“AQUILINUS”

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Come sempre, c’era grande animazione in giro a quell’ora del mattino. Marco Valerio, l’indomani, stava tornando a casa dal Campo Marzio dopo una visita ai suoi uomini.

Sciami di ragazzini si muovevano in gruppi di cinque o sei, come stormi di uccelli in migrazione, spostandosi qua e là per i vicoli.

Uno di loro lo fissò con insistenza e lo urtò all’altezza della spalla, proprio mentre smontava di sella, davanti a casa. Si accorse subito che la phalera  attaccata al petto sul lato sinistro della lorica era sparita. Affidate le redini del cavallo a uno schiavo, si girò; il ladruncolo andava  per la sua strada, ostentando  tranquillità.

Marco lo raggiunse e l’afferrò per il cordino di pelle che gli assicurava al collo la bulla  infantile e gli fece fare una piroetta.

“No! No! – disse in tono ironico – Non è la tattica giusta! Il tocco è leggero e veloce, sì… ma va perfezionato con un po’ più di morbidezza. E sorridi. Un sorriso distoglie sempre l’attenzione…”

L’altro ascoltava impassibile.

“Guarda in faccia la preda, ma non portare mai lo sguardo su ciò che vuoi portarle via…- riprese – Ed ora, tira fuori la mia phalera.”

“Quale  phalera?” fece il piccolo, per tutta risposta, abbozzando un’espressione smarrita e innocente.

“Quella che nascondi sotto gli stracci. Quella borchia mi è costata questa ferita. – Marco, che in altra circostanza lo avrebbe mandato a gambe levate, si limitò a mostrargli la vistosa cicatrice al braccio sinistro – Come ti chiami?” chiese.

“Mi chiamo Vinicio. – rispose quello con una scrollatina di spalle e due occhietti furbi sulla faccia sporca, accesi come faretti – Ma anche Valerio o Giulio… perciò, tribuno, chiamami come ti pare.”

Marco lo ascoltava esterrefatto e ammirato insieme: quella piccola canaglia non mostrava il minimo segno di rispetto o timore, il timbro della voce era sfacciato e lo sguardo disincantato.

“… ma gli amici mi chiamano Aquilinus – lo sentì riprendere – e ti concedo di chiamarmi così! Tra uccelli di rapina ci si comprende.”

“Ah.ah.ah… – Marco non riuscì proprio a trattenere una sonora risata – Non sono tuo amico e…”

“Vuoi consegnarmi alle guardie?” l’interruppe quello.

“E’ quello che meriteresti, insieme ad una buona dose di frustate… ma oggi sono magnanimo e mi basta riavere la mia phalera… Uccelli di rapina… Che mi tocca sentire… – l’altro tese la borchia d’oro – Vai, ora. Corri… prima che ci ripensi… Uccelli di rapina!”

Aquilinus si dileguò immediatamente.

“Uccelli di rapina! – continuava a ripetere sottovoce il giovane –Ah.ah.ah… se è vero! Quella piccola canaglia ha proprio ragione! Quella volta tra i Rostri…”

Quanto tempo era passato? Quanti anni? Era ancora ragazzo e il tempo per lasciare la bulla infantile era ancora lontano. Si aggiravano, ricordò, tra le viuzze del mercato, lui e quella banda di oziosi e prepotenti, vestiti come servi, ghignando e sbeffeggiando. Chi erano i compagni di quelle scorribande? Otone, Silio, Metello e… e Cesare, naturalmente. Sua madre, ricordò, gli aveva proibito quella licenziosa compagnia. Si lasciò andare in un sospiro, poi si girò verso lo schiavo atriense.

(continua)

brano tratto da “LA DECIMA LEGIONE”

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