CURIOSITA’… I fiori d’arancio e il matrimonio

 

d569e8a2ea77bebff31186d7de8fcad0

fioriarancio_c

Bisogna ripercorrere il tempo, immergersi nel mito e raggiungere un’isola favolosa  dove  tre bellissime fanciulle, figlie di Atlante  e della Notte, custodivano un albero dal frutto meraviglioso. Il suo colore era  quello del sole e il  profumo era  delicato ma intenso: era un albero di arancio.

In occasione delle nozze di Giove con Giunome,  Gea, la dea  della Terra,  volle farne dono  agli sposi, che ne fecero il simbolo della loro unione.

Annunci

La stele egizia

img_5792

E’ un monumento di pietra di modeste dimensioni su cui è concentrata la decorazione di una intera cappella. Per le sue dimensioni ridotte è largamente  diffusa a partire dall’Antico Regno; conosciamo uno dei primi esemplari risalenti a Narmer, fondatore del Regno Unito d’Egitto. Dapprima hanno forma rettangolare, ma successivamente si arrotondano; al di sotto  lo spazio si divide in registri, dove si alternano scene  di offerte, raffigurazioni del defunto, Preghiere ed Inni agli Dei.

Queste le Stele funerarie, ma vi sono stele con altra funzione. Ci sono  “Stele Regali”,  contenenti documenti dei Faraoni e loro funzioni; ci sono “Stele Magiche” , “Stele Religiose”, ecc.

  • Stele Magiche: risalgono al Primo millennio a.C. e sono praticamente degli amuleti; raffigurano il defunto chereca in mano una stele.  La figura dominante di questa stele è Horo-Bambino, posto su un coccodrillo e con in mano serpenti e scorpioni, a simboleggiare le proprietà terapeutiche del Dio. Tutt’intorno, fittissime iscrizioni.
  • Stele Religiose, poste in luoghi sacri come Santuari. La decorazione presenta una persona nell’atto di preghiera oppure di offerta.
  • Stele Commemorative: sono stele che riportano eventi importanti come imprese. guerre, vittorie, battaglie. Celeberrima quella  di Thutmosis III a Kerkhemish per celebrare la vittoria o quella di Kamose  per celebrare la scacciata degli Iksos
  • Stele di confine: celebre quella di Athenaton  sui confini di Akhetaton.

Le più numerose, però sono quelle funerarie, di epoca diversa e dissimili fra loro per forma e contenuto. Compaiono già nella Prima Dinastia.

STELE DELL’ANTICO REGNO

E’ una edicola ricavata nella parete occidentale della cappella, dove si svolgono i riti celebrativi per il defunto, che è quasi sempre un nobile o dignitario di corte.
E’ chiamata convenzionalmente “Falsa Porta” per la sua struttura a forma di porta, con architrave, stipiti, ecc.
E’ un monoblocco di grande dimensione, quadrangolare, ma più spesso rettangolare ed è monocromatico e completamente rivestito di figure ed incisioni distribuite sui registri.
Nella parte superiore è raffigurato il defunto davanti alla mensa e sull’architrave sono riportati il nome ed i titoli del defunto; lungo gli stipiti compaiono le figure dipinte o incise dei membri della famiglia e dei servitori, nelOl’atto di porgere offerte.
Lo scopo è quello di assicurare la sopravvivenza al defunto attraverso un cerimoniale magico-rituale e per questo è necessario pronunciare il nome del defunto e recitare la “formula dell’offerta”.

