“Van Gogh e l’impressionismo” di Carolina Colombi

VAN GOGH E L’IMPRESSIONISMO

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È del 1874 l’anno in cui si può collocare la nascita del movimento impressionista.

L’occasione è una mostra, organizzata a Parigi, nello studio del fotografo Nadar.

La scelta di allestire la vetrina in uno spazio chiuso non è casuale, ma assoggettata a un principio proprio degli impressionisti: per la loro produzione artistica si ispirano a istantanee, con lo scopo di far propria l’unicità del momento rappresentato.

La nuova corrente artistica provoca un clamore senza precedenti, soprattutto perchè vengono messi in discussione i canoni della pittura tradizionale.

Nell’impressionismo le figure e gli oggetti non sono più delimitati da linee e segni di contorno. Ma il tutto viene scompaginato da un mondo pervaso da luce e da materia.

Gli oggetti non sono circondati dal vuoto, ma dall’aria, o meglio, da altra materia capace di rifrangere la luce conferendo agli elementi nuove tonalità.

La rappresentazione pittorica quindi, secondo gli impressionisti, per essere fedele alla realtà, ha necessità del colore, che però deve adeguarsi alla mutevolezza della luminosità. Cambiando perciò la percezione della realtà stessa.

I pittori che aderiscono a tale movimento intendono fermare su tela un’impressione, un’istantanea, un momento originale e irripetibile; di una persona o di un paesaggio che sia, ma in determinate condizioni di luce. Ed è proprio da questo concetto, altamente innovativo, che la nuova corrente artistica prende l’appellativo di impressionismo.

Ma la peculiarità più rilevante del movimento impressionista, quella che permette di dare alla corrente pittorica una connotazione ben definita, è la pittura en plein air, una pittura a diretto contatto con la realtà.

Ed è in virtù di tale principio, che alle rappresentazioni ricostruite negli atelier gli impressionisti prediligono quelle nate dall’osservazione rivolta al mondo esterno. Il focus su cui maggiormente si concentra la loro attenzione sono i paesaggi, sui quali le variazioni dovute alla mutevolezza della luce del giorno e delle diverse condizioni atmosferiche sono più intense ed evidenti.

 

Vincent Van Gogh si inserisce senza dubbio nell’ambito del movimento impressionista.

Anzi, la sua straordinaria padronanza dei colori e dei loro accostamenti, ne fa una delle personalità maggiormente significative. Si differenzia da altri, quale Monet, Manet, Sisley, Pissarro, Gaugin, soprattutto per il potente soggettivismo.

Nato nel 1853 in Olanda, non propriamente inserito nella società del suo tempo, sviluppa una pittura drammaticamente espressiva. In un primo momento la sua attenzione è rivolta a rappresentare tematiche di carattere sociale.

Nel raffigurare le famiglie dei minatori, o dei mangiatori di patate, per esempio, Van Gogh risponde a un suo bisogno di esprimere, attraverso le espressioni dei volti, del colorito spento delle figure, del grigio delle abitazioni, empatia per il dolore e la fatica che ogni giorno accompagnava la vita di quei lavoratori. In seguito approfondisce un discorso pittorico introspettivo in cui, sia la pennellata che i colori e la composizione stessa, riflettono lo stati d’animo del pittore, che entra in un rapporto vivo ed emotivo con la natura. Tanto che, in alcuni dei suoi dipinti, la natura sembra animarsi in un passionale movimento che ne coinvolge ogni aspetto.

Nelle sue tele l’autore non è mai del tutto fedele alla realtà, ma piuttosto, tramite la propria personale intuizione, ne dà un’interpretazione unica e singolare, sia per la mutevolezza della luce sia per la percezione dei propri stati d’animo dettati dal suo umore.

Nel 1888 si stabilisce ad Arles, e dà inizio a una difficile coabitazione con Gaugin.

Con inesauribile intensità, dedica tutto il suo tempo alla pittura, appropriandosi pienamente delle tecniche impressioniste e sviluppando la sua già notevole sensibilità coloristica.

L’amicizia con Gaugin non è però destinata a durare a lungo. E ciò è elemento che contribuisce a mettere in discussione il precario equilibrio psichico di Van Gogh.

Abbandonato da Gaugin, che prosegue in un diverso percorso pittorico, Vincent rimane talmente sconvolto dalla fine dell’amicizia che, dopo essersi reciso il lobo di un orecchio, viene ricoverato presso l’ospedale psichiatrico di Saint Remy.

