Undici micrologie eteroclite sulle Lingue del Mare – III – Reperti n. 9, 10 e 11 (LAUREN, IL MONACHESIMO LAURINO, NINNA NANNA EPICA DI UN PUBERE MISTICO DISLESSICO)

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 ZONE INTERESSATE DAI REPERTI IN QUESTIONE

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IX – LAUREN

Da Breviario del Ecclesia monobasileica, del Logofante Eufemiostomo da Aghisoro

Nel novero degli uomini di Dio Basileo che hanno contribuito maggiormente a plasmare il volto della nostra civiltà e la sensibilità dell’Ecclesia Monobasileica della Carne e dello Spirito, Lauren occupa una posizione assai particolare e in un certo qual modo eccentrica.

Più peccatore che santo, più padre premuroso che fine esegeta della Parola del Padre Basileo, più contadino che sacerdote, più innamorato dell’esistenza terrena e delle creature che anelante l’eterna beatitudine della Reincarnazione Incorrotta nel Regno del Creatore; dedicò la sua lunga vita all’edificazione di una casa che accogliesse i pargoli che la società aveva abbandonato.

«Mille volte mille anni nel Paradiso della Reincarnazione Incorrotta non volgono la lacrima di un bambino abbandonato», era solito dire ai monaci suoi confratelli quando, ormai anziano, si alzava all’alba per andare a lavorare i campi e i novizi, assetati della sua dottrina gioiosa, lo interrogavano sui misteri della Carne e dello Spirito, durante la vangatura o la potatura. Insegnava infatti esclusivamente di mattina e dedicandosi alle fatiche agricole: «I concetti nati o trasmessi nell’ozio, a riposo, sono concetti nati o assimilati male: monchi, gli mancano le mani. A che può servire un concetto senza mani? Non può toccare né afferrare nulla. No, non va bene, è come lo Spirito orbato della Carne, inutile e perverso. Ogni cosa inutile è pericolosa e dannosa.»  […]

Si racconta che la vigna del suo monastero producesse il miglior vino dell’epoca e i suoi arelli ospitassero i suini più pingui di sempre.

Fu uomo semplice, dai semplici sentimenti, che aborriva ogni sofisticazione […]. Diceva che mai avrebbe permesso che qualcuno irretisse i suoi fanciulli con le bestemmie contro la vita, l’uomo e il creato che stanno scritte nei libri di Poldo e una sera scacciò con il forcone un pellegrino poldiano di passaggio che, alla sua mensa, s’era messo a discettare della Teoria della quadruplice scaturigine ontologica dello spiritus cogitans, tanto cara al Sommo Cattedreo di Castro Derardi.

Diceva anche: «Non credete mai, fratelli e figliuoli miei adorati, alla parola di chi predica e non si sporca mai le mani di nostra madre terra, non credete mai alla parola di chi predica senza calli sulle mani, non credete mai alla parola di chi predica dicendo d’amare l’umanità o perfino il Padre Basileo, ma non ama il prossimo suo e non gli tende la mano per aiutarlo a rialzarsi quando è caduto». Spiegava che le mani sono la sede della virtù e dell’anima, il punto di congiunzione tra la Carne e lo Spirito, e che solo con queste e con le loro opere si può rendere lode all’Unico.

Pregava cantando, soprattutto mentre curava la campagna, e rifiutò il Sacramento del Sarcopontificato, che, si dice, il Sarcopontefice Basileo Anastasio Fortunata gli offrì per due volte, anche se nessuna fonte ufficiale ne fa menzione. […]

Morì ultracentenario raccogliendo cavoli ed è tramandato che accudì più di trecento bambini derelicti, salvandoli dall’infanticidio, dall’inedia e dall’esposizione alle fiere e alle intemperie.

X – IL MONACHESIMO LAURINO

CLODEN: In realtà Cloden non è nemmeno il mio vero nome. Me lo sono inculcato tanto in profondità per paura di confondermi che ormai mi viene naturale usarlo anche parlando con me stesso –  in questo sono stato bravo.

I monaci mi battezzarono Baden. «Questo suffisso -en che contrassegna, per tradizione, chi non ha padre nella regione delle Città Gemelle, come sai, per molti è un marchio d’infamia, – mi disse fratello Mauren, il Bibliotecario. – Tanti bambini del monastero ne soffrono e ne hanno sofferto. Io stesso ne provavo vergogna da  fanciullo. Ma non c’è nulla di cui vergognarsi; al contrario per noi laurini è un simbolo positivo, il Simbolo fondamentale del nostro ordine, insieme alle mani. E non solo perché ci ricorda il valore dell’umiltà, quello è il meno, anche se è importante. Per un altro motivo: perché tanti secoli fa, prima di Lauren, il nome con -en era poco diffuso; solo i bastardi di Molone e Carione lo portavano. Ma non i trovatelli. E sai perché? Perché i trovatelli non c’erano! Chi non voleva il piccino che aveva messo al mondo lo lasciava morire o lo ammazzava. E ora? Non pensare solo a qui, al monastero, pensa alla Vulonia; hai visto quanto è grande la Vulonia? E pensa a Pamona, all’Impero. Sulla mappa geografica delle Lingue del Mare che c’è nel refettorio hai visto quante manine verdi ci sono disegnate? Ogni manina è un monastero laurino, lo sapevi, vero? Sai quante sono? Sono ottantasei. Quando io avevo la tua età ce n’erano settantanove. Allora, oggi, quanti bambini e bambine portano questo nome con -en? Quanti giovani e quante ragazze, quanti apicultori, mondine, studiosi, maestri, monache, verdurai e pescatori? E quanti vecchi come me? Tanti figliolo mio! Più delle foglie dell’acero fuori dalla finestra che guardi sempre quando vi spiego la grammatica. Ognuno di noi è un simbolo di Fede e di Speranza. Ma non la fede nelle dottrine dei Sarcopontefici, non la speranza nella Salvezza finale. No! Una Fede e una Speranza che vengono prima e senza le quali tutto il resto, ogni preghiera, ogni libro e ogni sacramento, non conta nulla. Nulla di nulla, figliolo mio. La Fede nel fatto che quest’esistenza terrena e fugace – che precede la Reincarnazione Incorrotta – non sia insensata; nel fatto che le azioni non siano indifferenti. La Speranza che il nostro agire non sia vano, non sia impotente, non si esaurisca nell’istante stesso in cui esiste, ma che sia efficace e si proietti sulla realtà, cambiandone l’andamento e dandole forma. Se Lauren non avesse fatto quello che ha fatto, cosa ne sarebbe stato di Baden? Forse sarebbe stato soppresso prima della nascita, forse soffocato come fanno i contadini con i gattini in eccesso o forse sarebbe morto di freddo, piangendo sotto la pioggia. Invece vive, mi sta qui davanti! Perché l’opera di Lauren ha avuto la forza di non permettere al nulla di divorarla e così ha migliorato il mondo. È per questo che Baden e che tutti gli altri bambini che hanno il nome che finisce in -en rappresentano il valore e l’importanza dei comportamenti umani e quindi della vita; di una vita operosa e tesa a fare il bene. Un bene che non è idea – di idee è cosparso il selciato dell’Antro Largo! tanto più fitte quanto più ci si avvicina alla Casa di Jacu; dove la morte è senza reincarnazione –, è azione efficace. Voi tutti piccoli monelli siete come le Mani di Lauren, appunto un simbolo. Il Simbolo che precede tutti gli altri. Il Simbolo che nega la vanità del mondo e la vanità del vivere in questo mondo».

