“Van Gogh e l’impressionismo” di Carolina Colombi

VAN GOGH E L’IMPRESSIONISMO

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È del 1874 l’anno in cui si può collocare la nascita del movimento impressionista.

L’occasione è una mostra, organizzata a Parigi, nello studio del fotografo Nadar.

La scelta di allestire la vetrina in uno spazio chiuso non è casuale, ma assoggettata a un principio proprio degli impressionisti: per la loro produzione artistica si ispirano a istantanee, con lo scopo di far propria l’unicità del momento rappresentato.

La nuova corrente artistica provoca un clamore senza precedenti, soprattutto perchè vengono messi in discussione i canoni della pittura tradizionale.

Nell’impressionismo le figure e gli oggetti non sono più delimitati da linee e segni di contorno. Ma il tutto viene scompaginato da un mondo pervaso da luce e da materia.

Gli oggetti non sono circondati dal vuoto, ma dall’aria, o meglio, da altra materia capace di rifrangere la luce conferendo agli elementi nuove tonalità.

La rappresentazione pittorica quindi, secondo gli impressionisti, per essere fedele alla realtà, ha necessità del colore, che però deve adeguarsi alla mutevolezza della luminosità. Cambiando perciò la percezione della realtà stessa.

I pittori che aderiscono a tale movimento intendono fermare su tela un’impressione, un’istantanea, un momento originale e irripetibile; di una persona o di un paesaggio che sia, ma in determinate condizioni di luce. Ed è proprio da questo concetto, altamente innovativo, che la nuova corrente artistica prende l’appellativo di impressionismo.

Ma la peculiarità più rilevante del movimento impressionista, quella che permette di dare alla corrente pittorica una connotazione ben definita, è la pittura en plein air, una pittura a diretto contatto con la realtà.

Ed è in virtù di tale principio, che alle rappresentazioni ricostruite negli atelier gli impressionisti prediligono quelle nate dall’osservazione rivolta al mondo esterno. Il focus su cui maggiormente si concentra la loro attenzione sono i paesaggi, sui quali le variazioni dovute alla mutevolezza della luce del giorno e delle diverse condizioni atmosferiche sono più intense ed evidenti.

 

Vincent Van Gogh si inserisce senza dubbio nell’ambito del movimento impressionista.

Anzi, la sua straordinaria padronanza dei colori e dei loro accostamenti, ne fa una delle personalità maggiormente significative. Si differenzia da altri, quale Monet, Manet, Sisley, Pissarro, Gaugin, soprattutto per il potente soggettivismo.

Nato nel 1853 in Olanda, non propriamente inserito nella società del suo tempo, sviluppa una pittura drammaticamente espressiva. In un primo momento la sua attenzione è rivolta a rappresentare tematiche di carattere sociale.

Nel raffigurare le famiglie dei minatori, o dei mangiatori di patate, per esempio, Van Gogh risponde a un suo bisogno di esprimere, attraverso le espressioni dei volti, del colorito spento delle figure, del grigio delle abitazioni, empatia per il dolore e la fatica che ogni giorno accompagnava la vita di quei lavoratori. In seguito approfondisce un discorso pittorico introspettivo in cui, sia la pennellata che i colori e la composizione stessa, riflettono lo stati d’animo del pittore, che entra in un rapporto vivo ed emotivo con la natura. Tanto che, in alcuni dei suoi dipinti, la natura sembra animarsi in un passionale movimento che ne coinvolge ogni aspetto.

Nelle sue tele l’autore non è mai del tutto fedele alla realtà, ma piuttosto, tramite la propria personale intuizione, ne dà un’interpretazione unica e singolare, sia per la mutevolezza della luce sia per la percezione dei propri stati d’animo dettati dal suo umore.

Nel 1888 si stabilisce ad Arles, e dà inizio a una difficile coabitazione con Gaugin.

Con inesauribile intensità, dedica tutto il suo tempo alla pittura, appropriandosi pienamente delle tecniche impressioniste e sviluppando la sua già notevole sensibilità coloristica.

L’amicizia con Gaugin non è però destinata a durare a lungo. E ciò è elemento che contribuisce a mettere in discussione il precario equilibrio psichico di Van Gogh.

Abbandonato da Gaugin, che prosegue in un diverso percorso pittorico, Vincent rimane talmente sconvolto dalla fine dell’amicizia che, dopo essersi reciso il lobo di un orecchio, viene ricoverato presso l’ospedale psichiatrico di Saint Remy.

Da quel momento la sua pittura diventa un grido di angoscia, un mezzo per comunicare la propria disperazione interiore, la quale si manifesta con contrasti di colore più netti, con atmosfere più cupe.

Il nero viene utilizzato con più frequenza, mentre il materiale impiegato per stendere il colore sulla tela si fa più denso. Le ampie volute e i ripidi vortici, che nei suoi quadri percorrono sfondi e cieli, esprimono l’instabilità dell’universo emotivo di Van Gogh. Tutto diviene mobile nelle sue tele, percorso da un’invisibile energia.

È un periodo questo in cui l’autore dipinge molti ritratti, nei quali, attraverso l’espressione tirata e spesso malinconica dei volti, riesce meglio a esprimere la propria intima sofferenza.

Senza ombra di dubbio si può definire Van Gogh come una delle personalità più significative e appassionate   dell’impressionismo, anche perché non riesce a mantenere un completo distacco dalle sue opere.

Ma, attraverso le percezioni filtrate dalla sua personale e tormentata sensibilità, è di esempio ai pittori che gli succedono, indicando loro la strada da percorrere per rendere l’arte originale e soggettiva.

E non meramente rappresentativa.

Dopo aver condotto un’esistenza travagliata, , nel 1890, a soli 37 anni, Vincent Van Gogh mette fine alla propria vita.

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