INTERVISTA rilasciata dallo scrittore Patrick ANTEGIOVANNI

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Due chiacchiere con l’autore: Patrich Antegiovanni

Una porta incastonata in una prigione di mattoni dorati, l’aura di mistero e suspense che aleggia attorno come fiati di vapore, sono questi alcuni degli elementi che compongono L’altare dell’abisso. Romanzo d’esordio del talentuoso Patrich Antegiovanni, approdato da pochissimo nel mondo dell’editoria che, con questo straordinario e avvincente mistery/ thriller e un’interessantissima intervista, ha prestato un po’ d’attenzione a me e al mio blog.

La sua storia mi ha lasciato addosso una curiosità appiccicosa, e, in una catena di eventi, piccoli fatti assurdi, è stata talmente contagiosa che gli oggetti inanimati sembravano dotati di una qualche magia.

Con questo nuovo appuntamento della rubrica Due chiacchiere con l’autore, dunque, una breve chiacchierata in cui mi sono state regalate tante cose: curiosità, novità sull’opera, e tanto altro. Avanzando in un tunnel che ha lo stesso sapore dei sogni, in cui la mia anima ha combaciato perfettamente con quella del protagonista. In un irripetibile traiettoria sbavata nello spazio, perduta repentinamente quando chiusi con un debole fruscio una finestra su un mondo.

Ciao, Patrich! E’ davvero un onore averti qui, ancora una volta. Raccontaci un po’ di te! Chi è Patrich, nella vita di tutti i giorni?

Grazie Gresi, è un onore anche per me tornare nella tua casa virtuale. Vediamo un po’, chi sono… Per me sono IO, parte di un tutto. La questione è chi sei per gli altri e questo è molto relativo… come il tutto. Mi spiego, per mia moglie sono il marito con cui è cresciuta fin dall’università, per mia figlia di quasi tre mesi sono il padre, anzi per ora sono il giullare che la fa ridere e con cui giocare, per i miei genitori sono io il figlio oramai troppo cresciuto, per i nostri cinque gatti sono il distributore di cibo e coccole. Nel lavoro sono un naturalista, un consulente ambientale e un collaboratore dello studio bibliografico di mia moglie. L’ho lasciato per ultimo, ma per i lettori sono l’autore e spero l’amico che li accompagna aiutandoli a evadere dalla realtà e dallo stress.

Da dove nasce l’ispirazione? Qual è stato l’elemento scatenante che ti ha indotto a scrivere questa storia?

Ho sempre scritto, ma non mi ero mai cimentato con un romanzo, mancava l’inspirazione. Quando nel 2012 io, mia moglie e tre gatti ci siamo trasferiti dalla periferia di Assisi a Bevagna, nella valle umbra, spesso mi trovavo a guardare dal giardino, o dalla finestra la campagna che mi circonda. All’inizio ho notato l’armonia, l’equilibrio e il lavoro nei campi, ma poi ho scoperto due luoghi interessanti a pochi passi da casa, due risorgive sconosciute ai più, una è addirittura un lago profondo tredici metri. Proprio il Lago Aiso, è tristemente famoso nella zona e in internet per le leggende, è circondato da un alone di mistero, ma è anche un SIC, ovvero un Sito di Interesse Comunitario dal punto di vista naturalistico lasciato un po’ abbandonato dall’incuria. Questo lago è citato nella cartografia antica a volte con il toponimo Aso proveniente dall’Umbro e sta per ara, altare, in altre carte come Abisso, come tutt’ora lo chiamano gli abitanti per la credenza che non ha fondo. Per il titolo del romanzo ho preso spunto proprio dal gioco dei due toponimi. L’altro luogo è l’Aisillo Fanelli, ovvero una piccola risorgiva che nasconde sotto le sue acque un luogo di culto romano e forse Umbro lasciato al buon cuore del proprietario. La prima ispirazione è nata così e poi ci sono i libri antichi con cui lavoriamo e così dallo studio dell’alchimia antica ha preso forma l’idea di far diventare una campagna bucolica e idilliaca l’ambientazione di un thriller.

Ad esperienze di vita realmente accadute, ci sono alcuni episodi del romanzo la cui ispirazione sono state tratte da un classico?

Nel romanzo sono confluite le conoscenze, le mie passioni e le persone incontrate nella vita. Come ha detto più volte Carlo Verdone nelle sue interviste, anche per i miei personaggi ho preso spunti qua e là da persone realmente conosciute accentuandone alcune caratteristiche e mantenendo sempre l’equilibrio per farli sembrare reali. Ho scritto e scrivo con le cuffie e volte ne esce la voce di De André, infatti ho usato una citazione e alcune frasi parafrasate dalla sua poesia, una sorta di tributo. Qualche anno fa volevo aprire una piccola casa editrice e pubblicare inizialmente romanzi dimenticati. Iniziai la ricerca e selezionai tra gli altri “Edmondo o il nuovo Montecristo” di Dumas e “La Tomba” della maestra del gotico Ann Radcliffe. Iniziai proprio con la copia del 1888 di quest’ultima opera visto che non la trovavo in bibliografia. Contattai studiosi della scrittrice e intanto notai che questo romanzo esisteva solo in francese e in italiano di cui ne era la diretta traduzione, Vincenzo Guidotti era un famoso traduttore dal francese. Mi feci inviare da una biblioteca le foto di frontespizio e prefazione della prima traduzione italiana del 1817 per avere più informazioni, ma nulla e vidi digitalizzata la prima edizione francese del 1799 nel sito della Biblioteca Nazionale di Francia dove era indicato Ann Radcliffe come autrice e Chaussier e Bizet come traduttori della fantomatica versione inglese che proprio non trovavo. Mi rispose una professoressa universitaria inglese e scovai anche una controprova dell’accaduto in un dizionario bibliografico francese del 1827-1839. I fatti erano andati grosso modo così: La famiglia Radcliffe era molto riservata e dopo il 1797 scomparve mantenendo un silenzio profondo finché la scrittrice morì intorno al 1810. Alcuni per questo si approfittarono del suo nome, “La Tomba” in realtà fu scritta da Chaussier e Bizet che vollero passare come traduttori della nuova opera attesissima dai fan francesi della Radcliffe. Una frode bella e buona. Non aprii mai la casa editrice, anche se avevo trascritto in un italiano moderno, comparato con la versione francese, gran parte del testo. Però anni dopo quando stavo scrivendo “L’Altare dell’Abisso” e volevo descrivere delle grotte mi ricordai “La Tomba” e presi spunto da quelle caverne.

L’altare dell’abisso è anche un bell’affresco che parla di amicizie, amori, legami o affetti perduti e poi ritrovati in cui la morale di ogni racconto è quello di guardarsi dentro per affrontare i colpi del destino. Quanto sono importanti per te questi sentimenti?

 Hai centrato parte delle tematiche Gresi, hai appena detto una cosa molta importante: guardarsi dentro. Sono convinto che all’interno di sé c’è già tutto, esiste la risposta per ogni domanda come esiste la felicità. Abbiamo già tutto e non c’è bisogno di andare a cercare fuori nulla. Le amicizie, gli amori, i legami possono iniziare ed esistere solo se si è nella condizione interna per accoglierli. Anche Fedro, il protagonista del romanzo vive la sua condizione interna senza riuscire così ad apprezzare gli affetti, tranne quelli idealizzati del passato.
I tuoi personaggi sembrano molto indipendenti. Questa è anche una tua caratteristica?

Come ti dicevo prima le caratteristiche dei personaggi le ho prese qua e la da persone conosciute, ma anche da me. E sì, ho sempre adorato l’indipendenza, a venti anni sono uscito di casa cercando di trovare il mio spazio… lo sto ancora cercando. Ehehehehe

Le vicende che si snodano nel tuo romanzo sono ambientate a Bevagna, città per me del tutto sconosciuta ma che, se ho ben intuito, rispecchia per te qualcosa di significativo. Come mai questa scelta? Qual è il legame che intercorre tra questa città e le vicende narrate?