Molte cose non le capii, altre le ascoltai a malapena. La lezioncina continuò ancora a lungo e smisi di starlo a sentire. Volevo andare a giocare a nasconderello e pigliatonda con gli altri; mentre parlava avevo finito il mio turno di pulizia dell’aula. Quel discorso non mi riguardava: mi pareva stolto vergognarsi delle proprie origini e non capivo come fosse possibile. Se il Bibliotecario s’era vergognato – e forse si vergognava ancora, altrimenti a che era dovuta tanta partecipata magniloquenza? – di non avere un padre, era uno stolto. Cavoli suoi. Come ci si può vergognare di qualcosa che non abbiamo fatto noi?

Cosa intendesse per «vanità del vivere nel mondo» l’ho intuito anni dopo, ma spesso mi sfugge; lo perdo, perché non mi appartiene, è estraneo. Lo stesso vale per «la forza di non permettere al nulla di divorare le nostre azioni»

XI – NINNA NANNA EPICA DI UN PUBERE MISTICO DISLESSICO

A) SAILAS: «Ello l’infinito non è peggio o meglio. È o non è. Il tuo non è. È altro. Io lo spiego ora rapido ma bene perché è mio dentro così forte che buca le parole bugiarde e bare. Io Sailas ora ti dico veloce del cerchio nella pensazione vera di Sailas senza i numeri. Te lo parlo facile, ma poi basta, ché mi sono annoiante e dopo voglio mangiare un po’ di divertimento. Il Verbo solare dice: “Basta soltanto considerare qualsiasi cerchio. I Soli sono cerchi, ogni universo è un cerchio. I cerchi sono recinti, qualunque cosa racchiudano e delimitino devono esporsi all’infinito”. Veloce: che significa? È significante che l’universo essendo un cerchio non è infinito, né l’infinito: è un cerchio esposto all’infinito. L’universo è l’essere, non l’infinito. Con l’infinito si hanno solo rapporti di esposizione. L’infinito non è essere. Io è un cerchio, Io non è l’infinito, Io è l’essere: Io è un cerchio esposto all’infinito. L’esposizione all’infinito sempre sussiste: non esiste altro modo di essere per l’universo e per Io che essere esposti all’infinito. Essere è esistere, essere è essere esposti, esistere è essere esposti. Che è l’esistenza se non esposizione? Essere esposti è entrare in contatto. Si entra in contatto solo con ciò che è esterno. Nel contratto tra Io e l’esterno si dipana il fenomeno. Il contatto con l’infinito è inesauribile – eccola l’inesauribilità! altro che la tua clodenesca – difatti il fenomeno è inesauribile. L’esterno è l’infinito-fuori-da-Io. Il contatto di Io con l’infinito-come-non-esterno-da-io è la cosa mistica. Cosa mistica è: Ciò-che-è-limitato-e-racchiuso-nel-e-dal-cerchio – ovvero Io – che viene esposto all’infinito-come-non-esterno. Altro che le tue vertigini fantasioseggianti. Ora basta. Se tu Cloden non hai capito bastauguale.»

B) SAILAS: «No, ma io Sailas non parlo così per presaperilculaggine. La mamma mia è aghisorese, parla l’Ecumenico fanoano meglio di tu Cloden molto, lo parla e lo dice come Lucio. Mica mi diverto a fare l’istrione. Io mi divertivo se Lucio mangiava l’amore con me. Quello è divertente. Parlo sempre malemoltopeggio e sempre inventato. Ogni volta che verbalizzo, verbalizzo spostando, figurando, stritolando e errorando diversamente e incoerentemente in base all’umore e alle maree della vasca mia del pensiero sopra al collo. Parlo sempre diverso perché ogni volta che parlo io Sailas devo ricostruire la lingua da capo a piedi tutta. Ella la lingua io la capisco ottimamente tutta nonpocobeneperniente ma non la dico mica come voi. Però, se sono più cheto, verbalizzo meglio, ora sono meno limpideggiante perché Lucio ha suonato la sveglia dentro io Sailas al turbamento dell’amore. In io Sailas la lingua è falsa. Non è vera come in voi. La lingua mia è infida e bugiarda e pigra e artefatta magna. Io nacqui così. Tu Cloden quando nascesti imparasti la lingua udita e poi ella la lingua fu come un dito tuo, lo muovi spontaneo: comandi e si stringe. Ma dentro di io Sailas non è micacosì. Io devo comandare alle parole di uscire dalle tonsille e dalla bocca ogni volta una per una, tirando le orecchie dei lessici. Le parole dentro io Sailas non sono mica un dito! Sono un carro. Ello il carro se vuoi che si muova mica basta che lo vuoi: devi attaccarci i cavalli e poi li devi convincere guidante. In io Sailas le parole e le grammatiche dei costruttifrasi si nascondono, io devo cercale sempre scrutatore. Come chi balbuzisce gli sfugge via la parola, ma lui ce l’ha già nella mano pronteggiante, così le parole mie quando provo a prenderle sguillano scappanti come capitoni appena pescati nella nassa se non ci butti crudele il sale e la cenere. Elle le parole e io Sailas giochiamo ogni giorno a nasconderello, ma elle  paroleanguilla barano continuamente. Io venni al modo così.»

