L’ora del Vespro – Pensiero… Il Fascino

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Che cos’é il fascino?

Ecco come recita il dizionario.  “Potenza di attrarre i sensi”. Che poi è lostesso significato del termine carisma, ossia la capacità di esercitare una forte ed indiscutibile influenza sugli altri.

Il fascino è qualcosa di innato e di istintivo. E’ quel  “qualcosa” di inafferrabile che viene da dentro,  fa parte della propria natura e non si acquisisce né con l’esperienza, né con l’educazione.

Si ha fascino quando si possiede qualcosa di “speciale”, che non è  né bellezza , né perfezione estetica, destinate a sfiorire con il tempo. Il fascino non ha tempo, ma attraversa il tempo senza smettere di  attrarre e sedurre,

Il fascino è unicità, carisma  e perculiarità.  Significa possedere caratteristiche intrinseche  che distinguono dagli altri. Per essere affascinanti bisogna essere se stessi: il fascino non segue mode e tendenze, ma le crea.

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Alcuni antichi e non noti aspetti della storiografia europea sono contenuti nella ” szlachta” – di Claudio de Maria

 

Anche alcuni italiani di cultura umanista parteciparono alla nascita della moderna democrazia

22 Gennaio
13:00 2017

Un termine che pochi conoscono, szlachta, è però una fonte interessantissima per conoscere i fondamenti e l’ evoluzione della democrazia in Europa.

Con molto anticipo rispetto alla nascita delle monarchie costituzionali, la szlachta evidenzia una modernità indiscutibile dal punto di vista storiografico.

Dobbiamo ringraziare Alessandra Quaranta, giovane dottoressa di ricerca in Storia, per la sua dotta descrizione della szlachta, in cui si riferisce del contributo di molti italiani di cultura umanistica alla nascita di una nuova politica che aveva indubbiamente un rispetto per le istanze della popolazione ancora sconosciuto nelle attuali società assolutiste delle nazioni del Terzo Mondo, e può insegnare qualcosa persino alle nostre considerate evolute.

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Il termine szlachta deriva dalla lingua tedesca bassomedievale, e significa ‘stirpe’, ‘famiglia’, ‘rango’. Nella sua accezione più ampia designa la nobiltà (intesa come classe di origine feudale) dello Stato polacco-lituano, monarchia nata nel XIV secolo. Nella terminologia storiografica, szlachta indica più specificatamente il ceto della piccola e media nobiltà in contrapposizione sociale e politica ai magnati, la classe dei grandi proprietari terrieri – non necessariamente corrispondenti alle grandi famiglie nobiliari di antico lignaggio .

La szlachta svolse un ruolo di primaria importanza nell’evoluzione giuridica e costituzionale dello Stato polacco-lituano, dotandolo di caratteri estremamente moderni dal punto di vista storiografico, come il riconoscimento costituzionale sia dei limiti del potere sovrano sia della pluriconfessionalità.

Con un atteggiamento precoce rispetto al resto d’Europa, la szlachta cominciava, già a partire dal Quattrocento, a mettere in discussione a livello giuridico (non soltanto materiale e/o militare) il potere assoluto del sovrano. Esprimendo il proprio voto nella dieta generale dello Stato, la szlachta riuscì a far emanare ai sovrani del XV secolo leggi che limitavano alla grande nobiltà l’accesso alle alte cariche dello Stato, contrastando così la ricchezza economica e il crescente peso politico dei magnati.

Nel XVI secolo, poi, la szlachta ottenne sia il riconoscimento del principio per cui ogni nuova legge in materia di libertà poteva essere emanata dal re soltanto con l’approvazione dell’assemblea parlamentare, sia il diritto di quest’ultima a essere convocata con regolarità dal sovrano.

Ma il frutto più maturo dell’impegno profuso dalla szlachta nella lotta politica si incarna nella Costituzione del 1573, che consentiva ai nobili di rifiutare obbedienza al sovrano qualora questi avesse infranto i princìpi costituzionali dello Stato, garantiva la libertà di coscienza in materia di fede, e stabiliva una sorta di equiparazione oggettiva di tutte le confessioni.

