miti nordici – Idunn, dea della giovinezza

 

Neppure la bionda Idunn, dea del  pantheon nordico, si è salvata dalla penna e dal  pennello esasperato dei moderni fumettisti che l’hanno inserita in una improbabile  storia ambientata nientemeno che ad Atlantide.

Idunn,  della stirpe degli Dei Esir, figlia del nano Duelgard, valente  fabbro  e della valchiria Hildegun, sorella di un innominato fratello è la  coppiera degli Dei e la  dea della Eterna Giovinezza. Sposa di Bragi, dio della Musica, della Poesia e dell’Eloquenza, ha l’aspetto di una   adolescente  e dell’adolescenza  possiede lo spirito, ossia,   l’ottimismo,  la fantasia, l’ entusiasmo, la  gioia  di vivere e  la percezione della vita come di una grande avventura  da vivere. Per di più, é lei che ha il potere di coltivare, cogliere e  distribuire  le magiche  mele d’oro della eterna giovinezza, senza le quali gli Dei  non potrebbero sopravvivere.

Il suo nome significa Battaglia;   bellicoso significato che ricorda la funzione materna, in netto contrasto con la sua funzione,  che è quella di  gentile custode delle  “mele della giovinezza” che assicurano agli  Dei gioventù e longevità.  E’ facile capire quanto questa  Ebe della  mitologia  nordica fosse  per  tale prerogativa amata e rispettata dai  suoi  pari: al contrario  degli Dei dell’Olimpo,  infatti,  gli Dei nordici non erano immortali, nè  erano  risparmiati   dagli  attachi  impietosi del tempo  e  dipendevano totalmente  dalla piccola Dea per la loro sopravvivenza  e giovinezza.

 

     con  il marito, Bragi   dio della  Musica


Amata  e corteggiata,  finì inevitabilmente per attirare su di sè  l’invidia, la cattiveria e qualche tiro mancino,   nel tentivo di qualcuno  di sottrarle  le miracolose  mele  che lei con tanta generosità donava  a tutti.  Due, in particolare  la  imbrogliarono  per  benino: quel maestro  d’inganni  che era Loki,  il fratello di Odino e il signore dei travestimenti che era invece, il gigante Thiassi.

Come andò la cosa?   Si racconta che  un giorno,  mentre erano in viaggio,  Odino, Loki  ed  Hoenir e stavano faticosamente  attraversando una landa  desolata  ed avevano  difficoltà a procurarsi del cibo.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 Da lontano videro una mandria di buoi,  ne presero uno lo inonfilarono allo spiedo  per cucinarlo e si apprestarono  a mangiarlo. Con grande sorpresa  si avvidero  che  la carne  restava sempre cruda , fino a quando  non li raggiunse  una voce proveniente dall’alto dei rami di una quercia lì  vicino.  Appollaiata trai rami c’era una aquila dallegigantesche proporzioni fisiche,  che così li apostrofò:

