“Di cosa parlavano i maschi alle terme di Roma?” di Maria Pace

 

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Recarsi alle Terme era per Marco  solo un pretesto per incontrare gli amici ma, all’infuori di Sabino, non avevano incontrato altri.

Dopo una breve sosta nel frigidarium, nelle cui acque si rinfrescarono, decisero di raggiungere il Gymnasium.

Ridiscesero in cortile e raggiunsero la Basilica, un grandioso edificio a forma di cupola che ospitava biblioteche e sale di conversazione. Si fermarono in una sala molto simile a un triclinio, con una via-vai di schiavi carichi di vassoi pieni di salsicce, pizze e focacce provenienti direttamente dai thermopolium.

Quello dei termopulai a Roma era uno dei mestieri più lucrosi!

Quattro colonne di marmo reggevano il soffitto decorato. Vicino alla terza colonna, sdraiato sul primo dei quattro lettini trovarono Cleonte il greco, impegnato con Metello Fabrio in una controversa conversazione sulla plebe e il suo “rancore sociale”.  Il suo gesticolare impediva a una spaurita e incauta Psiche, sulla parete alle sue spalle, di contemplare le splendide fattezze di Amore. Accanto alla pittura, una scritta dissacrante recitava: “Cornelio Lepido è il finocchio del suo schiavo Rodomonte.”

“Per Ercole! Mi piacerebbe veder nudo il focoso Rodomonte.” rise Sabino, trascinandosi dietro la risata degli altri, che si divisero subito nel giudizio come se si trattasse di un gioco combinato.

“Merito alla Legge Scantinia, senza la quale certe sfrontatezze porterebbero al degrado dell’Amore.” osservò Marco che, provenendo dall’ambiente militare, mal tollerava l’omosessualità.

La Lex Scantinia  era un insieme di norme che regolavano il dilagare delle pratiche omosessuali in Roma.

“Amore? – replicò Sabino – Ma quale Amore?”

“Chiediamolo al pedagogo Cleonte. – interloquì Metello – Chiediamogli se è Amore quello per una donna, necessario a perpetrare la specie o quello per un giovine, sollecitato da libido.”

“La Natura riesce sempre a far bene il suo mestiere.- esordì il

greco, chiamato in causa – L’Amore per donne e fanciulle?… La Natura suscita frenetiche passioni nei riguardi di donne e fanciulle,  ma accende anche irrefrenabili ardori verso altri uomini o fanciulli…. E’ un altro,  il richiamo da ignorare: quello che si prende nelle vesti o nel letto di qualcuno che ti è indifferente…. Quello il solo delitto in Amore!”

“L’intimità con un maschio è indecenza solo se la compiacenza fosse strappata con la violenza!”

“E Rodomonte? – domandò Sabino – Non mi pareva che approvassi il legame di Rodomonte con Cornelio.”

“E’ l’approccio che è disdicevole. – rettificò il filosofo – Per Cornelio Lepido è riprovevole subire gli appetiti del suo schiavo!”

“Soprattutto oggi che servi e schiavi accampano sempre nuove pretese. Parlano di giustizia e libertà… parole che hanno sempre ubriacato la gente!” fece osservare l’altro.

“Non ubriacato, ma dato la spinta a malumori apparentemente sonnacchiosi e pronti a sfociare in rivolta.” replicò Lucilio.

“Grano, spettacoli e robuste catene: così si tengono sopiti i malumori della plebe.” Silio Italico s’inserì nel dialogo fra il filosofo e il Prefetto.

“Malumori… rancori sociali! – interloquì Marco – Io sono un soldato e combatto con la spada, non con la parola, ma so che

esistono Leggi che danno regole alla società!”

“Leggi che  assicurano privilegi a chi ne hà già!” replicò Cleonte.

