O.K. da dove arriva questa sigla?

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Quante volte ripetiamo O.K. nel corso della nostra giornata e delle nostre conversazioni? On continuazione… ma conosciamo la sua origine. Per chi non lo sapesse!

Questa espressione si fa risalire  alla Guerra di Secessione in America.

Alla fine di ogni battaglia, si annotava in un taccuino  il numero dei caduti. Così, ad esempio: oggi  12 Killed.  Quando alla fine di una battaglia non si registravano morti, si scriveva O Killed…  da cui O.K. ossia: tutto bene, non ci sono morti.

 

I SETTE VIZI CAPITALI – L’IRA

Charles Antoine Coypel - L'ira di Achille ©DDF

« Cantami, o Diva, del Pelide Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei…”

Chi  non conosce questi versi?

 

Quelli che seguono sono del faraone Akhenaton,  XVIII Dinastia. Sono meno noti, ma non meno riflessivi:

“Come il vortice nella sua furia sradica gli alberi, e deforma il volto della natura, o come il terremoto nelle sue scosse stravolge intere città; così la furia di un uomo arrabbiato getta rancore attorno a lui.”

 

Che cosa è l’Ira? Ecco come recita il dizionario:

“Movimento disordinato dell’animo onde siamo violentemente eccitati”

Ma che cosa la scatena e quali soggetti particolarmente ne sono affetti? L’iracondo è un individuo chiuso di carattere, in cui la collera  costituisce l’emozione predominante aggressivo, prepotente ed assai suscettibile.       A scatenare la sua ira, basta poco: basta anche solo una parola o un gesto di mancanza di rispetto. O che tale egli ritenga.

La collera   è un violento impulso capace di offuscare  la mente e il cuore; assale come un vento impetuoso, emerge improvviso dall’intimo e scatena un incendio. rimuovere i freni inibitori  e spingere l’individuo verso i più bassi istinti  e le azioni più  sconsiderate. E’  un bisogno violento di reagire contro chi ci fa torti o semplicemente ci contraria.  Scatena  in noi una forte emozione, un desiderio di rivalsa, vendetta, ecc contro quella che riteniamo una provocazione. L’ira è uno stato psichico che genera frustrazione e danneggia la nostra stessa salute.

Si tratta anche del vizio più facile da riconoscere perché giunge finanche  a cambiare i connotati della persona che ne è preda. Parte, improvvisa, dall’intimo più profondo, come una folgore ed esplode come un incendio, manifestazione di quel ribollire turbinoso di tutte le inquiete essenze che dimorano nell’animo umano.

Ma non sono tutte uguali, queste manifestazioni. Possono essere assai diverse.

C’è una collera fredda e calcolata e una collera calda e istintiva. Nella prima, le parole sono urlate, l’atteggiamento è scomposto e violento; nel secondo, invece,  le parole sono calcolate e i gesti  misurati.

La prima, chiamata anche collera attiva o aggressiva, si manifesta attraverso esplosione  improvvisa, sollecitata dall’istinto di conservazione, quando l’individuo si sente minacciato o in pericolo. Ma può essere collegata anche alla percezione di un torto o danno subito o semplicemente per predisposizioni caratteriali, in persone colleriche, aggressive, ecc.  Si tratta di un’ira furibonda che si manifesta attraverso atti violenti  contro gli altri e non raramente anche  contro se stessi, contro animali o  contro le cose. E non raramente contro persone innocenti ed estranei ai fatti:  picchiare, ad esempio, mogli e figli come sfogo per un torto subito sul lavoro o altrove.

La seconda, chiamata anche ira passiva, si manifesta attraverso un falso atteggiamento atto a  nascondere  quello che l’individuo prova realmente: falsa mitezza, falsa accondiscendenza, falsi sorrisi, ecc…

L ira aggressiva è un sentimento irrefrenabile e lo si legge chiaramente sulla faccia dell’individuo: paonazza ed alterata, come si è detto prima. In realtà,  è una passione che fa parte di noi ed è un indicatore di qualcosa di  irrisolto  che è in noi e ci fa perdere  il controllo.

