IL PRESEPE di Maria Pace

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E’ il simbolo più antico ed importante  del Natale  e rappresenta la Natività di Gesù.
Letteralmente la parola presepe o presepio  deriva dal latino praesaepe, che significa davanti alla siepe, termine che in seguito fu esteso anche a: grotta o  a  mangiatoia all’interno di grotta o stalla.
Secondo la  tradizione,  il  presepe fu realizzato per la prima  volta  nel 1223  da  San Francesco d’Assisi  il quale voleva ricordare la Natività di Gesù. Sempre secondo la tradizione, il  Santo, che si trovava  a Betlemme  in pellegrinaggio, rimase  affascinato e commosso nell’assistere  ad una funzione  liturgica sulla natività del Cristo.
Tornato in Italia, Francesco chiese al Papa  il permesso di poterla rappresentare.
Il Papa, Onorio III, però, gli concesse soltanto  il  permesso di celebrare la Messa  all’interno  di una grotta  invece che in chiesa. Il santo, allora,  riempì di paglia una mangiatoia, vi pose accanto un asinello ed un bue, anche se nel racconto della Natività da parte  degli  apostoli Luca e Matteo  non se ne fa alcun cenno, e celebrò la sua Messa  alla presenza di una grandissima folla.
Non c’era ancora la Sacra Famiglia, ma la Messa ebbe un enorme successo perché il Santo raccontò tutta la storia  della Sacra Famiglia e della Natività in modo semplice ,per quella  gente dai semplici costumi, molti dei quali,  analfabeti, non avano mai letto quella storia, ma  a cui piacque molto  anche  il particolare dell’asino e del bue.
Fu così  che il presepio etrò nella tradizione popolare.
I personaggi presenti nei primi presepi  erano limitati alle figure della Sacra Famiglia: Maria,Giuseppe e Gesù, ma,  ben presto, la rappresentazione si arricchì di altre figure. Per primi, comparvero gli Angeli dell’Annunciazione e i tre  Re Magi.
Si dovrà aspettare l’800, però, per veder comparire nel presepio altri personaggi oltre a quelli presenti nella storia della natività e cioè angeli e pastori. Furono aggiunti, dunque,  personaggi della vita quotidiana, soprattutto nell’esercizio del proprio mestiere.
Uno sviluppo notevole si ebbe durante l’epoca barocca  quando, cioé,  alcuni gesuiti  fecero del presepio un mezzo di “muto”  catechismo e di insegnamento  cristiano: vi si narrava la storia del Cristo attraverso la   rappresentazione e non più, soltanto attraverso la predicazione e le Chiese di tutta Europa si dotarono di presepi.
Fu un successo: una passione collettiva che contagiò  non solo Chiese e  Cattedrali ma anche Castelli, Conventi  e case private.
Ne nacque una industria che produsse presepi di   grande pregio e valore artistico, oltre che di valore commerciale, preziosi e costosi. Oggi li troviamo custoditi in varie Chiese e Musei.
Fu una passione che contagiò tutti  i Paesi d’Europa,  ma che nel XVIII  secolo ebbe  una brusca  frenata cui seguì  pian piano un lungo periodo di scarso interesse.
In alcuni Paesi,come la Germania, forse  a causa di un Illuminismo dilagante, furono addirittura vietati  e  alcune Chiese, per evitarne la distruzione, li consegnarono a privati e contadini, che li custodirono e si appassionarono a questa  arte.
Oggi il presepe è  tornato in molte case e  assieme all’albero di Natale contribuisce  a recar gioia a questi giorni di pace.