“Se  mi darete la mia parte di carne, permetterò al fuoco di cuocerla”
I  due divini  fratelli non conoscevano quella misteriosa creatura, però si resero subito   conto che aveva il potere  di agire sul fuoco ed acconsentirono a dividere con essa il cibo.
L’aquila scese dall’albero,  si accostò  allo spiedo  e con un gesto comandò al fuoco di agire e subito la carne divenne rosolata e sfrigolante e senza indugip,  si servì per  prima e per sè prese i pezzi migliori dell’arrosto: le cosce e le spalle.
A  quell’atto di scortesia Loki si adirò moltissimo; afferrò un grosso bastone e  con quello colpì l’aquila con grande violenza.
Il  rapace  si alzò immediatamente in volo, portando con sé il bastone,  che  le era rimasto conficcato in una delle ali, ma,  all’altra ala,  era rimasto Lok   attaccato per le mani,  che  cominciò a sbattere rovinosamente qua e di là,  contro  alberi e rocce.
Loki  la implorò di liberarlo da quel supplizio e quella gli rispose che lo  avrebbe fatto  ad una condizione:  indurre  Idunn,  la bella dea della Giovinezza, ad uscire da Asgard,  la dimora  degli Dei,   con le sue “mele della giovinezza”.
 Loki, il quale aveva ormai compreso  che sotto l’aspetto di quell’aquila si celava Tjassi, Gigante di fuoco, nemico giurato degli Dei, acconsentì  e quella lo lasciò libero.
Non fu difficile  al signore dell’inganno e della frode convincere la bella Idunn a recarsi  in un boschetto dove, l’aveva assicurata,  crescevano speciali mele, preziose quanto le sue . Stuzzicata  e incuriosita,   l’ingenua Idunn  cadde nella trappola. All’appuntamento, infatti, arrivò puntuale il gigante, nella forma  di aquila,  la ghermì e in volo la condusse nella sua dimora  fra le montagne
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Quel  rapimento fu causa di grande costernazione per gli Dei e soprattutto di preoccupazione:  senza le  “mele della giovinezza”,   che la bella coppiera  distribuiva loro ogni   giorno,  cominciarono  ad invecchiare ed imbruttire.
Un bel giorno decisero di unirsi in consiglio e discutere sulla faccenda. Sapevano bene dell’inganno di Loki ai danni della loro coppiera e così lo minacciarono di  tortura e di morte se  non avesse  riportato tra loro la Dea  ed a Loki non restò altro da fare che ubbidire e mettersi  subito alla sua ricerca
Occorreva un travestimento speciale  per trarre in  inganno, Djassi, il re dei travestimenti, ma in soccorso di Loki  arrivà  Fryja, la dea dell’Amore,  con un  magico travestimento da falco e così, con  quell’aspetto, egli  volò verso le montagne,    in direzione di  Jötunheimr, la residenza dei Giganti.
Djassi non era, per sua fortuna e  Idunn era da sola; Loki la trasformò in una noce, l’afferrò  con gli artigli e si allontanò velocemente.
Il Gigante s’avvide ben presto della scomparsa  di Idunn e si mise all’inseguimento del falco,  assumendo l’ormai  consueto  aspetto di  aquila. Inseguì il falco fino alla residenza Asgard, dove il falco volò basso, planando  contro il muro  e chiamando in soccorso gli Dei. Questi accorsero subito ed appiccarono il fuoco a trucioli sparsi per terra, provocando un gran fumo che tolse all’aquila ogni visibilità e la spinse proprio nel fuoco dove le fiamme attaccarono le piume e l’uccisero.
La storia, però, non  finisce qui. Skaði,  la figlia di Djissi, armata di tutto punto  e di una gran voglia di vendicare il padre, partì alla volta  di Ásgarðr.
Gli dei, però, felici di aver recuperato giovinezza e gioia  di vivere, erano  tutt’altro   che propensi a gettarsi  in una impresa guerresca e non faticarono molto a convicerla a desistere dai bellicosi propositi ed a  scegliersi invece, un bel marito  fra di loro.
Skadi si mostrò  ben  lieta di quella  proposta e la sua scelta cadde su  Njordr, una divinità della stirpe dei Vanir, assai potente  e da tutti apprezzato, il  quale…   ma questa è un’altra storia…
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DEMETRA o CERERE… e i MISTERI ELEUSINI

In Demetra o la Cerere romana,  che statue e bassorilievi raffiguravano con falce in una mano e spighe di grano, fiori e frutta nell’altra,  veneravano la dea dell’agricoltura e della fertilità.
Figlia di Saturno e Cibele,  era la dea della terra,  amata e temuta per le sue prerogtive e funzioni; era  la dea benefica che attraversava le lande incolte della terra per insegnare agli uomini  a coltivarla e spiegare loro i riti dell’arte agraria, mentre Bacco insegnava a piantare le vigne.  Sorella di Zeus, Demetra era anche  protettrice della gioventù, del matrimonio e della famiglia;   artefice del ciclo delle stagioni, della vita e della morte  e il suo culto, antichissimo, era presente prima ancora che si affermasse  il culto  degli dei dell’Olimpo.
Aggredita, un giorno,  da Poseidone, dio dell’acqua, elemento indispensabile alla vegetazione, inutilmente Dmetra tentò di resistere all’aggressione, nascondendosi in mezzo ad  una mandria di cavalli.  Poseidone si trasformò in uno stallone e si accoppiò con lei.  Dall’unione nacque una figlia, Despina, il cui nome era proibito pronunciare al di fuori dei  Misteri Eleusini, ma che fu presro identificata con Core o  la Proserpina romana.
Fu proprio da una vicenda legata alla figlia Core che nacque il mito costituente il cuore dei  riti dei Misteri Eleusini.
La fonte principale da cui conosciamo questo mito è l’ Inno a Demetra.  Inizia con il rapimento di  Core che  gioca con le Ninfe presso la fontana Aretusa. Sta raccogliendo  un bellissimo fiore, un narciso, quando Demetra  vede la terra aprirsi  e dal  baratro   balzar  fuori con il suo  carro, Ade, Signore degli Inferi, rapire la bella fanciulla e condurla con sé negli Inferi.
Disperata, Demetra  non mancò di punire le Ninfe per non  aver saputo proteggerla da  Ade, trasformandole nelle Sirene, poi si pose alla ricerca  della figlia  e per nove gioni non  assaggiò nettare nè ambrosia ed andò riempendo l’aria di sospiri.. Giunta ad Eleusi,   nell’Attica, Demetra si rivelò e chiese che  venisse costruito un tempio in suo onore, dove poter insegnare alla gente i suoi riti speciali.
Nel suo cercare, la Dea incontrò gli unici due testimoni del rapimento, Ecate ed Helios  e questi, impietosito, le spiegò ciò che era accaduto  e le rivelò il posto dove Ade teneva confinata la sua figliola, ma la esortò a rasegnarsi. Demetra, però non si rassegnò e si precipitò immediatamente nell’oltretomba, ma le fu negato l’accesso alla reggia di Ade.  Disperata ed indignata, la dea colpì la terra con una maledione che  inaridì le zolle, bruciò il raccolto, uccise il bestiame.  Temendo che la razza dei mortali potesse perire per sempre e scomparire dalla terra, Zeus  invia al diodell’ Erebo  prima Iride,  la mesggera degli Dei , poi  Hermes, con l’ordine di lasciare andare la figlia di Demetra.
Ade non può rifiutarsi, ma prima di lasciar andare  la fanciulla, che ad onor del vero si era ambientata assai bene e pareva a suo agio nei panni di regina dell’Ade, ricorre ad uno stratagemma: la spinge  a mangiare sei magici semi di melograno, che la costringeranno a tornare nel  Regno dei Mort per un terzo dell’anno all’anno,  in inverno.
Demetra accetta; madre e figlia potranno finalmente riunirsi  e  la terra  tornare a coprirsi di piante e fiori. Però,  Persefone doveva tornare al tempo stabilito nel mondo sotterraneo e durante quel tempo la terra languiva, spoglia e  nuda.
Quale ricompensa,  per l’aiuto ricevuto dal re di Eleusi, la dea decise di insegnare a Trittolemo, uno dei figli del Re, l’arte e i segreti dell’aratura e  della semina e lo  mandò per il mondo,  a bordo di un carro alato tirato da dragoni,  ad  istruire  gli uomini nell’arte della agricoltura.  Fu così che Trittolemo istituì ad Eleusi  un culto in onore di Demetra e sua figlia, con feste e rituali sacri, che celebravano il  mistero della  fertilità e dell’agricoltura e che presero il nome dalla città di Eleusi: Misteri Eleusini.