Però esiste anche un’ira giusta e legittima, che mira a punire il colpevole con un giusto castigo adeguato  all’offesa arrecata; un’ira pacata, in grado di produrre qualcosa di positivo. Anche gli effetti visivi, sulla faccia dell’individuo sono diversi: non faccia alterata e sguardo lampeggiante, ma il contrario:l’individuo legittimamente irato è pallido in volto, ha il cuore serrato e la gola chiusa.

E’ errato, però, pensare che, a rispondere a slanci di collera siano solo persone dal temperamento collerico. L’ira può manifestarsi anche nel più pacifico degli  individui. Soprattutto se giusta e legittima; può manifestarsi perfino nel bambino, in cui non esistono ancora passioni, ma solo istinti.

E allora? Meglio reprimere o assecondare queste nostre intemperanze?

Non è facile controllare tali moti dell’animo. Di certo, l’ira è una pessima emozione da cui tenersi lontano, ma, come tutti i sentimenti  anche l’ira può avere qualche lato positivo.

Innanzitutto è sempre consigliabile non reprimere l’ira, ma affrontarne la causa . Se si riesce a mantenere un certo equilibrio, non è detto che un sentimento d’ira sia sempre da condannare. Esprimere la propria contrarietà a certe situazioni o prendere atto delle proprie frustrazioni  non è sempre negativo. Occorre, però, farlo nel  modo più giusto e pacato. Senza reprimere l’ira, ma tenendola sotto controllo.

Il consiglio di saggi e filosofi aiuta molto. Ecco cosa diceva Socrate: “Arrabbiarsi con la persona giusta, nel modo giusto e nella misura giusta.”

E ancora, il consiglio dei saggi egizi: “Se un saggio non è calmo, il suo comportamento non è pergetto.”

Infine il buonsenso: un sorriso ironico aumenta l’ira, mentre un sorriso dolce la smonta.

Sappiamo che gli effetti dell’ira possono essere devastanti e i danni, sia con parole che con atti compiuti  in un eccesso d’ira, possono  essere irreversibili. Sappiamo anche che in certe situazioni mantenersi calmi è davvero assai difficile:l’atteggiamento aggressivo oppure offensivo di certe persone é capaci di rimuovere nostri freni inibitori e far precipitare la nostra ira in un atto di intemperanza. Mantenersi calmi, dunque, è la forza dei saggi.

Ed a livello religioso come è contemplato questo vizio? Per la religione cristiana é uno dei vizi capitali e come tale, non si deve commettere.

Lo stesso per la religione ebraica, la quale, però, riconosce  “l’ira di Dio”o la “collera divina”  che è da intendersi come “Giustizia di Dio, però, restiamo sorpresi e  anche   scandalizzati da alcune affermazione o da alcuni fatti presenti nella Bibbia e Dio ci appare vendicativo e furente, diverso dal Dio misericordioso del Vangelo.

I SETTE VIZI CAPITALI – LA SUPERBIA

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Superbia, il primo dei 7 vizi capitali
Dal latino superbia, ossia, esagerata stima di sé e delle proprie qualità, come recita il dizionario.
Il superbo è una persona che si sente superiore agli altri e che come tale si comporta; ama se stesso e non considererà mai la superbia come un difetto, sono gli altri a riscontrarlo in lui e semmai, farglielo notare. Ma il superbo non teme le critiche, né i giudizi del suo prossimo. Essendo un perfezionista, egli tende ad acquistare la piena consapevolezza di sé assieme alla cognizione delle cose e non risparmia critiche a se stesso fino al raggiungimento dello scopo. Non scende mai a compromessi. Questo gli permette di conoscere perfettamente le proprie qualità e talenti e di metterli a frutto. Possiamo, dunque, affermare che non esiste superbo che non abbia un minimo di qualità.
Una persona con delle qualità, dunque, di cui è perfettamente consapevole e che lo rendono talmente sicuro di sé, da non fargli sentire la necessità di farne mostra. Non lo si sentirà mai vantarsi. Non gli occorre.
E’ brillante, possiede intuito; é sicuro e soddisfatto di sé; ama primeggiare.
Per tutte queste ragioni è assai invidiato, ma, a causa della sua irrefrenabile sincerità, che lo conduce spesso alla critica, è anche temuto ed evitato. Ma solo dalle persone permalose e troppo suscettibili, poiché tutti gli altri finiscono sempre per apprezzarne i giudizi sempre sinceri e mai dettati da invidia o malanimo, egli, infatti, non conosce sentimenti di invidia e spesso è disponibile verso gli altri.
Il superbo, in quanto tale, ama il sogno ed è un romantico, capace di conservare, però, un perfetto equilibrio tra realtà e fantasia, qualità che lo rendono bene accetto nella società.
Quando, però, la Superbia assume connotati negativi come l’arroganza o, peggio ancora , la presunzione, allora diventa un difetto. Un difetto grave ed intollerabile. Soprattutto la presunzione, che è, come dice il dizionario: opinione di chi pretende di sapere quel che non sa. In tal caso, la superbia può essere scambiata per una presunta, ma inesistente intelligenza che, però, è assai facile individuare e smascherare.
Da dove nasce questa Superbia dai connotati così negativi? Nasce da una esasperata ed illimitata considerazione di sé che spinge l’individuo a mettersi al centro dell’universo ed a pretendere di dominare sugli altri.
La Storia è piena di esempi di individui superbamente arroganti e tracotanti