 


 

 

 
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INTERVISTA rilasciata dallo scrittore e giornalista Luca SCIORTINO a Maria PACE

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Abbiamo incontrato Luca Sciortino,  scrittore, filosofo della scienza e giornalista di Panorama, che ci ha gentilmente rilasciato  questa intervista.
Partire all’improvviso e andare dall’isola di Skye, in Scozia, fino al Giappone attraverso le steppe dell’Asia Centrale senza mai prendere un aereo. Luca Sciortino,  lo ha fatto nell’arco di circa quattro mesi. Il suo libro appena uscito per Sperling & Kupfer intitolato “Oltre e un cielo in più. Da una parte all’altra del mondo senza aereo”, già acquistabile su Amazon ( https://www.amazon.it/Oltre-cielo-pi%C3%B9-Luca-Sciortino/dp/8820063379 ), e in libreria il 23 gennaio, racconta la storia affascinante di quel viaggio, un lungo cammino da Occidente a Oriente nelle zone più remote del pianeta, al cuore di culture poco conosciute.

Può spiegarci il titolo del suo libro “Oltre e un cielo in più”?

Sì, il titolo allude all’idea di voler andare sempre più in là in quel viaggio da un estremo all’altro del continente euroasiatico per conoscere nuovi luoghi e nuove culture. “Oltre” riflette un’ansia di conoscenza; “Un cielo in più” allude a un nuovo Paese da visitare, un nuovo luogo, un altro cielo, appunto…. E in senso lato forse anche un’altra cultura, un nuovo essere umano… perché  ogni uomo è un universo e il viaggio ti porta sempre a nuovi incontri.

 

Di cosa parla il libro?

Racconta un lungo viaggio, quello che ho fatto nella seconda parte del 2016 da Occidente verso Oriente attraverso 14 paesi tra i quali Ucraina, Kazakhstan, Mongolia e Siberia. In fondo, il libro è la storia di un uomo che si mette in cammino senza piani precisi sperando di raggiungere la sua meta, il Giappone.

 

Perché sei partito?

Perché ho provato quello che tutti provano: noia, insoddisfazione, desiderio di cambiamento, ma anche desiderio di conoscenza. Ci sono anche altre ragioni, naturalmente.

 

Cioè?

Curiosità di vedere cambiare le culture. Oggi si viaggia molto in aereo e si perde il senso del tutto. Parliamo di Asia, Europa, Russia… ma cosa davvero definiscono questi nomi? Quando cominciano queste entità geografiche se ci mettiamo in viaggio dall’Europa? Cosa vediamo se ci mettiamo in cammino verso Oriente? Ecco queste erano alcune domande che mi ponevo.

 

Perché un lettore dovrebbe comprare il tuo libro?

Perché può fare il mio stesso viaggio. Perché può mettersi in cammino. Perché può partire dall’Europa e andare sempre avanti chiedendosi cosa ci sarà dopo e dopo ancora sulla strada per l’Oriente.

 

E poi un giorno arriverà?

Non è detto (e ride ndr) Bisogna comprare il libro per vedere se raggiungerò alla fine il Giappone.

 

Quindi descrivi cosa vedi intorno a te?

Sì, le cose, le persone… ma anche le sensazioni che provavo… penso che il libro sia una storia interiore ed esteriore nel contempo. C’è il processo intimo che porta un uomo a mettersi in cammino e andare sempre avanti.

 

Il posto più bello dove sei stato?

Ce ne sono tanti…

 

Uno per esempio…

L’isola di Olkhon sul lago Baikal, in Siberia. Una sorta di paradiso in terra ancora incontaminato.

 

Perché ti è piaciuto così tanto?

Comprare il libro per scoprirlo… (e sorride)

 

Quella della scrittura è una passione che hai sempre avuto?

Leggere libri, più che altro, è stata una passione da sempre e quindi, di riflesso, scrivere: quando leggi i grandi romanzieri o i grandi filosofi o i grandi divulgatori della scienza non puoi non ammirare il loro lavoro. Tuttavia per me scrivere è stata anche una necessità. Per molteplici ragioni ho dovuto scrivere, e con registri molto differenti, perché i pubblici erano diversi.

 

Ci fai qualche esempio?

Scrivere articoli per i giornali o reportage di viaggio richiede un certo stile di scrittura, certamente differente da quello che devi usare in un articolo accademico in filosofia o nella comunicazione della scienza. Tutte cose che faccio per lavoro o per passione. E’ anche vero che tutti gli stili di scrittura non possono prescindere dal dovere nei confronti del lettore di essere chiari.