Ricchi di simbologia, i Misteri Eleusini celebrano i misteri della nascita e della morte, della fertilità, del rinnovamento e non solo in relazione all’agricoltura, ma anche come speranza di una vita migliore oltre la morte. In origine  la divinità oggetto del culto era di natura agraria: patrona, potente  ed era sempre la  Terra, la Grande Madre, che dà la vita, e sperimenta la morte per poi tornare in vita.Tutti i culti di fecondità si basano su un racconto “mitico”,  sulle vicende, cioé, di  qualche divinità: Osiride, Attis… il Cristo. La vicenda su cui si basano i Misteri Eleusini è il racconto del ratto di Proserpina strappata alla madre, Demetra.

Le celebrazioni si dividono in due  livelli: Piccoli Misteri  e Grandi Misteri.  I  Piccoli Misteri o  la  Purificazione, un rito preparatorio che aveva luogo in Primavera  e i Grandi Misteri o la Consacrazione, un rito di trasformazione che aveva luogo in autunno . I primi miravano al raggiungimento della perfezione umana, i secondi, invece, che contemplavano le varie trsformazioni   della terra, immobilità, risceglio, nascita, morte, rinascita,  mirano alla pura spiritualità, al quella parte divina, cioè,   che è nell’uomo.

I primi si celebravano nel mese di Antesterione (dalla metà di febbraio alla metà di marzo),  il mese che apriva la primavera  ed i secondi, nel mese di  Boedromione,  settembre-ottobre e rappresentava il riposo e il risveglio della vita delle campagne e l’alternarsi delle stagioni ricordava l’alternarsi dei periodi che Vore trascorreva sulla terra oppure nell’Ade.

Si passava, in sostanza, per tre tappe:
– la morte, rappresentata dal buio, dalla macerazione del seme nella terra durante l’inverno;
– la rinascita, rappresentata dalle fiaccole, dalla spiga di grano nata dal seme in letargo.
– il raccolto, ovvero il vivere con nuova consapevolezza .I misteri, infatti, assicuravano la continuità dell’esistenza, ma non più attraverso le esperienze del corpo, bensì dell’anima.

Ai misteri, tutti  potevano prendervi partem Vi partecipavano, infatti,  anche le  classi tenute ai margini della società, le donne, gli schiavi, ecc. che videro in tali culti la possibilità di un riscatto che spezzasse la logica dell’appartenenza sociale. Diventava, invece, una opportunità  per entrare a far parte di una  comunità: quella degli iniziati.

Riti, cerimonie e  credenze,forule sacre,ecc.. erano rigorosamente segrete; il rituale, assai suggestivo.