I SETTE VIZI CAPITALI – L’AVARIZIA

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Dal latino avaritia, ossia, scarsa disponibilità a spendere.
Recita il dizionario: Eccessivo ritegno nello spendere, a causa di smodato desiderio di possesso di denaro e averi.
“Crepi l’avarizia!”
Quante volte abbiamo pronunciato questa frase? Tutte le volte che ci siamo concessi un piccolo lusso. Questo perché l’avarizia è uno dei vizi più spregevoli ed intollerabili.
Non è difficile riconoscere l’avaro, ma è difficile che l’avaro si riconosca tale.
Egli è un individuo che non metterà mai mano al portafoglio, non regalerà mai nulla, non inviterà mai gli amici… se ne ha!
Riconoscere un individuo posseduto da questo vizio è assai facile: basta guardarlo negli occhi quando maneggia oro o denaro.
L’avaro prova un tale immisurabile piacere nel contemplare i suoi averi, che gli occhi gli brillano di una luce particolare: è l’irrefrenabile passione per il possesso
Un piacere fisico.
Non solamente accumulare ed accrescere quanto già si possiede, vizio riconducibile più al termine “Avidità”, ma piuttosto mantenere e conservare con la più grande cura, quello che già si possiede:
“Roba mia!… Che appartiene a me!… ”
Il possesso!
L’avaro è abituato a concentrare le proprie azioni e i propri sforzi unicamente nel soddisfare questo bisogno di possesso.. Egli ama possedere denaro, accumularlo, maneggiarlo, contemplarlo, contarlo e ricontarlo.
Ama sentirne il contatto.
Possedere denaro, ma non spenderlo. Separarsi da una sola delle sue “creature” è un sacrificio immane.
Per l’avaro, quel ritegno nello spendere non è per nulla un vizio, ma una virtù. Possedere,ma non utilizzare.
Egli considera peccato non il risparmio, ma l’uso del denaro. L’avaro è un egoista.
L’avaro è un individuo che nutre soverchio amore per se stesso e per le cose che gli appartengono e che non vuole dividere e non dividerà mai con alcuno.
Sospettoso ed egoista, l’avaro, soprattutto quello patologico, è anche ansioso. Ansia che gli viene dal timore di perdere quello che possiede. Ansia che altera le sue emozioni.
L’avaro vive assai male il suo vizio capitale
Ma, poiché egli non considera l’avarizia un difetto, ritiene che lo sia invece la generosità. Generosità ed l’altruismo sono per l’avaro forme di debolezza propria e di opportunismo altrui.
La generosità rende sospettoso un avaro.
Uscire da questa spirale non è facile. Anzi, è impossibile. Non perché l’avaro sia necessariamente una persona cattiva o meschina, ma perché egli non è consapevole del proprio stato, dal momento che non considera affatto l’avarizia come un difetto.
Esistono, però, due tipi di avarizia, quella misera e gretta, che è solo un principio di avarizia e che, pur restando un vizio, è meno grave ed esiste un’altra avarizia, quella sordida e misera, spinta all’estremo.
Quest’ultima, soprattutto, può risultare amorale e dannosa per la società, perché, sottrarre benessere agli altri, crea povertà e disuguaglianze sociali.