 

La chiarezza è una qualità rara negli scrittori…

La chiarezza è uno sforzo continuo e un ideale mai completamente raggiunto. Credo che ogni scrittore, ogni volta che rilegge il suo testo, senta sempre il bisogno di migliorarlo, soprattutto a distanza di tempo.

 

E non ti sembra di migliorare in questo sforzo?

Mi è parso così a un certo punto della mia vita… Le sembrerà strano, ma io credo che dopo la mia laurea in fisica, quando mi sono rimesso a scrivere, il mio stile era molto più chiaro.

 

Come mai?

La matematica e la fisica ti abituano al rigore, a strutturare gli argomenti, a dare un senso logico al testo. Io avevo studiato latino già alle scuole medie e fin da allora avevo consapevolezza delle proposizioni principali e secondarie e del loro ruolo. Penso che l’abitudine all’uso ferreo della logica si è innestato su quella consapevolezza. Praticare la scienza aiuta a scrivere. Non è un caso che grandi scienziati e divulgatori come Galileo Galilei siano stati anche grandi scrittori. Lo stesso vale per filosofi della scienza come Bertrand Russel, premio Nobel per la letteratura.

 

Scienza, filosofia, viaggi… quanti interessi… ma chi è veramente Luca Sciortino?

Bella domanda, me la sono posta spesso anche io… (e ride). Tutti i mei interessi sono solo apparentemente differenti. Tra i filosofi della scienza sono in molti ad aver studiato fisica. D’altra parte i fisici teorici e, in generale, molti scienziati sono molto attratti dalla filosofia della scienza. Teorie come la meccanica quantistica o la teoria dell’evoluzione aprono questioni di carattere epistemologico, questioni che hanno a che fare con che cosa davvero significa avere conoscenza di qualcosa.

Penso che esistano prima di tutto le domande, le curiosità intellettuali. Poi, ci sono sempre molte prospettive dalle quali cercare le risposte. Ogni metodo o stile di pensiero ci fa cogliere un aspetto delle cose. Oggi viviamo nell’epoca della specializzazione: spesso una persona sa tutto di una singola cosa ma non riesce a entrare nella prospettiva di studio di un’altra. Perdiamo così il senso del tutto e la possibilità di accedere a livelli differenti della realtà.  

 

Come nasce l’idea di un libro? Da dove trai ispirazione?

“Oltre e un cielo più in là” è il racconto di un viaggio, una storia che  non è romanzata. In generale, direi che ogni scrittore attinge dalla realtà. Per qualche motivo, ci sono alcuni fatti che sono fertili per la sua immaginazione e da quelli costruisce una storia.

 

Quali sono i requisiti necessari per un buon libro?

Dipende dal suo genere. In generale dovrebbe suscitare domande e aprire mondi sconosciuti al lettore: un punto di vista non considerato, un concetto sconosciuto, il significato di una parola ignota, una prospettiva interamente nuova, una critica costruttiva, un sogno. Ogni libro che ti dà una di queste cose vale la spesa.

 

Nella tua pagina Facebook accosti fotografie di viaggio a pensieri o storie. Da cosa nasce questa idea?

Penso che sia bello condividere ciò che ho scoperto. Ciò che non  condivido è perso: vive e muore in me. In generale, in quella pagina cerco di dire qualunque cosa mi sembri interessante.

 

Progetti futuri?

Semplicemente continuare a fare ricerca in filosofia e continuare a visitare altre parti del mondo. Sono due modi di viaggiare che voglio perseguire e raccontare.  

 

 

La casa di VESTA

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Il Tempio di Vesta sorgeva alle pendici del Palatino, là dove la piazza del Forum Magnum cominciava a salire verso il colle: un luogo consacrato e trasfigurato, isolato dallo spazio profano che lo circondava. Circolare e circoscritto, sembrava piuttosto un focolare.

Ed era esattamente un focolare: il Focolare dello Stato Romano.