C) «Sei la mia scimmietta», gli disse Cloden abbracciandolo, alla fine «E tu Cloden sei il tigrotto di Sailas. Ora dormi però. Dormi bene. Io Sailas ti parlo ninnatore la storia addormentate del tigrotto quello mio vero, peloso artigliante e striato, che è molto ludico e dispettoso. È amico mio fedele ello molto. È il cucciolo della tigre Filippa dell’Amore mio Eliarca, che lui me l’ha donato alle nozze nostre, perché io Sailas voglio bene tanto agli animali ognuno e ciascuno e menochemai gli faccio male o danno doloroso o li mangio inghiottitore. Ello il tigrotto mio vero si chiama Alessandro, come il condottiero di prima del Diluvio, il più magno di tutti in ogni tempo, più magno del Primo Eliarca e di Giulio Cesare Gallico e Pinco Quinto Zoppo e di Fann Pastori di popoli e di Jacurectabas antenato mio. A ello Macedone, Unificatore di tutti i greci luminosi, imparò il sapere Aristotele Peripatetico, che era più saggio ancora di Pitagora Odiatore di fave e fagioli e anche di Gerasa e di Jacurectabas antenato mio. Ello Magnissimo, che sconfisse Dario Achemenide di Persepoli, era figlio del Sole, che allora era appellato Ammone e stava nel deserto appresso alle piramidi faraoniche non tolemaiche, dove i gattini erano sacri, e fecondò in forma di serpente la moglie di Filippo, Olimpiade Epirota discendente di Neottolemo Tracotante ammazzatore di Priamo Signore di Ilio e Padrone equo dei domatori di cavalli. Il tigrotto mio Alessandro ha due anni e è furbo e svegliato nel pensiero come l’omonimo di ello amatore di Efestione valoroso. Ma il mio è bravo e non s’inebria di vino indiano come ello sgozzatore vergognoso piritoico di Clito commilitone e amico fraterno suo. La mamma mia bella narratrice notturna raccontava sempre a io Sailas piccino piccino queste storie più antiche di tutte. E ancora più antiche, come quando Achille fanciullo nolente partire in guerra era nascosto tra le bimbe e faceva la bambina lunghi capelli di grano tra le bimbe e ludava con loro e non era micaperniente il Piè veloce. Allora era prima di tutte le cose belliche e Scamandrio Poverino compassionevole – che io Sailas gli voglio bene tanto e lo lacrimo – ancora non era procreato, ché Andromaca doveva ancora conoscere la carne del marito suo ello glorioso, ello che mortostecchito fu dato in pasto alle cagne e agli uccelli dal Mirmidone irato luttuoso, ello Ettore Campione delle genti di Ilio dardanica che era fratello di Paride afroditico codardo Arciere, ladro di Elena eletta Regina pulcherrima dopo la Mela della discordia recante scritto alla più bella, lanciata cattivamente da Eris Dispensatrice di guai procellossi al banchetto divino delle nozze di Teti Nereide, ella scordatrice di intingere il tallone vulnerabile dell’Eroe degli eroi infante, che ello poi fu volente trapassare nell’Ade giovanegiovane per la fama imperitura, pentendosi poi solo seguitamente da già cadavere succhiatore di sangue nelle terre autunnali e invernali di Persefone Misterica eleusina, figlia di Flora. E allora però ogni cosa troiana doveva ancora succedere e il Fiume Xanto ancora era dolce e abbeveratore gentile degli animaletti selvaggi e casalinghi e il fratello suo fluviale Simoenta torrenziale scorreva non arrabbiato e Calipso la Ninfa nussunoperniente vedeva da tanti secoli lenti nonmai passanti e stava sola e triste ai confini del mondo e Polifemo Ciclope era ancora vedente e mungeva le pecore sue pacato e si sfamava di ricotte e latti cagliati e Nausiaca stava nella culla dondolante e ancora non era svezzata. Ma Ulisse lo disnascose, a ello bambino Achille Ettoricida, mettendo una spadagladio tra i giochi delle bimbe e ello Pelide, allevato da Chirone Centauro, afferratala subito la spada, ché già agognava le armi, si scoperse e dovette salpare per la pugna decennale assediante. Ello Re di Itaca e Re più di tutti nella furberia ingannatrice, più astuto di Rutran Proteiforme e più artefattore di Dedalo Costruttore di false vacche amatrici, ello portatore della cicatrice riconoscente sulla coscia – giapprima di ello l’altro l’amatore di Patroclo –  tentò di truffare, voleva frodare gli achei a sua volta, volente rimanere con Penelope Scucitrice Perenne sua, e così arante il campo della maggese, seminava il sale marino, volendo apparire folle, ma preso per un braccio Telemaco…»

*Illustrazione in copertina di Carl Gustav Jung (LIBRO ROSSO)

“LA BAMBOLA” favola…di Maria Pace

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Un pino faceva bella mostra di sé lungo il viale del giardino della casa di Emma Vittoria, una bella bambina allegra e vivace, con due occhi carichi di splendore e verdi come il colore di quel pino; il babbo lo aveva fatto piantare il giorno in cui era nata, proprio quattro anni prima.

