“I bimbi della fornace” brano tratto da AGAR di Maria Pace

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Un frastuono insolito mi svegliò un mattino assai di buon’ora. Da qualche tempo, in verità, gli ospiti della colombaia della terrazza adiacente alla mia stanza, m’impedivano di prendere sonno e riposare.

Prigioniere delle grosse gabbie di paglia e fango, sei coppie di colombi covavano le uova e non facevano che tubare, garrire e starnazzare.

Erano numerose le specie d’uccelli che si allevavano al Santuario: oche, anatre, gru e un pennuto che il Faraone aveva portato da una delle sue campagne militari e che chiamava “gallina”. Non troppo elegante, la sua carne e le uova erano, però, assai gustose.

Qualche volta aiutavo la sacerdotessa Neferhotep ad alimentare gru e oche con grosse polpette di farina per renderle ben grasse e buone per lo spiedo.

La notte precedente avevo vegliato con un gruppo di novizie e solo verso l’alba es, il Signore della Soglia, aveva cosparso le mie palpebre con le Sabbie del Sonno.

Stavo registrando offerte appena giunte al Tempio; la clessidra chioccolava lenta. Due sacerdotesse portarono in mia presenza una bambina di cinque o sei anni. Era nera di fuliggine da capo a piedi.

“Chi sei?” le domandai e non avendo ottenuto risposta, una delle novizie la sollecitò con uno stiletto gridandole:

“Rispondi alle domande, stupida.- poi a me – E’ Cenere, signora.”

Licenziai la solerte novizia e rifeci la domanda a Shannaz, che stava giungendo di corsa. Lei tese la mano oltre il giardino dagli intensi profumi e indicò il recinto da cui arrivavano odori di vasellame e mattoni appena cotti. Riprese fiato, con un lungo e profondo respiro, poi mi fece cenno di seguirla.

Al Santuario ogni cosa aveva una precisa collocazione: i giardini, le case delle sacerdotesse, le cucine, le dispense, le scuole, i magazzini, le abitazioni degli addetti ai lavori, le stalle. Varcammo la soglia di un piccolo portale che interrompeva il perimetro del recinto. Il muro, di mattoni cotti e legati tra loro da una malta d’argilla e paglia, era fiancheggiato da due grossi sicomori, la pianta sacra alla Signora del Santuario.

Al riparo della sua ombra, un gruppo di novizie stava imparando l’arte della filatura del lino. Una mano protesa verso l’alto per tendere il filo, l’altra a girare il fuso contro la coscia per attorcigliarlo, le ragazze davano vita a una scenetta serena e lieta che mi riportò con la mente alle terrazze del gineceo a Tebe.

Non tutte, però, filavano seguendo quei gesti. C’era una ragazza, appena giunta da Sais, città nota ovunque per la filatura e la tessitura delle sue finissime tele di lino, che lo faceva in modo diverso e che m’incuriosì.

Ammorbidiva il filo facendolo passare attraverso un anello sistemato sul bordo di una bacinella piena d’acqua.

“Bisogna che me ne ricordi – dissi a Shannaz che mi precedeva di un passo – quando sarò tornata a Palazzo. Mi pare che in questo modo il filato sia più sottile e perfetto.”

Proseguimmo. All’interno del recinto rasentammo le prime piante del vigneto del Tempio. Erano il vanto di Nefermut, il capo dei vignaioli ed erano cariche di grappoli azzurrognoli e maturi.

Due ancelle stavano deponendo in piccole ceste di giunchi intrecciati, grappoli destinati alla tavola. Il bravo Nefermut, che nell’arte della preparazione del vino era davvero un maestro, aveva creato le condizioni più favorevoli per ottenere un’uva d’ottima qualità. Aveva fatto arrivare da riva un piccolo canale protetto da un breve argine; ogni mattina, il pio uomo deponeva doni e offerte per propiziarsi la benevolenza di Sha, il Signore delle Vigne.

A un cenno di Shannaz rasentammo un laghetto frequentato da anatre ed oche e confortato dall’ombra di palme e sicomori che ospitavano famiglie di chiassosi pivieri, ibis ed altri uccelli. D’intorno, il profumo di piante rare ed esotiche, giunte da luoghi lontani, menta e incenso, rose e gigli, si mescolava con quello di loti azzurri e bianchi, rampicanti, piante di fichi e tamarindi.

Un alto muro di cinta interruppe d’un tratto i nostri passi. Attraverso una stretta apertura e un tortuoso budello, passammo dall’altra parte.

Ci vennero incontro macerie ed immondizia, insieme ad un penetrante odore di terracotta ancora calda. Di colpo si aprì davanti a noi un mondo da incubo.

Un esercito di piccoli fantasmi si muoveva in mezzo a un denso fumo nero che ammorbava l’aria: fanciulli e fanciulle di tenera età. Inorridii e mi girai verso la mia amica.

“E’ da qui che vengo io.” disse lei. Io non trovavo parole per quel luogo di castigo a cielo aperto.

Guardavo cumuli d’argilla scavata e impastata, trasportata e lavorata da piccoli piedi e piccole braccia, che lavoravano credendo di giocare; che giocavano faticando.

Volti sporchi ridevano ed urlavano; sguardi immobili penetravano l’aria. Piccole mani rovistavano, trovavano, raccoglievano oggetti tra montagne di spazzatura e rifiuti. Cercavano tutto quanto serviva ad alimentare il fuoco di alcuni forni le cui bocche vomitavano fumi maleodoranti: bimbi curvi sotto grosse ceste di polvere e cenere e altri che setacciavano e impastavano.

Piccole mani d’artista davano vita e forma all’argilla. Io guardavo l’argilla superflua che cadeva dalla superficie tondeggiante dei vasi come grossi trucioli. Guardavo i mucchi informi che prendevano vita. Guardavo la fatica e lo spasmo nascosto sotto sguardi e sorrisi: guardavo la fatica e la sofferenza!

Piccoli fantasmi ridevano, piangevano, scherzavano, gridavano, tossivano, starnutivano e ancora ridevano, litigavano, come in un gioco, tra fango e sporcizia: tutto questo sotto lo sguardo impenetrabile di vecchie sacerdotesse guardiane, indolenti e ben pasciute dalle carni dei sacrifici giornalieri. Sedute per terra o su basse sporgenze sassose, bevevano birra e biascicavano preghiere e con gesti stanchi di noia cercavano di liberarsi dal tormento delle mosche, ma seguivano con occhio vigile ed espressione assuefatta ognuno di quei fantasmi.

E’ facile che un bimbo scambi per gioco il lavoro e allora bisogna mutilarne gli slanci!

Tutte loro, mi spiegò Shannaz, avevano conosciuto quella sorte.

“Chi sono questi bambini e queste bambine?” chiesi.

“Sono chiamati a servire la Splendente.” rispose una vecchia sacerdotessa alle mie spalle.

“La Splendente non è mai entrata qui.” replicò Shannaz.

“Non servi anche tu la Splendente, forse?” l’apostrofò con accento di rimprovero la vecchia.

“Non ho scelto io di servirla. – rispose Shannaz – E neppure tu hai avuto scelta, vecchia Semet.”

La vecchia ebbe un moto di stizza e si girò verso di me.

“Ma non la senti, mia signora, questa scervellata? Questa sfrontata? Ciò che esce dalla sua bocca è empio e…”

“No! – non la lasciai finire – Empio è questo luogo!”

Fu così che scoprii la sofferenza.(CONTINUA)

 

brano tratto da  AGAR  di Maria Pace

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