Da quel momento la sua pittura diventa un grido di angoscia, un mezzo per comunicare la propria disperazione interiore, la quale si manifesta con contrasti di colore più netti, con atmosfere più cupe.

Il nero viene utilizzato con più frequenza, mentre il materiale impiegato per stendere il colore sulla tela si fa più denso. Le ampie volute e i ripidi vortici, che nei suoi quadri percorrono sfondi e cieli, esprimono l’instabilità dell’universo emotivo di Van Gogh. Tutto diviene mobile nelle sue tele, percorso da un’invisibile energia.

È un periodo questo in cui l’autore dipinge molti ritratti, nei quali, attraverso l’espressione tirata e spesso malinconica dei volti, riesce meglio a esprimere la propria intima sofferenza.

Senza ombra di dubbio si può definire Van Gogh come una delle personalità più significative e appassionate   dell’impressionismo, anche perché non riesce a mantenere un completo distacco dalle sue opere.

Ma, attraverso le percezioni filtrate dalla sua personale e tormentata sensibilità, è di esempio ai pittori che gli succedono, indicando loro la strada da percorrere per rendere l’arte originale e soggettiva.

E non meramente rappresentativa.

Dopo aver condotto un’esistenza travagliata, , nel 1890, a soli 37 anni, Vincent Van Gogh mette fine alla propria vita.

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I DODICI CESARI – TIBERIO

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.Non è facile tracciare un quadro obiettivo  di questo Princes , senza lasciarsi  condizionare dal giudizio duramente critico di storici contemporanei come Tacito e Svetonio. Oggi, però, è in atto una riabilitazione che nega ogni accusa, tacciandola come malevolenza.

Ma chi era Tiberio Giulio Cesare Augusto?

Apparteneva alla Gens Claudia e il suo nome era Tiberio Claudio Nerone. Adottato da Augusto e da sua moglie, il suo nome  divenne Tiberio Giulio Cesare ed alla morte del padre adottivo, gli fu riconosciuto il nome di Tiberius Iulius Caesar Augustus.

Ebbe una educazione raffinata, seguito da illustri maestri, e divenne un uomo molto colto:  Lettere Greche e Latine. A Rodi, inoltre, conobbe filosofi e retori che completarono la sua cultura. Abile nell’eloquenza e nella improvvisazione, fu anche scrittore; scrisse epigrammi, poesie in greco e un Poema lirico in latino.

Dotato di un grande talento militare,  condusse brillantemente numerose campagne militari, prima di ritirarsi sull’isola di Rodi per un breve periodo di esilio volontario.
Rientrato a Roma,  condusse altre spedizioni in Illirico e  soprattutto in Germania ed ancora una volta si mostrò valentissimo Generale senza sconfitte e con tutti i numeri per conquistare anche il potere.

In realtà, non si può dire che Tiberio… al contrario di Cesare e di Augusto… avesse una così gran sete di potere. Piuttosto, questa “sete” ce l’aveva la sua madre adottiva, Livia.  Alla morte di  Augusto, infatti,  sorsero, immancabili,  problemi di successione e l’impareggiabile Livia, quale novella Tanaquilla, pensò immediatamente  di presentare al Senato il figlio adottivo, Tiberio,  e proporlo come il più qualificato fra i candidati alla successione.

Tiberio, invece, tentennò, prima di accettare il Principato. Per ipocrisia e dissimulazione, furono le accuse di Tacito e Svetonio. Per “impudentissima  commedia”,  spiegarono, avendo, egli,  già in mano il  potere,  per avere, Augusto, già associato il suo nome al suo. Lo stesso disse anche Dione Cassio, ma non  Velleio Patercolo, che parlò,  invece di  modestia e  nobiltà  di carattere, oltre che di devozione  ad Augusto,.  D’altra parte, il potere non era trasmissibile per legge e Tiberio poteva rifiutare una prima volta e farsi investire successivamente dal Senato, evitando, in tal modo, implicazioni di tipo “ereditario”, così invise al Senato.,

Salito al trono, mostrò di essere anche un ottimo governante, attuando importanti riforme in ambito economico e politico e ponendo fine alla politica di espansione militare, per limitarsi invece,  al consolidamento  dei confini, con l’appoggio del nipote Germanico.