È pur vero che gruppi di aristocratici si erano ribellati al potere dell’autorità regnante in più occasioni nel corso dei secoli. Per rimanere nel periodo storico in questione, si pensi alla rivolta dei prìncipi tedeschi che, per consolidare la loro posizione all’interno dell’ Impero contro il disegno di accentramento di Carlo V, aderirono alla Riforma protestante.

Tuttavia, fino al Cinquecento, l’atteggiamento sedizioso non diede origine a una carta costituzionale che riconoscesse nel gruppo nobiliare il limite stesso dei poteri sovrani. Bisognerà attendere la Rivoluzione inglese del Seicento per assistere allo sviluppo della prima monarchia costituzionale europea, della quale lo Stato polacco-lituano è quasi – almeno sul piano degli intenti – un’antesignana.

La nobiltà polacco-lituana, tuttavia, commise la leggerezza di non prendere abbastanza sul serio i cambiamenti politici che stavano avvenendo sulla scena internazionale, ostacolando le iniziative del sovrano sul piano politico e militare. A lungo andare ciò impedì la costruzione di uno Stato realmente forte, cosa che più tardi, nella seconda metà del XVIII secolo, lo Stato polacco-lituano pagò a caro prezzo. Le cosiddette ‘spartizioni’ (1772; 1793; 1795) sortirono conseguenze devastanti dal punto di vista della tenuta del tessuto etnico-sociale e degli equilibri politici ed economici, mentre andarono a tutto vantaggio dei vicini dello Stato polacco-lituano, la Prussia, l’Impero asburgico, e l’Impero zarista.

Ma a maggior ragione – a fronte dei periodi più brutali e devastanti che la Polonia e la Lituana conobbero nel Novecento – con quanta amarezza si può volgere lo sguardo all’indietro, verso la szlachta, che alla corte di Stefano Bathory (1576-1586) respirava una cultura umanista di matrice italiana. Re molto amato dai suoi sudditi, Bathory si circondò di filosofi, storici, medici e chirurghi di formazione accademica padovana, fra i più illustri e noti all’epoca: Giovanni Michel Bruto, Simone Simoni, Niccolò Buccella.

“La Donna nella cultura Indiana” di Maria Pace

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Parlando dell’India e della donna, è inevitabile il rferimento alla pratica del”Sati”, il sacrificio delle vedove.
In una società patriarcale che ha privilegiato l’uomo, assegnando alla donna il ruolo di subordinazione e quasi sempre la patente di peccatrice e pericolosità, era inevitabile   giungere a quegli estremi,  per fortuna appartenenti ad un passato e ad un passato prossimo.  La donna, in quella parte del mondo, è, ancor oggi, considerata un peso per la famiglia e la vedova, un peso ancora maggiore.

Eppure, ecco come si esprime un poeta indiano di qualche secolo fa:

“Un frutto selvatico nel bosco, fresco e fragrante. La sua bellezza fa pensare ad un fiore appena sbocciato al tepore del sole.”

La donna indiana è così: una bellezza nobile e dolce, come un fiore cresciuto  nel bosco. Ma questa è la visione del poeta. In realtà, la donna è vista come oggetto e merce di scambio. Nella meravigliosa terra delle giungle, dei templi millenari e della spiritualità, esiste la terribile piaga della violenza e dello stupro impunito.

Nobile e bella, nel suo unico e particolare abito, il “sari”, nonostante l’emanciazione e la europeizzazione, la donna indiana è considerata “proprietà dell’uomo”, padre o marito che sia.   Completamente sottomessa al marito,   ancora oggi, pur istruita  ed economicamente indipendente, la donna deve accettare ogni sua decisione, anche quando queste possono dannggiarla oppure offenderla ed umiliarla. Soprattutto nella società più  abbiente

Un  aspetto dolente è soprattutto la dote, che costituisce  davvero un peso gravoso per la famiglia. Ogni donna deve portarla con sè, pena  la mancanza di una sistemazione matrimoniale e lo scredito per la famiglia.  Aspetto dolente e tragico, a volte, perchè può condurre addirittura alla soppressione  fisica della ragazza.  I matrimoni, per la maggior parte, salvo poche eccezioni,  sono  ancora oggi combinati  da “sensali”.