Il giorno precedente  la festa, gli Hiera, o oggetti scri, venivano trasportati solennementi nel Eleusinion di Atene e il giorno dopo la processione degli iniziati, accompagnati dai tutori, si dirigeva verso il mare portando le vittime da purificare nelle acque e sacrificare al ritorno. Seguiva il digiuno. La cerimonia raggiungeva il culmine al quinto giorno con il sacrificio. Una lunga processione  partiva all’alba per riporta gli Hiera al Santuario, dove si arrivava al calar della sera e dove  si trascorreva lanotte tra canti e danze, mentre gli iniziandi, in testa corone di mirto ed edera, le piante sacre di Demetra,  si aggiravano con  fiaccole in mano, in commemzione delle ricerche di Demetra per trovare la figlia .Al Pozzo Sacro, lo stesso presso cui Demetra si  era fermata per dissetarsi, si fermavano; questo  pozzo era situato in prossimità del sacro recinto, dove solo gli iniziati, per  gli  altri pena la morte, avevano accesso.

Molti i personaggi di queste queste celebrazioni oltre agli Iniziati: lo Jerofante o  Sommo Sacerdote, l’unico a poter accedere alla stanza segreta, dove erano custoditi gli oggetti sacri, le Sacerdotessa, il Dadouchos o portatore della fiaccola, lo  Hieorokeryx  o Araldo, che invitava al silenzio,  il sacerdot al sacrifici; la rappresentazione ed il digiuno terminavano con l’assunzione del Kykeon, ossia ciceone, la bevanda di Demetra,  a base di acqua, farina e foglie di menta.

Seguiva il rituale di secondo grado, riservato a pochi eletti  che, con le fiaccole spente e  in religioso  silenzio  aspettavano. Aspettavano che il Sommo Sacerdote e la Gran Sacerdotessa, che si erano appartati, a testimoniare l’unione tra Demetra e Zeus,  riapparissero. Quando i due ritornavno, il sacerdote aveva una  spiga nella mano, che stava ad indicare il Figlio di quell’unione, ossia la rinascita dell’iniziato.

ANTICO EGITTO- PSICOSTASIA… ovvero, pesatura dell’anima

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Il papiro dello scriba Hunefer vissuto sotto il regno di Seti I – XIX Dinastia dei Faraoni – ben visibili: Hunefer guidato da Anubi – Anubi che pone il cuore sulla Sacra Blancia – La bestia Ammit – Thot che annota il risultato – Horo che presenta il defunto ad Osiride, alle cui spalle c’è   Iside.

Tra le varie prove che  il defunto doveva sostenere, c’era quella della     “pesatura dell’anima” che gli avrebbe permesso di raggiungere il  regno di Osiride  oppure lo avrebbe  condannato  ad una gran brutta fine tra le fauci della bestia Ammit; questa  era  un ibrido: testa di coccodrillo, corpo di  leone, coda  di serpente, eternamente  affamata   ed insaziabile  d pronta a fare del malcapitato un   gustoso  spuntino.

Il Ka (spirito) del defunto, però, non era proprio uno sprovveduto e neppure un  derelitto mandato allo sbaraglio da solo; ad  accompagnarlo e sostenerlo in questo percorso irto di pericoli, c’erano numerose divinità funerarie, tra cui  ANUBI, lo Sciacallo Divino, il Traghettatore delle Anime. Questi lo accompagnava fin nella Sala del Tribunale di Osiride e  qui  poneva il cuore del defunto su uno dei piattelli della Sacra Bilancia.

A questo punto  entrava in scena Maat,  la dea della  Verità e della Giustizia,  che si toglieva  dal capo la Sacra Piuma  e la poneva sull’altro piattello: il cuore e la piuma dovevano avere lo stesso peso. Se il cuore fosse stato più pesante della piuma, il KA del defunto veniva dato in pasto alla bestia Ammit.  Per evitarlo, bisognava  rispettare il rituale, che tra l’altro, prevedeva l’utilizzo di formule magiche, come quella  di “alleggerire” il cuore:

“O mio cuore di mia madre. O mio cuore per il quale esisto sulla terra. Non sorgere contro di me a testimonio. Non creare opposizione contro di me tra i Giudici. Non essere contro di me  innanzi agli Dei. Non essere pesante contro di me innanzi al Grande Signore dell’Amenti… Salute a voi o dei potenti per i vostri scettri… Io mi sono unito alla terra e sono giunto nella parte più profonda del cielo… Io non sono morto e sono uno spirito glorificato per l’eternità” (dal Libro dei morti degli antichi egizi -il papiro di Torino)

Non era l’unica prova ad attendere il Ka del defunto. C’era quella della “Dichiarazione di innocenza” o “Giudizio dei 42”. Il Ka veniva invitato a dichiararsi innocente,  al cospetto di 42 Spiriti, ognuno dei quali impersonava un  peccato: furto, calunnia, avarizia, ecc…  In realtà, bastava essere innocente di almeno 7 di quei peccati per  sfuggire alle fauci della bestiale  Ammit.