L'immagine può contenere: 1 persona, cappello

I SETTE VIZI CAPITALI – LA LUSSURIA

3. Cratere proveniente da una colonia pugliese della magna grecia. IV sec. British Museum

Dal latino luxuria, ossia, rigoglio, ma anche dissolutezza, incontrollato desiderio sessuale e abbandono ai piaceri dei sensi.

Comunemente la lussuria  è associata all’eros, la componente sessuale dell’amore. Non, però, quando l’individuo si lascia travolgere da smodata passione.

Il lussurioso, infatti, colloca  se stesso e  l’appagamento  delle proprie pulsazioni sessuali al di sopra di ogni altra cosa, avendo come fine unico, la sola soddisfazione personale, indipendentemente  da qualunque altra esigenza: sentimenti, procreazione, ecc. Il lussurioso, dunque, è un individuo che nutre un egoistico amore soltanto per sé, chiuso a qualsivoglia sentimento per gli altri.

Indifferente alle necessità altrui, dunque, ed alle sofferenze che il suo comportamento può arrecare, questo individuo mira a perseguire un unico  scopo che è solo quello di raggiungere il piacere fisico.

Un comportamento che è indice di scarsa considerazione nei confronti della persona oggetto delle sue attenzioni,  la quale  diventa “strumento” e “oggetto”.

Al contrario,  costui ha di sé  immensa considerazione . Considerazione così eccessiva, da procurargli talvolta scompensi mentali e alterazione della volontà,  così da renderlo incapace di controllare la propria libidine.

Disinibito e senza freni, schiavo del proprio vizio, il lussurioso  non prova  rimorsi, né sensi di colpa e cerca sempre una giustificazione ai suoi comportamenti.

L’esigenza ed il bisogno di appagare queste sue irrefrenabili pulsazioni, finiscono per disattivare ogni freno  inibitore: stupratori, pedofili, ecc  sono tutti lussuriosi.

Nessun sentimento, dunque, nessuna intesa affettiva o psicologica legherà mai il lussurioso  all’”oggetto” dei suoi desideri; nessuna emozione che non sia la ricerca spasmodica  di soddisfare il piacere della carne. Il corteggiamento non è contemplato, ma solo l’appagamento e il piacere personale, trascurando  l’appagamento e il piacere del partner, condotta che impedisce la costru di un rapporto solido e duraturo.

A livello generale, tale condotta non può che  svilire qualunque tipo di rapporto con l’altro sesso e sprofondarlo nel degrado: depravazione,  violenza, egoismo, infedeltà.

A livello morale, ed etico, l’emancipazione della donna  ha liberato una sessualità repressa ed   ha spostato i limiti del senso del pudore;  ha permesso ai sessi, assai distanti, di avvicinarsi, un tempo, invece,  la differenza dei sessi era assai marcata.

Tutto questo   ha  reso tollerabile quello che un tempo non lo era.

A livello religioso, nel cristianesimo il desiderio sessuale è contemplato e legittimato, ma se resa fine  a se stesso,  diventa vizio.

Cosa c’è, ci si chiede, alla base di questo vizio?  Innanzitutto insoddisfazione e vuoto interiore, che portano l’individuo alla ricerca di qualcosa che  riesca a colmarlo. Si cerca la felicità e la si cerca nel sesso. Soprattutto in un sesso sfrenato e continuativo.    Ad un’avventura ne segue un’altra e poi un’altra e un’altra ancora e poi si cerca la novità,  l’avventura  trasgressiva.

La sessualità, però, è un istinto naturale. Va vissuto osservando delle regole; uscire da queste regole ha degli effetti disastrosi, capaci di danneggiare la società e in primo luogo la famiglia. La sessualità è un istinto innato. E’ comune sia nell’uomo che nella donna. Diventa vizio solo in caso di pratica smodata del piacere fisico, poichè, l’appagamento degli istinti più bassi conduce inevitabilmente al degrado umano dell’individuo.