Schiave del marito, dunque, ma non solo. Schiave  di un sistema  che non esita ad avviare bambine ad una prostituzione gestita addirittura in famiglia e schiave di qualche divinità induù.. ovvero, schiave dei preti  e dei facoltosi patroni di quei templi; una pratica sessuale abolita fin dal 1838, ma che continua a resistere.

E la famiglia in tutto questo?  E’ di stampo maschilista, naturalmente e talvolta il mashio si comporta nella società come in famiglia: in modo violento… come in ogni altra società, d’altronde.  Ma non sempre. Ci sono anche  molti uomini dal comportamento avveduto, responsabile ed accorto, che riconoscono diritti alla donna. Almeno verbalmente. .E  ci sono uomini che aiutano concretamente le donne, soprattutto quelle più povere, nelle campagne. Il loro apporto è fondamentale per l’emancipazione e l’autodeterminazione delle donne. Come la Banca fondata dal premio Nobel  Yunus che con piccoli prestiti, riesce ad assicurare la sopravvivenza a molte di queste donne.

Qualcosa, però, è cambiata negli ultimi tempi e sta cambiando ancora, sia pur tra difficoltà e sospetti. Le donne si riuniscono in Associazioni e si sostengono oppure, come quella, una vera palestra,  in cui si  allenano per  sapersi difendere in caso di aggressione.

Tecnologicamente avanzato, l’India, purtroppo, è rimasto un Paese profondamente maschilista.  Le donne ancor oggi vengono date in moglie in tenera età o addirittura “affittate” per matrimoni  temporanei;  stuprate e violentate, non  trovano tutelate, né  sostegno o comprensione e se il loro cammino verso il riscatto è tuttoin salito, di sicuro hanno già percorso un bel tratto.

Questa la sua collocazione nella società, ma, vista nella sua individualità,  la donna indiana è una creatura  dolce ed affscinante, fasciata nel suo “sari”, una lunga striscia di tessuto dai colori sgargianti, elegantemente  drappeggiata  intorno ai fianchi e con un lembo  riportato sulla spalla e poi sul braccio sinistro.

La donna indiana, con  l’immancabile fiore tra i capelli frizionati con 0lio profumato, per non lasciarli  inaridire dal sole cocente  oppure con un leggero velo, dai colori vivaci, fissato sulla sommità del capo,  appare  come  una creatura misteriosa ed affascinante. Impeccabile e curata, truccata di tutto punto, la donna indiana usava ed usa  la rosa come  base per i suoi cosmetici;  sulla fronte ama, ancor oggi, dipingere il simbolo della fede  cui apparteneva ed appartiene.

I gioielli sono la passione della donna indiana: orecchini, fibule,  bracciali (ai polsi ed alle caiviglie, enelli… un anello anche nella narice sinistra, collane… file di collane  adagiate sul  seno. Non uscirebbe mai senza i suoi gioielli e, nemmeno nei tempi andati, quando dalla vita in sù andava nuda,  sarebbe uscita mai senza i suoi sgargianti monili.

