“L’ora del VESPRO… pensiero: L’AMICIZIA” di Maria PCE

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Che cosa è l’Amicizia? Secondo Aristotele,  che sull’Amicizia ha scritto almeno due libri, l’Amicizia è una facoltà dell’anima necessaria alla vita. Una facoltà dell’anima che dona alla persona un senso di serenità e di completezza.

“Senza amici – diceva ancora Aristotele – nessuno sceglierebbe di vivere:”

L’amicizia è un sentimento che non chiede nulla e non toglie nulla, ma dona e arricchisce. E’ il sentimento più libero, spontanro e tranquillo. Non conosce  l’ebrezza  dell’appartenenza totale ad un’altra persona, ma piuttosto offre e garantisce, se l’amicizia è vera e profonda, sicurezza e serenità. E neppure conosce la lacerazione dolora della fine o dell’abbandono, poiché è un legame senza vincoli,  che si può interrompere e spezzare in qualunque momento.

E’ un legame che si può interrompere e spezzare, ma anche stringere e far crescere . Senza abblighi e senza patti, perché l’amicizia  non ha riconoscimento sociale, per cui non ha regole, né si può prevedere o programmare. Arriva e basta!   Esistono amicizie che nascono da comuni interessi, da ideali condivisi,  ma esistono anche amicizie  impensabili oaddirittura improbabili……

La vera amicizia è un sentimento unico e raro. Mai unilaterale. L’amicizia, però, come ogni altro legame emotivo, può anche diventare difficile, competitiva e talvolta perfino aggressiva, al punto da condurre alla rottura.  Eventualità, però alquanto rara. Generalmente, ed assai più che in amore, la discussione  e la contrapposizione tendono a rafforzare e non a dividere. Questo perché nell’amicizia non esiste esclusività  e  perciò, non c’è gelosia o tradimento, ad offrire amicizia  ad altri.

Piuttosto, al contrario dell’amore, l’amicizia assai raramente offre giustificazioni in caso di cattivo comportamento. Più facile perdonare l’amato o l’amata che ha tradito, pentata iuttosto che l’amicoche ha sbagliato..

L’amicizia, dunque, è un sentimento  speciale che si   auto alimenta,  con spontaneità e senza eccessi, ma che non conosce regolamentazione e  che si può far crescere o morire,   spezzare o rinsaldare, in qualunque momento della nostra vita.

E l’amicizia virtuale? L’uso della  diventato per molti un’attività compulsiva… Ancora non è possibile  capire quale significato si dia a questa parola, ma, come tutte le regole, anche questa ha la sua eccezione  e siccomeo l’amicizia è un sentimento che per nascire e conservarsi non ha bisogno del contatto fisico, anche virtualmente, si possono creare vincoli emotivi  assai forti.

“Amici di penna” si diceva un tempo, di persone che sviluppavano sentimenti d’amicizia attraverso una nutrita corrispondenza. Oggi si può dire: “Amici di rete”.