La sessualità è un istinto  indiscutibile.   Come dice Agostino: “Ciò che è il cibo per la conservazione dell’individuo, lo è la copula per la conservazione della specie”.

Ma, quando l’istinto alla sessualità è diventato un vizio? Ogni tipo di inclinazione, se eccessiva e smodata diventa dannosa per l’individuo. Ne risente la salute psichica e fisica e per questo a volte viene in parte represso. Soprattutto in passato. In particolare  questo tipo di inclinazione era condannato senza riserve. Basta citare gli esempi biblici di Sodoma,ecc…

Oggi, rispetto a ieri, la sessualità conosce una più ampia libertà. Soprattutto con l’ingresso della donna in questo scenario e il suo nuovo approccio  e partecipazione. Anche i giovani, oggi godono di maggior libertà nei confronti del sesso. Ci si approccia, oggi,  più con il  gioco della seduzione che con l’inclinazione alla lussuria:non solo fisicità, ma anche emotività psicologica.

I DODICI CESARI – NERONE

 

253Le nostre conoscenze sui Cesari, soprattutto i primi Cesari, si basano in primo luogo sulle opere di due storici: Tacito e Svetonio, il primo appartenente  all’Ordine Senatorio e il secondo  all’Ordine Equestre. Gli Ordini, cioè, che, più degli altri con l‘avvento del nuovo regime, avevano visto ridursi i privilegi. Scrissero le loro opere all’inizio del II secolo, il primo sotto Traiano e il secondo sotto Adriano ed entrambi, per esaltare le qualità dei loro Protettori, esagerarono sugli eccessi dei predecessori.

Sull’esempio di questi, gli storici che seguirono, seguitarono sulla stessa linea, ma il mito negativo di Nerone si é sviluppato soprattutto con il romanzo “QUO VADIS” dello scrittore Sienkiewicz,  l’assegnazione del Premio Nobel, che contribuì alla diffusione del libro e  le trasposizioni cinematografiche. Oggi tutti immaginano Nerone con i tratti somatici di Peter Ustinof e tutti ricordano la scena in cui  brandendo la lira, egli canta l’incendio di Roma.

E’ nato così, si é radicato e perdura ancora, il mito di Nerone incendiario e persecutore dei primi cristiani, nonostante i lavori seri e documentati, condotti dai revisionisti.

.Chi era Nerone? Il vero nome era Lucio Domizio Enobarbo, figlio di Agrippina e Gneo Domizio Enobardo. Successivamente Agrippina sposò l’imperatore Claudio e questi lo adottò e designò quale erede. Discendeva, dunque, per via materna dai Claudii e dai Giulii e per via paterna dai Domizi.

Svetonio afferma, senza mezzi termini, una ereditarietà biologica da questo ramo, facendo notare il carattere violento e dissoluto di alcuni dei suoi appartenenti. Ad es. del nonno Lucio, uomo arrogante e crudele, amante di giochi gladiatori particolarmente  violenti.

Fisicamente conosciamo Nerone abbastanza bene e non solo dalle numerose descrizioni che di lui hanno fatto i vari storici, ma anche e soprattutto dalle immagini sulle monete durante il lungo regno, quattordici anni, che hanno permesso di farne notare i cambiamenti nel corso del tempo, dovuta alla propensione per il buon vino e la buona cucina.

Il ritratto tracciato da Svetonio è piuttosto impietoso:

“… statura giusta, corpo macchiato e fetido, capelli biondicci, volto bello, occhi azzurri, collo obeso, ventre prominente, gambe  gracilissime”.

Plinio il Vecchio, però, suo contemporaneo, precisa che quelle macchie altro non erano che lentiggini e che il  fisico era ben proporzionato.

Lo stesso fece Seneca, che nell’opera composta per  celebrare l’avvento al trono del suo pupillo, lo paragonò addirittura ad Apollo per la bellezza e per il canto: un giudizio, naturalmente, non scevro da un certo servilismo.

In molti hanno voluto accostare Nerone a Caligola, non solo autori cristiani, che vedevano in lui l’AntiCristo, ma anche  autori come Svetonio.