Superata queste ed altre prove, il KA del defunto poteva fare due cose e di solito le faceva entrambe: o tornare nella tomba, “entrare” nel corpo imbalsamato o nella statua che lo ritraeva e “vivere” in quell’ambiente, oppure restare negli Hotep Jaru,  i Giardini di Osiride, il Paradiso, in qualità di Akh, Spirito Glorioso.

MITI NORDICI – SIF… la dea dai capelli d’oro

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Naturalmente  non è  il personaggio dal  linguaggio eccessivo, che abbiamo conosciuto attraverso  fumetti  e i giochi elettronici, .esageratamente  fiera, furiosa e bellicosa, accanto a quell’altro eroe altrettanto esagerato che è Thor. Di Thor, Sif è la bellisima moglie, la più bella fra le dee della mitologia nordica, famosa per la lunga  chioma, lucente come e più del sole  e dorata come le spighe di grano.

Lei, che la tradizione vuole anche nella funzione di Walchiria,  è venerata  quale dea della fertilità, dell’agricoltura e soprattutto delle messi  e così, tutti i miti di cui è intrecciata la sua leggenda, hanno relazione con la  fertilità della terra  e con il lavoro agricolo. Anche  il mito  principale, quello del  malvagio dio LOKI  che le taglia la fluenta chioma color del grano maturo,  simboleggia  un evento della Natura:la perdita del raccolto.  In Sif,  che bassorilievi e antiche stampe raffiguravano con in mano  spighe di grano e  fiori di papaveri, si venerava la  Signora delle messi e del raccolto.

 Figlia di Mandifari e Hreth, della stirpe degli Esy ,  e moglie di Thor,  Sif era non solo la più  bella tra le  divinità femminili della mitologia norrena, ma anche la più potente ed ecletica e le funzioni a lei attribuite era molteplici:  benefica Signora della fertilità e delle messi, possedeva anche capacità divinatorie  e qualità di combattente. La sua audacia, però  non  era alimentata da furia cieca,  né raggiungeva mai  la barbarie del tumulto sanguinoso. Si narra che più volte, in veste di walchiria,  avesse raccolto guerrieri morti di morte gloriosa, per trasportarli  nel Walhalla;  non tutti i guerrieri, bensì, quelli  dall’audacia riflessiva, che non usavano la forza bruta per vincere, ma solo il proprio valore,  il coraggio  e l’abilità  di combattimento

Sposò  in prime nozze  il gigante di ghiaccio   Orvandil,  da cui ebbe  un figlio:  Ull,  Signore  della Giustizia, che amava  trascorrere le giornate  tra le vette coperte di neve e di ghiaccio, dedicandosi alla caccia.

  Le  nozze  con  Thor, figlio di Odino, invece,  la resero  madre della Signora del Tempo,  Thurd, il  cui umore riempiva  il cielo di  nere nuvole gravide  oppure dell’azzuro sereno, come il colore dei suoi occhi,  e  di Móði, dalla forza straordinaria.  Queste seconde nozze,  le nozze con il Signore del tuono,  sancivano l’unione tra Cielo  e  Terra  e la  fecondazione della  Terra attraverso la  benifica  pioggia. Sif,  infatti  è il termine con cui si indicava la Terra  e Chioma  di  Sif,  era un  termine per indicare l’oro.

Affinità con la Cerere romana e la greca Demetra, dunque, per la trasfigurazione della propria natura  nell’agricoltura,  nella fertilità, nella prosperità, nella famiglia. Affinità  anche con  altre  divinità greche, quali l’altrettanto bella Afrodite greca, per bellezza e vanità,  una vanità semplice e tranquillia, che  si  accontentava di modesti abiti,  impreziositi solo  da una cintura d’oro e di pietre preziose. Vanità ben giustificata,  che le le veniva  dai capell,   vanto e orgoglio, bellissimi, biondi  e lucenti.  Fluenti sulle spalle fino alle caviglia, l’avvolgevano tutta come in un manto dorato e lei ne era gelosa, orgogliosa ed estremamente felice.

E sarà proprio  questa condizione di serena beatitudine a spingere il malvagio Loki, fratellastro di Thor, a realizzare uno di suoi  scherzi  pesanti  e  dispettosi. Accadde che un giorno,   egli la sorprese  placidamente addormentata  e ne approfittò per tagliarle gli splendidi capelli e  perfino vantarsene.