STELE DEL MEDIO IMPERO

Nel Medio Regno la stele funeraria conosce una profonda evoluzione, anche se lo scopo resta sempre lo stesso.  Queste stele  hanno dimensioni minori rispetto a quelle dell’Antico Regno. Anche la forma muta: sono arcuate, a simboleggiare il firmamento e la via solare che il defunto deve percorrere.
Sono policromatiche e i colori sono assai vivaci, che siano dipinte oppure a rilievo.
I registri sono due o anche più e mostrano varie scene:
– la figura del defunto, che può essere da solo oppure con altre figure minori.
– scena con la “formula dell’offerta”
– scena di preghiera, esortazione o autoglorificazione. Come la stele di Meru, risalente alla XI Dinastia. Di grande importanza poiché riporta la data: 46° anno di regno del faraone Metuhotep II.
Meru è il Tesoriere del Faraone e i colori predominanti della stele sono:
– il rosso (per la pelle degli uomini)
– il giallo (per la pelle delle donne)
– – il verde (per i vegetali)
– – bianco (per gli abiti di lino)
Altro esempio eccellente è quello della Stele di Abkau, della XII Dinastia.
Nel registro superiore c’è una lunga iscrizione   in cui egli dice di aver raggiunto Abidos,     “scala del Dio Augusto”. Poiché questa “scala”, nominata in più stele, corrisponde alla cintura muraria del Tempio di Osiride ad Abidos, forse la stele proviene proprio da lì.
Ne registro inferiore è riportata la scena del defunto assieme alla moglie, Mentutepank, (in atteggiamento affettuoso) davanti alla mensa. Compare anche la figura della figlia Neferut, seduta ai suoi piedi, che si appoggia con gesto affettuoso alle sue gambe.
Sotto, infine, c’è il suo “diletto amico”,   Ib, il quale, in veste di chery-webb, sacerdote-lettore, dedica le offerte.

nota: il verde dei geroglifici non è originale: di solito si usava l’azzurro, che era il colore del cielo di Horo.
Altra nota: si tratta di persone di ceto meno elevato di quelle dell’Antico Regno e questo significa che c’è una più larga coscienza e consapevolezza di sé, nel popolo, soprattutto se di ceto medio.
Nell’Antico Regno erano principi e dignitari, qui ci sono anche architetti, tesorieri e “nobildonne”, come si è definita una donna nel registro della sua stele.

 

LA STELE NEL NUOVO REGNO

Sono le più interessanti e numerose e si assomigliano tutte: arcuate e coloratissime.
Hanno dimensioni ridotte, ma sono molto decorate; in legno dorato, recano iscrizioni votive, propiziatorie e di ringraziamento.
I registri sono diversi e presentano:
– il defunto
– Divinità varie (soprattutto Osiride, Anubi, Horo)
– Testo scritto: con preghiere, ma anche scene del rito della pesatura del cuore o del viaggio del defunto nell’Aldilà.

La principale caratteristica di queste stele sta nel fatto che il defunto non si limita a menzionare i propri titoli (come in epoca Antico Regno), ma vi aggiunge le qualità morali; a questi elementi etici, inoltre, se ne aggiungono altri di carattere religioso: gli Dei, che non compaiono nell’Antico Regno, qui, invece, sono menzionati ed invocati o, addirittura, pronti a ricevere ed accogliere il defunto.
Come nella stele di Nanai, che rende omaggio ad Osiride ed Anubi.
Oppure quella di Kamose, Scriba reale dal 5° al 38° anno di regno del faraone Ramesse II.

Nota: le stele degli operai di Dei-el-Medina, infine, sono tipiche e particolari poiché riportano preghiere rivolte a Meertseger, Dea-Serpente, Protettrice della necropoli; molte di queste stele erano sparse nei luoghi frequentati da serpenti.

 


LA STELE IN TARDA ETA’

Sono presenti un po’ tutti gli stili; ricompaiono perfino le False-porte.
Policrome e molto arcuate, nei registri si scrive un po’ di tutto: dal viaggio del defunto attraverso la DUAT, l’Aldilà egizio, alle scene di adorazioni agli Dei; dalle iscrizioni riguardanti la vita del defunto a  quelle riguardante la storia degli Dei.
Al Museo egizio di Torino vi è una serie numerosa di queste stele, con le seguenti caratteristiche:
– l’Arco, sotto cui il Sole in forma di Disco Solare occupa la parte più significativa della stele
– scene varie, raffiguranti il viaggio della Barca Solare, del Tribunale di Osiride, adorazione agli Dei, ecc..
– iscrizioni varie, come quelle che seguono:
“… chiunque agisca contro questa stele sarà giudicato da Dio, Signore del Cielo”
oppure:
“… io sono stato molto amato dagli uomini…”

Una nota tutta particolare, naturalmente, merita la Stele di Rosetta, la quale ha permesso la decifrazione della scrittura egizia, di cui si rimanda la lettura all’articolo in questione.

 

 

 

“LABIRINTO GOTICO” – INCIPIT di Pier Francesco

13450305_131162680639454_1525340177477355147_n

Nei miei sogni tormentati, rivedo ancora quel posto che io ho visitato spesso senza mai capire dove si trovasse e che cosa fosse in realtà; sapevo solo di essere al sicuro là dentro e che l’unico inquilino di quell’antro era mio amico.