Era dicembre e faceva freddo; era arrivata anche la neve, che aveva imbiancato ogni cosa come con panna montata. Il pino, addobbato con nastri e filamenti luccicanti, sembrava un albero di Natale. C’era stata gran festa quel pomeriggio, con giochi, dolci, coriandoli, bevande e zucchero filato. Il babbo aveva perfino fatto arrivare un clown dal Circo accampato alla periferia della città.  Il pomeriggio era passato in un baleno e già le amichette e gli amichetti di Emma, l’uno dopo l’altro, avevano lasciato la casa.

Emma Vittoria, però, era ancora tutta eccitata e, soprattutto, soddisfatta dei regali ricevuti che erano stati veramente belli e numerosi. Uno, particolarmente gradito, era  arrivato con la zia Maria: una bella bambola vestita alla marinara, con un vestitino bianco e celeste proprio come il suo e i lunghi capelli raccolti  dietro la nuca da un nastrino.

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Approfittando della presenza della zia Maria, Stefy e Dario, la mamma e il babbo della piccola, si offrirono di accompagnare a casa uno dei piccoli ospiti della loro bambina e lasciarono la casa.

Rimasta da sola con la zia, Emma prima cominciò con un’interminabile “filastrocca dei perché”, poi la pregò di raccontarle una favola e la zia Maria non si fece pregare; le piaceva raccontare e ad Emma piaceva ascoltare. Sedettero davanti al camino acceso e scoppiettante: la zia su una poltroncina ed Emma accanto a lei

La piccola Emma Vittoria stringeva fra le braccia la sua bambola; con quei capelli raccolti, il cestino di fiori e la letterina di auguri in mano, sembrava proprio una bambina.

La zia cominciò a raccontare:

“Nei tempi dei tempi che furono, viveva, in una grande casa dell’Antica Roma, un bimbo di nome Fabio, assai biricchino e vivace… Il posto preferito per le sue marachelle era  la stanza delle sorelline…La piccola Emma ascoltava attenta.

Nel camino, intanto, la legna scoppiettava allegra e le scintille salivano verso l’alto, simili a abbaglianti stelle; zia e nipotina, l’una accanto all’altra, erano davvero felici e contente.

Vuoi vedere – continuava il racconto – come trasformo la bambola di legno della mia sorellina nelle ruote del mio carretto? Si  disse un giorno il piccolo discolo, guardando soddisfatto la bambola sottratta alla sorellina minore…”

La zia s’interruppe.

Emma la vide appoggiare il capo alla spalliera della poltrona e socchiudere gli occhi; le parve che volesse addormentarsi e allora la sollecitò:

“Avanti, zia. Racconta. Chi era Fabio? Era un piccolo mago capace di fare magie come il clown della mia festa? Racconta, ti prego. Racconta.”

La zia riaprì gli occhi, sorrise e riprese:

“Oh, no! Fabio era solo un bambino assai ingegnoso, capace di fare agli amici scherzi molto divertenti… – s’interruppe ancora e ancora richiuse gli occhi, ma li riaprì subito – La piccola canaglia…” riprese, ma s’interruppe nuovamente: gli occhi chiusi, il capo reclinato, un dolce sorriso sulle labbra.

“Ed ora? – la invitò Emma, ma anche lei sentiva una gran voglia di chiudere gli occhi – Racconta, zia, racconta… come fece quella pi…piccola   ca…canaglia a…”

“La… la bambola di le…legno…” continuò la zia, ma, per la terza volta, s’interruppe e questa volta la piccola non la sollecitò più a proseguire: un dolce sopore aveva preso anche lei.  Smise di fare domande, chiuse gli occhi e si abbandonò a quello strano torpore; la zia aveva smesso di raccontare e le sue mani, abbandonate in grembo, non accarezzavano più il suo capo.

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Nel camino, intanto, la legna era diventata brace e la brace andava consumando ed assumendo una tinta sempre più scura e minacciosa

Un penetrante odore, dolciastro e amaro insieme, aveva cominciato a saturare la stanza.


Nel frattempo, nella villetta accanto, la casa della piccola ospite di Emma,  si stava conversando amabilmente; tra un pasticcino, un pettegolezzo e una cioccolata calda, il tempo scorreva veloce e inavvertito.

Qualcuno bussò alla porta.

La padrona di casa andò ad aprire e si trovò di fronte una bambina con sulle spalle un bel mantello di velluto ricoperto di neve e un capello in testa, trattenuto da nastrini rossi.

 

f3e85efa40669f5a630f0398c2c7fcee“Entra. Entra, piccina. – la donna si fece da parte per lasciarla entrare – Chi sei? Hai bisogno di qualcosa?”

“Sono l’amica di Emma Vittoria e cerco il suo babbo e la sua mamma.” rispose la piccola sconosciuta.

“Ma certo, cara. Entra… I genitori di Emma sono in salotto… ma dov’è la piccola Emma?”

“Non è con me. La mia amica Emma Vittoria è a casa con zia Maria, ma bisogna correre subito da loro perché sono in grave pericolo.”

“Santo Cielo! E’ accaduto qualcosa?” esclamò la donna.

Richiamati dalle loro voci, i genitori di Emma  si precipitarono sulla porta d’ingresso.

“Che cosa è successo a Emma Vittoria e alla zia Maria? – cominciarono a tempestare di domande la piccola – E tu, chi sei? Non ti ho mai vista prima.”

“Sono Laetitia-Angiolina, la nuova amica di Emma e sono corsa ad avvertirvi che la mia amica e la zia stanno molto male.”

“Oh, mio Dio! Che cosa è successo alla mia bambina?” si allarmò la mamma di Emma.

“Sembrano addormentate. – spiegò la piccola, scuotendosi la neve di dosso – La legna… la legna, bruciando, ha liberato uno strano odore e tutta la stanza ne è piena… tutta la stanza…”

Senza aggiungere altro, la piccola si voltò per raggiungere l’uscita.

“Presto… presto!” esclamò il babbo, che aveva afferrato la gravità della situazione e senza altri indugi, si lanciò di fuori, lungo il sentiero che portava a casa

“Le esalazione di gas prodotto dalla legna – andava ripetendo – … la legna del camino..”