Non sono tante le caratteristiche che mi accomunano a Fedro, il protagonista, ma anche io tra Bevagna e Foligno ci sono finito per caso. Con mia moglie venivamo d’Assisi e cercavamo un posto dove vivere, ci siamo innamorati di questo borgo e della sua campagna. Dopo il trasferimento i primi tempi era tutto una scoperta, la gente è molto genuina e iniziai a informarmi del luogo e delle leggende. Come spesso succede chi nasce in un territorio non sente l’energia o non vede ciò che viene visto e sentito da chi ci vive da poco tempo, ciò che è normalità per l’uno diventa la novità e una risorsa per l’altro. Fui così incuriosito e ammaliato da Bevagna, come dalla sua gente e dalla sua storia, nei secoli è passata da centro di culto per gli Umbri alla grandezza nel commercio fluviale che visse nel periodo Romano fino ad arrivare al piccolo borgo di stampo medioevale quale è oggi. L’Altare dell’Abisso è nato dallo studio del territorio, della sua natura, delle eccellenze eno-gastronomiche e delle sue particolarità intrinseche. La curiosità mi ha portato a indagare e a scoprire che alcune di queste erano uniche, infatti molto di ciò che ho scritto è reale, romanzato come ovvio. Tutto ciò ha creato un legame forte tra me e il territorio.
Come nasce Fedro e come si è sviluppato nel corso del tempo?

Fedro nasce da un identikit… proprio così. Dopo aver avuto l’idea e deciso di scrivere il romanzo ho iniziato con le schede personaggi a partire dal protagonista. Ma come mostrare al prossimo una persona di cui non si conosce il volto? E così ho scaricato da internet un software e ne ho disegnato l’identikit, poi in un file separato ho scritto la storia di Fedro, ha parlato per la prima volta e siamo diventati così intimi che nel pieno del romanzo mi sembrava di incontrarlo nelle strade o di vederlo affacciandomi alla finestra.

La storia di Fedro, figura di carta che in poco tempo confezionerà una storia con scarti provenienti dal mondo reale, è arrivata come una folgorazione oppure è stata frutto di un lungo lavoro?

Secondo me scrivere un romanzo è un matrimonio alchemico tra elementi, o come dicevano in passato tra il fisso e il volatile, la parte maschile e quella femminile. Quindi a partire da una scintilla iniziale, l’idea principe, è seguita una fase di ricerca e un lungo lavoro di progettazione che mi ha portato alla prima stesura e così via…

Se potessi scegliere un personaggio del romanzo su cui scrivere una storia a parte, su quale cadrebbe la tua scelta e perché?

Credo Saverio e veramente già ci avevo pensato. Saverio è il ragazzo conosciuto all’inizio della storia da Fedro e che diventerà la sua spalla. È una persona intelligente, con forti passioni e di una vigorosa passione, ma soprattutto nel suo essere anche un po’ troppo genuino risulta sempre divertente e lo sa visto che usa spesso l’umorismo come arma. Credo che sia un personaggio che potrebbe dare degli ottimi risultati se messo alla prova di una storia tutta sua.

A quale personaggio ti sei affezionato di più? E con quale hai avuto maggior attrito?

Vediamo, vediamo. Con tutta sincerità costruendoli ho avuto attriti con tutti i personaggi principali e proprio per il fatto di essermi scontrato con ognuno di loro alla fine li ho apprezzati per diversi aspetti. Da Amalia a Kunda, da Sara ad Ada fino ad Adalgisa e alle mamme di Fedro ed Amalia, le donne del romanzo forse hanno avuto un filo più di attenzione, sarà stata cavalleria o difficolta nell’entrare nei ragionamenti dell’altro sesso, chi lo sa? Ehehehehehehe

Hai trovate delle difficoltà nell’evolvere la personalità dei protagonisti? O, scrivendo, avveniva in maniera del tutto naturale?

Come ti dicevo, prima di farli muovere, insomma dargli vita ho dovuto conoscerli io per primo con gli identikit e scrivendo le loro storie nelle schede personaggio. Ci sono eventi delle loro vite che conosco solo io e non sono entrati nel romanzo, ma hanno aumentato il feeling. Questa conoscenza, alla fine reciproca, è stata molto difficoltosa.
Hai riscontrato qualche difficoltà a scrivere alcune scene? Se si, quali sono state?

Diverse, la prima che mi viene in mente è anche la prima che mi ha fatto penare. Sembrerà più semplice rispetto ad altre, ma con tutta onestà ho trovato più difficile descrivere il magazzino di Saverio, il vecchio fienile ristrutturato piuttosto che il Ravana Ganga tra le montagne del Kashmir, capisco che chi legge questa intervista ora cadrà dalla sedia nel sentire nominare un luogo di culto Indù parlando di Umbria, ma non voglio svelare più del dovuto e rovinare così la sorpresa. Ho trovato difficoltà nelle scene ambientate nella piazza dell’altare e nel finale, l’ho riscritto più volte forse perché anche io ero combattuto sulla scelta che avrebbe preso Fedro e non diciamo altro.

C’è un episodio che ti ha particolarmente colpito?

 Veramente più di uno, il primo a cui penso è l’assalto dei quattro cobra, tre reali e uno indiano in casa di Fedro, adoro il finale di quel capitolo. Ma anche il tentato suicidio e la raccolta della rugiada secondo la tecnica descritta nel antico tomo Mutus Liber del fantomatico autore Altus e poi le fughe nei sotterranei di Fedro con i getti d’acqua nella piana. Gresi entrerei più nel dettaglio, ma non voglio essere così sadico da rovinare certi colpi di scena al lettore, perdonami.

L’arte può essere di grande ispirazione, ma quanto c’è di personale nei momenti vissuti nel libro?

Inconsciamente forse abbastanza, consciamente molto poco a parte il mio bagaglio culturale e le ricerche da cui ho preso a piene mani.

L’illustrazione della copertina ha un significato particolare?

È nata da una foto.

Quando dovevo scrivere l’incipit del capitolo quattro dove ho descritto il centro storico di Bevagna come fosse un fiume ho girato per il paese con la macchina fotografica scattando foto di particolari, tra cui una grande finestra antica con una vetrata di quadrati di vetro a piombo e un’inferriata robusta ben saldata alla pietra calcarea del muro. Studiando la foto ho pensato ai secoli di segreti celati ai passanti e quando dovevo sviluppare una copertina mi sono ricordato ed è diventata la finestra sui segreti e i misteri raccolti nel libro. A questa foto ho applicato un effetto fuoco, altro elemento fondamentale del romanzo insieme all’acqua, il fuoco che non brucia, il fuoco alchemico. Infine ho aggiunto un effetto vetro rotto visto che il lettore può rompere il vetro piombato della finestra e bearsi dei segreti contenuti. Così è nata la copertina… forse sono da ricovero hahahaha
Quali sono i tuoi autori preferiti?

Allora vuoi proprio farmi passare per un paziente psichiatrico. Hahahahahahaha

Ho scritto il romanzo con degli A4 in vista, in ognuno di questi fogli c’era e c’è ancora la foto e la firma di uno degli autori con cui ho iniziato ad adorare scrittura e lettura. Stupita? Non mi sono mai creduto alla loro pari, volevo che mi fossero d’ispirazione. E già, ho chiesto ai volti di Hugo, Dumas, Dickens, Tolstoj e Dostoevskij di essere la mia musa. Che pazzia, però un briciolo di loro me lo hanno passato. Dopo, negli anni sono passati molti scrittori che ho apprezzato spaziando nei secoli e nei generi, si va da Tolkien a Martin, da Verne a Salgari, dalla Radcliffe a Poe, dalla Christie a Moravia, da Verga a Steinbeck, da Orwell a Eco, da Golding a Baricco, da Collins a Sue, da Zola a Balzac, da Huxley a Capote, da Hesse a Marquez e ancora potrei andare avanti a lungo e ti ripeto quelli citati sono solo una parte e gli autori non citati sono altrettanto importante per me, ma vorrei aggiungere anche altri scrittori che si sono occupati e si occupano di tematiche diverse, non romanzi, ma saggistica e che per me sono molto fondamentali parlo di Dawkins, di Darwin, della Carson, di Ajahn Sumedho, di Ajahn Chah, Tich Nath Han, Kalu Rinpoche e anche qui tanti altri.

C’è un momento della giornata in cui ti sembra di trovare più ispirazione per poter scrivere?

Guarda molto onestamente ho scritto al mattino, al pomeriggio e alla sera, non ho mai scritto di notte semplicemente perché spengo il computer alle sette/otto di sera, però appunti ne ho presi anche di notte. Dipende da quando ho tempo e arrivano le idee.

Una volta intessuta la trama, qual è il passo successivo nella creazione della storia e dei personaggi?

Come ti dicevo ho seguito un percorso diverso. Ho iniziato avendo in mente due scene e degli studi sul territorio, poi sono passato alle schede personaggio per ognuno dei principali e alcune sono di dieci pagine A4, poi ho stilato un’idea di scaletta e sotto con la scrittura. Dopo la prima stesura ho riscritto più e più volte i vari capitoli affinando così la scaletta. Alla fine ho consegnato tutto a un editor freelance ed eccomi qua.

