“NELLA FOSSA” brano tratto da “LA DECIMA LEGIONE – Panem et Circenses”

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Passò quasi mezz’ora prima che il cancello dell’arcata centrale dell’Oppidum tornasse per l’ennesima volta a spalancarsi. Nel vano comparve un’imponente figura e un boato scosse l’arena:
“Seilace! Seilace!”
In piedi al centro della porta, l’atleta passava in rassegna la folla piegata verso di lui. Un insieme di odori gli giungeva da lassù, una combinazione non in armonia tra loro ed a tratti anche sgradevole: sangue, sudore e i penetranti profumi delle donne.
Sollevò la sinistra armata di gladio: era mancino. Avanzò nell’arena e si fermò accanto alla spina. Il sole strappava bagliori ai capelli corti, biondi e ricciuti: Seilace era un capo tribù. Un principe. Lottava nell’arena per guadagnarsi una libertà che non aveva prezzo: più facile mietere successi e allori, conseguire ricchezze e prestigio che tornare libero.
Scommesse e puntate aumentarono vertiginosamente: proprietà, case, terreni. Tutto si puntava sul magnifico atleta.
Seilace era un giovane di straordinaria avvenenza e lo sguardo era acuto come quello di un’aquila. La pelle aveva quel colore scuro dorato per esposizione al sole e le proporzioni del fisico erano straordinarie ed armoniose. Non era facile capire quanto sangue druso fosse misto a quello gallese nelle sue vene: sua madre era una principessa di quel popolo di antichi guerrieri. Poteva avere ventiquattro o forse venticinque anni. Era un mirmillone e combatteva con pugnale, scudo ed elmo dal cimiero a forma di pesce.
Il suo avversario doveva essere un reziario, ma gli organizzatori dei giochi avevano voluto introdurre delle modifiche nelle regole del gioco e gli avevano scelto quale avversario nientemeno che Milos il Trace, il gladiatore più imbattibile del momento: venti combattimenti senza neppure un graffio.
“Milos! Milos!”
Il pubblico si divise immediatamente all’apparire, tra le cancellate, dell’altro beniamino. Anche lui era simile ad un Dio, aitante e forte, spalle atletiche, potenti muscoli guizzanti sotto la pelle abbronzata, gambe come marmo brunito. Era armato di scudo e pugnale e in testa aveva un elmo dal basso cimiero.
Migliaia di occhi erano puntati sui due: il Circo conteneva più di ventimila spettatori; occhi fissi nell’arena anche da dietro i cancelli dell’Oppidum: lanisti, impresari, inservienti, atleti.

Fianco a fianco, i due si staccarono dalla Spina per raggiungere il podio: un’enorme tensione riempiva quel tempo d’attesa.
Avanzavano senza parlarsi e senza guardarsi. Senza sorridere. Avanzavano socchiudendo gli occhi all’ingiuria della luce dopo la sosta all’ombra dei sotterranei. Avanzavano al ritmo cadenzato di mani e piedi.
“Milos! Milos!” urlava metà dello stadio.
“Seilace! Seilace!” rispondeva l’altra metà.
Continuarono ad avanzare, lenti e solenni come statue portate in processione; gli splendidi volti parevano trasfigurati.
Raggiunsero il Palco imperiale
“Ave, Caesar Imperator. Morituri te salutant!” salutarono, poi invocarono il sostegno di Marte, Diana e dei loro Dei lontani.
“Vinca il migliore!” Cesare rispose al saluto.
I due tornarono nel centro della fossa; nel silenzio sceso sull’arena, si udirono solo i respiri trattenuti sugli spalti e sulle gradinate. Si fronteggiarono. Si studiarono. Seilace prese per primo l’iniziativa. Si calò la visiera dell’elmo e si fece avanti. L’altro, agile come un cerbiatto, gli si muoveva intorno saltellando e fissandolo con quell’espressione infantile che gli aveva guadagnato le simpatie del pubblico. Tutti, però, conoscevano l’insidia di quella danza; anche Seilace la conosceva e cercava di tenerlo lontano col suo scudo.
“Milos! Milos!” gridavano i sostenitori del trace.
Sicuro di sé e con la consapevolezza che ogni persona, ogni pietra, ogni granello di sabbia di quell’arena fosse per lui, Milos continuava la sua danza. Era il suo pubblico: lo adoravano, ammiravano e volevano quella danza ed egli li accontentava.
Nel sole che correva verso il crepuscolo, egli sorrideva sprezzante all’avversario; con aria irridente gli agitava davanti la spada ricurva e la parmula. Anche lui, infine, si calò la visiera e spinse in avanti il ferro, che andò a cozzare contro lo scudo dell’altro. Cominciarono gli assalti: Milos sempre danzando e Sailace sempre attaccando. Ad ogni colpo, dagli spalti i parmularii urlavano invettive e gli scutarii rispondevano con altre invettive.