La tradizione voleva che Vesta l’avesse rivelato a re Numa Pompilio, scagliando un fulmine che aveva incendiato una quercia secolare la cui fiamma bruciava senza spegnersi. Il successore di Romolo vide in quel prodigio la volontà divina ed eresse in quel luogo un altare protetto da un tetto di forma circolare e vi custodì il Fuoco Sacro di Vesta.

Quel fuoco non doveva mai spegnersi  e la cura per tenerlo desto era affidata a un gruppo di sacerdotesse. Sei, scelte tra le ragazze più virtuose della nobiltà, ma anche della plebe, se la ragazza in questione possedeva le qualità richieste.

Le Vestali godevano di grande considerazione e infiniti privilegi, però, dovevano prestare voto di castità per tutto il periodo del servizio sacerdotale, che durava trenta anni e alla scadenza del quale ricevevano un grosso donativo e potevano rientrare nella vita privata e condurre una esistenza regolare e rispettata. Potevano perfino sposarsi. In caso di inosservanza delle regole, le punizioni erano severissime: flagellazione, se lasciavano spegnere il fuoco e morte, se non rispettavano il voto di castità.

Una morte tremenda: sepolte vive!

 

L’alba era vicina e le prime luci del giorno entravano scialbe e lattiginose dall’apertura nel soffitto circolare del vestibolo, il luogo più intimo e santo che custodiva l’Ara di Vesta su cui ardeva il Fuoco Sacro.

Le fiamme gettarono bagliori sul bel volto della vestale Ottavia che aveva trascorso la notte a sorvegliare il fuoco dell’altare. La nottata era trascorsa tranquilla, ma lei non aveva smesso un attimo di pensare agli avvenimenti del giorno precedente; aveva ancora nelle orecchie il clangore della folla che accompagnava il gladiatore Seilace al supplizio e lo sguardo smarrito della ragazza per difendere la quale il grande atleta era stato condannato.

Era un po’ stanca, ma la confortava il pensiero che di lì a poco qualche compagna sarebbe venuta a sostituirla.

Si alzò per gettare dell’incenso sul fuoco e passando accanto alla statua di Vesta, alzò lo sguardo sulla Dea.

Era davvero maestosa e solenne, pensò. Bella e matronale, nel morbido drappeggio del peplo: un po’ come Lucina Metello, sua madre, che  a Roma tutti tenevano in grande considerazione.

Aveva notato quella somiglianza fin dal primo giorno che era entrata in quella stanza. Aveva avuto dieci anni, allora, e al Santuario doveva restare ancora sedici anni, prima di portare a termine il servizio sacerdotale. Da quattro anni aveva terminato il noviziato e preso i voti, ma non aveva ancora dato quello definitivo, per il quale doveva attendere altri sei anni.

Un profumo gradevolissimo aveva invaso l’ambiente, anche se un poco, quelle esalazioni acute e penetranti le procuravano leggero stordimento. Le luci del giorno cominciarono a rischiarare le ombre e lei si alzò per attizzare il fuoco con rami di pino, scoppiettanti e odorosi di resine.

Il crepitio delle fiamme scosse la figuretta seduta su uno scanno e appoggiata con le spalle ad una colonna nell’abbandono del sonno.

“Morfeo ti ha condotta nel mondo dei sogni, novizia Sabina?” le sorrise, restando a guardarla mentre si stropicciava gli occhi.

La luce del giorno scorreva sul pavimento. Illuminò gli oggetti ai piedi dell’altare: una torcia, un peplo e numerosi vasi; lambì la nicchia contenente i Penati che Enea aveva salvato dall’incendio di Troia e investì il Palladio, la scultura lignea raffigurante Atena con scudo e lancia.

“Ho ceduto al sonno? – la novizia scattò in piedi – Sono desolata, signora. Accetterò con gioia il castigo… ogni colpo di verga ”

“La verga può stare a riposo per quest’oggi.” sorrise Ottavia.