Quali sono state le sfide che hai dovuto affrontare, durante la stesura del romanzo?

Molteplici, dalla mancanza di tempo, alla frustrazione, alla stanchezza mentale… A volte dopo aver scritto un pomeriggio intero mi sono sentito in una pace mistica, ma mentalmente spossato. Poi a volte mi sono incaponito con il significato delle parole e mi sono anche bloccato sulla scelta di un verbo o di un sostantivo.

Si dice che scrivere è trovare l’equilibrio tra il lato quasi trascendentale della storia e la capacità di non lasciarsi prendere troppo la mano, purché non siano i personaggi a travolgere completamente. Anche tu la pensi così?

Sono perfettamente d’accordo. Durante la scrittura a volte ho dovuto lasciare il romanzo per non rischiare di essere travolto dagli eventi e dai personaggi quando chiudevo gli occhi o mi affacciavo alla finestra di casa.
C’è qualcosa che cerchi di ottenere dalla scrittura? E, se si, perché scrivi?

All’inizio ho utilizzato la scrittura insieme alla musica come una sorta di forma meditativa ed è ancora così, in un secondo momento ho capito che volevo comunicare, intrattenere e indagare l’animo umano.

Come ti senti quando scrivi?

Sento la pace interiore della meditazione, infatti entrambe sono due modi di vivere il presente estraniandosi da passato e futuro.

 Quali sono, secondo te, gli aspetti positivi e negativi della scrittura?

La sensazione che hai mentre scrivi e dopo aver scritto è molto positiva. Di negativo vedo poco a meno che non si consideri negativo la costanza.
Della pila di libri che hai sul comodino, ce n’è uno che stai apprezzando particolarmente?

Proprio ieri sera ho terminato di leggere un thriller ben fatto: Il Profumo. Guarda è un esempio lampante che quando scrivi devi utilizzare tutti e cinque i sensi. Süskind attraverso le pagine ti fa leggere con il naso e una volta che ragioni come il protagonista capisci le sue scelte, gli odori e anche gli omicidi.

C’è un romanzo che ti sarebbe piaciuto scrivere e che invece è stato qualcun altro a scrivere?

Magari uno solo…. Mi viene subito di dirti il Signore degli Anelli, ma poi pensandoci dico che se lo avessi scritto io non sarebbe stato il capolavoro che è, perché oltre alla bravura e alla costanza di Tolkien ha contribuito il fatto che lui era un linguista e quindi quel fantasy era nelle sue corde. Provare il Silmarillion per credere.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Scriverai ancora?

Certo, non ho mai smesso, oramai uso la scrittura creativa anche rispondendo a una mail, sono un tossicodipendente da trama Eheheheheh Poi ho già iniziato il continuo di L’Altare dell’Abisso, non posso far poltrire i personaggi, mi chiedono di mostrare la loro storia.

Ad un lettore, ad una lettrice che non ha ancora letto il tuo romanzo, quale consiglio gli daresti per farlo?

Lo prego solo di approcciarsi a lui senza pregiudizi e di lasciarsi trasportare dagli eventi con la speranza di toccarlo nel profondo.

Grazie, Patrich, per questa bellissima chiacchierata! 😊📚

Grazie a te per il tempo trascorso insieme!

INTERVIATA rilasciata dallo scrittore Patrick ANTEGIOVANNI

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Due chiacchiere con l’autore: Patrich Antegiovanni

Una porta incastonata in una prigione di mattoni dorati, l’aura di mistero e suspense che aleggia attorno come fiati di vapore, sono questi alcuni degli elementi che compongono L’altare dell’abisso. Romanzo d’esordio del talentuoso Patrich Antegiovanni, approdato da pochissimo nel mondo dell’editoria che, con questo straordinario e avvincente mistery/ thriller e un’interessantissima intervista, ha prestato un po’ d’attenzione a me e al mio blog.

La sua storia mi ha lasciato addosso una curiosità appiccicosa, e, in una catena di eventi, piccoli fatti assurdi, è stata talmente contagiosa che gli oggetti inanimati sembravano dotati di una qualche magia.

Con questo nuovo appuntamento della rubrica Due chiacchiere con l’autore, dunque, una breve chiacchierata in cui mi sono state regalate tante cose: curiosità, novità sull’opera, e tanto altro. Avanzando in un tunnel che ha lo stesso sapore dei sogni, in cui la mia anima ha combaciato perfettamente con quella del protagonista. In un irripetibile traiettoria sbavata nello spazio, perduta repentinamente quando chiusi con un debole fruscio una finestra su un mondo.

Ciao, Patrich! E’ davvero un onore averti qui, ancora una volta. Raccontaci un po’ di te! Chi è Patrich, nella vita di tutti i giorni?

Grazie Gresi, è un onore anche per me tornare nella tua casa virtuale. Vediamo un po’, chi sono… Per me sono IO, parte di un tutto. La questione è chi sei per gli altri e questo è molto relativo… come il tutto. Mi spiego, per mia moglie sono il marito con cui è cresciuta fin dall’università, per mia figlia di quasi tre mesi sono il padre, anzi per ora sono il giullare che la fa ridere e con cui giocare, per i miei genitori sono io il figlio oramai troppo cresciuto, per i nostri cinque gatti sono il distributore di cibo e coccole. Nel lavoro sono un naturalista, un consulente ambientale e un collaboratore dello studio bibliografico di mia moglie. L’ho lasciato per ultimo, ma per i lettori sono l’autore e spero l’amico che li accompagna aiutandoli a evadere dalla realtà e dallo stress.

Da dove nasce l’ispirazione? Qual è stato l’elemento scatenante che ti ha indotto a scrivere questa storia?

Ho sempre scritto, ma non mi ero mai cimentato con un romanzo, mancava l’inspirazione. Quando nel 2012 io, mia moglie e tre gatti ci siamo trasferiti dalla periferia di Assisi a Bevagna, nella valle umbra, spesso mi trovavo a guardare dal giardino, o dalla finestra la campagna che mi circonda. All’inizio ho notato l’armonia, l’equilibrio e il lavoro nei campi, ma poi ho scoperto due luoghi interessanti a pochi passi da casa, due risorgive sconosciute ai più, una è addirittura un lago profondo tredici metri. Proprio il Lago Aiso, è tristemente famoso nella zona e in internet per le leggende, è circondato da un alone di mistero, ma è anche un SIC, ovvero un Sito di Interesse Comunitario dal punto di vista naturalistico lasciato un po’ abbandonato dall’incuria. Questo lago è citato nella cartografia antica a volte con il toponimo Aso proveniente dall’Umbro e sta per ara, altare, in altre carte come Abisso, come tutt’ora lo chiamano gli abitanti per la credenza che non ha fondo. Per il titolo del romanzo ho preso spunto proprio dal gioco dei due toponimi. L’altro luogo è l’Aisillo Fanelli, ovvero una piccola risorgiva che nasconde sotto le sue acque un luogo di culto romano e forse Umbro lasciato al buon cuore del proprietario. La prima ispirazione è nata così e poi ci sono i libri antichi con cui lavoriamo e così dallo studio dell’alchimia antica ha preso forma l’idea di far diventare una campagna bucolica e idilliaca l’ambientazione di un thriller.

Ad esperienze di vita realmente accadute, ci sono alcuni episodi del romanzo la cui ispirazione sono state tratte da un classico?