La mamma di Emma si gettò addosso in tutta fretta il cappotto e seguì il marito sotto la neve che fioccava sempre più abbondante.

Seguiti dagli amici, raggiunsero la loro casa.
Trovarono Emma Vittoria e zia Maria accanto al camino non più scoppiettante, ma scuro di cenere.
Parevano addormentate, proprio come aveva detto la piccola sconosciuta. In realtà, erano svenute, ma rinvennero subito, appena furono apprestate loro le cure e le attenzioni necessarie.

 

“Dov’è Laetitia Angiolina? – la mamma di Emma si guardò intorno alla ricerca della piccola sconosciuta – Voglio ringraziarla. Non oso immaginare quello che sarebbe potuto accadere senza di lei.”

“Chi è questa nuova amichetta della nostra Emma? – anche il babbo la cercò – Ma dove sarà andata? Era tutta bagnata, povera piccola. Potrebbe prendersi un malanno.”

“Di chi state parlando?” domandò Emma, sollevando la testa dal divano del soggiorno su cui era stata adagiata insieme alla zia.

“Della tua amica Laetitia Angiolina. – risposero tutti in coro – E’ venuta ad avvertirci di quanto stava accadendo qui.”

“Ah! La mia amica Laetitia Angiolina… – Emma Vittoria riempì con un lungo respiro la pausa che seguì, poi –  E’ lì, accanto al fuoco.” continuò e con la manina sollevata indicò la bambola seduta per terra accanto al camino.
“E’ Laetitia Angiolina. – ripeté – E’ la bambola che mi ha regalato zia Maria. E’ lei la mia  nuova amica.”

Si girarono tutti a guardare in direzione del camino.
Il volto della bambola era lo stesso della bambina venuta a dare l’allarme; anche le scarpine erano bagnate e il mantello verde era ancora ricoperto di qualche pagliuzza di neve.

Mamma Stefy scoppiò a piangere:

“Oh, piccola mia! Era  Laetitia Angiolina… Angiolina… il tuo Angelo Custode. Era il tuo Angelo Custode che ha preso le sembianze della tua bambola.”

tratto da  “VISCHIO  E  AGRIFOGLIO – Racconti di Natale”di Maria Pace

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GLI ARABI E I NORMANNI A PALERMO- di ELISA MORO

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In seguito alla conquista da parte degli Arabi, avvenuta nel 831 d.C., dopo un lungo assedio, la città di Palermo in 243 anni di dominazione, raggiunse splendore e prosperità; fu sede degli Emiri e divenne simile alle maggiori città arabe. La città raggiunse proporzioni notevoli attraverso nuove espansioni che garantirono integrità all’antico tessuto urbanistico del Cassaro. L’antica Paleopoli che dal XI sec. verrà denominata Galca, cioè “la cinta” dall’arabo al-halquah, diverrà la sede del primo nucleo di quel complesso che poi sarà il Palazzo dei Nomanni. Prima tra le espansioni urbane della città in periodo Arabo fu la cosiddetta “Halisah”, cioè la Kalsa, una vera e propria cittadella fortificata che venne costruita nel 937 nell’area in prossimità della attuale Cala. Era munita di porte e serviva a fronteggiare gli eventuali attacchi dal mare.

Si tratta della prima espansione che abbia seguito un programma stabilito e che sia stata utile ad accogliere gli edifici della classe dominante dei fatimiti. Successivamente la città conobbe altre espansioni fuori le mura e, a nord e a sud, si costruirono nuovi quartieri… Uno di questi a Nord del Cassaro era chiamato “harat as Saqalibah”, meglio noto come il “quartiere degli schiavoni”, il quartiere più popolato della città. Mentre il Cassaro e la Kalsa erano destinati infatti a residenza dell’apparato dirigente e amministrativo oltre che militare, “harat as Saqalibah” era destinato ai commercianti e pertanto tendeva ad accogliere tutti coloro i quali giungevano per motivi commerciali.

Era un quartiere multietnico che risentiva dei contatti via mare. Il testo “Sicilia musulmana” di I. Peri (1961 -Edistampa), riporta: “Palermo divenne il centro preferito della immigrazione musulmana, richiamando non solo militari ma anche mercanti. Non mancarono gli isdraeliti; persiani, siriani, arabi, africani vi convennero in nutriti gruppi richiamati dal clima e soprattutto dal ruolo assunto dalla città, di emporio del commercio più redditizio fra l’oriente e l’Africa da una parte e i paesi dell”occidente cristiano dall’altra”.
Al mercante arabo Ibn Hawqal dobbiamo la descrizione di alcuni antichi mercati dell’antica città. In tal senso è interessante rilevare ancora oggi la insistenza negli stessi luoghi di alcuni mercati tradizionali della città come Ballarò, la Vucciria e Lattarini. Del resto, per fare un esempio, l’origine del termine “Lattarini” deriva da “‘attarin” che vuol dire gli “speziali”. Dalla via Calderai alla via Divisi, invece si estendeva il quartiere della moschea, testimoniato dalla presenza di un vicolo che ancora oggi riporta il nome meschita.

La mancanza di permanenze architettoniche relative alla presenza degli Arabi a Palermo è ancora oggi poco indagata. Le testimonianze di carattere religioso sono del tutto irrilevanti e analogamente può dirsi di quelli a carattere militare, tanto che si può affermare che gli unici resti di architettura islamica in Sicilia sono i bagni di Cefalà Diana, fuori Palermo. Eppure Palermo è decantata dai numerosi viaggiatori come una città ricca di moschee (si dice fossero ben trecento) e di bellissimi palazzi. Ibn Gubayr, viaggiatore andaluso in Sicilia tra il 1184 e il 1185, descriveva Palermo come una città ricca di meravigliosi palazzi, giardini e parchi che circondavano la città come “i monili cingono i colli delle belle dai seni ricolmi”. Descrive anche il “qasr Ga’far” come un castello nei pressi della città sede dell’Emiro Ga’far. Oggi noto come il Castello di Maredolce è stato recentemente restaurato. Possedeva un’ampia peschiera con un’isola al centro; tale lago era alimentato dalle acque provenienti dalla sorgente del maredolce. Ancora oggi sono visibili alcuni tratti degli argini del laghetto intonacati di rosso.