Dopo la morte di questi, Tiberio favorì l’ascesa di Seiano, Prefetto del Pretorio. Costui, però,  che  conosceva assai bene il suo carattere paranoico e sospettoso,  scatenò in lui  sospetti di congiure, vere o presunte,  che provocarono  un’azione di repressione, con processi  e condanne capitali per Lesa Maestà, veramente eccessiva e  feroce.  Disgustato, infine, dal clima politico inasprito e corrotto che si era creato nella capitale,   nel 26 d.C.  si ritirò a Capri.  Misantropo e sospettoso… sospettoso proprio di tutti… perfino dei medici, per ben undici anni non mise piede a Roma.  Quella lontananza, però, favorì intrighi e congiure. Ne approfittò, infatti,  Seiano, per tentare di agguantare il potere. Non ci riuscì  e, accusato di cospirazione,  Tiberio lo fece giustiziare e con lui, tutti i partecipanti alla congiura e il Princes si riprese il potere.

Dai gusti semplici e moderati, tanto a tavola quanto nelle azioni quotidiane, dubbioso ed indeciso,  Tiberio non fu di certo, l’uomo dalle decisioni lampo che era Cesare; le sue decisioni erano ponderate e  soppesate, frutto di esitazioni derivanti dalle sue tante paure e diffidenze. Paure e diffidenze che furono, forse, all’origine della dissimulazione di cui fu accusato.

In realtà,  la tendenza a nascondere e mascherare i propri pensieri o  le intenzioni,  fu per lui un atteggiamento di difesa. Non si può parlare di vera dissimulazione, quanto, invece, di necessità.

A tacciarlo di dissimulazione, come sappiamo, furono soprattutto Tacito e Svetonio. Svetonio giunse a dire che la vera ragione di quel soggiorno a Capri era dovuta unicamente alla volontà di assecondare la propria natura viziosa e  dissoluta, lontano da Roma e da tutti.

Fu accusato anche di omosessualità… piuttosto dilagante nell’ambiente, ma che, probabilmente è da escludere nel caso di Tiberio, a causa della grande passione per la moglie, costretto a ripudiare.

Che cosa era successo?

Giovanissimo, Tiberio aveva sposato Vipsania Agrippa. Era stato un matrimonio d’amore… assai raro all’epoca. Per ragioni politiche, però, Augusto aveva costretto Tiberio a ripudiare Vipsania per sposare Giulia, sua figlia, donna dissoluta ed immorale, tale da meritarsi il biasimo generale. Vipsania, all’epoca, era incinta ed a causa dello shoch e del dolore, perse il figlio. Tiberio restò  molto  turbato  da tutto questo  e non cessò mai di amare quella donna ed ogni volta che la incontrava, per strada o da amici, minacciava di volersela riprendere, tanto che si fece di tutto perchè non si incontrassero più.

La vita sentimentale di Tiberio, dunque, era inappagata ed infelice ed a  rendere ancora più  burrascosa la sua convivenza con Livia,  contribuì molto  il comportamento  di questa.  Oltre che licenziosa e dissoluta,  la figlia di Augusto era anche una donna dalla sfrenata ambizione ed era per il marito un vero tormento. Livia, infatti,  lo rimproverava di debolezza ed inettitudine  e  lo accusava di non essere capace di conquistarsi un posto ed  un ruolo importante nella scena politica.

Amarezza e rancore, dunque, fra le cause che lo spinsero al ritiro a Capri, dove, secondo i cronisti del tempo, ebbe inizio una nuova vita. Un vita di dissolutezze e  raffinate nefandezze, di cui i cronisti e storici furono prodighi nei particolari.  Venne accusato, oltre che di una tirannia sessuale  nei confronti di tutti, anche di uno smodato trasporto per il vino, così in contraddizione con i modesti e semplici costumi di vita praticati fino a quel momento. Che conoscesse bene i vini e sapesse distinguerli e giudicarli, era una qualità acquisita durante la vita da campo, attraverso le “gare di bevute” in uso tra i legionari.

Se i rapporti con il Senato non erano idilliaci, quelli con il popolo furono davvero pessimi: non faceva nulla per entrare nelle grazie di alcuno e non si preoccupava delle altrui  opinioni. Niente donativi, dunque, e niente giochi pubblici, tanto amati dai romani. Non amava il popolo e il popolo non amava lui. Il popolo, però, apprezzò molto e lo elogiò assai, allorquando egli rifiutò gli onori.