“Sono tornata. Elisabetta Malatesta Varano: l’amore,il dolore, il potere” di CLARA SCHIAVONI

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La storia narrata si svolge nella prima metà del XV secolo in Italia centrale, a Camerino, comune che dà il nome all’omonima Signoria retta dalla famiglia Varano. Quest’ultima, per importanza, per estensione territoriale e ricchezza è pari alle Signorie dei Montefeltro, dei Malatesta e, fuori dalla Marca, a quella degli Estensi. Il 10 ottobre 1434 Camerino è travolta dalla rivoluzione borghese che ha trovato un suo alleato in Francesco Sforza, condottiero di Filippo Maria Visconti, duca di Milano. Gentilpandolfo da Varano, signore di Camerino, viene ammazzato davanti alla chiesa di San Domenico insieme ai nipoti: l’eccidio dei maschi di casa Varano è appena iniziato e prosegue repentino a Palazzo Varano. Negli attimi che precedono la sua morte, Gentilpandolfo rivive le immagini degli ultimi anni della sua vita e soprattutto della congiura che ha ordito con il fratello Berardo e il legato papale Giovanni Vitelleschi per eliminare i fratellastri Giovanni e Piergentile con cui governava la Signoria di Camerino. A causa di tale congiura, Elisabetta Malatesta Varano, moglie di Piergentile, è costretta a fuggire da Camerino per portare in salvo il proprio figlio Rodolfo, e Giulio Cesare, il figlio di Giovanni, entrambi infanti. (…) Aiutata dalla cognata Tora da Varano e dal capitano d’arme di Camerino, Venanzio, la giovane trova rifugio a Visso che dopo poco tempo è cinta d’assedio da Gentilpandolfo e Berardo da Varano. In capo a tre mesi la città capitola ed Elisabetta è costretta dai cognati a ritornare a Camerino. A pochi mesi dal rientro di Elisabetta, la situazione politica della Signoria precipita: lo Sforza appoggia la rivoluzione borghese a Camerino che sfocerà nell’assassinio di Gentilpandolfo e di tutti i maschi di Casa Varano. Elisabetta, ancora una volta, riesce a mettere in salvo suo figlio Rodolfo e il nipote Giulio Cesare mentre lei con le figlie si rifugia a Pesaro presso i genitori Battista e Galeazzo da Montefeltro. Qui, vive da profuga per nove anni, anni spesi a ordire sapienti trame politiche, a lucrare in modo da essere pronta a intervenire al momento giusto e mantenere fede al suo giuramento di riportare i due cugini bambini Rodolfo e Giulio Cesare, sotto la sua reggenza, al governo di Camerino.
 Nota
Il libro ha vinto due premi(1° a Città di Pontremoli per settore romanzo storico 2015-Secondo ex aequo al Premio “L’iguana-Omaggio ad Anna Maria Ortese” 2015 e finalista al Premio Zingarelli 2015).
 
Lo si può richiedere
– in tutte le librerie tradizionali in quanto l’editore ha un distributore nazionale;
– in tutte le librerie digitali: IBS, Macrolibrarsi, Feltrinelli, Amazon (anche in

“Sono tornata. Elisabetta Malatesta Varano: l’amore, il dolore, il potere” – Edizioni Simple – 2013 – prezzo euro 15,00.
 

“La Porta degli Hotep Jaru (il Paradiso egizio) – di Maria Pace”

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Era l’ora quarta della notte e Djoser sentì un certo disagio ed una lieve inquietudine strisciargli addosso; il principe Thaose e il venerabile Hetpher lo avevano lasciato da solo ed egli quasi non se n’era accorto.

“Avessi qui lo Scettro di Anubi!” si sorprese a pensare a voce alta, stupito e turbato dal modo in cui l’eco della propria voce tornava indietro.

Chiuse gli occhi. Quando li riaprì, davanti a lui c’era una Sekhet, una grande Porta sormontata da un architrave ornato di Ank e Urex: Croce-della-Vita ed Ureo.  Una porta, in verità, che pareva cosa viva e pulsante e di cui gli pareva perfino di sentirne il respiro.

Non si stupì, perciò, nel sentire una voce torrenziargli sulla testa, che lo inquietò non poco:

“Chi sei?  Qual è il tuo nome?”

Il ragazzo fece passare un lungo attimo per permettere al Ka di riprendere possesso delle emozioni minacciate da quel prodigio. In verità, si aspettava che a porgli le domande fosse uno Spirito, Benevolo o Maligno che fos-se e non  certo una Sekhet, una Porta.