La Donna nell’Antico Egitto

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“Raddoppia il pane che dai a tua madre e portala così come essa ti ha portato…”
E’ una delle massime moralistiche attraverso cui, nella società egizia, tende a manifestarsi quel vago matriarcato in cui si rispecchia la posizione della donna, paritaria con l’uomo. Proprio  come accade nel campo religioso, dove le  Grandi Divinità Femminili (come Iside, Hathor,  Neith) rivendicano la parità con le  Divinità Maschili. La donna egizia, infatti aveva personalità giuridica e godeva di indipendenza economica.
Nebet Per, ossia Signora della Casa, la donna egizia godeva di una posizione di rispetto e privilegio sconosciuta alle donne appartenenti ad altre culture del suo tempo e non solo, basta osservare la donna biblica, romana o medioevale; perfino i Greci si stupivano della sua libertà ed emancipazione.
Rispetto e privilegio e nella propria casa e nella società.
Nonostante  l’istituto della poligamia e del concubinato, l’egiziano era essenzialmente monogamo ed una sola era la Signora della Casa: quella che  compariva sempre al suo fianco, perfino  nelle pitture parietali delle tombe, nelle statue  o stele funerarie.
Il gineceo egizio, l’harem, quel luogo proibito e misterioso, era appannaggio soprattutto del Faraone (per motivi politici) e di ricchi Funzionari, ma anche all’interno di un gineceo reale o privato, una sola era la Signora della Casa. Per di più, fino al periodo on
 termedio, circa,  erano le madri a determinare la discendenza. Si diceva: “figlio di  X, colei  che l’ha generato”.  E dopo quel periodo,  anche se al centro  di quella società c’era il Faraone, il ruolo della donna  non fu mai marginale.
Nello stato di donna sposata, poteva disporre ed amministrare i beni ricevuti in dote o in eredità, le era accordato il diritto di comparire  come testimone o di intraprendere azioni giuridiche  nei processi. Non avendo tutori, era riconosciuta responsabile delle proprie azuini  eattamente come gli uomini e come questi, se portata in giudizio, sottoposta alle stesse pene.
In caso di vedovanza la donna egizia acquisiva il prestigio di capofamiglia, ereditava un terzo dei beni del marito e poteva risposarsi.
Alla donna ripudiata e rifiutata, invece, spettava sempre un largo compenso.

Nella vita pubblica quanto in quella privata, la troviamo spesso impegnata in ruoli di prestigio e responsabilità, nonostante che  le cariche pubbliche fossero in realtà,  ricoperte soprattutto da uomini. Poche, infatti le donne che giunsero a detenere il potere supremo o a collaborare nell’attività politica: la regina Huthsepsut, nel  primo caso, la regina Nefertiti, nel secondo.
In campo religioso ricopriva spesso cariche di “Divina Adoratrice” o “Grande Sacerdotessa” di Divinità importanti come Sekhmet, Iside, Hathor; in campo amministrativo la si poteva trovare perfino a capo di un Dicastero come quello degli “Unguenti e Profumi”.
Nel privato si occupava della conduzione della propria casa, dell’educazione dei figli, dell’amministrazione di beni in proprietà con il marito e di altro ancora. La sua vita era facile e piacevole, vissuta quasi nell’ozio, tessendo o filando, tra feste e banchetti.

Tutto ciò, naturalmente, se si trattava di donne benestanti. Le donne di più umile origine, invece, avevano vita assai meno facile. Tessevano e filavano anch’esse, ma oltre a ciò, si occupavano dei lavori domestici e di quelli dei campi e facevano mille altre cose… come tutte le donne del mondo, prima e dopo di loro.

Diverse, però, era l’esistenza all’interno di un Ipet, il gineceo reale.
Qui, le donne vivevano in una condizione di recluse, all’interno di una gabbia dorata, con il solo scopo di arrecar piacere al Sovrano e senza nessuno dei diritti riservati alle donne comuni; scelte in tutto il Regno, quella condizione, però, era un grande onore per se stesse e le loro famiglie.

Le varie statuette rinvenute nelle tombe,  le scene parietali, ecc… ci  mostrano una donna assai bene inserita nella società lavorativa: ci trasmette, cioè, il grado di rapporto paritario raggiunto con l’uomo; assai diverso d quello delle donne appartenenti a civiltà della stessa epoca.

La donna, però, era soprattutto il pilastro della famiglia e la famiglia era il pilastro della società e come tale  la donna egizia era rispettata e protetta.

I FANCIULLI DI CHACO e la coca

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L’uso di sostanze stupefacenti è assai remoto; anche Omero ne fa cenno nelle sue opere.
Noi invece parleremo dell’usanza aberrante che ne facevano gli indios della regione Chaco, in Colombia, fino al secolo scorso, per la ricerca dell’oro.
Con un decotto di stramonio, gli indigeni drogavano i fanciulli scaraventandoli in uno stato di confusione mentale, poi li lasciavano vagabondare nelle foreste. Là dove il fanciullo cadeva tramortito o addirittura morto, erano convinti di trovarvi dell’oro.