E allora dove sono gli accostamento fra i due?  Forse, in realtà, solo nella morte. All’età di 30 anni circa. Sregolatezze le avevano accumulate entrambi, ma il primo in soli 4 anni, mentre il secondo in più di 14. Per di più, quest’ultimo, Nerone, aveva avuto un precettore, Seneca, fin dall’assunzione del potere, che all’altro era mancato.

L’accostamento viene fatto soprattutto in virtù della sregolata vita notturna, ma,  se per Caligola si trattava di una vera malattia legata all’insonnia, in Nerone potevano considerarsi semplici scappatelle, le stesse che si concedevano tutti i rampolli di buona famiglia.

Quanto agli eccessi a tavola, erano gli stessi di tutti i cittadini romani facoltosi: banchetti interminabili; quelli di Nerone duravano anche un giorno e una notte interi, intervallati da bagni e giochi.

L’altra passione di cui fu accusato era quella per le donne. In realtà egli amò con passione due sole donne: la liberta Atte, che fu sul punto di sposare e che gli restò accanto fino alla morte e Poppea che sposò in seconde nozze.

Il primo matrimonio, combinato da Agrippina, fu quello con Ottavia, figlia di Claudio e Messalina, di cui si sbarazzò subito con una falsa accusa di adulterio Lei aveva solo 12 anni e lui 16..

Il terzo, invece, con Statilia Messalina. Anche questa volta fu un colpo di fulmine, seguito da uno scandalo, poiché egli la portò via al marito Attico Vestino. Statilia lo accompagnò nei suoi viaggi, ma al primo sentore della fine, si eclissò.

Un po’ di interesse merita la storia con Poppea, donna di una bellezza rara. Nerone se ne era innamorato a prima vista. Poppea, però, era già sposata con Crispino. a cui fu portato via da Otone, amico di Nerone.

E qui nasce un piccolo giallo. Plutarco dice che fu Nerone ad incaricare Otone di sedurre Poppea per poi cederla a lui, ma che al momento di farlo, questi si  rifiutò. Svetonio riferisce invece che fu lo stesso Nerone a sedurre la donna e ad affidarla all’amico per evitare lo scandalo, ma che alla morte di Ottavia si sia rifiutato di cedergliela. Terza versione, quella di Cassio secondo il quale, in realtà, si trattava di un rapporto a tre.

Completamente conquistato da quella donna, la sua morte lo sprofondò nella più cupa disperazione. Si può credere, allora, che sia stato lui ad ucciderla con un calcio nel ventre, sia pure in un eccesso di collera? E’ difficile crederlo; gli stessi Tacito e Svetonio  riferiscono il fatto più come un incidente che un fatto voluto.

Scandalosa fu, invece, la violenza fatta alla vestale Rubria; in questo caso, però, citato solo da Svetonio, la prudenza suggerisce cautela. La stessa cautela che si impone riguardo l’accusa di incesto con la madre Agrippina.

Sregolatezze, follie notturne e altro ancora, dunque, che, non solo non furono mai represse dai precettori Burro e Seneca, ma che, al contrario, furono favorite, perché impedivano al giovane Princes  di fare altri guai.

Per comprendere i comportamenti licenziosi di Nerone occorre analizzare tutto il contesto che li favorirono: una adolescenza oziosa, la dissolutezza della vita di palazzo e uno sconfinato potere che  sviluppò in lui il desiderio di superare ogni  limite.

Forse é proprio in questa ottica che si pone il presunto incesto con la madre. Ad un’analisi più attenta, però, questo fatto risulta inverosimile agli stessi autori storici i quali lo riportarono solo per dovere di cronaca.

Ben nota, invece, la sua passione per il canto e la musica, ma Svetonio ci parla di una voce debole e velata e Dione Casso riferisce quanto fosse flebile, tanto da suscitare ironia e derisione. Diversa l’opinione di alcuni moderni storici secondo i quali, tali giudizi erano dettati solamente da sentimenti personali,

In realtà, Nerone amava sinceramente il canto e si sottoponeva a grandi sforzi e sacrifici per migliorare la voce e  salvaguardarla.  Come un vero professionista.