Recentemente i “giardini islamici” di Palermo sono stati portati all’attenzione dell’Unesco, dopo un seminario che ha riunito parecchi studiosi di giardini islamici. Questi giardini infatti riprendevano i modelli persiani e, essendo posti intorno alla città in posizione dominante, erano circondati da muri ed erano ripartiti in modo geometrico. Canalette d’acqua, circondate da aiuole fiorite, agli incroci recavano fontane e confluivano in bacini più ampi, i cosiddetti laghetti, che spesso avevano un’isola artificiale al centro. Intorno, spazi aperti erano appositamente dedicati all’esercizio della caccia e alla sperimentazione di tipo agronomico. Con la dominazione Araba giunsero infatti in Sicilia molte specie vegetali, tra cui i noti limoni e gli aranci. I giardini ne erano ricchi, come del resto erano ricchi di fiori profumati, come i gelsomini, e di palme. Possiamo immaginare i profumi che si spigionavano da questi campi, dove era uso degli islamici recarsi a disquisire di argomenti scientifici.

Anche l’edilizia minore della Palermo araba aveva dei lati caratteristici contrassegnati da una costante presenza di giardini che si frapponevano tra le varie unità edilizie.

Altre strutture inoltre arricchivano la città araba, come ad esempio i bagni. Con gi Arabi Palermo assunse la forma rettangolare che conosciamo e, per l’ipotesi di popolazione in circa 300.000 abitanti, venne messa al II posto dopo Costantinopoli. Nel periodo Arabo furono inoltre portate avanti delle tecniche agricole avanzate per un migliore sfruttamento del suolo e per la canalizzazione delle acque. Il commercio e l’evoluzione del mondo agricolo contribuiranno allo sviluppo della città che si confermerà una struttura di tipo multipolare in relazione con il paesaggio circostante.

Il I Gennaio del 1072, con un esercito al seguito, Roberto il Guiscardo e il Conte Ruggero entrarono a Palermo attraverso la porta della città, che si trovava nella zona della Kalsa, segnando la fine della dominazione Araba e l’inizio di quella Normanna.
Tale evento rimase impresso nella memoria della gente, così tanto, da ispirare l’arte popolare. L’argomento fu infatti narrato nei dipinti di molti carretti siciliani, e ispiratore delle storie narrate nell’opera dei pupi.
Al figlio del Conte Ruggero, Ruggero II, che venne incoronato re di Sicilia nel 1130 nella Cattedrale di Palermo, dobbiamo i maggiori monumenti di epoca normanna a Palermo; molte moschee, in questo periodo, vennero distrutte per far posto a chiese cattoliche la cui architettura risentiva fortemente delle precedenti costruzioni islamiche.

La Chiesa di St. Maria dell’Ammiraglio detta “la Martorana” rappresenta una delle chiese più belle ed emblematiche della Sicilia per l’armonia raggiunta dall’insieme dei diversi stili che nei secoli in essa si sono stratificati.

All’interno della Chiesa in una decorazione musiva è raffigurato in atto d’adorazione ai piedi della Vergine, Giorgio d’Antiochia, Ammiraglio di re Ruggero che fondò la chiesa nel 1143. La chiesa prese il nome di St. Maria dell’Ammiraglio in onore di Maria e del suo fondatore, ma tale nome mutò nel 1435, allorquando la chiesa fu ceduta alle monache del monastero benedettino fondato dalla moglie di Goffredo Martorana.
L’interno è a croce latina, le splendide decorazioni musive interessano le pareti, le absidi, il presbiterio, il tamburo e la cupola e si accostano meravigliosamente agli affreschi settecenteschi realizzati dal Borremans.
Il campanile e il nartece sono databili tra il 1146 ed il 1185. Al 1588 risale la demolizione della facciata originale che venne sostituita dalla facciata barocca che oggi ammiriamo. Accanto alla Martorana si trova la Cappella di San Cataldo di schietto gusto islamico, sormontata da tre cupole rosse. Nel 1844 la cappella fu restaurata secondo il progetto dell’architetto Patricolo che restituì a San Cataldo il suo aspetto originario.

La Cattedrale di Palermo, è stata l’ultima grande costruzione normanna della sicilia e fu edificata durante Guglielmo II nel 1166-1189 in luogo di una chiesa paleocristiana distrutta all’epoca delle invasioni vandaliche. Costituisce un esempio di come si siano sovrapposte e sintetizzate in un’unica opera architettonica molti linguaggi architettonici appartenenti a diverse epoche, dall’arabo-normanno al neoclassico. Accoglie le spoglie dei reali normanni e svevi: Ruggero II, la moglie Costanza e Enrico IV, oltre a FedericoII e Costanza d’Aragona. Nella cattedrale, si racchiude parte della storia stessa della città di Palermo. Vi furono incoronati Carlo III di Borbone e V.Amedeo di Savoia.

Uno dei simboli architettonici della città è la chiesa di San Giovanni degli Eremiti, edificata in epoca normanna e caratterizzata dalle note cupole rosse dall’aspetto arabo. La presenza dei Nomanni caratterizzò non poco l’immagine della città: atre testimonianze d’epoca normanna sono la Cuba e la Zisa.

