Alcuni antichi e non noti aspetti della storiografia europea sono contenuti nella ” szlachta” – di Claudio de Maria

 

Anche alcuni italiani di cultura umanista parteciparono alla nascita della moderna democrazia

22 Gennaio
13:00 2017

Un termine che pochi conoscono, szlachta, è però una fonte interessantissima per conoscere i fondamenti e l’ evoluzione della democrazia in Europa.

Con molto anticipo rispetto alla nascita delle monarchie costituzionali, la szlachta evidenzia una modernità indiscutibile dal punto di vista storiografico.

Dobbiamo ringraziare Alessandra Quaranta, giovane dottoressa di ricerca in Storia, per la sua dotta descrizione della szlachta, in cui si riferisce del contributo di molti italiani di cultura umanistica alla nascita di una nuova politica che aveva indubbiamente un rispetto per le istanze della popolazione ancora sconosciuto nelle attuali società assolutiste delle nazioni del Terzo Mondo, e può insegnare qualcosa persino alle nostre considerate evolute.

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Il termine szlachta deriva dalla lingua tedesca bassomedievale, e significa ‘stirpe’, ‘famiglia’, ‘rango’. Nella sua accezione più ampia designa la nobiltà (intesa come classe di origine feudale) dello Stato polacco-lituano, monarchia nata nel XIV secolo. Nella terminologia storiografica, szlachta indica più specificatamente il ceto della piccola e media nobiltà in contrapposizione sociale e politica ai magnati, la classe dei grandi proprietari terrieri – non necessariamente corrispondenti alle grandi famiglie nobiliari di antico lignaggio .

La szlachta svolse un ruolo di primaria importanza nell’evoluzione giuridica e costituzionale dello Stato polacco-lituano, dotandolo di caratteri estremamente moderni dal punto di vista storiografico, come il riconoscimento costituzionale sia dei limiti del potere sovrano sia della pluriconfessionalità.

Con un atteggiamento precoce rispetto al resto d’Europa, la szlachta cominciava, già a partire dal Quattrocento, a mettere in discussione a livello giuridico (non soltanto materiale e/o militare) il potere assoluto del sovrano. Esprimendo il proprio voto nella dieta generale dello Stato, la szlachta riuscì a far emanare ai sovrani del XV secolo leggi che limitavano alla grande nobiltà l’accesso alle alte cariche dello Stato, contrastando così la ricchezza economica e il crescente peso politico dei magnati.

Nel XVI secolo, poi, la szlachta ottenne sia il riconoscimento del principio per cui ogni nuova legge in materia di libertà poteva essere emanata dal re soltanto con l’approvazione dell’assemblea parlamentare, sia il diritto di quest’ultima a essere convocata con regolarità dal sovrano.

Ma il frutto più maturo dell’impegno profuso dalla szlachta nella lotta politica si incarna nella Costituzione del 1573, che consentiva ai nobili di rifiutare obbedienza al sovrano qualora questi avesse infranto i princìpi costituzionali dello Stato, garantiva la libertà di coscienza in materia di fede, e stabiliva una sorta di equiparazione oggettiva di tutte le confessioni.

È pur vero che gruppi di aristocratici si erano ribellati al potere dell’autorità regnante in più occasioni nel corso dei secoli. Per rimanere nel periodo storico in questione, si pensi alla rivolta dei prìncipi tedeschi che, per consolidare la loro posizione all’interno dell’ Impero contro il disegno di accentramento di Carlo V, aderirono alla Riforma protestante.

Tuttavia, fino al Cinquecento, l’atteggiamento sedizioso non diede origine a una carta costituzionale che riconoscesse nel gruppo nobiliare il limite stesso dei poteri sovrani. Bisognerà attendere la Rivoluzione inglese del Seicento per assistere allo sviluppo della prima monarchia costituzionale europea, della quale lo Stato polacco-lituano è quasi – almeno sul piano degli intenti – un’antesignana.

La nobiltà polacco-lituana, tuttavia, commise la leggerezza di non prendere abbastanza sul serio i cambiamenti politici che stavano avvenendo sulla scena internazionale, ostacolando le iniziative del sovrano sul piano politico e militare. A lungo andare ciò impedì la costruzione di uno Stato realmente forte, cosa che più tardi, nella seconda metà del XVIII secolo, lo Stato polacco-lituano pagò a caro prezzo. Le cosiddette ‘spartizioni’ (1772; 1793; 1795) sortirono conseguenze devastanti dal punto di vista della tenuta del tessuto etnico-sociale e degli equilibri politici ed economici, mentre andarono a tutto vantaggio dei vicini dello Stato polacco-lituano, la Prussia, l’Impero asburgico, e l’Impero zarista.

Ma a maggior ragione – a fronte dei periodi più brutali e devastanti che la Polonia e la Lituana conobbero nel Novecento – con quanta amarezza si può volgere lo sguardo all’indietro, verso la szlachta, che alla corte di Stefano Bathory (1576-1586) respirava una cultura umanista di matrice italiana. Re molto amato dai suoi sudditi, Bathory si circondò di filosofi, storici, medici e chirurghi di formazione accademica padovana, fra i più illustri e noti all’epoca: Giovanni Michel Bruto, Simone Simoni, Niccolò Buccella.

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