Nel romanzo sono confluite le conoscenze, le mie passioni e le persone incontrate nella vita. Come ha detto più volte Carlo Verdone nelle sue interviste, anche per i miei personaggi ho preso spunti qua e là da persone realmente conosciute accentuandone alcune caratteristiche e mantenendo sempre l’equilibrio per farli sembrare reali. Ho scritto e scrivo con le cuffie e volte ne esce la voce di De André, infatti ho usato una citazione e alcune frasi parafrasate dalla sua poesia, una sorta di tributo. Qualche anno fa volevo aprire una piccola casa editrice e pubblicare inizialmente romanzi dimenticati. Iniziai la ricerca e selezionai tra gli altri “Edmondo o il nuovo Montecristo” di Dumas e “La Tomba” della maestra del gotico Ann Radcliffe. Iniziai proprio con la copia del 1888 di quest’ultima opera visto che non la trovavo in bibliografia. Contattai studiosi della scrittrice e intanto notai che questo romanzo esisteva solo in francese e in italiano di cui ne era la diretta traduzione, Vincenzo Guidotti era un famoso traduttore dal francese. Mi feci inviare da una biblioteca le foto di frontespizio e prefazione della prima traduzione italiana del 1817 per avere più informazioni, ma nulla e vidi digitalizzata la prima edizione francese del 1799 nel sito della Biblioteca Nazionale di Francia dove era indicato Ann Radcliffe come autrice e Chaussier e Bizet come traduttori della fantomatica versione inglese che proprio non trovavo. Mi rispose una professoressa universitaria inglese e scovai anche una controprova dell’accaduto in un dizionario bibliografico francese del 1827-1839. I fatti erano andati grosso modo così: La famiglia Radcliffe era molto riservata e dopo il 1797 scomparve mantenendo un silenzio profondo finché la scrittrice morì intorno al 1810. Alcuni per questo si approfittarono del suo nome, “La Tomba” in realtà fu scritta da Chaussier e Bizet che vollero passare come traduttori della nuova opera attesissima dai fan francesi della Radcliffe. Una frode bella e buona. Non aprii mai la casa editrice, anche se avevo trascritto in un italiano moderno, comparato con la versione francese, gran parte del testo. Però anni dopo quando stavo scrivendo “L’Altare dell’Abisso” e volevo descrivere delle grotte mi ricordai “La Tomba” e presi spunto da quelle caverne.

L’altare dell’abisso è anche un bell’affresco che parla di amicizie, amori, legami o affetti perduti e poi ritrovati in cui la morale di ogni racconto è quello di guardarsi dentro per affrontare i colpi del destino. Quanto sono importanti per te questi sentimenti?

 Hai centrato parte delle tematiche Gresi, hai appena detto una cosa molta importante: guardarsi dentro. Sono convinto che all’interno di sé c’è già tutto, esiste la risposta per ogni domanda come esiste la felicità. Abbiamo già tutto e non c’è bisogno di andare a cercare fuori nulla. Le amicizie, gli amori, i legami possono iniziare ed esistere solo se si è nella condizione interna per accoglierli. Anche Fedro, il protagonista del romanzo vive la sua condizione interna senza riuscire così ad apprezzare gli affetti, tranne quelli idealizzati del passato.
I tuoi personaggi sembrano molto indipendenti. Questa è anche una tua caratteristica?

Come ti dicevo prima le caratteristiche dei personaggi le ho prese qua e la da persone conosciute, ma anche da me. E sì, ho sempre adorato l’indipendenza, a venti anni sono uscito di casa cercando di trovare il mio spazio… lo sto ancora cercando. Ehehehehe

Le vicende che si snodano nel tuo romanzo sono ambientate a Bevagna, città per me del tutto sconosciuta ma che, se ho ben intuito, rispecchia per te qualcosa di significativo. Come mai questa scelta? Qual è il legame che intercorre tra questa città e le vicende narrate?

Non sono tante le caratteristiche che mi accomunano a Fedro, il protagonista, ma anche io tra Bevagna e Foligno ci sono finito per caso. Con mia moglie venivamo d’Assisi e cercavamo un posto dove vivere, ci siamo innamorati di questo borgo e della sua campagna. Dopo il trasferimento i primi tempi era tutto una scoperta, la gente è molto genuina e iniziai a informarmi del luogo e delle leggende. Come spesso succede chi nasce in un territorio non sente l’energia o non vede ciò che viene visto e sentito da chi ci vive da poco tempo, ciò che è normalità per l’uno diventa la novità e una risorsa per l’altro. Fui così incuriosito e ammaliato da Bevagna, come dalla sua gente e dalla sua storia, nei secoli è passata da centro di culto per gli Umbri alla grandezza nel commercio fluviale che visse nel periodo Romano fino ad arrivare al piccolo borgo di stampo medioevale quale è oggi. L’Altare dell’Abisso è nato dallo studio del territorio, della sua natura, delle eccellenze eno-gastronomiche e delle sue particolarità intrinseche. La curiosità mi ha portato a indagare e a scoprire che alcune di queste erano uniche, infatti molto di ciò che ho scritto è reale, romanzato come ovvio. Tutto ciò ha creato un legame forte tra me e il territorio.
Come nasce Fedro e come si è sviluppato nel corso del tempo?

Fedro nasce da un identikit… proprio così. Dopo aver avuto l’idea e deciso di scrivere il romanzo ho iniziato con le schede personaggi a partire dal protagonista. Ma come mostrare al prossimo una persona di cui non si conosce il volto? E così ho scaricato da internet un software e ne ho disegnato l’identikit, poi in un file separato ho scritto la storia di Fedro, ha parlato per la prima volta e siamo diventati così intimi che nel pieno del romanzo mi sembrava di incontrarlo nelle strade o di vederlo affacciandomi alla finestra.

La storia di Fedro, figura di carta che in poco tempo confezionerà una storia con scarti provenienti dal mondo reale, è arrivata come una folgorazione oppure è stata frutto di un lungo lavoro?

Secondo me scrivere un romanzo è un matrimonio alchemico tra elementi, o come dicevano in passato tra il fisso e il volatile, la parte maschile e quella femminile. Quindi a partire da una scintilla iniziale, l’idea principe, è seguita una fase di ricerca e un lungo lavoro di progettazione che mi ha portato alla prima stesura e così via…

Se potessi scegliere un personaggio del romanzo su cui scrivere una storia a parte, su quale cadrebbe la tua scelta e perché?

Credo Saverio e veramente già ci avevo pensato. Saverio è il ragazzo conosciuto all’inizio della storia da Fedro e che diventerà la sua spalla. È una persona intelligente, con forti passioni e di una vigorosa passione, ma soprattutto nel suo essere anche un po’ troppo genuino risulta sempre divertente e lo sa visto che usa spesso l’umorismo come arma. Credo che sia un personaggio che potrebbe dare degli ottimi risultati se messo alla prova di una storia tutta sua.

A quale personaggio ti sei affezionato di più? E con quale hai avuto maggior attrito?

Vediamo, vediamo. Con tutta sincerità costruendoli ho avuto attriti con tutti i personaggi principali e proprio per il fatto di essermi scontrato con ognuno di loro alla fine li ho apprezzati per diversi aspetti. Da Amalia a Kunda, da Sara ad Ada fino ad Adalgisa e alle mamme di Fedro ed Amalia, le donne del romanzo forse hanno avuto un filo più di attenzione, sarà stata cavalleria o difficolta nell’entrare nei ragionamenti dell’altro sesso, chi lo sa? Ehehehehehehe

Hai trovate delle difficoltà nell’evolvere la personalità dei protagonisti? O, scrivendo, avveniva in maniera del tutto naturale?

Come ti dicevo, prima di farli muovere, insomma dargli vita ho dovuto conoscerli io per primo con gli identikit e scrivendo le loro storie nelle schede personaggio. Ci sono eventi delle loro vite che conosco solo io e non sono entrati nel romanzo, ma hanno aumentato il feeling. Questa conoscenza, alla fine reciproca, è stata molto difficoltosa.
Hai riscontrato qualche difficoltà a scrivere alcune scene? Se si, quali sono state?

Diverse, la prima che mi viene in mente è anche la prima che mi ha fatto penare. Sembrerà più semplice rispetto ad altre, ma con tutta onestà ho trovato più difficile descrivere il magazzino di Saverio, il vecchio fienile ristrutturato piuttosto che il Ravana Ganga tra le montagne del Kashmir, capisco che chi legge questa intervista ora cadrà dalla sedia nel sentire nominare un luogo di culto Indù parlando di Umbria, ma non voglio svelare più del dovuto e rovinare così la sorpresa. Ho trovato difficoltà nelle scene ambientate nella piazza dell’altare e nel finale, l’ho riscritto più volte forse perché anche io ero combattuto sulla scelta che avrebbe preso Fedro e non diciamo altro.

C’è un episodio che ti ha particolarmente colpito?

 Veramente più di uno, il primo a cui penso è l’assalto dei quattro cobra, tre reali e uno indiano in casa di Fedro, adoro il finale di quel capitolo. Ma anche il tentato suicidio e la raccolta della rugiada secondo la tecnica descritta nel antico tomo Mutus Liber del fantomatico autore Altus e poi le fughe nei sotterranei di Fedro con i getti d’acqua nella piana. Gresi entrerei più nel dettaglio, ma non voglio essere così sadico da rovinare certi colpi di scena al lettore, perdonami.

L’arte può essere di grande ispirazione, ma quanto c’è di personale nei momenti vissuti nel libro?