Non so dire come lo sapessi ma era una certezza, poi quando lo vidi meglio, restai ancora più tranquillizzato.

Indossava un costume Spagnolo del 1500, facilmente riconoscibile dalla corazza e dal grosso collare. Se ne stava chinato su di un lungo tavolo di legno e non ho mai visto la sua faccia, ma avevo la certezza che fosse non mi fosse estraneo… anzi.

La grotta era situata all’interno di una scogliera, ed una grossa e robusta porta di legno ne impediva l’accesso; la risacca s’infrangeva contro di essa a ritmo costante, quasi a voler scandire il passare del tempo come incitando ad affrettarmi.

Questa fu la sensazione che mi pervase. Mi guardai intorno in cerca di una risposta ma vidi solo l’oscurità che pervadeva la grotta; notai che pure sul mare regnava il buio ma ciò non mi spaventava… al contrario mi donava un senso di tranquillità come se fossi tornato in un posto a me familiare.

Ero ancora in cerca di quella risposta e dovevo trovarla.

Il mare mi aveva portato lì? O era stata la grotta a chiamarmi?

Incominciavo a capire, quel mare così all’apparenza ostile ed agitato, non era altro che la mia dimensione onirica attraverso la quale mi era possibile accedere ad un posto recondito della mia mente, un luogo dove già ero stato in passato ed ora dovevo tornare, per capire e rammentare. Ricordare che esistono altri luoghi o meglio dire mondi, realtà parallele le quali possono essere visitate quando ridiventiamo consapevoli delle nostre memorie perdute.

Senza esitare mi diressi verso la grande porta di legno, e non mi fu necessario bussare. Il soldato Spagnolo mi disse:

«Bentornato! È molto che t’aspettavo, non tutti riescono a ricordare e quindi ritornano… sono pochi coloro che riattraversano il passaggio».

Tutto mi fu chiaro: i miei ricordi, avvenimenti che non appartenevano a questa vita, i miei sogni tormentati dalla ricerca della verità, la grotta che nascondeva il passaggio vero e proprio, lo Spagnolo, il quale non era altro che il Guardiano della Soglia.

Adesso era come se tante parti di me si fossero riunite definitivamente. Chissà che avrei trovato dall’altra parte?

Non lo sapevo, ma di una cosa ero certo… nulla e nessuno mi avrebbero fermato dall’attraversare il passaggio. Così feci, vidi colori che si fondevano l’uno nell’altro, udii suoni a me sconosciuti o forse dimenticati, provai paura e felicità. Quale dimensione avessi percorso da quando avevo attraversato la soglia, non lo so… improvvisamente ebbi la sensazione di essere alla fine di quel viaggio.

Mi ritrovai all’interno del giardino fatiscente di un’abitazione. Era notte ma potevo distinguere con chiarezza le siepi incolte e le vecchie statue grazie alla luna piena. Sentivo che tutti i miei sensi si fossero acuiti e ciò mi pareva normale e bello, anche se una parte di me cercava di spiegarsi quelle sensazioni. Io però sapevo che ero lì per uno scopo ben preciso, e quando trovai una porta esterna, non persi tempo ad entrare.

Ero finito nelle cucine, o meglio ciò che ne restava, ormai nessuno le aveva più usate da tempo anche se…, e di nuovo quella sensazione! C’era qualcosa…che mi stava attendendo in silenzio negli angoli più tetri e bui di quella casa.