La gente  inca, però, non usava sostanze stupefacenti solo a quello scopo. Quando A. Vespucci  giunse a Santa Margherita (davanti alle costeorientali del Venezuela),  vide gli  indigeni “ruminare” foglie verdi come fossero animali, annotò nel suo diario.  Quegli uomini “ruminavano” quelle foglie per calmare fame e fatica, ma anche per antica tradizione.  Sacerdoti  e Sovrani, notabili ed indovini, ne facevano regolarmente uso nelle cermonie rituali. Anche i messaggeri imperialine facevano regolarmente uso, per rendere più veloce la corsa nel portare messaggi.
Con l’arrivo dei conquistadores, l’uso degli stupefacenti fu proibito e la Chiesa  considerò la coca,  strumento del diavolo, ma poi, tanto i  Conquistadores , quanto la Chiesa, (come la cattedrale di Cuzco), accantonando etiche e scrupoli religiosi, finirono per  usarla per pagare gli indigeni.

“L’ATTACCO” brano tratto da DUNE ROSSE di Maria Pace

 

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Meno di un miglio e furono in vista di Sahab.

Il vento torrido portava il sapore e il fumo delle pallottole e l’aria ne era satura; scariche di fucileria.

Sta cantando la polvere! – gridò Harith – Presto… Presto!” e conficcò gli speroni nel fianco del cavallo, che balzò in avanti, subito seguito dagli altri.

Le mura diroccate del fortino, la Fontana del Fico, le prime palme… solo poche decine di metri li separavano dall’oasi.   Il bagliore della canna di un  fucile si alzò tra le palme da dattero e tamarindo.   Rashid scorse alcune sagome acquattate. Puntò il fucile e fece fuoco; risposero urla scomposte.

Il drappello di cavalieri  balzò in avanti.

Un nutrito gruppo di uomini a cavallo armati di fucili era piazzato davanti alla Fontana del Fico;  sorpreso alle spalle, si scompose.  Si divise in due gruppi: uno fronteggiò gli uomini a piedi guidati da Ashraf che incalzavano alle spalle e l’altro si lanciò al galoppo puntando in direzione dei nuovi arrivati.

Il rais dei Kinda lanciò il suo agghiacciante urlo d’attacco, subito imitato dai suoi uomini. Risuonò immediata una scarica di fucileria e le pallottole ronzarono sulle loro teste; Rashid ordinò la carica.

Al galoppo serrato, il lembo svolazzante del mantello gettato sulla spalla sinistra, giunti a pochi metri dal gruppo degli avversari, i cavalieri si fermarono di colpo. Tutti insieme.

La testa bassa, il collo arcuato la bocca spalancata sotto la pressione del morso, i cavalli  si irrigidirono, puntando i garretti.

Presi tra due fuochi, gli uomini a piedi di Ashraf e quelli a cavallo di Rashid,  Ben e gli alleati Kaathan provarono a rispondere con una rabbiosa scarica di fucili; cespi di banane e pezzi di calcinacci, si staccavano da palme e mura diroccate della fortezza.

Il cerchio si serrò intorno agli assalitori e il gioco della polvere da sparo divenne una vera battaglia. Di ardimento e di coraggio.  Con fucili il cui tiro era insicuro e la portata breve, bisognava avvicinarsi all’avversario fin quasi a sfiorarlo e fare fuoco corto.

Il rais dei Kinda era imbattibile in quella manovra azzardata e pericolosa. Pochi altri, come lui: lo sceicco Harith e il suo vice Ibrahim.

Al galoppo furibondo i tre amici eseguirono l’insidiosa accostata;  una rabbiosa scarica di piombo e poi tornavano indietro con precipitosa rapidità per evitare il fuoco avversario e ricaricare le armi. Il tutto, in un sincronismo impressionante con i propri cavalli. Per due o tre volte ancora ripeterono i furiosi assalti e le precipitose ritirate, con quella foga ed ostinazione ardente e trascinante che metteva a dura prova il coraggio degli avversari.  Sullo scalpittio degli zoccoli dei cavalli al galoppo sempre più sfrenato, s’illuminavano di gioia spietata gli occhi dei cavalieri e mandavano scintille spiritate quelli dei cavalli.