Inconsciamente forse abbastanza, consciamente molto poco a parte il mio bagaglio culturale e le ricerche da cui ho preso a piene mani.

L’illustrazione della copertina ha un significato particolare?

È nata da una foto.

Quando dovevo scrivere l’incipit del capitolo quattro dove ho descritto il centro storico di Bevagna come fosse un fiume ho girato per il paese con la macchina fotografica scattando foto di particolari, tra cui una grande finestra antica con una vetrata di quadrati di vetro a piombo e un’inferriata robusta ben saldata alla pietra calcarea del muro. Studiando la foto ho pensato ai secoli di segreti celati ai passanti e quando dovevo sviluppare una copertina mi sono ricordato ed è diventata la finestra sui segreti e i misteri raccolti nel libro. A questa foto ho applicato un effetto fuoco, altro elemento fondamentale del romanzo insieme all’acqua, il fuoco che non brucia, il fuoco alchemico. Infine ho aggiunto un effetto vetro rotto visto che il lettore può rompere il vetro piombato della finestra e bearsi dei segreti contenuti. Così è nata la copertina… forse sono da ricovero hahahaha
Quali sono i tuoi autori preferiti?

Allora vuoi proprio farmi passare per un paziente psichiatrico. Hahahahahahaha

Ho scritto il romanzo con degli A4 in vista, in ognuno di questi fogli c’era e c’è ancora la foto e la firma di uno degli autori con cui ho iniziato ad adorare scrittura e lettura. Stupita? Non mi sono mai creduto alla loro pari, volevo che mi fossero d’ispirazione. E già, ho chiesto ai volti di Hugo, Dumas, Dickens, Tolstoj e Dostoevskij di essere la mia musa. Che pazzia, però un briciolo di loro me lo hanno passato. Dopo, negli anni sono passati molti scrittori che ho apprezzato spaziando nei secoli e nei generi, si va da Tolkien a Martin, da Verne a Salgari, dalla Radcliffe a Poe, dalla Christie a Moravia, da Verga a Steinbeck, da Orwell a Eco, da Golding a Baricco, da Collins a Sue, da Zola a Balzac, da Huxley a Capote, da Hesse a Marquez e ancora potrei andare avanti a lungo e ti ripeto quelli citati sono solo una parte e gli autori non citati sono altrettanto importante per me, ma vorrei aggiungere anche altri scrittori che si sono occupati e si occupano di tematiche diverse, non romanzi, ma saggistica e che per me sono molto fondamentali parlo di Dawkins, di Darwin, della Carson, di Ajahn Sumedho, di Ajahn Chah, Tich Nath Han, Kalu Rinpoche e anche qui tanti altri.

C’è un momento della giornata in cui ti sembra di trovare più ispirazione per poter scrivere?

Guarda molto onestamente ho scritto al mattino, al pomeriggio e alla sera, non ho mai scritto di notte semplicemente perché spengo il computer alle sette/otto di sera, però appunti ne ho presi anche di notte. Dipende da quando ho tempo e arrivano le idee.

Una volta intessuta la trama, qual è il passo successivo nella creazione della storia e dei personaggi?

Come ti dicevo ho seguito un percorso diverso. Ho iniziato avendo in mente due scene e degli studi sul territorio, poi sono passato alle schede personaggio per ognuno dei principali e alcune sono di dieci pagine A4, poi ho stilato un’idea di scaletta e sotto con la scrittura. Dopo la prima stesura ho riscritto più e più volte i vari capitoli affinando così la scaletta. Alla fine ho consegnato tutto a un editor freelance ed eccomi qua.

Quali sono state le sfide che hai dovuto affrontare, durante la stesura del romanzo?

Molteplici, dalla mancanza di tempo, alla frustrazione, alla stanchezza mentale… A volte dopo aver scritto un pomeriggio intero mi sono sentito in una pace mistica, ma mentalmente spossato. Poi a volte mi sono incaponito con il significato delle parole e mi sono anche bloccato sulla scelta di un verbo o di un sostantivo.

Si dice che scrivere è trovare l’equilibrio tra il lato quasi trascendentale della storia e la capacità di non lasciarsi prendere troppo la mano, purché non siano i personaggi a travolgere completamente. Anche tu la pensi così?

Sono perfettamente d’accordo. Durante la scrittura a volte ho dovuto lasciare il romanzo per non rischiare di essere travolto dagli eventi e dai personaggi quando chiudevo gli occhi o mi affacciavo alla finestra di casa.
C’è qualcosa che cerchi di ottenere dalla scrittura? E, se si, perché scrivi?

All’inizio ho utilizzato la scrittura insieme alla musica come una sorta di forma meditativa ed è ancora così, in un secondo momento ho capito che volevo comunicare, intrattenere e indagare l’animo umano.

Come ti senti quando scrivi?

Sento la pace interiore della meditazione, infatti entrambe sono due modi di vivere il presente estraniandosi da passato e futuro.

 Quali sono, secondo te, gli aspetti positivi e negativi della scrittura?

La sensazione che hai mentre scrivi e dopo aver scritto è molto positiva. Di negativo vedo poco a meno che non si consideri negativo la costanza.
Della pila di libri che hai sul comodino, ce n’è uno che stai apprezzando particolarmente?

Proprio ieri sera ho terminato di leggere un thriller ben fatto: Il Profumo. Guarda è un esempio lampante che quando scrivi devi utilizzare tutti e cinque i sensi. Süskind attraverso le pagine ti fa leggere con il naso e una volta che ragioni come il protagonista capisci le sue scelte, gli odori e anche gli omicidi.

C’è un romanzo che ti sarebbe piaciuto scrivere e che invece è stato qualcun altro a scrivere?

Magari uno solo…. Mi viene subito di dirti il Signore degli Anelli, ma poi pensandoci dico che se lo avessi scritto io non sarebbe stato il capolavoro che è, perché oltre alla bravura e alla costanza di Tolkien ha contribuito il fatto che lui era un linguista e quindi quel fantasy era nelle sue corde. Provare il Silmarillion per credere.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Scriverai ancora?

Certo, non ho mai smesso, oramai uso la scrittura creativa anche rispondendo a una mail, sono un tossicodipendente da trama Eheheheheh Poi ho già iniziato il continuo di L’Altare dell’Abisso, non posso far poltrire i personaggi, mi chiedono di mostrare la loro storia.

Ad un lettore, ad una lettrice che non ha ancora letto il tuo romanzo, quale consiglio gli daresti per farlo?

Lo prego solo di approcciarsi a lui senza pregiudizi e di lasciarsi trasportare dagli eventi con la speranza di toccarlo nel profondo.

Grazie, Patrich, per questa bellissima chiacchierata! 😊📚

Grazie a te per il tempo trascorso insieme!

INTERVISTA lasciata alla scrittrice Maria Pace da Michela Clames

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1) Innanzi tutto chi è Michela Clames ?

Sono nata Palermo il 09/07/65. Da 43 anni vivo a Torino , sono sposata  e con due figli. Mi occupo di trattamenti olistici ;sono una riflessologa plantare .

2) Quella della scrittura èuna passione attuale oppure l’ha sempre coltivata?

Fin da bambina ho sempre usato l’immaginazione , con l’adolescenza mi sono accostata alla scrittura: poesie o semplici riflessioni, ma ho pubblicato il mio primo libro soltanto nell’ultimo anno.

3) Come nasce l’idea di un libro?

Sono una persona alla quale piace condividere le proprie emozioni; il mio bisogno di scrivere nasce proprio da questa personale  caratteristica.

4) Ci parli dei suoi libri.

Come ho già detto, questo è il mio primo libro.  “Volevo dire…”  narra le vicende una giovane donna che con tenacia e intelligenza trova il riscatto da una condizione di sottomissione.

5) I suoi libri hanno riscosso successi e riconoscimenti?

Sono una scrittrice esordiente;  chi lo ha letto,  però,  lo ha trovato piacevole e scorrevole ed ha dischiarato di essersi  immedesimato nelle vicende.

6) A quale genere letterario appartiene il suo libro?

Narrativa di costume e ambiente.

7) Quali genriletterari preferisce?

Narrativa generale, fiabe, narrativa storica,  filosofica,  saggistica,  di costume

8) Quali sono secondolei i requisiti necessare per un buon libro?

Deve avere una trama coinvolgente ,  duna scrittura semplice e scorrevoleeve  e avere una morale.

9) Potrebbe darci un assaggio del suolibro?