“Ma io merito di essere punita. – insistette la piccola – Se avessi fatto spegnere il Fuoco Sacro…”

Occhi quieti, dolcissimi, colmi di sogni e fantasie, Sabina, della potente famiglia dei Peto, era giunta da poco al Santuario.  Graziosa e vivace era stata scelta per sostituire la Vestale Marcella Rufo. giunta al compimento del suo mandato sacerdotale.

“Se avessi fatto spegnere il Fuoco Sacro saresti stata fustigata. Le fiamme sono vive e non occorre  far  lavorare la frusta.” disse la giovane, pur sapendo che la severità delle pene era giustificata dalla frequenza degli incendi.

“Tu sei buona, signora. Se al tuo posto ci fosse stata la vestale Strabonia, sarei stata sicuramente punita.”

“Anche a me è accaduto di addormentarmi una volta, alla tua età… A tutte succede una volta almeno. E’ successo sicuramente anche alla sorella Strabonia, ma… forse a lei non hanno risparmiato la frusta. Però hai ragione, Sabina. Se ci si addormenta durante la consegna, il Fuoco Sacro potrebbe spegnersi e attirare sciagure. Per questo siamo in due a sorvegliarlo.” aggiunse, girandosi verso l’uscio e prestando orecchio ai passi che stavano avvicinandosi.

Era la vestale Clodia che veniva a prendere il suo posto insieme a una novizia. Ottavia lasciò la cella ed uscì all’aperto.

 

Filtrando tra le colonne, la luce del giorno le ferì gli occhi. Ottavia li protesse con la mano e si portò con passo veloce verso la Casa delle Vestali,  lì vicino, dove viveva con le compagne.

L’aria si fece luminosa e i rilievi ornamentali dell’imponente architrave del  Tempio dei Castori, sulla destra, fiammeggiarono.

Prima di varcare la soglia dell’atrio, la giovane si fermò a ravvivare la fiammella quasi spenta di un lucignolo ai piedi di un gruppo di statuette di Lari in una nicchia sulla destra dell’ingresso.

L’ancella atriense, una vecchia seduta su uno scanno all’interno della soglia, nel riconoscerla sollevò la testa; era  molto vecchia e non doveva vederci bene. Fece l’atto di alzarsi e andarle incontro.

“Resta pure al tuo posto. – con un sorriso gentile la vestale la invitò a restare seduta – Non ho bisogno di nulla. Resta seduta.”

“Grazie a te, mia buona signora…. Le mie povere ossa! – sospirò quella – Non mi permettono più neanche di piegarmi su un’aiuola per raccogliere fiori da offrire a Nostra Signora. Ah… un tempo passavo giornate intere china per terra a raccogliere viole per farne ghirlande e… Ma perdonami, signora.- si interruppe con un sorriso quasi di scusa – Tu sarai sicuramente stanca ed assonnata ed io sto qui ad annoiarti con le mie ciance… Vai, signora. Non badare alle chiacchiere di questa vecchia.”

“Lo sai che mi piace parlare con te, Percennia. Però hai ragione! Sono stanca e un buon bagno porterà via la stanchezza.” disse e si allontanò verso la Casa delle Vestali, adiacente il Santuario. Raggiunse il portico di destra e il suo appartamento, al primo piano. Trovò ad attenderla due ancelle che l’aiutarono a lasciare nell’acqua tiepida della vasca di marmo del suo tepidario, la stanchezza e la sonnolenza della nottata trascorsa nella veglia.

Riemerse, più tardi, portando sulla pelle petali di rose e viole; un breve massaggio e le due ragazze le passarono la fascia subligaris intorno al seno e quella subligar intorno ai fianchi, gli indumenti intimi che le donne romane usavano alle terme e sotto le vesti.

“Dammi la stola.- ordinò all’ancella appena, questa l’ebbe aiutata ad indossare una tunica fresca di bucato – Che buon profumo!”

“E’ lavanda, signora.- sorrise l’ancella, poi riprese –  Credevo che volessi andare a riposare, signora.”