“SCUOLA & RAGAZZI – Dialogo col padre” di Elena Tolve

12278918_1649857258587588_8695991385730658994_n
«La prima immagine che si presenta alla mia mente» disse mio padre «è quella del maestro con una lunga bacchetta in mano. La disciplina era di tipo militare. Gli alunni erano molto educati, si rivolgevano agli insegnanti con grande rispetto. Se qualche ragazzo chiacchierava, dava fastidio o, quando veniva interrogato, dimostrava di non aver studiato, l’insegnante con la bacchetta lo frustava sulle gambe fino a farlo sanguinare. La cattedra era sistemata su una pedana che serviva per riconoscere la superiorità del docente. L’insegnamento era sempre impartito con durezza e condito spesso, anche questo, con percosse. Si curava molto la calligrafia, si esercitava la memoria. Ci riempivano la testa di nozioni, spesso per noi senza significato che, dopo tantissimi anni, ancora mi ronzano nella mente come un ritornello. Eravamo davvero considerati dei “vasi da riempire più che dei focolari da accendere”. Non c’era dialogo necessario per suscitare la passione della ricerca, la capacità di giudizio, il desiderio di costruire qualcosa di positivo». «Ma anche oggi è così» lo interruppi. «Non sono cambiati i metodi educativi: si usa ancora la bacchetta nelle scuole e si imparano tante nozioni a memoria». «La giornata scolastica, ricordo, aveva inizio con la preghiera e la memorizzazione di formule difficili del catechismo… Un giorno un ragazzo un po’ spiritoso fece sottovoce la parodia del Padre nostro: “…liberaci dall’ira del maestro e dalle tabelline del sette e dell’otto, ché proprio non riesco a impararle a memoria”. E giù una risata generale. L’insegnante riuscì a sentire. “Maleducato! Vieni qui, vicino alla cattedra” ordinò e, dopo avergli somministrato una buona dose di bacchettate, aggiunse in tono adirato: “E ora vai dietro la lavagna, inginocchiati su questi ceci e chiedi perdono al Signore per la tua irriverenza! Dovrai restare lì, sui ceci, per due ore”». «Ma questo è sadismo! Purtroppo ancora oggi si verificano simili fatti vergognosi…I bambini non dovrebbero essere maltrattati così» dissi con amarezza «E la cosa peggiore era che i genitori non si ribellavano, anzi… Bisognava stare attenti a non riferirgli niente: concedevano agli insegnanti il permesso di punire i loro figli e gli davano sempre ragione. “Mazza e panelle fanno i figli belli”; “pane e senza mazza fanno i figli pazzi” dicevano. Ma ti garantisco che le panelle erano poche e la mazza molto lunga. Se venivano a conoscenza di qualche marachella dei loro figli, a casa c’era da avere il resto». «E poi, dopo la preghiera e il catechismo, che cosa si faceva?» chiesi con grande curiosità. «Il secondo momento della giornata era costituito dalla “rivista”. Con questo termine si intendeva il controllo della pulizia personale. Tutti i bambini poggiavano le mani sui banchi e il capoclasse aveva il compito di verificare se le unghie erano tagliate e ben pulite. Lo stesso controllo avveniva per le orecchie. Nell’aria regnava un grande silenzio, foriero di tempesta: c’era sempre qualche ragazzo che aveva trascurato la pulizia personale e, allora, giù botte da orbi. Bastonare i ragazzi sembrava l’attività preferita dai docenti. Spesso in questa gratificante mansione si facevano aiutare dal capoclasse».

“SCUOLA & RAGAZZI -Chi vince tra nonno e nipote?” di Diego Licata

12439092_1073846756005304_3933331178783731893_n

 

Una sfida senza quartieri fatta da ammicchi, leggere carezze e baci; da boccucce aperte e occhi lucenti rivolti a quella testa canuta, a quella bocca dalla quale le parole che escono sembrano legate da un filo d’oro che unisce i due esseri e li trasporta in altri mondi, lontani, incantati e pieni di favole.                                            Volete sapere chi vince tra quei due? Si! È l’amore, quello senza richieste, senza altre attese.

Un libro che parla questo linguaggio “I racconti di nonno Alfonso”. Edito da youcanprint 2015. Disponibile dall’editore e dalle edicole telematiche associate all’editore.

“SCUOLA & RAGAZZI – Professione Insegnante” di Sabrina Granotti

14608193_1841615366070090_736885486_n

 