CAPITOLO  I – ANNA

Questa storia, la storia di Anna, inizia con il primo vagito.

S’era d’estate, a V. un paese del sud, intorno agli anni cinquanta. Faceva caldo, il sole picchiava implacabile.

Angela, una donna dal fisico minuto, che l’avanzata gravidanza aveva reso grossa e voluminosa, senza però, minimamente sminuire la sua bellezza, si affacciò sull’uscio di casa; aveva una cesta in mano.

Ventitre o ventiquattro anni, Angela era una giovane schiva ed introversa e fortemente attaccata alla famiglia: un marito e due bambini.

Vivevano in una cascina circondata di terreni, nel bel mezzo della campagna, che fungeva da abitazione e stalla: a quei tempi i contadini vivevano in quel modo, in piena promiscuità con il bestiame..

Angela uscì fuori, per raccogliere le lenzuola stese sopra un filo di ferro teso tra due pali di legno, quando ebbe una contrazione e si lasciò scivolare a terra, dove restò a riprendere fiato: lei sapeva distinguere un dolore da parto, perché lo aveva già vissuto due volte, con due figli, Giuseppe e Antonio.

Angela si sorprese a pensare che quei nomi erano stati scelti per rispettare la tradizione. Il primogenito portava il nome del nonno paterno, il patriarca della famiglia e il secondo, invece, quello del padre materno. Anche per il nuovo o la nuova arrivata, il nome era già pronto: Anna se fosse stata femmina e Rosario se fosse stato un maschio.

10) Quali profetti ha per il futuro ?

Prossimamente ci sarà una presentazione e in progetto uscirà una raccolta di poesie riflessioni  racconto e fiaba ; a cui seguirà un nuovo romanzo.

IL LINGUAGGIO della NATURA – I FIORI

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Donare dei fiori, affidando loro una emozione da comunicare,  è un gesto  semplice, ma significativo che risale fin all’antichità.  Florigrafia è il nome dato al linguaggio dei fiori.

Ogni fiore ha un proprio significato, legato al colore, al  profumo, alla forma e il dono di ognuno di esso è accompagnato da una sensazione… da una emozione: l’amore, l’amicizia,  il ringraziamento… ma anche la gelosia, l’indifferenza,  ecc…

LA ROSA

La rosa è un fiore antico, da sempre amato edesaltato; dall’alto Medioevo in poi, assurse  a simbolo di bellezza ed integrità di sentimenti.   Nella mitologia  romana, la rosa era il fiore sacro a Venere, dea dell’amore e della bellezza, e veniva considerata come il fiore degli amanti. Fiore per antonomasia,  la rosa  è  il capolavoro della natura. L’aspetto e  il  profumo, alludono alla femminilità: allo stato di bocciolo simboleggia la castità, mentre  aperta  e rigogliosa, è simbolo della bellezza assoluta della gioventù.  La Rosa è soprattutto il fiore dell’Amore, l ’unico in grado di esprimere un sentimento sincero, profondo e, soprattutto, appassionato   ed è il fiore più donato, ma  il suo linguaggio è pieno di sfumature: il messaggio può cambiare in base al colore, ma anche al numero. Le Rose Rosse implicano  l’amore  intenso e profondo,  le Rose Rosa, invece,  sono indicate per esprimere un  amore romantico, mentre il colore Arancio,  comunica  il desiderio d’amore.  Giallo  è  il colore  della gelosia e la  Rosa Bianca  suggerisce il candore della virtù e della castità. Rosa Muschiata, infine  é l’omaggio alla bellezza in sè.

L’ORCHIDEA

Fiore  di straordinaria  armonia, per la particolare  forma e bellezza, l’Orchidea è assurta a simbolo di  forte sensualità. Adatto, perciò,  a donne sensuali e dal fascino misterioso. Fiore dalle origini mitiche, l’orchidea  è legata al mito di Orchide. Un’antica leggenda greca  racconta di un fanciullo bellissimo, di nome Orchide,  il quale, pur essendo maschio, era dotato di attributi femminili. Diverso ed ambiguo anche nei comportamenti, era evitato sia da femmine che da maschi. Disperato per questa sua condizione,  un giorno si gettò da una rupe e  nel posto dove precipitò e morì, spuntarono  fiori dall’aspetto bellissimo e sensuale. Donare orchidee significa esprimere un sentimento profondo e sincero.

LA GARDENIA

E’ il fiore dell’amicizia e della simpatia. Regalare questo fiore  è un segno di grande disponibilità  nei confronti degli altri,  basato  sul rispetto e  la stima reciproca e caratterizzato da una forte carica emotiva. Essendo anche  simbolo di sincerità, questo delizioso fiore,  donato a chi  non possiede questa qualità, dovrebbe spingerlo a qualche riflessione.
In alcuni Paesi la Gardenia,però,  ha significato della bellezza che svanisce, a causa, forse, dell’apetto dimesso che assume quando appassisce. Ciò nonostante, era il fiore  che, nell’ Ottocento,  nobili ed aristocratici amavano esibire, appuntato  all’occhiello, e donare alle loro amanti, che lo portavano sui vestiti per recarsi a teatro.

IL GAROFANO

E’ il fiore simbolo della fiducia e della fedeltà  in amore. Amore reciproco e corrisposto. e con qualche sfumatura, soprattutto riguardante il colore.  Il  rosso indica  l’amore  passionale,  mentre  il colore bianco suggerisce  un  amore fedele, ma tranquillo. Fiore dalle origini antiche, il garofano è legato a diversi miti. Una leggenda narra  di un giovane pastore innamorato, ma  senza speranze, nientemeno che di Diana, Dea cacciatrice,  da cui fu prima sedotto e poi  abbandonato. Dalle copiose lacrime versate, mentre si  lasciava morire d’amore,  narra la leggenda, spuntarono  bellissimi fiori, coloratissimi e profumati. Anche nella tradizione cristiana  una leggenda narra che dalle lacrime di Maria addolorata ai piedi della croce del Cristo nacquero dei garofani.

LA VIOLA

Fiore umile e modesto, assai apprezzato, però, per  la sua bellezza, il colore intenso e il delicato profumo, la viola è  considerata il fiore degli innamorati non ancora dichiarati. Fiore perfetto, dunque, da donare alla persona oggetto del proprio desiderio. Si dice che a bene osservare  tra i delicati poetali della viola,  è possibile scorgere il volto della persona amata.

Fin dall’antichità e presso varie culture,  vi è l’uso di  aggiungere alle  bevande  estratti di viola  per  renderle delicate e più gradevoli.

 

IL TULIPANO

Proveniente da terre orientali, il Tulipano è smpre stato un fiore amato ed apprezzato per  la forma e la grande varietà di colori. Come la Primula, ilTulipamo è tra i primi fiori a sbocciare con l’anno nuovo, quando la neve non è ancora scomparsa, per cui viene accolto come simbolo di rinascita e vita eterna,  ricchezza e potere. Nell’antichità la sua prima  fioritura, soprattutto in Oriente, era accolta con grandi feste.  A questo splendido fiore possono essere affidati numerosi messaggi, legati soprattutto alla sua colorazione.. Bianchi devono essere i tulipani per chiedere perdono,  gialli, invece,  per  inviare un saluto di amicizia;  se si vuole omaggiare la bellezza , soprattutto quella degli occhi, inviare un  bel bouquet di tulipani variegati, è il miglior messaggio. Nel contesto amoroso, la tonalità rosa è la più indicata per  esprimere un  amore appena nato, quella rossa, invece, per dichiarare un amore intenso e profondo e perfetto. Simbologia nata da una antica leggenda che narra di una regina e del suo amante fedele che, alla falsa notizia della morte dell’amata si uccise; da ogni goccia del suo sangue che cadde al suolo, nacque un tulipano rosso. Nel mondo  occidentale  invece,  il tulipano non è simbolo di amore fedele, ma proprio il contrario: amore inconstante.

LA CAMELIA

Fiori dai molteplici simboli: di fedeltà eterna fra innamorati e di buona fortuna verso amici e persone care, ma anche di buon augurio nel campo delle arti.  Alcune persone  attribuiscono  a questo fiore un significato di freddezza e distacco, in realtà, poche piante possiedono una bellezza così perfetta. Si dice che la rosa, fiore  amato ed  ammirato in ogni parte parti del mondo,  fiorisce e sorride quando tutta la natura sorride. Non  la camelia. Questo straordinario fiore  fiorisce  e sorride quando la Natura è ancora triste e coperta dal manto invernale, perché essa fiorisce  con la caduta delle ultime foglie d’autunno  e lo spuntare delle prime gemme primaverili.

