“I RAGAZZI e la SCUOLA… Dal diario di una studentessa dell’Antico Egitto” DI MARIA PACE

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Mi ritrovai a consumare il tempo copiando e ricopiando massime moralistiche che avevano un triplice scopo: farci apprendere l’uso della scrittura, temprare il nostro carattere e assicurare al Tempio cospicui guadagni dalla loro vendita.
“Raddoppia il pane che dai a tua madre.
Essa ebbe gran carico in te e non ti lasciò ad altri.”
“Non parlare contro nessuno, grande e piccolo.
E’ un abominio per il tuo Ka.”
Queste ed altre massime, scrivevamo su tavolette di legno e ceramica, intingendo la penna nell’inchiostro con diligenza. Insegnamenti antichi di Saggi e Sapienti, seguendo i quali, ogni uomo poteva avvicinarsi un po’ di più alla perfezione ed alla verità divina. Ben presto fummo pronte ad usare fogli di papiro; legno e ceramica erano serviti per gli esercizi dei primi tempi e servivano ancora per la brutta.
Benché le sponde del Nilo fossero ricche di questa vegetazione, e anche il Santuario ne avesse nei suoi stagni, la carta pronta all’uso era un bene prezioso da non sciupare. Ad utilizzarla erano in pochi; sacerdoti, scribi, allievi di scuole di grado superiore e, naturalmente, il Faraone e la corte. Per la stessa ragione, i rotoli erano utilizzati più volte e su entrambe le facciate.
Scrivere su un foglio di papiro non era particolarmente difficile, ma le prime volte incontrammo tutte qualche difficoltà. Secondo le regole, i Testi Sacri andavano scritti in verticale e da destra verso sinistra; imbrattare d’inchiostro il foglio e renderlo inutilizzabile se vi si poggiava la mano invece di tenerla accortamente sollevata, non era cosa rara. Occorreva aver fatto buona pratica sulle tavolette di legno se non si voleva rovinare un foglio di papiro.
Nofret non faceva che lamentarsi delle mani sporche d’inchiostro e
manifestava la sua preferenza per fusi e telai, ma non tutte erano così disadatte a tenere una penna in mano. Shannaz riusciva a scrivere anche quattordici segni per volta, quando invece alle altre occorreva intingere più volte la penna nell’inchiostro per tracciare lo stesso numero di segni.
Scrivere era bello. Affidare a un pezzo di pietra, tavola o papiro un messaggio che vagabondava nella mente, era magico.
La Scrittura! Nuove sensazioni erano maturate pian piano dentro di me con la scoperta della scrittura. Il suono che diventava figura viva, il grido che usciva dal silenzio, il mistero che diventava conoscenza, esaltavano il mio spirito. Mi pareva di averli avuti dentro di me da sempre, quei segni. Nascosti, inconsapevoli, sopiti. Improvvisamente, li “sentivo” diventare “cosa viva”,come partoriti da un grembo fecondo.
I medu neter, che Thot aveva donato all’uomo per consentirgli di elevarsi, erano come spiritelli che prendevano vita staccandosi dal foglio di papiro e penetrando dentro di me. Un’altra sensazione, giorno dopo giorno, stillando nel cervello quelle massime, si fece strada guizzando dal profondo dello spirito: la consapevolezza dell’essere donna e dell’essere Colei che dà la Vita.
Compresi la saggezza delle mie educatrici che agivano non solo per la completezza del mio spirito, ma anche e soprattutto, per la salvezza della mia vita ultraterrena.
Una sola svista, spiegavano le nostre sebau, un solo errore, nel copiare quelle formule magiche, avrebbe causato danno a chi ne avesse fatto uso: ai defunti, ad esempio, che dovevano servirsene per allontanare insidie e pericoli e per convincere i Guardiani delle sette Arrit ad aprire loro le porte della Duat.
Ogni anima defunta deve conoscere alla perfezione, una ad una, le parole di quelle formule se non vuol correre il rischio di restare per l’eternità prigioniera in un mondo di tenebre.
Per questo cercavo di curare al massimo la forma di ognuno dei segni; anche dei più semplici. Né dimenticavo i determinativi posti alla fine della frase, solo perché quei segni non erano letti. Erano utili invece perché, aiutavano a chiarire il significato.. Erano importanti soprattutto per le formule e gli incantesimi riportati dai Testi funerari. E tutti conoscono l’importanza di questi
Testi, necessari ai defunti per arrivare incolumi e ben forniti di magia al Tribunale di Osiride e dei Quarantadue.
Il Libro della Am-Duat, il Libro delle Porte, il Libro delle Caverne ed altri ancora, dovevano essere per il defunto come la carta nautica per il marinaio: esatta e senza errori.
Per questo le nostre educatrici erano assai severe e volevano che i rotoli di papiro del Santuario fossero corretti e perfetti. Non come quelli che si vendevano nelle tante bottegucce di scrittura che spuntavano intorno a Templi e Santuari come i pivieri nella stagione dell’inondazione, pieni di errori e sviste. A redigerli, erano scribi ignoranti e senza timor di Dio; gente indifferente alla sorte dei poveri defunti che n’avrebbero fatto uso. Privi di scrupoli e desiderosi solo di guadagni, non li copiavano dai rotoli custoditi
nelle giare o in altri contenitori, ma direttamente da pitture parietali. Svogliati e distratti, finivano per cambiare la disposizione dei segni o per commettere altri errori. Qualcuno arrivava perfino a saltare parole e frasi intere.
Era pur vero che quei filatteri erano destinati ai pellegrini più poveri che affollavano i cortili dei luoghi sacri e costavano poco, ma ero certa che, se quella gente avesse saputo ciò che stava comprando, si sarebbe mostrata più accorta.
Tutta colpa dell’ignoranza! Sono fermamente convinta che i mali che affliggono l’uomo, abbiano radici ben conficcate nell’ignoranza e nella cattiva volontà.
 
(continua)
 
brano tratto da “A G A R” romanzo storico-biblico

 

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