“L’acuto in contralto”di Sabrina Granotti -INCIPIT

 

13090404_1767900996774861_1872874188_nSabrina Granotti – “L’acuto in controcanto”

Capitolo primo

 

Com’erano ravvicinate quelle quattro mura! Solo lo specchio era enorme, ma non diminuiva affatto l’opprimente sensazione di claustrofobia che quel camerino tanto angusto provocava. Per aprire la porta occorreva spostare la sedia. L’intonaco era scrostato, c’era umidità, va bene che giova alla voce, però se ne ricavava l’impressione di essere un prigioniero in attesa di interrogatorio in un Paese o in un’epoca storica in cui non si andasse tanto per il sottile.

Le mancava il respiro, certo che questo era proprio un grosso guaio! Il diaframma rifiutava di contrarsi a dovere, la testa le girava e il terror panico si impadronì di lei come un nemico troppo potente, al quale fosse impossibile opporre alcuna resistenza. Forse avrebbe potuto cedere alla tentazione di una fuga repentina ed ingloriosa, ma le gambe erano paralizzate, un tremito le scuoteva tutto il corpo, aveva freddo anche se la fronte le si imperlava di sudore. Sono queste le sensazioni che prova un condannato a morte pochi istanti prima di affrontare il patibolo?

Si guardò in quel grande specchio impietoso. Era pallida, gli occhi spalancati deformavano la perfetta linea dell’eye-liner ottenuta dopo svariati tentativi, considerando le gravi difficoltà che le sue dita ghiacciate e malferme avevano incontrato anche nello svolgere questo banale compito quotidiano. Appoggiò le mani al tavolino, fissò la propria immagine, ordinandosi in modo perentorio di riprendere il controllò di sé. Respirò il più profondamente possibile, i polmoni si dilatarono, l’ossigeno le fece un effetto quasi inebriante. Un po’ di colore tornò sulle sue guance, le gambe si fecero un po’ meno di legno… ma il suo tentativo di padroneggiarsi tornò al punto zero quando fu interrotto da un doppio “toc -toc” sulla porta e da una voce nasale che chiamava il suo nome con tono piatto e monotono.

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