La Cuba, di poco posteriore alla Zisa, fu eretta nel 1180 e destinata a residenza estiva della corte normanna. Faceva parte del parco di delizie dei re normanni e si specchiava in una enorme peschiera. L’imponente massa architettonica, coronata da un’iscrizione a caratteri cufici, consta di quattro geometrici avancorpi ed il rigore perfetto delle pareti è movimentato da un’ampia sagomatura di archi ciechi ogivali. All’interno, la copertura della sala centrale, che si elevava per tutta l’altezza dell’edificio, era decorata “a stalattiti”. Dopo 135 anni la Cuba è stata recentemente aperta al pubblico; la Soprintendenza di Palermo ha infatti ottenuta la cessione definitiva dell’area pertinente al laghetto che circondava l’edificio e che era stata occupata da alcune costruzioni, che avevano inglobata la costruzione araba per numerosi anni impedendone la visione al pubblico…. Durante la visita alla Cuba è possibile ammirare un plastico che mostra come doveva essere l’aspetto del maestoso edificio quando era circondato dalla peschiera, di cui oggi rimangono soltanto le tracce.

La Zisa, dall’arabo “Aziz”, la splendida, era una reggia circondata da giardini di delizie e da una grande Peschiera, che fungeva da specchio al meraviglioso palazzo. Recenti opere di restauro hanno restituito parte dell’antico splendore all’edificio … E’ così oggi possibile visitare l’interno dell’edificio dove è stato realizzato un museo dell’arte islamica in Sicilia; L’imponente massa muraria è ingentilita dalla presenza di monofore ricavate nei caratteristici archi ciechi ogivali.
All’interno la sala principale, dal vestibolo a pianta cruciforme, è ornata da esedre parietali e soffitti alveolati, qui originariamente, da una fontana fino al 1500 sgorgavano acque che attraversando l’ingresso raggiungevano poi un vivaio.

La cubula è invece un piccolo padiglione aperto nei 4 lati da arcate ogivali, ed è sormontato da una cupola rossa. Realizzata per far parte del noto Parco del Genoardo realizzato sotto GuglielmoII, è stata restaurata nel 2004 insieme al recupero dell’agrumeto circostante.

Tali monumenti rappresentano l’aspetto forse più diffuso della città di Palermo che viene così percepita come una città sospesa tra oriente e occidente, per la presenza di quelle componenti introdotte dalle maestranze arabe nelle architetture denominate arabo-normanne, e anche per il permanere di alcuni usi e costumi di carattere tipicamente arabo ancora talvolta perpetuati da parte della popolazione.

I RAGAZZI & LA SCUOLA -di Diego Licata

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In seconda elementare ebbe lo stesso insegnante della prima, il professor Augello, un bel uomo sui cinquantanni dallo aspetto distinto e fisicamente ben formato sui cento chili; ma quello che in Alberto s’impresse di più furono le mani, grandi, sempre pulite e i peli neri e folti che spiccavano dietro le sue dita.
Il fatto che Pina, la sorella di Alberto, lavorasse come persona di servizio dal fratello del professore non cambiava nulla nei suoi riguardi, poiché se aveva qualcosa da comprare, mandava Alberto come tutti gli altri durante la lezione; per i ragazzi era piacevole, poiché li sottraeva alla noia della lezione.
Una mattina appena entrati in classe, ordinò ad Alberto d’andare in un negozio del paese e farsi dare ciò che era stato ordinato da lui; Alberto eseguì l’azione come chiunque altro ragazzo prendendosi il suo tempo. Al ritorno entrò in classe e salì sulla cattedra, dove il professore correggeva i compiti.
Mentre gli stava accanto, la sinistra del professore prendeva il compito già marcato e la sua destra assegnava il punteggio a quello che emergeva dalla pila che gli stava di fronte; il primo fu dieci; il secondo zero, dieci il terzo e, nemmeno a farlo apposta, zero il quarto che era quello di Alberto.
Arrabbiatissimo, posò la colazione che gli avevano dato per portarla in classe al professore e andò a sedersi. Dopo qualche giorno, al solito orario: «Alberto va a prendere il pesce alla pescheria».
«No, non ci vado.»
Il silenzio fu quello che osservò Dante nel Limbo. Di nuovo la voce dell’insegnante: «Vai a prendere il pesce».
Alberto ancora una volta si rifiutò. Allora quello si alza e va al banco, dove quest’ultimo era seduto: «Ti … ho detto … vai … a … prendere … il … pesce».
Alberto non riuscì a completare il suo rifiuto perché gli arrivò un ceffone così forte che, nonostante la bellissima giornata di primavera, si vide girare intorno alla testa tutte le stelle del firmamento.
Nello stesso momento che la mano lo colpiva, aveva visto saltare il professore con un forte «Ah!». La scolaresca scoppiò a ridere nel vedere il professore correre verso l’infermeria.
Solo dopo notò l’ago che aveva infilato, come spesso fanno le sartine, sul bavero della giacca. Naturalmente non aspettò che l’insegnante ritornasse, prese la sua cartella e uscì dalla classe.
Fuori paese avevano aperto delle scuole per chi abitava in campagna; in quella che era situata in contrada «Fontana Amara», poiché non era la sua zona, lo rifiutarono mentre in quella chiamata «L’acqua Santa» lo accettarono.
Vi passò due piacevolissime settimane. C’era una giovane insegnante molto brava con i bambini che durante la ricreazione, nella verde campagna, li faceva divertire, tanto e giocava insieme con loro. Poi gli fu detto che il direttore aveva ordinato che ritornasse alla scuola comunale.
A parte quest’abuso di autorità, che allora era insito nella vita siciliana, Alberto conservò un piacevole ricordo perché malgrado quest’abuso di potere era un gentiluomo.
Quando Alberto frequentava la quarta elementare, gli insegnanti erano molto soddisfatti del suo progresso e lo fecero sapere a sua madre, dicendo che sarebbe stato un peccato non farlo continuare a studiare. Questo era più facile a dirsi che a farsi, anche se ora le condizioni non erano così disagiate come una volta; Lilla e Pina lavoravano come personale di servizio e la madre aveva trovato lavoro nella mensa della scuola comunale. Non c’era modo in cui la sua famiglia potesse affrontare le spese necessarie per farlo proseguire negli studi.
Qualcuno suggerì di andare a parlare con una certa signora ricca e pia che era molto generosa e rispettata dagli ordini religiosi; bastava una sua raccomandazione ad aprire le porte dei collegi. Questa, appena seppe del ragazzo che andava a messa e che voleva farsi prete, si mise in contatto con diversi conventi.
La risposta non si fece attendere, ma sebbene fosse affermativa, c’era un grosso ostacolo; doveva entrare in collegio al principio del nuovo anno scolastico altrimenti si sarebbe trovato un anno indietro e non l’avrebbero preso.
Pina, che lavorava dal fratello del professor Augello, ed era ben voluta dalle due famiglie, spiegò la situazione al professore, il quale ordinò a quella maestrina, che era stata per due settimane l’insegnante di Alberto in campagna, di prepararlo durante l’estate per sostenere gli esami di quinta a settembre, naturalmente senza essere pagata.