“Sono Djoser, allievo di Ptha, figlio di Bafra e Ptha-hotep. – Il mio ren, il mio nome segreto è: Coluicheescedaipapiri.”

“Che cosa vuoi?”

“Sbaglio – disse tra sè il ragazzo – o la domanda arriva dallo stipite di questa Porta?”

Poi, appena riavutosi dalla sorpresa

“Voglio attraversare questa Porta e raggiungere gli Hotep Jaru, i Giardini di Osiride.” rispose, facendo l’atto di avanzare.

“Ti concedo di passare attraverso di me – lo fermò lo Stipite della Porta – solamente se conosci il mio nome e la maniera giusta di pronunciarlo.”

“Indice-della-Bilancia-della-Verità è il tuo nome.” rispo-se senza incertezze il ragazzo, lieto dell’aiuto che gli forniva la memoria, nonostante l’ansietà del momento.

Rinfrancato,  allungò una mano verso la chiave.

“Non ti concedo di passare attraverso di me, – una voce stridula, però, proveniente  dalla sua destra, lo costrinse a ritirare il braccio –  se non conosci il mio nome e la maniera giusta di pronunciarlo.”

Era il Pannello-destro della Porta e subito dopo il Pannello-sinistro faceva eco:

“Neppure io ti concedo di passare attraverso di me, se non pronunci bene il mio nome.”

Preso alla sprovvista, Djoser cercò di tenere a freno l’inquietudine che lo stava afferrando: l’idea di restare bloccato davanti a quella porta lo terrorizzava. Cercò nella memoria e infine:

“Difensore-di-Maat,  è il nome segreto del Pannello-di-destra e  Piatto-della-Bilancia é quello del Pannello-di-sinistra.” rispose,  ma ecco un’altra voce incalzarlo:

“Non ti  aprirò, se non reciti bene il mio nome.”

Era la Serratura e egli tornò a recitare:

“Pilastro di Geb è il tuo nome.”

“Non ti aprirò se non pronunci bene il mio ren.” fece sentire la sua voce la  Chiave.

“Corpo-nato-da-Mut, è il tuo nome.”

“Né io, il Saliscendi, ti aprirò se non conosci e non pronunci bene il mio nome.”

“Occhio-di-Sobek!”

Djoser si lasciò andare in un profondo sospiro: le Anime Akh, le Anime Gloriose pensava, di ritorno, dopo aver visitato i cari lasciati nel Mondo-di-Sopra, si sottopone-vano ogni volta a quell’interrogatorio?

Quasi che gli fosse stato letto dietro la fronte corrugata,  ecco  che  i due Montanti della Porta fecero sentire la loro voce:

“Noi non lasciamo passare nessuno che non sappia pro-nunciare bene i nostri nomi. Pronuncia bene i nostri nomi e noi ti lasceremo passare.”

E Djoser fu grato alla costanza del caro maestro Pthahotep che gli aveva messo tra le mani i Sacri Testi Funerari.

“Figli-di-Buto è il nome di voi due.” rispose ed aspettò che anche la Porta ponesse la sua domanda:

“Conosci il mio nome? Conosci la maniera giusta per pronunciarlo?” domandò, infatti, la Porta ed egli:

“Conosco il nome segreto di questa Porta: è Ginocchia-di-Shu!” recitò.

Djoser non aveva ancora terminato di pronunciare il nome della Porta, che la Chiave girò nella toppa, il Chiavistello strisciò, l’Architrave scricchiolò, il Sali-scendi cigolò, i Montanti rintronarono e i Battenti si spalancarono ed egli attraversò la Porta, i cui Battenti gli si richiusero alle spalle.

“Oh!” esclamò.

(continua)

brano tratto da “I GIARDINI  di OSIRIDE”di Maria Pace

prossimamente sul mercato editoriale.