Quando la dea scoprì che la sua chioma era sparita e la bella testa era diventata come “terra arida punita dall ‘inverno che infuriava” , si lasciò prendere dallo sconforto e dalla disperazione e Thor, che andava così orgoglioso della chioma della bellissima sposa, montò su tutte le furie: tagliare quei capelli, simbolo di campi di grano maturo, era una offesa e un insulto alla natura stessa e, perdi più, il taglio dei capelli era un atto riservato alle adultere.
 
E proprio di questo la accusò Loki durante un banchetto a cui stavano partecipando molte delle divinità, asserendo di essere stato il suo amante. Il banchetto si trasformò ben presto in una grossa baruffa.Sicuro dell’innocenza della sua sposa, Simbolo e Protettrice della Famiglia, Thor si arrabbiò moltissimo e malmenò durmente il malvagio fratellastro minaccaindolo di morte se non avesse, non solo restituito a Sif la sua bella chioma, ma se non l’avesse resa ancora più splendente. Sollecitato dalle minacce e dal furore del dio delle Tempeste, Loki raggiunse il centro della terra dove viveva il grande mago Dvalin, del Popolo dei Nani e lo convinse a toglierlo da quell’impiccio. Devlin e gli altri nani si posero immediatamente al lavoro per creare un “capello magico”. e riuscirono a creare per Sif una chioma dallo splendore inimitabile, straordinario, più sfolgorante dello stesso bagliore del sole. E ci riuscirono proprio grazie al sole, di cui catturarono alcuni fili che resero sottili e morbidi, del tutto simili ai capelli della dea, ma pù lucidi e splendenti ancora. Lucidi e splendenti più dello stesso sole. Appena collocati sulla testa della dea, presero a crescere come fossero proprio i suoi capelli e tornarono ben presto a coprirle tutta la figura.
In verità, non era la prima volta che qualcuno accusa di infedeltà la bella Sif. Già Hárbarð, vecchio traghettatore, fastidioso e petulante, entrato in diverbio, subito trasformato il lite, con Thor di ritorno ad Asgard, ove era la dimora dgeli Dei, accusò la bella Sif di adulterio, vantandosi di esserne stato l’amante. In realtà, sotto le spoglie del vecchio dalla “barba grigia”, si nascondeva proprio Loki, geloso e un po’ sbruffone che,una volta ancora, scatenò la reazione di Thor.
Natura e fecondità, dunque, i ruoli e le funzioni di questa dea, il cui nome o appellativo è “relazione “, ma anche famiglia, matrimonio, serenità coniugale.Un potere di grande prestigio, come la Hera greca, che le viene dalla sua posizione di sposa e madre. Il matrimonio di Thor con Sif simboleggia e ricorda le Nozze Sacre tra Cielo e Terra, in cui si può ravvisare la presenza di questo culto presso i popoloi nordici fin dall’età del bronzo.
Chiamata anche con l’appellativo di SIBILLA, Sif, era una divinità che aveva con la Natura un rapporto singolare ed unico ed una particolare influenza sul Destino . A lei si rivolgevano gli uomini per avere consigli e cercare soluzioni in tempo di guerra offrendole forme di pane votivo
l fascio di spighe era il suo simbolo, ma anche l’oro, le pietre preziose, il bove e il cervo e soprattutto lo era il cigno, in cui la Dea amava trasformarsi

 

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INTERVISTA rilasciata a Maria Pace dalla scrittrice Elisa Fabbri

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1) Innanzitutto ci dica qualcosa di lei. Chi è…

Sono nata a Como nel 1976. Lavoro come Fashion Designer da vent’anni, oltre alla moda coltivo la passione per la pittura, il disegno illustrativo e la scrittura. Ho un blog, “Titty Mon Amour”, vetrina della mia personalità artistica, dove pubblico i miei lavori creativi.

2) Quella della scrittura è una passione che ha sempre avuto o che sta coltivando solo da qualche tempo?

Ho sempre amato scrivere, fin da piccola. E’ una passione, si può dire, “nata” con me, insieme al disegno.

3) Come nasce l’idea di un libro?

Un libro nasce sempre dall’esigenza di poter esprimere qualcosa che fa parte di noi. Può non essere autobiografico ma avere comunque fili sottili che parlano di te. E’ un po’ come una casa dove entri, per immergerti in un mondo parallelo.

4) Ci parli dei suoi libri.

“Entità Inverse” è il primo libro che pubblico. E’ una storia legata strettamente ad una delle culture che mi ha sempre affascinata di più, quella egizia. La storia, ambientata ai giorni nostri, si districa tra un amore millenario, due fratelli gemelli, un popolo venuto da un altro universo, dei sarcofagi misteriosi. Un mix di storia, leggenda, fantascienza ed azione.