IL CICLAMINO

E’ uno dei fiori più frequentemente regalati e forse ben pochi sanno che è il fiore più indicato per esprimere diffidenza. Bello e dai petali allegri e coloratissimi, sembra proprio il fiore perfetto da regalare, eppure, fin dall antichità, gli sono stati attribuiti  significati a volte  anche  contraddittori.  E’ un fiore tra i più generosi e facili da coltivare ma, al contempo, bellissimo e velenoso. Ambiguo, dunque. Pericoloso per il veleno contenuto nel suo  tubero, ma utile, quello stesso veleno,  come antidoto contro i morsi di serpenti. Regalarlo, però è un omaggio alla sincerità… Il suo messaggio è proprio questo:  invito alla sincerità ed alla  schiettezza. Per questo, forse, la sua origine  si perde nella leggenda . Che cosa raccontano le leggende?  La leggenda racconta del misterioso giardino di Ecate, di cui il ciclamino era la pianta regina. Ecate, dea della Magia, degli Incantesimi e degli Spettri, in grado di attraversare il mondo dei vivi e  quello dei morti; a lei si ispirava la Sibilla Cumana per i suoi responsi. Le radici di ciclamino contengono una piccola quantità di veleno pericoloso per gli uomini: per questo motivo viene associato alla diffidenza e allo scoraggiamento.  Tuttavia in passato si riteneva che chi lo piantasse non potesse più essere colpito da possibili malefici: funzionava insomma come un vero e proprio amuleto contro la sfortuna!

LA MARGHERITA

Fiore dai moltiplici significati, ma tutti legati alla sincerità ed alla verità. Fiore semplice e delicato,  è assurto a simbolo di  innocenza e purezza,  modestia e  semplicità.  Le ragazze le coglievano nei prati e se ne ornavano, ma  le ricevevano anche in dono, come tacita dichiarazione d’amore e di elogio alla loro semplicità, modestia e onorabilità. Il dono delle magherite tra innamorati è da sempre considerato messagio  d’amore e pegno di fedeltà. La tradizione  affida a questo semplice fiore anche  facoltà profetiche ed ecco il  gioco  del “m’ama  o  non m’ama”, affidato ai suoi petali.

IL NARCISO

 Mitico fiore dai vari significati, primo fa i quali la fortuna, la rinascita e il ritorno  del passato. Gli antichi romani usavano adornare le tombe con questo fiore e  nel cristianesimo era simbolo di rinascita;  simbolo di purezza, invece,   per i celti e di fertilità per gli ebrei.  Del mondo greco, invece, il Narciso arriva come simbolo di amore di se stessi,  amore egoistico e  incapace di aprirsi verso gli altri.

IL MESSAGGIO della NATURA – Piante da Frutto…

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La Natura pare silenziosa, ma lancia i suoi messaggi attraverso fiori, frutta, alberi… Il suo linguaggio è simbolico: ad ogni forma, colore, profumo, affida una proposta di riflessione.

FRUTTI di BOSCO  –  La Segretezza:  l’ambiente in cui nascono e maturano è  nascosto e segreto, a contatto diretto con la natura:

MORE   ossia  la FORTUNA:  sono il simbolo dell’amore e degli affetti che superano ogni ostacolo e difficoltà. Più il loro colore è scuro,  maggior fortuna portano a chi le coglie; più il roveto su cui maturano è grande, esteso e folto, più numerosi sono gli anni d’amore, affetto e serenità che ci aspettano. Se poi capita che qualche spina ci trafigga un dito, il messaggio è tutt’altro che negativo: significa che abbiamo già pagato il nostro tributo alla gioia ed alla serinità.

FRAGOLINE SELVATICHE ovvero  la SPERANZA: simboleggiano le gioie nascoste ed inaspettate della vita.  Quanto più sono ravvicinate e numerose, colorate e profumate,  tanto più  ci sorrideranno gli affetti e la fortuna. Ma attenzione. Se non si lasciano scoprire a prima vista, il loro è un messaggio di monito contro la falsità e l’ipocrisia di persone di cui troppo leggermente, abbiamo acocrdato la nostra fiducia.

RIBES  ossia  la DIFFICOLTA’. Rossi oppure neri, simboleggiano  contrattempi.  Più il grappolino è ricco e folto, più gli ostacoli da superare saranno numerosi o  difficili da superare… Siccome, però, i messaggi affidati ai frutti di bosco non sono mai negativi, la loro presenza è da considerarsi uno stimolo o un incoraggiame, piuttosto che un vero ostacolo.

LAMPONI  e il  SENTIMENTO:  rossi.  dolci e morbidi, simboleggiano le gioie dell’amore, la tenerezza dell’affetto,  il calore dell’amicizia,  ma anche le occasioni facili a cui non si sa o non si vuole rinunciare. Molta prudenza, dunque.

MIRTILLO  ovvero il  DUBBIO.   Imbattersi in un folto tappeto di mirtilli  è  il più belmessaggio di buon auspicio per un domani ricco di promesse; se invece se ne trovano pochi e sparsi qua e là, le occasioni che la vita ci offrirà, saranno rare e difficili.

 

GLI AGRUMI

ARANCE – il fiore d’arancio  è il più bel simbolo d’amore e anche il frutto porta messaggi  di amore, pace, serenità… Tutto, però, condizionato dal colore:  più si avvicina al rosso, più possono presentarsi imprevisti  e piccoli contrattempi.  Tutt’altro che come messaggio negativo, però, ciò è da intendee  come uno stimolo  e un incoraggiamento  ad agire per qualcosa di ancora più importante.

MANDARINI  –  troppa facilità, per questo frutto dolce  e profumato,  offrire il suo cuore: la pelle  sottile e morbida non offre troppa resistenza. Quale il  suo messaggio, dunque?  Quello di non fidarsi troppo delle apparenze e. di conseguenza, di non fare troppo affidamento nemmeno su un certo tipo di persone e di ponderare bene ogni tipo di  scelta.

POMPELMO  –  ritorno al passato, Il colore  del succo ci annuncia  il passato che ritorna:  un ritorno di fiamma,  un’amicizia dell’infanzia, un lavoro lasciato in sospeso… Le possibilità aumentano, quanto più il colore  si avvicina  a quella magnifica tonalità di rosa.

 

UVA

CHICCHI SCURI  –  simboli di sicurezza e  determinazione,  sono generalmente  i preferiti di quelle persone che amano le situazioni ben definite e senza imprevisti. Pratiche e realiste,  queste persone, però,  non indietreggiano mai davanti a difficoltà e situazioni contrarie, ma cercano sempre la maniera di ovviare agli inconvenienti.

CHICCHI CHIARI  –  simbolo di chiarezza e  schiettezza, sono i preferiti di quelle persone che guardano più alla sostanza che all’apparenza, persone che vogliono intorno a loro, persone  belle interiormente, sincere e  spontanee. Ma, essendo anche persone piene di ideali, che vorrebbero cambiare il mondo e renderlo migliore,  sono disponibili  e  molto generose.

CHICCHI ROSA  – se la scelta cade su un grappolo d’uva dai chicchi tendenzialmente rosa, non si può che avere l’animo dell’artista.  La vita dell’artista, si sa, è un’altalena, un susseguirsi  di alti e bassi. Sentimenti forti. Grandi entusiasmi e altrettanto grandi sconforti , ma…  con una virtù: l’incondizionata fiducia nel domani e nella vita.

 

CILIEGIA

Colore  ROSA   –  simboli di novità,  annunziano colpi di scena ed imprevisti. E’ consigliabile, per  coloro che hanno preferenza  per questo frutto, di mostrarsi un po’  più avveduti e di non cadere in facili  ottimismi.

Colore  ROSSO  –  una ciliegia tira l’altra, si dice, ma chi sceglie subito nel mucchietto una ciliegia rossa,  si aspetti notizie da parenti  o amici lontani, ma  non conti troppo sulla loro  generosità o disponibilità.

Colore NERO  –  simboli di fortuna,  portano a chi le sceglie in mezzo al mucchio,  vincite, gratificazioni, miglioramenti… ma, al contempo, attirano anche invidie,  rivalità e gelosie. Attenzione, dunque,   a non mostrare troppa soddisfazione nel raggiungimento delle proprie mete..

AMARENA  – morbido, polposo e profumato, facile da staccare dal nocciolo, l’amarena può assurgere degnamente a frutto dell’amore e della tenerezza. Il  sapore tra il dolce e l’acidulo,  il suo piacevole contrasto, riconducono alle piccole scherma glie in amore.