 

 

CULTURA E SOCIETA’… L’Amicizia” di Maria Pace

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“La legge del dono fatto da amico ad amico è che l’uno dimentichi presto di aver dato, e l’altro ricordi sempre di aver ricevuto. Seneca.

Basterebbero queste parole per intendere il  profondo significato dell’ Amicizia.

Per  Aristotele, il grande filosofo greco, l’amicizia era una scelta libera e fondamentale nella vita di una persona perché nessuno potrebbe vivere senza amici.

L’amicizia, dunque,  è, innanzitutto, un  legame disinteressato, libero e spontaneo, che non si può prevedere o costruire su richiesta. Esistono, infatti, amicizie  strane e imprevedibili, nate tra persone profondamente diverse sotto svariati aspetti.

L’amicizia èsicuramente un sentimento importante, il cui tema, da sempre, è stato affrontato da filosofi, letterati, artisti, ecc…

Ma perchè è così importante? Perché  poter contare su amicizie vere,  consente di vivere una vita più tranquilla, avendo la possibilità di poter contare su qualcuno in caso di necessità. Un tempo le famiglie e le persone condividevano molte cose; oggi queste condivisioni tendono a scomparire e molto è cambiato nel nostro stile di vita.  Isolarsi, però, è come vivere fuori della realtà. Limitare le relazioni umane alla sola famiglia è uno sbaglio. Uno sbaglio che avviene nella società occidentale più frequentemente che in quella orientale.

L’amicizia vera, si sottolinea. Amicizia che ti sorregge  e non ti tradisce. Non quel tipo di amicizia che  solo in funzione di ciò che si riceve in cambio. La vera amicizia si riconosce subito: vi sono coinvolte molte caratteristiche. Prima di tutto la reciprocità: uno scambio di atti e sentimenti e una comunanza di  ideali e stili di vita. Subentrano poi la confidenza  e l’ascolto. Il dialogo. Dialogo che si traduce in generosità, altruismo  e coinvolgimento attivo: il piacere di dare.

L’amicizia è sempre stata considerata un sentimento fondamentale per la vita sociale delle persone di ogni età. Fin dalla più tenera infanzia. Anche se non si può parlare di amiciziaa vera e propria,  i bambini cominciano a relazionarsi già  ai tempi dell’asilo; scelgono di stare con questo piuttosto che con quel compagno e favoriscono la nascita dei primi gruppi,  all’interno dei quali si fanno le prime scelte. che, talvolta, possono continuare anche in futuro e restare un punto fermo della propria esistenza.

Cantata da poeti e scrittori, betificata da ogni credo religioso, l’amicizia è sempre stata  considerata un sentimento irrinunciabile e positivo  La letteratira è piena di esempi di amicizie sublimi e disinteressate e così i testi religiosi.

Vengono alla mente esempi di amicizia come Achille e Patroclo, Eurialo e Niso,  Cloridano e Medoro, ma anche Noemi eRuth, Davide e Gionata

Eurialo e Niso sono due personaggi  dell’Eneide di Virgilio, giovani guerrieri uniti da profonda amicizia, sentimento che  il grande poeta teneva a sottolineare con la sua opera. Eurialo, si racconta, era di guardia quando il campo venne preso d’assalto dal nemico: Il guarriero  decise di avvertire Enea e  informò l’amico Niso, il quale si offrì di accompagnarlo, nonostante l’amico cercasse di dissuaderlo. Nell’attraversare il campo nemico immerso nel sonno, i due  compirono una vera strage e fuggirono con il bottino, ma vennero fermati da una pattuglia di cavalieri. Più agile e svelto, Niso riuscì a fuggire,ma tornò in

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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“UNIVERSO DONNA – La donna nella società.” di Maria Pace

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La donna è uguale all’uomo di fronte a Dio? Sembrerebbe proprio di no! Sembrerebbe di no, dal momento che l’uomo è riuscito a legittimare ingiustizie varie nei confronti della donna ed  a farlo nel nome di un Dio e di una religione usata a proprio uso e consumo.