Al contrario dei predecessori, infatti, Tiberio rifiutò sempre ogni processo di divinizzazione della sua persona; non volle che gli venissero dedicati Templi  o innalzate statue senza il suo permesso e non gradiva, quando qualche cortigiano provava ad adularlo paragonandolo a qualche divinità: un servilismo ed un degrado politico che lo nauseava profondamente.

Di carattere fortemente superstizioso,  come ogni buon romano, anch’egli seguiva certe”regole” scaramantiche e non faceva un passo senza ascoltare prima il parere dell’astrologo… Trasillo, era il nome del suo astrologo personale e, quanto più aumentava in lui l’interesse per la divinazione, tanto più aumentava la sua paranoia: era ossessionato dalla paura di subire attentati,  una paura fobica che lo spinse ad atti di crudeltà, come, appunto, le condanne per Lesa Maestà e che,  dopo il tradimento di Seiano,  lo spinse a non uscire di casa per quasi un anno. Condanne e repressioni  segnarono anche gli ultimi anni di regno, poi la morte,  che arrivò il 16 marzo del 37. a.C.  

Tanti i sospetti per quella morte: soffocamento, veleno… e tanti i nomi dei sospettati, ma si trattava proprio di morte naturale. Perché quei sospetti? Perché ancora una volta, per diffidenza o per altra ragione. egli dissimulò la propria malattia fino alla fine,  negandola o minimizzandola.

Svetonio racconta che per far credere ai cortigiani di aver recuperato la salute, dopo la malattia, egli si sia recato  tranquillamente  ai giochi pubblici prima ed abbia  partecipato a banchetti, dopo.

Se alcuni particolari fossero veri, la  scena  sarebbe davvero macabra. Tacito dice che, creduto morto, ci  sia stata una prematura proclamazione del successore, Caligola, e che, forse, Macrone, avrebbe affrettato la morte del vecchio. Seneca, invece, riferisce di Tiberio, steso ed immobile sul letto, che di colpo si risolleva, ma che ricade morto.

Per davvero, questa volta.

Questa volta, però, non siamo più di fronte alla storia, bensì alla leggenda  e  al mito e il mito non prevede, per un uomo di potere  dalla così cattiva reputazione,  semplicemente una morte, ma una morte  circondata di un  fosco alone…

La sua scomparsa fu salutata, a Roma, come una liberazione: e il Senato non volle riservargli  onori funebri.

Oggi è arrivata la riabilitazione anche per questo personaggio della nostra Storia; gli storici moderni negano ogni cosa, facendo presente che i grandi denigratori da cui sono giunte tutte le notizie, ossia Tacito e Svetonio,  non nutrivano per lui alcuna simpatia  e  tutto quanto da loro riportato, non è, come si è già detto, che malevolenza.

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I DODICI CESARI – OTTAVIANO AUGUSTO

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Se l’immagine di Caio Giulio Cesare ha finito per rimanere come imprigionata nel concetto rigido ed astratto del Conquistatore  audace e ambizioso, quella di Augusto si è in qualche modo cristallizzata in quella dell’imperatore  moderato e clemente.  Più ad opera di storici ed autori, in realtà, che degli eventi stessi. Incontriamo Seneca, infatti, che propone a Nerone proprio il modello del principato di Augusto.

In realtà, Ottaviano Augusto, era ambizioso quanto Giulio Cesare e,  come Cesare, era un carattere dominante, capace di  esercitare il dominio sugli altri e di mutare il corso di eventi e situazioni. Proprio come accadde ad entrambi, Cesare ed Ottaviano, che riuscirono a rovesciare un regime politico (la Repubblica) per istituirne un’altra: il Principato.

Ma, che cosa era il “Principato”?  Dal temine Princes,  ossia,  Primo Cittadino, titolo che gli venne riconosciuto dal Senato nella famosa seduta del 13 settembre del 27 a.C. durante la  quale gli venne accordato il cognomen di Augusto.  Perché famosa? Perché  emerge, in quella circostanza, tutta l’ambiguità del comportamento del Princes.