“Ecco cosa intendevo! – intervenne il filosofo – E’ giusto che alcuni sperperino senza misura e ad altri manchi il necessario? Che alcuni si prendano potenza, onore e ricchezze lasciando agli altri processi e condanne? – una pausa, ma solo per riprendere fiato, poi Lucilio continuò, con parole, gesti e pause ben dosati – Il malcostume scende dall’alto, ma è dal basso che il malumore si manifesta per primo: liberti arroganti, strozzini, senatori asserviti e… e dall’altro versante, contadini scacciati dalle terre, gente strozzata da debiti… ”

“Basta così! – lo interruppe Metello – Sei sapiente nell’affilare le tue parole, ma hai offeso tutti, qui! Siamo nobili e senatori e non siamo come ci dipingi tu.”

“Io non dico nulla che non sia già stato detto con i fatti. Svegliatevi! Solo un atto di coraggio può fermare questa cancrena e togliere il male alla radice. Molti la pensano così, ma pochi hanno il coraggio di affermarlo.”

“E’ l’ordine attuale, quello che tu contesti, Lucilio. – insinuò il Prefetto – E’ il sovvertimento delle regole.”

“Parole pericolose per te che le dici come per noi che le ascoltiamo. –  Silio serrò in una espressione minacciosa le gia strette fessure che erano i suoi occhi – Se continui a snocciolare il tuo “rancore sociale” con tanta sicumera, finirai male. Per cosa è che metti in gioco la tua vita, filosofo?”

“Metto in gioco la mia vita per qualcosa di molto prezioso!”

“E cosa sarebbe?” domandarono tutti in coro.

“La libertà di pensare! – rispose lapidario il filosofo – La capacità di liberarsi delle catene dello strozzino e del capestro degli interessi…. che poi è quello di cui avete bisogno voi tutti, se non sbaglio!… Per questo parlo di coraggio. Ci vuole coraggio per abbattere il malcostume. Il buon Seneca… gli Dei l’abbiano in gloria… diceva: Cum mori est nobis nullo auxilio sumus. E…”

“La tua lingua si muove troppo liberamente! – anche Metello lo ammonì, mentre continuava a battere nervosamente il coltello contro la coppa che gli stava davanti – Tienila a freno. Hai bevuto a troppe coppe imbevute di stoicismo: provvedi e non strozzarti!”

In fondo alla stanza, sull’uscio della grande porta d’accesso ai sotterranei, uomini sudati, sporchi di carbone, sepolti sotto carichi di legna, andavano e venivano gettando loro addosso stanche occhiate. Lucilio li additava di tanto in tanto, come a significare che era a gente come quella che si riferiva, ma quelli non si degnavano neppure di voltarsi a guardare.

“I fulmini della tua eloquenza vagano incontrollati – ancora Italico – e minacciano di incenerire questa allegra compagnia.”

“Le vostre sono solo pomposità verbali che servono a nascondere i vizi dei tempi in cui viviamo. – Lucilio era ormai lanciato – Parlate ma non dite! Spiegatemi… chi di voi ha scritto di Cornelio e del suo schiavo? E stato uno di voi… così, per ridere, ma non avete nemmeno il coraggio di attribuirvi ciò che dite per far ridere!”

“Lucilio mette sempre troppa passione nelle dispute.” intervenne a questo punto Marco, nel tentativo di allontanare l’amico dalla pericolosa logomachia in cui minacciava di affondare; dentro di sé, però, pensava che si commettevano più infamie là dentro nel giro di una giornata che in qualunque altro posto e temeva per l’amico.

Guardò l’abusiva giovialità di quella compagnia: l’enfasi di Lucilio, la rabbia di Silio, la bile di Metello, e si chiese se un soldato come lui  potesse raccapezzarsi in  quei discorsi ingolfati di “pomposità verbali” come diceva l’amico filosofo. Lui era un soldato e sapeva combattere solo con la spada! Ma forse c’era davvero una qualche necessità di cambiamento. Il solo rischio era che, come sempre, potesse risolversi tutto in una sanguinosa commedia. Era solo questione di tempo.  (continua)

brano tratto da  “LA DECIMA LEGIONE – Panem e Circenses”  di Maria Pace

 

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