“DJOSER e lo Scettro di Anubi” di MARIA PACE – BRANO

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Il piccolo Mosè gli camminava davanti col passo a scatti di chi vuole farsi ascoltare, ma il pensiero del ragazzo era lontano. Cercava nella memoria “quella mano di donna” ornata del bracciale con la figura della dea Nekhbet. Seguitò così per un lungo tratto, camminando preceduto dal piccolo amico che pareva fargli strada, pronto ad allontanare i curiosi.

Di colpo la memoria gli diede uno strappo ed ogni cosa intorno a lui subì mutamenti. Gli pareva di non camminare più lungo il greto del fiume accecato di luce, ma di trovarsi immerso nella penombra sapiente di una stanza profumata di iris e incenso del Libano. Gli pareva che il tempo non appartenesse a se stesso e la percezione che in quel momento aveva di sé, era quella di un giovane sui venti o venticinque anni. Una visione della sua vita a quell’età. Era come “vedersi” in un episodio della sua vita a quell’età.

Non era  da solo. Con lui c’era una donna. Con sgomento capì che quelle immagini non appartenevano al futuro, ma al passato. Non appartenevano neppure al suo passato, ma a quello di quacuno con le sue stesse sembianze. Il giovane uomo della visione non era lui, anche se gli assomigliava in modo stupefacente.

Quando mai aveva posseduto o avrebbe potuto possedere vesti così preziose? Lo Shendit plissettato che il giovane della visione portava attorno ai fianchi era di finissimo lino dai fili ancora lucenti di tessitura e l’ampio shebiu appeso al collo, era un vero tesoro di lapislazzuli, ametiste, corniole e turchesi, tenuto insieme da una preziosissima maglia d’oro.

La donna che era con lui, distesa sul letto, era bellissima. La sua veste… la sua veste non era altrettanto preziosa. L’unica cosa preziosa che lei possedeva, era la straordinaria bellezza. Lui la trattava come la cosa più preziosa al mondo. La loro vicinanza era intima, come il loro abbraccio.

Djoser cominciò a provare disagio. Come quando da bambino guardava di nascosto uno di quegli affreschi erotici assieme a Sitki, l’amichetto d’infanzia. Il disagio prese a scorrere sempre più impetuoso dentro di lui, come un fiume in piena che rompe gli argini, poiché aveva finalmente intuito: quel giovane uomo era suo padre e quella donna, poco più di una ragazza, era sua madre. Quei due giovani erano i suoi genitori. Quelli carnali. Di fronte ai loro silenzi, si sentì sopraffatto; quasi venir meno. Non parlavano, ma la forza d’attrazione che fondeva i loro sguardi era una potenza. I movimenti dei loro corpi avvinghiati erano una lotta e una danza insieme.

Nonostante il disagio, Djoser si annullò all’interno di quella visione e si concesse il piacere di lasciarsi trascinare da quel flusso di sensazioni per sentire, una volta almeno, il sapore di un bacio dei suoi genitori. Fu un bacio sublime. Unico. Pieno di promesse e calore. La mano di sua madre, che si levava per accarezzare i capelli corti e dalle ciocche contorte di suo padre, accarezzò anche i suoi. Mise a fuoco la mente per assaporare quella carezza, sentire il calore di quella mano su di sè e lo sforzo riportò indietro il disagio. E fu allora, mentre la carezza gli scioglieva il cuore, che la vide: vide l’immagine di Nekhbet sul ciondolo appeso al bracciale che sua madre portava al polso. Ebbe un violento sussulto. Come se una folata del suo spirito inquieto e tormentato lo riportasse al presente.

“Mi stai a sentire? – la voce di Mosè era come un soffio di vento in mezzo alla bufera, leggero e debole – Ma che cos’hai? Sei pallido e sudato… E non mi pare proprio per il caldo. Hai visto un fantasma, ah,ah,ah!… Stavo dicendo… Ma mi ascolti?… Stavo dicendo che adesso so chi sei. Sei un mago! Uno di quelli che si esibiscono a corte o nelle piazze di Memfi. Sai trasformare un bastone in serpente?” domandò. Djoser scosse il capo; il gesto ridusse in frantumi la visione e i frammenti schizzarono via come uno stormo di uccelli attaccati dal cacciatore.

“Sai dare vita ai segni incisi su un papiro?”

Djoser continuò a non aprir bocca; i frammenti della visione si fecero sempre più pallidi.

“Saprai, almeno, infondere la vita in una statua usando la magia!”

Djoser continuava a tacere; della visione non c’era più che una nebbiolina dorata che correva verso le acque del fiume.

“Non sei un ladro, non sei un mago. Che cosa sei, dunque?”

(continua)

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