Per  meglio comprendere,   dobbiamo fare un passo indietro  e tornare a Giulio Cesare ed al processo di divinizzazione messo in atto dal Dittatore con grande impegno.  Cesare, ambiva al potere assoluto, ma con il consenso del popolo e degli Dei; del consenso del popolo godeva già e di quello divino… anche… Affermava lui.  Asseriva, infatti, di discendere  da Venere e da Marte,  ragion  per  la quale gli furono istituiti centri di  culto mentre era ancora in vita: le sue statue furono collocate acanto a quelle di altre Divinità e gli furono consacrati  diversi altari.

Ad onor del vero, bisogna riconoscere che personalmente, nulla fece, Cesare, perché gli si tributassero onori divini, ma fu iniziativa ed opera del Senato  e Dione Cassio parla addirittura di una statua da cui Cesare fece cancellare la dicitura Semidio.

Alla morte del Dittatore, però, Ottaviano,  non solo non ferma questo processo, ma si affretta addirittura a consolidarlo.   Quale la ragione? Esaltando l’immagine di Cesare  ed elevandone  al massimo la figura, esaltava se stesso, quale suo erede.

Proprio in quella seduta del Senato, del 13 gennaio del  27 a.C.,  Ottaviano metteva ipoteca al suo potere. In quella circostanza,  infatti, il Senato, dopo lungo dibattito sulla scelta del  cognomen , tra Romolo oppure Augusto, sceglieva il secondo e lo consacrava Dio vivente in terra con culto nei templi assieme agli altri Dei.

Ottaviano rifiutò quella consacrazione. Per consiglio di Mecenate, afferma qualcuno… per propria convinzione, afferma qualcun altro. Però non fece nulla per impedire il sorgere di leggende intorno alla sua nascita. Una di queste leggende racconta che Azia, sua madre,  lo aveva concepito una notte, nel Tempio di Apollo, dove era stata avvicinata da un serpente, (una delle trasformazioni preferito del gaudente dio della Musica) che le si era andato a distendere accanto. A testimonianza del fatto, continua la leggenda, Azia, e anche il figlio così concepito, esibivano una macchia a forma di serpente.

In realtà, i genitori di Ottaviano erano persone comuni. Ottavio, il padre, Pretore, era morto  in giovane età, di morte improvvisa e la madre, Azia, figlia di Giulia, era nipote  dello stesso Cesare: origini divine, dunque. Ed ecco l’ambiguità: respingeva consacrazioni divine,  ma si riconosceva figlio di una madre di discendenza divina.

Quale tipo di “principato”, dunque, era quello di Augusto? Un Principato dal potere assoluto illimitato, simile a quello che quattordici anni prima si era costruito Cesare. Questa volta, però, con il consenso del Senato. Un potere assoluto illimitato e senza controllo.  Ambiguo: senza successione ereditaria, era destinato a finire. Il giudizio su di lui non fu mai negativo, però: egli aveva mostrato che bastava un sol  uomo capace, per assicurare un buon governo alla città

Fisicamente, non si può dire che Ottaviano fosse del tutto soddisfatto del proprio aspetto, che era: bassa statura, occhio glauco, dentatura rada, naso prominente  e sopracciglia congiunte sul naso. Soprattutto gli occhi:” animati – racconta sempre Svetonio – da divino fulgore.” Ostentando superiorità quasi divina,  egli desiderava che, colui il quale  gli stava di fronte, abbassasse lo sguardo, poiché  non sopportava che qualcuno reggesse il fulgore divino del suo.

Di salute cagionevole , si trovò più volte in punto di morte, tanto da sentirsi spinto a fare testamento o a prendere decisioni molto spesso dettate da quel suo carattere di superstizioso, che seguiva pratiche e rituali di natura irrazionale…  Superstizioso come tutti i contemporanei… e come moltissima gente ancora duemila anni dopo.

Un carattere, quello di Ottaviano, che non aveva davvero nulla da invidiare  al carattere di Cesare, di cui voleva essere l’erede: come Giulio Cesare era anch’egli ambizioso e determinato.

Aveva solo  anni  quando Cesare fu ucciso e già era  assetato di potere. Come lui, fu generoso nei donativi  e nelle promozioni; denaro ai soldati e alimenti al popolo: formula vincente per il consolidamento del potere. Al contrario di Cesare, però, che a prendere decisioni voleva essere da solo, Ottaviano si servì di due consiglieri: Agrippa e Mecenate .

