di ciglia.

Magari gli uomini e le donne che quel velivolo l’avevano preso davvero non erano capaci di apprezzare i loro paradisi, lamentandosi dell’umidità, del caldo o di qualunque altro fattore. Avrebbero scattato foto, mostrandole orgogliose al rientro, senza però ricordare e cogliere nulla chiudendo gli occhi. Alcune nemmeno aprendoli.

Quel giorno, gli stivali sprofondati nel fango, le mani sporche di argilla, gli abiti inzaccherati, respirava rapita l’avvolgente energia tangibile, amorevolmente carezzata dall’atmosfera, sentendosi parte di quel Tutto assieme a Stracciatella.

 

Realizzò che, se non avesse dovuto curare il cavallo, non si sarebbe imbattuta in quella magia, rimanendo in città a correre dietro al nulla, fagocitata da gesti che non avrebbero lasciato il segno, senza accorgersi di quel cielo, dei colori, delle nubi, parzialmente o totalmente coperti dal cemento degli edifici.

Intese che quel momento valeva più di cento salti e mille galoppate con il suo compagno.

Parlò al grigio.

«Che fortuna abbiamo avuto ad assistere insieme a questo fenomeno!

Credo sia uno straordinario privilegio contemplare effetti così fatati: non tutti ne hanno l’opportunità. Ora abbiamo qualcosa in più da rammentare e di cui essere contenti.

Grazie per avermi regalato l’occasione: non fosse stato per te, me la sarei persa!».

Per Stracciatella era normale sentirsi parte del Tutto, non era insolito come per l’amica bipede, ma era lieto che se ne fosse accorta: condividere quella sensazione appagante lo rasserenava ulteriormente.

La malattia dell’animale aveva permesso tutto questo: gli altri vedevano solo corse, fatiche, disagi.

Lei si rendeva invece conto che il sudore e attività all’apparenza poco gratificanti la risvegliavano, diventando sensibile, elevata e affinando l’anima.

Come poteva spiegare tutto ciò alla ragazza del maneggio, condensando le percezioni in un’ unica frase per rispondere alla sua osservazione?

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