Animali prodigiosi. Sembravano conoscere le azzardate manovre dei cavalieri e le assecondavano quasi per istinto. Arrestavano di scatto la foga della corsa e con un’impennata indicibile si giravano di fianco e si allontanavano al galoppo col manto madido di sudore,  le froge dilatate e la bocca fumante. Uno spettacolo superbo e terrificante.

Atterriti, Ben e i suoi alleati si arresero: i Kaza, ma soprattutto i Kaathan, che, abbagliati dalle promesse di Ben di raccogliere oro da quella sortita, scoprivano, invece, che era più facile ricevere piombo. Atteggiamento cupo, sguardo feroce, abbassarono i fucili e si arresero.

I FIORI e il loro linguaggio… il Ciclamino

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E’ un fiore tra i più generosi e facili da coltivare e, al contempo, bellissimo e velenoso. Ambiguo, dunque. Pericoloso per il veleno contenuto nel suo  tubero, ma utile, quello stesso veleno,  come antidoto contro i morsi di serpenti. Regalarlo, però è un omaggio alla sincerità… Il suo messaggio è proprio questo:  invito alla sincerità ed alla  schiettezza.

Per questo, forse, la sua origine  si perde nella leggenda . Che cosa raccontano le leggende?  La leggenda racconta del misterioso giardino di Ecate, di cui il ciclamino era la pianta regina.

Ecate, dea della Magia, degli Incantesimi e degli Spettri, in grado di attraversare il mondo dei vivi e  quello dei morti; a lei si ispirava la Sibilla Cumana per i suoi responsi.

Ecate, che presiedeva ai  sortilegi ed incantesimi d’amore , invocata con  canti e preghiere accompagnati da filtri e pozioni magiche.

Ecate, che, associata ai cicli lunari,  insieme a Diana ( luna crescente), ed a Selene ( luna piena), simboleggiante la luna calante, era Dea della Magia  della Stregoneria.
Ecate,  nel  cui misterioso giardino notturno, le sue sacerdotesse, le maghe Circe e Medea, custodivano il suo fiore preferito: il ciclamino,  talismano contro malefici e  potente simbolo di vitalità econcepimento.

RECENSIONE al libro “L’ALTARE DELL’ABISSO” di Patrich ANTEGIOVANNI

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Tutti gli strumenti indispensabili per scrittori dell’era digitale

L’Altare dell’Abisso, mystery thriller in adozione

Eccoci con il primo Ebook in Adozione del 2017 a firma di Patrich Antegiovanni, “L’Altare dell’Abisso”, un mystery thriller d’assaporare fino all’ultima sillaba…

Trama
Bevagna, nella tranquillità apparente della piana umbra, dove il Lago Aiso si incastona tra i campi, la vita di Fedro Soli, un trentenne di Parma, proprio non va: il lavoro, l’aspirazione, i litigi con la moglie Amalia e la paternità non voluta. Ma nulla è come crede.
In pochi giorni Fedro passerà attraverso una scomparsa, un omicidio, antichi tomi di alchimia, personaggi coloriti e una mescolanza di religioni fino ad affrontare l’Ordine degli Adepti e il suo scopo finale. Invischiato, senza poter scegliere, in forze oniriche ed ermetiche, nella potenza dell’amore e del fascino esotico. Ma disperazione infonderà coraggio e istintività provocandolo affinché concluda il percorso di metamorfosi e abbia la sua personale, al contempo dolorosa, rivelazione.

L’Altare dell’Abisso è il primo romanzo di una trilogia e con esso spero di aver reso onore al territorio, un contributo di affetto che sento di dover dare al luogo in cui da poco vivo.
Dal 2012, infatti, mi sono fermato nella campagna di Bevagna, in Umbria e il fascino del luogo mi ha ispirato a scrivere.
Come spesso accade, chi nasce in un territorio non sente l’energia o non vede ciò che viene visto e sentito da chi ci vive da poco tempo, ciò che è normalità per l’uno è la novità e una risorsa per l’altro.
Così fu che più mi informavo sulla zona in cui per caso vivo e più montava l’idea del romanzo.