Agrippa, compagno d’infanzia, lo affianco subito, fin dalla morte di Cesare e fu suo fidatissimo generale, fino al  12 a.C. quando morì.  Di lui gli storici hanno sempre tracciato un quadro assai lusinghiero, sia come uomo che come militare.  Come militare, era così capace, al contrario di Ottaviano, da dirigerne tutte le operazioni e come uomo era così apprezzato al punto che il princes  gli concesse la mano della figlia e lo designò suo successore. 

L’altro consigliere,  prezioso soprattutto per gli affari interni dell’Impero, fu Mecenate, quello stesso, assai noto, anche ai nostri tempi, per la sua attività a protezione di artisti e scrittori . Morì soltanto quattro anni dopo. Ma, mentre la morte di Cassio non ebbe conseguenze , poiché fu sostituito dal valente generale Tiberio (il futuro Imperatore), la morte di Mecenate, lo colpì assai profondamente. Il sodalizio dei due  Consuglieri con il loro princes, infatti,  era così perfetto da costituire quasi un Triumvirato. Questo, anche quando i pareri non erano del tutto concordi. Come nell’episodio riportato da Dione, in cui si parla dell’intenzione di Ottaviano di ritirarsi e rimettere gli affari di Stato nelle mani del Senato e del Popolo; mentre  l’opinione di Mecenate era mettere il potere in mano ad una sola persona,  quella di Agrippa era  di  una nuova Repubblica.

Di gusti semplici e privo di qualunque eccesso, Ottaviano condusse uno stile di vita assolutamente frugale,  sobrio e senza sprechi.  Più movimentata, la vita sentimentale. Si sposò tre volte.  Matrimoni politici, il primo e il secondo, con Claudia, figlia di Marco Antonio e con  Scribonia, da cui ebbe una figlia. Di grande passione, invece, il terzo, con  Livia, per la quale ripudia Scribonia.

Uomo passionale, Ottaviano mostrerà questo particolare del  suo carattere proprio in occasione di queste nozze.  La sposa, già incinta di cinque mesi, viene portata via al marito, Tiberio Claudio Nerone .

Figlia di Livio Druso Claudiano, Livia aveva sposato il cugino, Tiberio, avversario di Ottaviano,  sconfitto nella battaglia di Filippi. All’epoca del loro incontro, Livia aveva già avuto dal marito il primo figlio, Tiberio, ed era in attesa del secondo, Druso.  Preso da passione per la bella Livia, Ottaviano  divorziò dalla moglie lo stesso giorno in cui lei metteva al mondo la loro figlia, Livia e convinse… o costrinse… Nerone a divorziare da Livia. E ancora di più… il giorno del matrimonio,  tre giorni dopo, Nerone accompagnava la sposa, come fosse stato suo padre.

 

Sempre a proposito ella sua natura passionale, si raccontava che. pur innamoratissimo della moglie, non disdegnasse incontri al di fuori del matrimonio. Si raccontava che numerose lettighe coperte giungessero a palazzo e poi nei suoi appartamenti .E fu accusato di servirsi di mercanti di schiavi per procurarsi  donne e soprattutto fanciulle vergini, con il consenso della moglie Livia.

Molti storici, oggi come allora, però, si rifiutano di accettare queste fantasiose teorie, ritenendole soltanto maldicenze degli  oppositori e considerando anche la natura e la  personalità di moderato, che era tutt’altro che quella di un tiranno.

Uomo colto, si può tranquillamente affermare che Ottaviano possedesse anche qualità letterarie. Scrisse numerose opere odi Storia, Retorica e perfino una Tragedia che, non si sa per quale motivo, distrusse  subito dopo averla scritta.

Morì il  19 agosto del 14 mentre era a Napoli per assistere ai Giochi. Morì in soli due giorni.  Morte rapida. Troppo rapida, si disse in epoche successive, per essere naturale. E si pensò, al veleno. Oggi qualcuno discute su questo, ma allora si disse solamente: morto per malattia.

Lo sapevate che… da dove arriva il termine eroe?

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Durante l’età del matriarcato, il Re Sacro,  Paredro della Regina, alla fine del tempo concessogli dalla consuetudine, veniva sacrificato alla dea Era, il cui nome significa Signora,  da Herwa,  ossia  Protettrice.

Il corpo del Re Sacro, il cui sangue veniva sparso sui prati per renderli fecondi,  riposava sotto terra, ma la sua anima cavalcava il Vento-del-Nord, in viaggio per il Paradiso.