“No, Artisia. – Ottavia controllò le pieghe della tunica -Voglio raggiungere le ragazze e aiutarle nei preparativi per la festa di Nostra Signora. Mancano solo due giorni alle Feste Floralie e le ghirlande non sono ancora pronte.” disse e si allontanò.

Due tripodi dai carboni accesi ardevano davanti al vestibolo; un’ancella si scostò per lasciarla passare; stava spazzando per terra. Dal retro dell’edificio proveniva acre e pungente, l’odore di immondizie date alle fiamme.

“Salute a te, signora. Il giorno ti sia propizio.” salutò l’ancella.

Ad Ottavia parve che il suo atteggiamento fosse più reverenziale che mai. Anche quello di Artisia e della compagna, pensò, le era parso  lo stesso. Sorrise: la notizia  dell’incontro con il famoso Seilace  doveva aver fatto il giro.

“Salute anche a te, Tirsa.” rispose con un sorriso gentile; attraversò il vestibolo e raggiunse l’atrio, a cielo aperto. Anche qui due ancelle ramazzavano il pavimento e una terza stava ornando la statua di Vesta che occupava l’angolo destro dell’entrata. Sulla sinistra c’era un grosso candelabro già spento.

“Signora dal casto sorriso, a noi volgi il dolce sembiante.”

Un coro l’accolse, raggiunto il giardino soleggiato e arioso in cui si respirava profumo di rose e viole; da lontano vide il gruppo di ragazze che cantava. Stavano intrecciando ghirlande sedute per terra, ai bordi del laghetto prospiciente il tablino, dimora di ninfee e loti, all’ombra di sicomori  rallegrati da ronzii e fruscii di ali.

“Ottavia. Ottavia. Vieni qui accanto a noi.” la invitarono.

Avvicinandosi passò accanto all’oecus, un sacello semicircolare  al cui interno ardeva la fiamma di un piccolo braciere. Si fermò ad alimentarne le fiamme con fascine secche ed  a profumarle con grani di incenso che prese da un’urna posata per terra. (CONTINUA)

brano  tratto da  “LA DECIMA  LEGIONE – Panem et  circenses”  di Maria Pace

lo si può richiedere con dedica personalizzata,direttamente all’autrice

oppure in rete

Perché i Colossi di MEMNONE non piangono… o, più correttamente… non gemono più?

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Le due colossali  statue,  alte più di 18  metri, che si incontrano lungo le rive del Nilo, sulla riva opposta alla città di Luxor,  che conosciamo con il nome di Colossi di MEMNONE,  raffigurano in realtà il Faraone Amenopeth III e risalgono alla XVIII Dinastia, intorno al 3430 a.C..  ed erano collocate davanti al complesso funerario del Faraone.

Perché mai questo nome?

Perché del complesso funerario, andato distrutto a causa dell’azione dei venti, delle inondazioni,  dei saccheggi,  dell’incuria dell’uomo, ecc..  attraverso i secoli,  si finì per non essere più  in grado  di attribuirgli una paternità.

Uno  strano fenomeno,  però, creo una leggenda già nell’antichità: dal  colosso situato più ad occidente, cominciò a levarsi un suono assai simile  ad un  gemito o canto lamentoso.  La fantasia popolare del tempo lo attribui ad un saluto. Il saluto di un eroe della mitologia classica a cui le statue erano state identificate: MEMNONE,  il più avvenente tra gli eroi  greci,  figlio dell’Aurora e di Titone, nipote di re Priamo di Troia. Proprio a Trioia, nell’ultimo anno di guerra, il giovane  trovò  la morte per mano di Achille.

La leggenda narra che quel suono sia il saluto malinconico del figlio alla madre, la dea Aurora, ogni mattino. Più  nitido d’estate.

Il suono,  però,  tacque, quando l’imperatore romano Settimio Severo  ne ordinò  il  restauro  e da allora i Colossi non hanno  più  “cantato”.