Tra i sostenitori di Milos c’era anche Nerone e nel palco nessuno osava tifare troppo apertamente per l’altro. Quando un colpo più forte sull’elmo costrinse Milos con un ginocchio a terra, Cesare puntò su di lui il monocolo di smeraldo.
“Adesso lo stende.” esclamò
“Hoc Habet!” gridavano i sostenitori di Seilace.
“Non è facile per niente atterrare Milos.” facevano eco gli altri.
Il lanista Crescens, dal cancello della Porta della Pompa, gli urlò qualcosa. Si vide il trace piegare l’altro ginocchio, serrare la parmula contro il petto con entrambe le mani e con un formidabile colpo di reni, fare uno sbalorditiva piroetta in avanti. Il piccolo scudo fendette l’aria e colpì di striscio la testa del grande mirmillone.
L’arena rumoreggiava.
Seilace fece un passo indietro; dalla tempia destra cominciò a colare sangue. L’atleta barcollò, la vista per un attimo gli si appannò e l’urlo della folla sostenitrice del trace, giunse al suo orecchio come l’eco di un brusio:
“Diavolo di un trace! Il suo colpo segreto è inimitabile.” Gridavano i suoi sostenitori.
“Dannato di un trace! “ il coro degli avversari.

Ignorato da tutti, Marco Valerio subiva la stretta sorveglianza pretoriana con malcelata insofferenza. Si guardava intorno spostando lo sguardo dall’una all’altra di quelle facce che fino a qualche giorno prima erano state quelle di amici e che ora parevano timorose perfino di incrociare gli occhi con lui.
Solo Calvia Crispinilla pareva fare eccezione a quella consegna. Non per amicizia, certo, ma per stuzzicarlo e punzecchiarlo:
“Su chi stai puntando? Corre voce che tu sia a caccia di sesterzi!”
Marco la ignorò.
La folla prese a rumoreggiare: poteva sembrare che i due grandi atleti evitassero il contatto fisico. Impensabile, però, tra due atleti di quel valore.
In realtà, trucchi per evitare di uccidersi erano conosciuti e risaputi: ferite lievi ma spettacolari, con tanto sangue e slabbrature potevano salvare la vita ad entrambi gli avversari. Se solo, però, l’ombra del dubbio sfiorava la folla, la jagulatio era la punizione per entrambi.
La cruenta schermaglia durò un bel pezzo ancora, infine, Milos cessò di danzare e Seilace, ginocchio piegato in fuori e gladio ben stretto nella destra, attese l’attacco. Quello vero.
“Forza, Milos. – lo incoraggiavano – Sei forte. Attaccalo!”
Se Milos era forte e irruente, l’altro, però, aveva dalla sua cinque anni di esperienze nelle arene di tutto l’impero; le ombre del pomeriggio scivolavano lungo il perimetro della grande fossa: nessuna esclusione di colpi.
Fu Milos a dare per primo segni di stanchezza. Sailace, che aveva bene amministrato forze ed energie, si preparò alla battaglia finale.
Mise a segno una terribile stoccata sullo scudo del trace che barcollò e indietreggiò incespicando. Cadde all’indietro e piegò un ginocchio a terra.
L’arena balzò in piedi urlando:
“Seilace, sei tu il più forte!”
Milos si rialzò. Seilace lo serrò da vicino, ma lo trovò pronto a sostenere l’attacco. Tale, però, fu l’impeto che Milos mise nel braccio nello stoccare lo scudo avversario, che il gladio gli sfuggì di mano. Cercò subito di recuperarlo, chinandosi in avanti, ma Seilace approfittò del vantaggio e s’avventò su di lui col gladio. Fece l’atto di conficcarglielo nell’incavo tra la gola e la spalla sinistra, ma pareva esitare.
Milos, che nel frattempo s’era rialzato ed aveva recuperato l’arma, abbandonò lo scudo e si avventò sull’avversario. Anche Seilace lasciò andare il suo grande scudo e i ferri si incrociarono: gladio contro gladio, braccio contro braccio, un groviglio di muscoli vibranti e nervi tesi.
Un magnifico simulacro di pietra vivente.
Le donne, sporgendosi in avanti col busto e le braccia, invocavano i loro nomi. Neppure le Vestali, nascoste nelle loro nuvole bianche di velo, parevano insensibili al fascino perverso che i due splendidi corpi in lotta esercitava sulle loro fantasie.
Quando i due si staccarono, Milos sanguinava dalla spalla sinistra, all’altezza dell’omero. Lo splendore vermiglio del proprio sangue, fece avvampare il principe trace di nuovo vigore e di orgoglio, ma gli fece anche dimenticare la prudenza. Si avventò sull’avversario come una furia, ma andò incontro alla sua arma tesa.
“La guardia…- gli gridarono dagli spalti – Attento alla guardia…”
L’arma di Seilace lo raggiunse al fianco sinistro lasciato scoperto.