5) I suoi libri hanno riscosso vari successi. Vuol parlarci dei Premi e dei Riconoscimenti attribuiti ai suoi libri?

Sono una scrittrice esordiente ed il libro è uscito da poco, per ora chi lo ha letto ne è rimasto piacevolmente colpito ed entusiasta.

6) A quale genere letterario appartengono i suoi libri?

Narrativa storico/fantascienza

7) Quali sono i generi letterari che lei preferisce?

Mi ritengo una lettrice “onnivora”, amo i fantasy, la fantascienza, i thriller, i libri che raccontano fatti realmente accaduti, biografie e i romanzi.

8) Quali sono secondo lei gli ingredienti necessari per un buon libro?

La trama deve essere coinvolgente e catturare l’attenzione e la curiosità del lettore. Deve svelare poco alla volta ma essere incalzante. E non devono mancare i colpi di scena.

9) Potrebbe darci un assaggio del suo libro?

Vi ho dedicato un estratto che spero possa stuzzicare la vostra curiosità.

10) Quali progetti ha per il futuro?

Sto scrivendo un secondo libro, e posso solo anticiparvi che sarà un thriller fantascientifico ma con un risvolto inaspettato.

Storie d’amore e di sangue – Piramo e Tisbe… e i frutti di gelso

rogeliodeegusquiza1915Piramo e Tisbe erano due giovanissimi innamorati, vicini di casa,  ostacolati, però, nel loro sentimento dalle famiglie.  Per comunicare non avevano che un piccolo varco nella parete, cosicchè, un bel giorno i due decisero di  mettere in atto una romantica fuga d’amore.  Il luogo d’incontro doveva essere una pianta di gelso dai candidissimi frutti, in un boschetto vicino.

La prima ad arrivare all’appuntamento, fu Tisbe, la quale si pose in trepidante attesa dell’amato. Quand’ecco arrivare invece una leonessa dalle fauci ancora grondandi del sangue delle pecore di cui aveva fatto strage. La ragazza riuscì a mettersi in salvo fuggendo, ma  nella corsa perse il  velo, che la belva afferrò e stracciò con gli artigli affilati, prima di allontanarsi.

Quando più tardi Piramo giunse all’appuntmento e vide il velo insanguinato, credendo che la ragazza fosse stata uccisa dalla belva, si trafisse il petto con la sua spada.

Tisbe arrivò poco dopo e lo trovò in fn di vita;  invano cercò di rianimarlo, invocando il suo nome. Piramo aprì gli occhi e la guardò, per la prima e l’ultima volta, e prima di morire ,pronunciò il suo nome.

Straziata dal  dolore,  anche Tisbe si trafisse con quella stessa spada  e gli cadde morta sul petto. Del loro sangue furono imporporati per sempre i frutti del gelso  fino ad allora candidi come la neve.

MITI NORDICI – LOKI… Il male necessario

MITI  NORDICI  –  LOKI…  Il male necessario

Fin  dall’antichità l’uomo ha creato  favole piene di allegorie e significati nascosti per una umanità che non possedeva nozioni scientifiche ma che affidava al poeta l’incarico di spiegare l’origine del mondo. Spiegazioni immaginarie, certo, ma in cui il dono dell’immaginazione e della fantasia appagava il senso estetico e spirituale. Gli Dei ebbero forma e volto umano, virtù, sentimenti e istinti umani  e ogni elemento e ogni sentimento, il sole, la luna, il cielo, il  mare, l’aria, il fuoco, ma anche  la bellezza, la forza, l’ira, la furbizia, l’ingegno e altro, ebbe la sua divinità e la mitologia nordica è un felice amalgama tra concetti  antropomorfi e animistici.

Loki, divinità appartenente alla mitologia nordica,  è una figura  dalla ambigua dualità:  é subdolo,  doppio, maligno e perfido, ma è anche  generoso  e pronto a  soccorrere gli altri in difficoltà. E’  anche estremamente astuto e  molto ingegnoso. Figlio della dea  Laufey, appartiene alla stirpe degli  Asi, ma  è legato anche ai Giganti,  in quanto figlio del gigante  Farbauti e questo spiega la sua dualità;  di entrambe le razze possiede le caratteristiche: dei Giganti,  simboli di caos e distruzione e degli Dei, simboli di saggezza ed  equilibrio. Loki è un dio ambiguo perfino  nell’etimo del suo nome: fuoco, ma anche aria,  creazione,  ma anche distruzione.

Loki è la personificazione del Fuoco,  benchè sia un Gigante di Ghiaccio,  in quanto nato da un “colpo di fulmine”,  il fulmine scatenato da  Farbauti per colpire la dea  Laufey e metterla incinta, ma  é anche lo spirito del focolare, capace di proteggere la casa,  e che può portare grandi benefici alla casa, ma anche  di fare  scherzi pesanti e paurosi.