“Ma per scrivere L’Altare dell’Abisso non bastava la ricerca e l’ambientazione che comunque già acquietava la personale passione per la natura, utile è stato il contribuito di un ulteriore elemento. Sono anni che letteralmente vivo tra libri antichi e fuori catalogo, una passione divenuta un lavoro familiare, infatti aiuto mia moglie nella gestione di uno studio bibliografico. Tempo fa, fui attratto dall’alchimia e dopo il trasloco ho trascorso molto tempo nello studiarla. Questa ha pompato benzina nella mia fantasia.
Nonostante gli elementi esposti, non so come siano stati amalgamati in L’Altare dell’Abisso poiché più che un processo voluto lo definirei un’evoluzione naturale di ciò che ho assorbito, di ciò che la mente ha sposato come una sorta di Opera Ermetica.
La prima stesura è stata affinata più volte e riscritta di continuo per arrivare all’essenza della storia come fosse un volto in un blocco di marmo per essere sottoposta al puntiglioso lavoro di un editor esperto. Durante il processo creativo talora mi sono dovuto allontanare dall’opera per non rischiare di essere travolto dagli eventi e dai personaggi quando chiudevo gli occhi o mi affacciavo alla finestra di casa.

“Alla fine, ho deciso di autopubblicarlo in modo che io e lui possiamo essere artefici del nostro cammino nella più completa libertà e indipendenza”.

Estratto – “L’acqua che rende liberi”

Una fune nascosta tra gli alberi giaceva arrotolata lungo la sponda del Lago Aiso, come fosse un cobra incuteva timore e rispetto all’ombra che provava ad afferrarne un capo desistendo subito dopo, dall’altro lato gli stramazzi dell’acqua a loro volta respingevano l’uomo. All’ennesimo tentativo agguantò l’estremità e l’annodò.
Un lampo inseguito da un tuono balenò nell’aria e ne definì i contorni, l’individuo aveva le spalle rivolte alla quiete del lago, armeggiava con la corda intorno a un masso bianco attraversato da venule sature di cristalli rombici di calcite il cui basso indice di rifrazione permise al lampo di oltrepassare la pietra. Faticò a trasportare il macigno dal cofano della Mini Cooper 1.3 Cat Sports Pack del 1998 blu notte con tettuccio apribile, lo resse sospeso a pochi centimetri da terra tra le gambe allargate e con la schiena piegata. Gli scivolò dalle mani più volte e i tendini del polso cedettero anche vicino a una panchina dove si schiacciò due dita. Il dolore fisico era vacuo, surclassato di gran lunga da quello interiore, risollevò la roccia lasciando tra i fili d’erba appiattiti una traccia organica del suo passaggio. Il sangue segnò il percorso come le briciole di Pollicino. Poggiò il blocco di pietra alla base della staccionata, tra i tronchi degli alberi, dove due assi a croce della recinzione erano saltati.
La pioggia lavava via le lacrime dal volto, i fulmini si avvicendavano e i rombi coprivano gli ululati dei cani. Le raffiche di vento spingevano il corpo lontano dall’acqua. L’opera andava compiuta controcorrente, era l’ultima cosa rimastagli, l’ultimo ostacolo dalla meta: il dolce riposo fianco a fianco alla sua amata.

“L’Altare dell’Abisso” è disponibile su Amazon e su tutti i maggiori store online. Inoltre, potete seguire Patrich Antegiovanni sulla pagina Facebook.

“Per sempre” di Anna Caruso

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“ Allora incominciamo! “ dice Beatrice alzandosi dal sofà e dirigendosi verso la libreria alla sua sinistra per prendere un libro dalla copertina rosa. È il libro dei nomi.