QUATTRO PASSI NELLA LIRICA – “IL TROVATORE” di Sabrina Granotti

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Ci occupiamo oggi del “Trovatore”, completando così il racconto della “Trilogia popolare” di Giuseppe Verdi. Ambientata nel Medioevo, epoca storica particolarmente cara ai Romantici, l’opera presenta sia gli aspetti tipici del melodramma, come il contrasto tra amore e dovere, che quelli del teatro tragico tradizionale: fosche vicende famigliari, scambi di bambini nella culla, riconoscimenti tardivi; senza dimenticare l’importanza dei cori per la narrazione degli eventi: quello iniziale che dialoga con Ferrando ha un ruolo affine a quello ricoperto nel teatro greco. La trama (tratta dal dramma “El Trovador” di Antonio García Gutiérrez) è complessa e si è spesso sottolineato quanto i tempi della conclusione si succedano con una velocità fuori dal comune; l’ambientazione è in Spagna, tra la Biscaglia e l’Aragona.
La parte prima (denominata “Il Duello”) vede il capitano delle guardie Ferrando (basso) narrare di un presunto maleficio gettato da una zingara sul secondogenito dell’allora Conte di Luna; ritenuta colpevole del peggioramento delle condizioni di salute del neonato, essa venne bruciata al rogo come strega. Per vendetta, la figlia di costei aveva rapito e bruciato il bambino. La scena si sposta poi su Leonora (soprano), dama amata dall’attuale Conte di Luna (baritono), che racconta del proprio innamoramento per un cavaliere misterioso alla confidente Ines (soprano); il giovane si era poi ripresentato nelle vesti di “un trovatore”; la protagonista femminile canta l’aria “Tacea la notte placida” e la cavatina “Di tale amor che dirsi”. Giunge Manrico (tenore), annunciato dal suo canto “Deserto sulla terra”, dedicato a Leonora; il Conte di Luna (basso), consapevole di avere in lui un rivale (“Il Trovator… io fremo!”), stava spiando Leonora e irrompe, per ucciderlo; Leonora in un primo tempo, a causa dell’oscurità, scambia il Conte per il Trovatore, volgendogli parole d’amore che fanno infuriare l’amante; chiarito l’equivoco, ad essere preda dell’ira è il Conte, che sfida Manrico a duello.
Gli avvenimenti sono molteplici e complessi; rinviamo quindi a martedì prossimo la narrazione di quanto avviene in seguito. Nel frattempo, se queste poche parole hanno acceso in voi il desiderio di ascoltare quest’opera… buon ascolto!

I RAGAZZI & LA SCUOLA – di Sabrina Granotti

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La Storia, prima Maestra di vita. Insegnandola ai ragazzi, ritengo sia importante porre l’accento su come i fenomeni non nascano “per caso”, bensì si sviluppino progressivamente da una catena di eventi, in stretta relazione tra loro. Per esempio, l’antisemitismo nazista trovò terreno fertile perchè nel mondo tedesco vigevano da secoli odio e pregiudizi nei confronti degli Ebrei. Allo stesso modo, in un periodo di tempo più ristretto, le grandi tragedie avvengono secondo un “crescendo” di sopraffazione e violenze. Osserviamo quindi come avvenne il cammino che condusse alla realizzazione della Shoah.
Hitler aveva teorizzato nella sua opera di diffusione dell’ideologia nazista, il Mein Kampf, il sistematico stermino del popolo ebraico. Raccogliendo il retaggio di un antico e radicato antisemitismo, da secoli presente in Europa, il Führer aveva rivolto contro gli Ebrei la strategia del capro espiatorio, incolpandoli di aver causato, con il loro tradimento, la sconfitta della Germania durante la prima guerra mondiale. Una volta salito al potere, Hitler aveva immediatamente attuato discriminazioni e persecuzioni ai danni degli Ebrei; innanzitutto aveva emanato le Leggi razziali avvalendosi della collaborazione di Alfred Rosenberg: gli Ebrei vennero emarginati dalla vita politica, economica e sociale della Germania nazista e costretti a vivere nei ghetti (quartieri a loro riservati). Nel 1938 i nazisti scatenarono la Notte dei cristalli, distruggendo negozi, sinagoghe e massacrando moltissime persone; fu l’inizio delle deportazioni di massa nei Lager, i campi di concentramento in cui si realizzò la Shoah, ovvero la distruzione sistematica della dignità, della personalità ed infine della vita stessa di circa sei milioni di Ebrei.
Con lo scoppio del secondo conflitto mondiale la condizione ebraica si aggravò ulteriormente: l’invasione della Polonia e di altre nazioni europee diede agio a Hitler di accanirsi anche sugli Ebrei che vivevano in quei Paesi. Le deportazioni aumentarono esponenzialmente: i prigionieri venivano ammassati nei Lager di Auschwitz, Buchenwald, Mathausen, Dachau ed altre località passate tragicamente alla storia. Solo la caduta del regime nazista consentì la scoperta degli orrori perpetrati, che si accentuarono dopo le prime sconfitte subite dalla Germania: Hitler ordinò infatti l’avvio della soluzione finale, ovvero della cancellazione totale della stirpe ebraica, che solo l’invasione da parte degli Alleati poté arrestare.
Tratto da Sabrina Granotti – “S.O.S. STORIA”, vol 5