La stessa passione metteva nella Poesia e nella Composizione, ma, ancora una volta, i giudizi sono discordi.: Svetonio gli riconosce una certa capacità, mentre Tacito afferma che si facesse aiutare da altri.  A preparargli i discorsi, riferisce ancora Tacito, era Seneca, ma poi per primo gli riconosce qualità nell’Eloquenza,  alle cui gare Nerone amava partecipare,  dicendo testualmente: “Non manca di grandezza né di fascino…”

Ad una persona che gli chiedeva che cosa avrebbe fatto se fosse stato deposto da imperatore,  Nerone rispose: “L’arte mi darebbe sempre da vivere.”

Ecco un’immagine di Nerone che potrebbe cancellare quella del tutto inaccettabile del Quo Vadis. Una immagine quasi completa che ci parla di passioni sincere e genuine: passione per i cavalli, il canto, la poesia e il teatro, per cui calcò le scene nei ruoli di Tieste, Oreste, Edipo, ecc.

Cantare, suonare, scrivere, comporre… queste la sue vera passioni, più che i giochi gladiatori, e meno ancora  la politica o il potere. A procurargli il trono, infatti, era stata una madre ambiziosa ed intrigante come Agrippina. Nerone aveva solo diciassette anni quando fu eletto, con il nome di Nero Claudius Caesar Augustus Germanicus, ma il vero capo dell’Impero era lei, Agrippina, che, con i numerosi delitti si era guadagnato il potere.

L’influenza della madre sul figlio, però, durò poco. Non più di sei mesi, dopo di che, egli si lasciò guidare dal precettore Seneca e dal Prefetto del Pretorio, Burro, che mal tolleravano l’assolutismo della donna..

I rapporti con la madre, in realtà, erano sempre stati  difficili, le ingerenze di Agrippina lo avevano sempre  infastidito. Ora, però, la questione s’era fatta proprio seria: Agrippina aveva minacciato di ripristinare il diritto di Britannico ad occupare il trono e lo avrebbe fatto andando a farlo proclamare Imperatore sul campo dai pretoriani. Una minaccia reale, da quando si era scoperto che l’imperatore poteva essere eletto anche lontano da Roma. Una minaccia che sconvolse Nerone, ma anche una imprudenza  che segnò la sorte di Britannico e la sua condanna.

La morte del ragazzo, che aveva solo quattordici anni, avvenne con il veleno e per mano di Locusta, la stessa che aveva avvelenato suo padre, Claudio. Morì a cena,  dopo un primo tentativo fallito e il suo cadavere fu messo sul rogo quella notte stessa ed al popolo si disse che era morto di epilessia, male di cui soffriva. Dopo aver comprato il silenzio dei cortigiani con generosissimi donativi, Nerone si presentò al Senato con un discorso commemorativo, probabilmente scritto da Seneca, in cui esprimeva tutto il dolore per la morte del fratello.

Dopo quella morte, però, i contrasti fra madre e figlio divennero sempre più aspri; istigato da Burro e Seneca, Nerone si liberò di quella serrata tutela ed Agrippina si ritrovò privata di ogni potere e perfino della Guardia Personale.

Burro e Seneca, furono per Nerone quello che Agrippa e Mecenate erano stati per Augusto. La loro influenza sul principe inizialmente fu assai positiva, come ci rivela un episodio, una frase pronunciata in occasione di una condanna a morte  “Vorrei non saper scrivere.”

Su indicazione di Seneca, il giovane imperatore fece molte riforme in favore del popolo, come la riforma tributaria e monetaria che diede molti vantaggi ai più poveri.

Non solo Burro e Seneca, in realtà, ma anche la presenza a corte di alcuni liberti di Claudio, come  Pallante, consentirono, con il loro operato, una continuità nella soddisfacente  attività amministrativa.

Sempre più difficili e tesi, intanto, i rapporti con la madre, soprattutto quando gli arrivò voce di un complotto ordito da Agrippina  per detronizzarlo che lo turbò così tanto da spingerlo ad ordinare la sua morte. Davanti al Senato si giustificò dicendo che la donna aveva complottato contro l’imperatore e lo Stato.

In effetti, pare proprio che Agrippina avesse intenzione di detronizzarlo e mettere  al suo posto sul trono un uomo che intendeva sposare.