L’uomo ha usato il sacro per sottomettere la donna, scrivendo testi in cui afferma una sua superiorità riconosciuta da volontà divina. In realtà,  nessun Essere superiore potrebbe mai approvare le violenze e le ingiustizie di cui  da sempre la donna è fatta oggetto da parte dell’altro sesso. In nome di un dio  gli uomini segregano, umiliano, stuprano, mutilano, lapidano  donne.  Ieri come oggi.

Dio è il medesimo,  ma anche la misoginia che ne è sviluppata è la medesima. L’Antico Testamento é maschilista perfino nel racconto della Creazione:fa nascere la donna da una costola dell’uomo. C’è un’altra versione , che vede  la creatura umana, uomo e donna, a immagine e somiglianza di Dio, ma viene  ben presto accantonata. Anche nel Nuovo Testamento,  la “liberazone” della donna da parte del Cristo, viene ben presto abbandonata.

Pare quasi che l’uomo abbia paura della donna e del suo corpo e che per questo lo umilia, nasconde, fustiga, mutila. A causa di una errata interpretazione dei Testi Sacri,  assistiamo ancora oggi alla aberrante pratica della infibulazione nel monfo islamico. Pratica non citata nel Corano, ma abbondantemente pratica.  Come molte altre pratiche.

E non occorre scomodare il sacro per scoprire che  anche scienza e cultura hanno riservato alla donna trattamenti discriminatori e prevaricatori. Così,  Freud, Darwnin, ecc…  tutti uomini di genio, ritenevano la donna biologicamente inferiore..

Per il filosofo Schopenhaaurr la donna era” … adatta  a curare l’uomo nell’infanzia  appunto perché puerile, sciocca  e miope…”

Il fisico Einstein dal canto suo le riconosce il diritto allo studio scientifico, ma avverte di non farsi troppe illusioni  sui risultati. e il neurologo  Mobius scrive addirittura un saggio  “Sulla inferiorità mentale della donna”.

Il potere è maschile, dunque, e ad una prova dei fatti si scopre che il retaggio di una società patriarcale è ancora forte e pesante sulla società.

La società patriarcale tende a scomparire, si dice, ma non il maschilismo, che è ancora ben radicato nei rapporti con l’altro sesso. Persiste ancora il mito arcaico della forza del maschio. Il mondo è cambiato, ma ci sono caratteristiche rimaste tali e il maschilismo è una di queste: il maschilista usa la sua forza per  affermare la sua superiorità sulla donna.

Anche se molte cose sono cambiate, non è  scomparso il prototipo del maschio-padrone. Questi tipo di maschio ha bisogno di avere potere sul corpo della donna e per questo lo  nasconde, ingabbia, imprigiona. E se perde il controllo su di esso lo punisce, uccide. In fondo, se ci pensiamo bene, chi era l’uomo che ha scatenato la guerra di Troia?  Un uomo che aveva perso il controllo sulla sua donna.

E quando invece detiene questo controlla che cosa fa il maschio-padrone’ Fa come Ulisse: parte, va via, tradisce.  Il tradimento nasce proprio da questo: dal desiderio di possedere altri corpi di donna.. E se è la donna a tradire? La donna che tradisce è etichettata, punita, fustigata, lapidata.

Qualcosa però è cambiato e sta cambiando. Un tempo la principale occupazione della donna era:  SPOSATA.  Oggi si può aggiungere qualche altra qualifica. Un tempo  era sottomessa (lo è ancora oggi in molte società.)  e in famiglia contava poco o niente. Il suo compito era solo quello di fare figli e prendersi cura della casa e, naturalmente,  dedicarsi anima e corpo al  marito.  Oggi, invece, la troviamo  più determinata a difendere  i diritti acquisiti  o ad ottenerne di nuovi e se ci sono ancora donne che oltre alla maternità non hanno altro di cui vantarsi, ce ne sono molte altre che lottano per la conquista di una propria dignità..