Milos cadde
“Habet!” gridò Calvia Crispinilla, che sosteneva Seilace.
“Jugola! “ le rispose Marcia Rufo, che sosteneva Milos.
Marco Valerio guardò l’una, poi l’altra.
“Seilace… Milos!” Umbricio, l’aruspice di Cesare, non aveva ancora fatto la sua scelta.
“Quale dei due, indovino?” chiesero i cortigiani.
“Orsù! Ho ben riposto i miei sesterzi?” anche Cesare sollecitò.
“Milos, naturalmente!” rispose senza esitazione l’indovino.
“Hai una risposta anche per il nemico di Cesare? – lo provocò Pudente – Il generale Galba che sta guidando la sua Legione…”
“Chi osa pronunciare quel nome davanti a me? – lo interruppe l’urlo soffocato di Nerone – Chi osa parlare di Legioni in marcia contro Roma? -Nerone appariva davvero arrabbiato – Fuori di qui! Portate le vostre misere persone lontano dalla mia vista o, Per Giove, vi faccio scaraventare nell’arena a misurarvi con quei due!”
C’era sempre una certa soddisfazione in quella corte di parassiti quando qualcuno di loro cadeva in disgrazia, cosicché la loro uscita fu accompagnata da sguardi e risatine compiaciuti.
Marco, intanto, pensava che la vittoria dell’uno o dell’altro dei due atleti, così come gli aveva assicurato Quintilius, non avrebbe cambiato il destino di Lucilla. Era necessario, però, che il Campione dei Giochi, dal momento che Valentinus aveva lasciato l’arena con le sue gambe, ma seriamente ferito, fosso proprio uno di loro due e non qualcun altro.
La sua attenzione tornò all’arena.
Milos, riverso al suolo, con una mano si comprimeva il fianco; rivoletti di sangue gli scorrevano tra le dita contratte andando ad arrossare l’arena già rossa di altro sangue. Il ragazzo lasciò andare il gladio e si accasciò ai piedi dell’avversario.
Con la punta del sandalo ferrato, Seilace lo girò sulla schiena e gli pose il piede sul petto aspettando il verdetto della folla.
“Pietà per lui!”
Un urlo si levò dagli spalti alle spalle di Cleonte, che aveva seguito con molto interesse ogni fase di quel combattimento.
“Tracia! – esclamò il greco voltandosi – Per la Barba di Nettuno! Non mi ero accorto della tua presenza.”
La ragazza, che il greco aveva chiamato per nome, pareva molto preoccupata per quanto stava accadendo nell’arena. Era molto bella. La pelle, di un candore di marmo, come di latte attraversato dal sole, era trasparente e morbida; i lineamenti del volto erano delicati e gli occhi, di un azzurro intenso. I capelli biondi, legati sulla nuca a coda di cavallo, alla maniera tracia, scendevano sulle spalle morbidi e setosi. Alta e slanciata, un fisico ben proporzionato, aveva un portamento nobile, quasi regale, ma alle braccia portava la fascia argentata delle schiave di riguardo, anche se le vesti erano di ottima fattura e qualità. Forse era una di quelle prigioniere barbare, il nome era tale, che vivevano presso famiglie patrizie o senatoriali come ostaggi imperiali, occupando posti di riguardo nella gerarchia dei servi.
Seguiva il cruento spettacolo con grande apprensione e con altrettante speranze rincorreva gli umori della folla nelle tribune, sugli spalti e intorno a lei.
“Non ti crucciare, Tracia.- cercò di tranquillizzarla il greco, facendole un affettuoso buffetto sulla guancia – Non accadrà nulla a nessuno dei due. Milos e Seilace sono entrambi beniamini delle folle e i sostenitori dell’uno impediranno a quelli dell’altro di pretendere la jagulatio del loro favorito. – poi anch’egli si girò verso il podio – Mitte!”
“Mitte!” urlarono i due amici trascinandosi la folla in un sol grido, ma qualcosa di inaspettato stava accadendo all’interno della fossa: Seilace si stava avvicinando alle gradinate occupate dal popolino.
Il biondo mirmillone conosceva bene la folla: orda insoddisfatta che riversava in quella fossa risentimenti e frustrazioni. Egli sapeva che la plebe avrebbe preteso il contrario della nobiltà: se i nobili avessero chiesto sangue, quella avrebbe concesso la vita.
“Non voglio il sangue di un valoroso.” gridò.
Non era il solo: l’intera arena era con lui e in piedi invocava la clemenza di Cesare per il magnifico atleta ferito.
Tutti i pollici erano rivolti al cielo.
“Mitte! – urlavano – La salvezza al vinto e il premio al vincitore!”
Milos ebbe salva la vita.
Trecentomila sesterzi, la verga d’oro e la Vergine dei Giochi, furono il premio per il vincitore.
(continua)
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