Burro e Seneca rimasero estranei a questo delitto,  ma non fecero nulla per impedirlo. Quella morte, però, tormentò molto Nerone, assalito di notte da tremendi incubi e lo cambiò profondamente.

Senza più il controllo della madre, egli cominciò a soddisfare ogni capriccio. Ripudiò Ottavia e sposò Poppea. Ottavia fu esiliata, ma il popolo scese in piazza per manifestare in suo favore e Nerone allora la fece uccidere e disse che si era suicidata.

 

Coincise proprio con questo delitto la svolta che segnerà la fine del periodo d’oro, il famoso Quinquennium Neronis, il periodo più felice di tutto l’impero romano, un’età dell’oro di 5 anni. I primi 5 anni del regno di questo Princes, da tutti apprezzato.

Burro morì poco dopo e Seneca pian piano si ritirò dalle scene e al loro posto fecero la comparsa due loschi figuri: i nuovi Prefetti del Pretorio, Rufo e Tigellino e il giovane Princes si trovò alla mercé dei propri istinti e di  soggetti  dissoluti e privi di ogni morale.

Fu l’inizio di un’epoca sempre più buia, che andò inesorabilmente sprofondando in un’atmosfera di disordine, libertinaggio, lassismo e di una scia interminabile di delitti che, tuttavia, non gli alienò il favore del popolo. Irresistibilmente attratto dai fasti orientali, fu prodigo, infatti, di donativi, regalie e banchetti sontuosi. Tutto questo richiedeva grandi risorse economiche. Denaro che egli si procurò in modo lecito o illecito a spese soprattutto della provincia, ma che gli guadagnò il consenso del popolo

 

 

 

Eccentrico ed esteta, era anche profondamente superstizioso, tanto da “vedere” in ogni fenomeno della natura (il disporsi delle nuvole, l’accumularsi della nebbia, ecc…) un avvertimento divino e fu così che la paura di congiure contro la sua persona, divenne una vera ossessione e scatenò in lui una  vera paranoia  che lo portò al delirio.

In effetti, di congiure ce ne furono tante, la più famosa fu quella di Calpurnio Pisone; i congiurati erano senatori e cavalieri appoggiati da ufficiali della guardia pretoriana, la guardia personale dell’imperatore. Pare che tra di loro ci fosse anche Seneca cui fu dato l’ordine di togliersi la vita ed egli si suicidò bevendo della cicuta.

Sulla fine di Nerone si è tanto favoleggiato. Dichiarato dal Senato nemico pubblico, Nerone si ritrovò solo e senza appoggi:  chiunque  avrebbe potuto ucciderlo. In realtà, egli aveva preso la decisione di suicidarsi prima ancora di darsi alla fuga. Le circostanze, però, gli furono tutte contrarie: la cassetta dei veleni che non si trovava e nessuno dei servi disposto a prestarsi per quell’azione. Egli era, infatti, completamente incapace di darsi morte da solo. Tentennò a lungo, come recitando su un palcoscenico in una parte di grande immedesimazione.

“Quale artista perisce con me!” e ancora

“Turpe e vergognoso è sopravvivere. Non è, non è da Nerone…”

Ma, nel momento estremo, egli trovò il coraggio e la dignità e, come riferisce Svetonio:

“ Di pié veloci cavalli mi giunge all’orecchio il rumor.” recitò  e si cacciò in gola il ferro.

Morì suicida forzato, dunque, ma morì da esteta. Nell’ora della verità non si riproverava le colpe, neppure le più orrende, come la morte della madre… né si preoccupava della tragicità del presente… l’unica cosa che deplorava era la perdita del proprio talento.

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“Colpo di fulmine” da dove arriva questo termine?

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Da arriva il termine “COLPO di FULMINE?”

Perché diciamo “colpo di fulmine” in caso di innamoramento rapido e appassionato? E’ una frase da ricondurre alla mitologia nordica della quale facevano parte due stirpi: i Giganti e gli Asi, o Divinità, nemici giurati.
Farbouti, un Gigante, un giorno incontrò Lanfey, della stirpe degli Asi e se ne innamorò a prima vista. Per possederla, non potendola avvicinare, le scagliò contro un fulmine che la mise incinta…
Da qui il termine “colpo di fulmine”