“La Buona Scuola”: un titoletto confortante per un processo disastroso, che ha ormai assunto un significato beffardo. Mai, come quest’anno, l’avvio dell’anno scolastico è risultato faticoso, pieno zeppo di falle, problemi, contraddizioni. Completare un orario è in molte scuole non scienza, ma fantascienza. Al di là delle carenze strutturali, mancano gli Insegnanti. In primis quelli di sostegno, in palese violazione del diritto allo studio degli studenti meno fortunati. Vi sono casi in cui, proprio a causa del mancato reperimento del sostegno, i bambini o ragazzi con svantaggi più gravi non hanno ancora potuto iniziare la regolare frequenza. Come sarebbe, vi chiederete, ma gli Insegnanti non hanno sempre avuto difficoltà a trovare una cattedra? Il fatto è che, pur essendoci possibilità di assumere, è sempre risultato più conveniente per i vari Provveditorati (e quindi per il Miur o, nel passato, per il Ministero della Pubblica Istruzione) mantenere i docenti il più a lungo possibile nella condizione di “precari”. Uno dei fallimenti della “Buona scuola” concerne proprio la mancata eliminazione del precariato. Torniamo tuttavia al nocciolo della questione: la carenza di maestri e professori. Per decenni i giovani hanno assistito alla vita grama dei loro Insegnanti; hanno avuto più volte il dispiacere di veder scomparire un prof a loro gradito perché “non era di ruolo”. Hanno sentito dire che gli insegnanti guadagnano poco. Tutto ciò ha giocoforza scoraggiato molti tra quanti avrebbero avuto il desiderio di intraprendere la carriera dell’insegnamento. Negli ultimi anni la situazione è degenerata: si sono susseguite una riforma dopo l’altra, fatte da Governi diversi ma tutti concordi nell’operare una sistematica distruzione della Scuola pubblica italiana, che nel passato (ormai remoto) fu un’eccellenza del nostro Paese. Si aggiunga l’aumento esponenziale delle tasse universitarie: come si può pensare che una famiglia paghi fior di quattrini e affronti pesanti sacrifici per assicurare al figlio o alla figlia una bella “laurea in precariato o in disoccupazione”? I figli delle classi benestanti, considerando il magro stipendio dei Docenti, scelgono per li più ben altre vie. La situazione attuale vede numerose chiamate dalle graduatorie (che una volta si credevano interminabili, ma che oggi, anche in conseguenza delle riforme di cui sopra, protese ad eliminarle, si stanno esaurendo), che riguardano persone che vinsero (mi sembra opportuno, in questo caso, l’uso di cotal tempo verbale) un concorso pubblico per titoli e cattedre: si parla del 2000 o addirittura del 1990. Dopo una lunga e inutile attesa, non pochi tra questi aspiranti Insegnanti (che in realtà erano già tali di diritto, avendo superato il concorso) si sono dati ad altra professione. Ne consegue o una rinuncia o l’inserimento di quaranta – cinquantenni praticamente privi di esperienza, entrati in classe solo poche volte (o addirittura nessuna) nella loro vita. Risultato: gli Insegnanti stanno scomparendo. Se ne vedono già adesso segni tangibili nelle aree periferiche, dove le cattedre restano vuote. In breve sarà lo stesso anche nelle grandi città. Le ultime geniali trovate della Legge 107 (la “Buona Scuola”, appunto) non sono destinate a migliorare la situazione, considerando che si è assistito a fenomeni come la “deportazione” di docenti a centinaia di chilometri da casa (quindi dalla famiglia), una campagna di denigrazione di cui sono corresponsabili i mezzi di informazione, che sottolineano a gran voce quando un Insegnante si comporta male (e questo è giusto, intendiamoci), per poi tacere, in quanto prive di interesse mediatico, tutti le numerose circostanze nelle quali i Docenti si impegnano ben al di là del loro dovere (e della loro scarna retribuzione). Si pensa che gli Insegnanti lavorino solo poche ore e godano di un sacco di vacanze. La verità è che ad essere esigue sono le ore di lavoro che vengono pagate. Ogni Docente è impegnato nel proprio lavoro per un numero imprecisato di ore fantasma, che non risultano da nessuna parte ma che vengono effettuate (preparazione e correzione di lezioni, compiti e verifiche o organizzazione di uscite didattiche e viaggi di istruzione, tanto per fare qualche esempio). Si aggiunga che l’ultima riforma ha conferito poteri quasi illimitati ai Dirigenti Scolastici, riducendo i docenti in una condizione subordinata che implica, di fatto, anche la possibilità di venir limitati nel più sacro dei diritti: la libertà di insegnamento. Alla luce di questi fatti, che non sono fantasie, bensì realtà oggettivamente comprovabili, risulterà più agevole comprendere perché l’Anno Scolastico 2016-2017 sia partito con difficoltà ancor maggiori rispetto al passato. E il futuro si prospetta tutt’altro che roseo, se non si verificherà una radicale “inversione di rotta”.

  • Sabrina Granotti

 

“Roma 1920 – brano tratto da L’ODORE DELLA MUFFA… di LIA JONESCU”

BookCoverImage (2)

 

Roma 1920

 

Nessuno poteva godere del fascino che emanava dalla pineta di Monte Mario se non chi ci viveva dentro. Il tratto che va da viale delle Medaglie d’Oro all’Osservatorio Astronomico, quello che dai romani è chiamato “Lo Zodiaco”, quando l’Olimpica non era ancora stata costruita e la via Trionfale non era ancora a grande scorrimento; oggi di quel pezzo di Pineta sono rimasti solo pochi alberi che delimitano i residence, le palazzine signorili e, non ultimo, l’Hilton, l’albergo a cinque stelle.