Uno si aspetterebbe che scegliere un nome non sia così difficile, ma in verità è un’impresa da non sottovalutare e di una certa importanza: la bambina lo avrebbe portato per tutta la vita.

“ Che ne dici di Gaia? “ le propongo.

“ No! Per carità bel nome, ma metti che poi diventa una persona triste e io l’ho chiamata Gaia? Dai farebbe ridere! Nomi come Serena ecc li eviterei! “ risponde Bea tutta convinta.

“ Ma che razza di ragionamento è!? “ esclamo io ridendo.

“ Secondo me, ha senso, metti che tuo figlio lo chiami Leonardo e poi scopri che ha un ritardo mentale, non puoi chiamare tuo figlio Leonardo se ha un ritardo mentale, sai quante battute ci farebbe la gente! Quindi, nomi troppo impegnativi no! “

“ Va bene, scartiamo Gaia e company! “ acconsento rassegnata.

 

“ Caterina? È bellissimo secondo me! “ propone Beatrice dopo un’ora che guardiamo quel libro, scoprendo che quello che piace a me non piace a lei e viceversa.

“ Caterina!? Non mi piace per niente! “ dico storcendo il naso.

“ No? – chiede lei un po’ delusa – Va bene scartato anche questo! Credevo fosse più facile francamente! “ sospira Bea chiudendo il libro.

“ Anch’io! “ esclamo .

“ Sì è fatto tardi! – dice lei guardandolo l’orologio che ha al polso- Meglio interrompere qui la ricerca. Domani tu devi andare a lavorare e anch’io! La riprenderemo appena possiamo! “

“ Sì, credo che tu abbia ragione! “ annuisco io guardandolo l’ora dal cellulare: è mezzanotte meno dieci, prima che ritorno a casa, che mi svesto e mi preparo per andare a letto sarà l’una molto probabilmente.

“ Buonanotte Bea! “ dico poco dopo sulla soglia del suo appartamento.

“ Buonanotte Lore! Mandami un messaggio quando arrivi a casa! “ risponde lei guardandomi scendere le scale.

 

La sveglia suona alle nove. È già arrivato un altro venerdì. Il venerdì è il mio “ giorno libero “, non dovrò andare a scuola questa mattina. I programmi della giornata sono: fare la spesa e nel pomeriggio vedere Bea per un caffé o forse per un gelato.

Mentre il latte è sul fuoco, controllo le notifiche sul telefono: c’è qualche messaggio di qualche collega di lavoro, uno o due di vecchi amici, ma francamente li leggerò dopo. La priorità adesso è mangiare.

Nel bel mezzo della collezione, però, squilla il cellulare.

Chi è che rompe a quest’ora! “ penso.

Guardo la schermata del telefonino, ma non è un numero che ho salvato in rubrica: di sicuro è la Tim, ci metto la mano sul fuoco. Riescono sempre a chiamarti negli orari più strani! Sono tentata dal non rispondere, ma poi penso che, forse, può essere qualche scuola che cerca una supplente.

“ Pronto! “ dico.

“ Lorena Giusti ? “ chiede una voce maschile dall’altra parte.

“ Sì, sono io perché? “ rispondo abbastanza seccata.

“ Sono della polizia! “ continua il tipo.

Polizia!? Di solito le multe non arrivano a casa?

Mi sforzo di ricordare se ultimamente sono passata con il rosso a qualche incrocio, ma non mi sembra.

“ Ah! E per cosa chiama? “ domando alla fine.

“ Conosce Beatrice Messina? “ chiede l’altro.

Colpo al cuore.

“ Sì perché? “ sussurro.

“ Potrebbe venire a casa sua? “

“ Certo! Potrei sapere almeno il perché? “

“ La prego venga! “ dice l’uomo riattaccando.

Rimango con il cellulare in mano per qualche minuto, mentre il cuore mi batte forte in petto. Lascio la colazione a metà, mi catapulto in camera mia, metto le prime cose che trovo, prendo la borsa e il cellulare e un quarto d’ora dopo mi chiudo la porta del mio appartamento alle spalle.

(continua)

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