CULTURA E SOCIETA’ – La Sensualita’.. . di Uliano ANDOLFI

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STIMOLATO DAL BELLISSIMO INTERVENTO DI MARIA PACE SU SENSUALITA’ VOGLIO PORTARE UN PO DI MIE RIFLESSIONI SENSUALITA’

La sensualità riflette l’interesse e la attrazione che gli altri sentono verso di noi. Noi umani, a differenza degli altri animali, non rispettiamo le stagioni dell’amore e possiamo dimostrarci sensuali e seducenti in qualsiasi momento della vita. Il grado di emozione evocato in una persona da un comportamento sensuale, o da un modo d’essere, dipende unicamente dalla complementarietà. Per alcuni individui, in particolar modo di sesso maschile il termine sexy è associato principalmente ad elementi esteriori e sessualmente espliciti come due belle gambe, la bocca carnosa, un seno prorompente; per le donne invece il tono della voce, la gestualità, la saggezza, la gentilezza l’abbigliamento…. rappresentano elementi di attrattiva Non essendoci un modo per essere sensuali, il “segreto” secondo il mio parere, la mia esperienza, è essere se stessi, sicuri di sé, autentici. E’ la nostra autostima, la sensazione di adeguatezza nelle molteplici situazioni della vita che ci rende sensuali agli occhi di chi è sensibile proprio alle nostre caratteristiche. L’evoluzione umana sviluppata in milioni di anni, suggerisce l’accoppiamento dove le garanzie di sopravvivenza per i figli siano le maggiori possibili. Queste garanzie erano rappresentate, agli “occhi istintuali” dei nostri progenitori soprattutto da un eccellente stato di salute. Per questo le persone in perfetta forma fisica sono ancor oggi oggettivamente più attraenti delle persone fuori forma. Gli individui che curano il proprio aspetto sono più sensuali di quelli che lo trascurano.
Durante le fasi di corteggiamento, sia il maschio che la femmina, nella civiltà, moderna, cercano di mettere in evidenza quelle doti che giudicano apprezzabili dal sesso opposto e contemporaneamente queste caratteristiche vengono esaltate dalla cura del proprio corpo. Specialmente le donne mostrano una cura ricercata e attenta per il proprio abbigliamento e per gli accessori, palestra, creme, parrucchiera ed estetista sono all’ ordine del giorno fino ad arrivare ad importanti interventi chirurgici per migliorare l’aspetto fisico.
Ma anche gli uomini sembrano sempre più orientati in questa direzione. Questi comportamenti e queste scelte mirate, possono essere considerate il moderno modo di pavoneggiarsi della specie umana. Questo investimento ci pone nella condizione di dedicare una enorme quantità di energia, di tempo e anche di denaro per curare solamente il nostro aspetto fisico, trascurando altri elementi di pari se non maggiore importanza. Per piacere, prima di tutto a noi stessi, è indispensabile accettarsi con le nostre specifiche caratteristiche. A mio parere è questo il primo gradino per sentirsi adeguatamente sensuali. La sicurezza di sé e la buona accettazione delle personali caratteristiche, aiuta a valorizzare i punti forti e sdrammatizzare su quelli deboli. Per le donne per esempio: ho il naso aquilino, però le gambe sono “mozzafiato”, sono piuttosto rotondetta, ma i miei occhi sono magnetici. Per un uomo potrebbe valere: ho la pancia, pochi capelli, però posseggo occhi profondi e sguardo consapevole; inoltre sono colto e simpatico. Ciò che conta è la sicurezza di se stessi.
Sguardi, gesti, parole ed anche contatti, sono capaci di rendere lo stile unico: il modo di accavalcare le gambe, di guardare dritto negli occhi, di stringere la mano, di avviare una comunicazione, di ascoltare e dimostrare empatia, di essere leali, di non dare nulla per scontato. La sicurezza di sé, la propria autostima deve essere però considerata un fine, un modo di vivere e non può essere considerata un mezzo per meglio sedurre. Sarebbe un grave errore volgere le proprie energie per trovare la fiducia in se stessi allo scopo di soddisfare una estrema ricerca della seduzione. Il sorriso si tramuterebbe in un ghigno, anche se ben camuffato e gli occhi perderebbero la loro luce. Per essere sensuali, in definitiva non bisogna fare nulla. Non è necessario rifarsi ad atteggiamenti e comportamenti che, anche se ci piacciono, non ci appartengono, é sensuale la persona vera, autentica, che non ha bisogno di recitare una parte ed indossare una maschera. La sensualità trova e deve trovare sbocco nella sessualità, nell’esprimere cioè il nostro erotismo ed il nostro saper amare con il corpo. Il corpo è espressione di vita, consente di immergerci in un oceano di sensazioni, di emozioni. Solo attraverso la sessualità è possibile la “fusione” con un’altra persona. Non si tratta di un fardello che accompagna lo spirito virtuoso, come alcune filosofie vorrebbero far credere. Il corpo umano e la sessualità sono stati per secoli il bersaglio mobile delle religioni e della morale, come se il corpo fosse un involucro peccaminoso, contenente pulsioni sconvenienti, vergognose, da celare. L’effetto devastante della repressione ha generato e continua ad accrescere piaghe sociali come il piacere scollegato all’amore, l’edonismo, la pornografia… fino ad assistere ad un “consumo” sessuale da Superstore, come tutti i beni accessori che si possono acquistare con una qualsiasi carta di credito, merce di scambio. Anche se oggi spesso il corpo, come espressione della sessualità più naturale e sincera, è mortificato, avvilito, bistrattato, mistificato, non dobbiamo mai dimenticare che l’amore è una profonda esperienza di contatto, di fusione, il corpo non si può separare dall’amore, perché è la manifestazione fisica dell’amore stesso.

IL MESSAGGIO del corpo… Le dita delle mani

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Fin dall’antichità, ad ogni dito  delle mani è stato attribuito una  perculiarità,  una particolare qualità e caratteristica. Immaginiamo di  mettere un anello alle dita di entrambe le mani.  Quale  mano e quale dito scegliamo?

MANO  DESTRA

POLLICE…  Il comando. Infilare un anello al pollice destro, vuol dire  decidere e farsi carico delle proprie responsabilità ed  essere arbitro delle proprie azioni. Era con il pollice che nell’antica Roma  si concedeva o si negava la vita ad un gladiatore.

INDICE…  La persuasione. Decidere  per l’indice della mano destra, significa  saper fare da guida ed essere capace di  farsi seguire dagli altri.  Saper imporre agli altri il proprio punto di vista.

MEDIO… La razionalità.  Chi sceglie un anello per il dito medio dellamano destra è senza dubbio  una persona  che non si lascia trasportare dall’istinto, ma che pondera ogni decisione da prendere. E non solo le decisioni personali, ma anche quelle altrui, verso le quali, però, si pone con atteggiamento critico.

ANULARE…  L’affettività. Scegliere l’anulare della mano destra è segno di disponibilità verso gli altri, di grande fiducia, amorevolezza  e benevolenza.

MIGNOLO…  L’irresponsabilità. Scegliere di infilare un anello al dito mignolo della mano destra vuol dire affrontare la vita con troppa leggerezza. e poca responsabilità, fidando sul fatto che ogni cosa, alla fine, si aggiusterà..

MANO SINISTRA

POLLICE…  La prepotenza. E’ tipico delle persone prepotenti infilarsi un anello al pollice della mano sinistra. Aggressive e violente, queste persone tendono ad imporsi sugli altri anche con la forza.

INDICE… La saggezza. Chi sceglie un anello da infilare all’indice della mano sinistra è di certo una persona ricca di intuito la quale  segue sempre il proprio istinto, quasi sempre infallibile, prima di intraprendere una qualunque azione.

MEDIO… La giustizia. Innato il senso della giustizia in chi ama portare anelli al dito medio della mano sinistra. Insieme alla costanza ed alla perseveranza,  questa persona  si vedrà alla fine, riconsciuti  i propri meriti, qualità e capacità

ANULARE…  L’amore. Scegliere di portare un anello all’anulare della mano sinistra significa  voler dichiarare al mondo i propri sentimenti… un amore… un legame.

MIGNOLO… La Vanità. Chi ubbidisce al desiderio di adornare il mignolo della mano sinistra con un anello, è solitamente una persona un po’ vanitosa, sempre al centro dell’attenzione, a cui, però, non mancano davvero qualità e capacità.