Oramai la zona è coperta da strade e stradine che si intersecano e non fanno lontanamente immaginare ciò che una volta era stata la “Pineta di Monte Mario”.

Per raggiungere la casa di Adele bisognava passare dentro la zona che poi dagli anni ’40 sarebbe stata chiamata “Balduina”, che si apriva a metà circa di via delle Medaglie d’Oro.

Superata la stradina sterrata in salita, si arrivava alla casa demaniale e già si respirava aria di campagna, anche se San Pietro era a due passi.

Anni e anni di passaggi avevano formato un camminamento che costeggiava un vasto campo su cui gli alberi di acacia la facevano da padroni. Si arrivava su un piazzale circondato da eucalipti alti e imponenti e profumati, e in un punto proprio sopra il dirupo si poteva godere di uno degli spettacoli più belli del mondo: si vedeva tutta Roma, e non solo, in giornate particolarmente limpide si riuscivano a vedere i Castelli, i Monti Tiburtini, i Sibillini e il mare e poi gli occhi vedevano deserti africani, montagne gigantesche, oceani, fiumi e sogni che non si realizzavano.

Girando a sinistra si saliva su un piccolo colle, ma con poco dislivello, sul quale il nonno di Lidia aveva installato un’altalena che proiettava in alto e dava la sensazione a chi si dondolava di volare nel vuoto.

Dietro l’altalena si apriva un cancello di legno che immetteva nella pineta vera e propria. Risalendo la strada bianca costeggiata dagli alberi si arrivava in un punto comunemente chiamato la rotonda, in quanto dal terreno uscivano delle mura diroccate poste a semicerchio alte più o meno settanta centimetri, usate per sedersi a parlare schiacciando i pinoli che si raccoglievano a palate.

Sulla destra si apriva un lungo e stretto viale alberato contornato da cespugli di lillà che portava verso l’alto del “monte”.

Scendendo invece si arrivava sino alla casa degli affittuari del terreno e lo spettacolo, seppur meno suggestivo, si faceva più affascinante proprio per lo stato di immobilità nel tempo con i radi pini secolari e gli arbusti fatiscenti. Improvvisi ruderi di scale coperte dai più vari tipi di muschio, che forse nei secoli passati portavano alle case considerate di campagna, ti apparivano dove meno te lo aspettavi.

Non mancava neanche la tradizionale “casa degli spiriti”: non che qualcuno vi avesse mai visto i fantasmi, ma l’aspetto nel suo complesso era così diroccato e squallido, coi buchi neri delle finestre e le assi incrociate sulle inesistenti porte, che dava sfogo alle più tenebrose immagini dell’orrore; per un bambino era un luogo proibito e per questo ancora più affascinante. In questa zona era stato impiantato un carciofeto, scorciatoia per chi veniva da viale Angelico doveva risalire a Monte Mario. Se si aveva la costanza di proseguire ci si trovava dietro e a volte dentro Villa Miani, che già da sola era un gioiello di architettura senza contare il plurifilmato parco.

Si racconta che proprio nella pineta di Monte Mario fosse accampato Mario, avversario di Silla, quando si ammalò di febbre e morì e che il sacrificio a lui dedicato ai danni di Scevola fosse avvenuto proprio da queste parti. Sentenza esecranda Scevola fu ucciso da un boia con la mano leggera e morì dopo una lunga agonia.

A Roma basta poco per creare attorno a un evento storico un alone di mistero e trasformare la storia in leggenda, in questa città dove gli eventi vivono e rivivono in ogni angolo e in ogni uomo.

In nessuna città come a Roma c’è questo interesse per le cose del passato e alla luce di tutto ciò, per chi aveva sentito o letto anche soltanto un po’ di Monte Mario, questo assumeva l’aspetto affascinante del mistero e si poteva sempre, bazzicando quelle parti, scoprire fatti o cose, che portavano a nutrire rispetto per un luogo considerato speciale.

Adele era andata ad abitare nella casa sul “Monte” appena sposata e i primi tempi soltanto l’amore per il suo uomo l’aveva convinta a rimanere.