La sua natura ricorda un po’ quella dell’egizio Seth, Signore delle tempeste e della siccità del deserto. Seth il Perturbatore, violento ed attaccabrighe, ma anche Colui che ogni notte  contrasta Apep il Distruttore, l’Annichilatore, il cui fine è solo la distruzione del mondo. Loki come Seth!    Il “male necessario” contro il “Male  assoluto” . Il male  insito nella Creazione stessa, necessario, però, a difendere l’equilibrio cosmico, che si basa su  opposti  principi.  Loki come Seth, paradossalmente condannato  a difendere il principio del bene e  l’ordine cosmico. Loki come Seth,  chiamato ad incarnare il principio del male,  ma che si riscatta con una condotta dalle trovate geniali, astute e perfino divertenti.  Loki è una figura ambigua, che agisce al di fuori delle regole convenzionali   e anche morali, che non si pone limiti e divieti. ma che, proprio per questo è il tramite ideale tra il mondo degli Dei e gli altri mondi: quello dei Giganti,  dei Nani e degli  Uomini.

Loki, dunque, è una figura ambivalente: compagno di Odino e Thor, che spesso trae d’impaccio,  ma anche attentatore, attaccabrighe, perturbatore,  cospiratore, camaleontico. Fra le tante funzioni e competenze, ha  capacità di trsformarsi a piacimento. Nei vari miti lo vediamo assumere forma di mosca, foca, salmone, puledra  ecc…  e da quegli stessi miti  emerge la sua natura bisessuale  e il suo  intimo femminino  che lo rende  idoneo a partorire e a  renderlo padre di creature mostruose come il lupo  Fenrir,  simbolo del fuoco-distruttore,  del serpente Midgrdr, condannato a mordersi eternamente la coda, di  Sleipnir il magico cavallo a otto zampe  avuto dallo stallone  Svadilferi dopo  essersi  trasformato  in puledra e ancora, lo troviamo padre di di Hel, la terribile dea della Morte,   ma anche padre delle Streghe, dopo essersi cibato di un cuore di donna trovato semicotto tra le braci  di un fuoco.

Il mito si fa più armonioso e sereno, quando si libera di certi arabeschi bizzarri e feroci e  quando accanto a Loki appare la figura della dea Sigyn,  della stirpe degli  Asi, che gli genera due figli Narfi e Vali, frutto di un  amore fedele e sincero, Sigyn non lo abbandonerà mai, nemmeno nella disgrazia..

Loki viene spesso, nella lettertura, nel cinema  e nei fumetti, erroneamente presentato come figlio di Odino e fratello di Thor, con cui è in contesa per il trono, ma tutto ciò è errato. Loki è un dio antichissimo, presente  fin dai miti della Creazione, nei quali si racconta che insieme agli dei Odino e Uoenir, creò l’uomo,  utilizzando un tronco d’albero, ma che fu proprio Loki a dare al simulacro un bell’aspetto ed a  fargli, tra gli altri, anche il dono del fuoco. Per questo egli è spesso identificato con Prometeo.

Non solo con gli uomini, ma anche con gli Dei, Loki fu sempre pronto e disponibile e così lo vediamo impegnato nel recupero del Mjöllnir,  il martello di Thor, rubato dal gigante  Utgarða o stringere un patto di fratellanza di sangue con Odino o aiutare  Thor nelle sue imprese o quando con uno stratagemma impedisce che Freyja, la dea dell’Amore, finisca sposa di un Gigante di ghiaccio e altro ancora.

Molto spesso, però, fu anche subdolo e  perverso, come quando rubò la collana che Freyja aveva avuto in dono dai quattro nani, per portarla ad un gelosissimo Odino o quando  rapì Jòunn dopo averla accusata di lussuria e ancora, quando per malvagio piacere tagliò nel sonno alla bellissima  Sif, sposa di Thor, la sua bella chioma.

Mago eccelso, egli, però, applica i suoi poteri in modo subdolo e  dannoso, allo scopo di perturbare  l’armonia del cosmo. La sua colpa più grave fu l’aver impedito il ritorno tra i vivi  del dio Baldr, dopo averne provocato la morte. Per questo peccato fu condannato dagli Dei ad essere legato ad una roccia con un serpente che faceva colare veleno sulla sua faccia.  Una punizione che la dolce Sigyn tentava di alleviare  cercando di raccogliere  il veleno in un recipiente, ma che, quando lei si allontanava per  svuotarlo, il veleno lo feriva al volto, causandogli spasimi così atroci da far sussultare la terra;  punizione che ricordava molto quella dell’aquila che dilaniava il fegato,   riservata dagli Dei a Prometeo, colpevole anch’egli, di aver consegnato il fuoco all’uomo.