Quale l’origine e la causa di quel “suono”?
Probabilmente a causa  del passaggio dell’aria attraverso la spaccatura nella pietra, a seguito di terremoto o altro, oppure, forse…  teoria più  accreditata,  a causa  del monsone di terra,  in estate, che  tornando indietro dalle montagne  (ben visibili nell’immagine)  passando tra le due statue produceva quel fischio lamentoso

 

 

 

 

 

ANTICA GRECIA… IL MITO PELASGICO della CREAZIONE

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ANTICA  GRECIA… le origini: Pelasgo, il primo uomo della Terra

Si racconta che Filippo il Macedone a chi gli rimproverava di essere un “barbaro”  domandava:  “Che cosa intendete voi per Grecia?”
Il primo territorio designato con questo nome pare essere stato Dodona,  città della Trespozia, nell’Epiro; in precedenza tutto il territorio era chiamato “Terra degli Elleni”, da Hellas o Ellade, regione della Tessaglia e con questo nome, a partire dal VI secolo a.C. si identificarono tutte le popolazioni: dal Peloponneso all’Illiria, dall’Attica alla Macedonia, ecc.
Come e quando assunse quel nome? In realtà non si sa bene.
Secondo gli scrittori della Grecia classica ad arrivare per primi nel territorio furono i Lelegi, provenienti dalla Caria, ma vi trovarono un nucleo etnico arcaico, una popolazione autoctona: i Pelasgi, che pare si siano insediati nel Peloponneso partendo dalla Palestina intorno al 3500 a.C. e che in età classica dettero origine a quella che fu chiamata la “questione pelasgica”.
E’ con questo termine, infatti, che  furono indicati tutti gli abitanti della Grecia pre-ellenica.

Appartiene proprio a questo periodo il mito  greco più antico della Creazione. Siamo in epoca arcaica. Epoca in cui gli Dei non avevano ancora alcun potere, ma era una Dea Universale, ossia  La-Dea-di-Tutte-le-Cose a dominare sulla natura e le sue creature. Ed era la donna a dominare sull’uomo,  in  virtù della sua “misteriosa” capacità di procreare e  la successione era matrilineare, non essendo la paternità tenuta in alcun conto.              Era il Caos.
Eurinome era il nome di questa Dea-Universale il cui appellativo era “Colei che vaga in ampi spazi”.

Ermersa dal Caos primordiale, non trovando nulla di solido su cui posare i piedi, la Dea divise il cielo dal mare; era nuda ed aveva freddo e non avendo nulla con cui coprirsi, cominciò a muoversi danzando sui flutti e dirigendosi verso il Sud.

Un turbinio alle  spalle la costrinse  a voltarsi:  la sua frenetica  danza aveva attirato Borea, il Vento-del-Nord, che incalzava  alle sue spalle; la Dea,allora, lo afferrò e lo strofinò tra le mani e Borea si trasformò in Orione, il Serpente-cosmico.

Quella presenza ispirò immediatamente in lei il desiderio di procreare e così riprese a danzare in maniera sempre più leggiadra, sensuale e selvaggia, tanto da accendere in Ofione la fiamma del desiderio.

Il serpente l’avvolse nelle sue spire e si accoppiò con la Dea che rimase incinta.

Assunte le forme di una colomba, Eurinome si levò in volo e quando giunse l’ora giusta, depose l’Uovo-Cosmico ed ordinò ad Ofione di arrotolarsi per sette volte intorno ad esso, finché non si schiuse.   Il Creato prese forma: il Sole, la Luna, i Pianeti, le Stelle, la Terra con la Natura e le sue creature.

.Eurinome, il cui nome significa “Lunga Perenigrazione” ed Ofione si stabilirono sul Monte Olimpo, ma la coppia entrò ben presto in … crisi, a causa della millanteria di Ofione che si vantava di essere il Creatore dell’Universo.

La Dea si irritò molto  e gli fracassò i denti, poi lo  rinchiuse nel seno oscuro della terra:  venne  così, a crearsi  inimicizia tra la donna e il serpente, proprio come in biblica memoria.

Da quei denti, secondo il mito, nacquero i Pelasgi che presero il nome da Pelasgo, il primo uomo creato, il quale insegnò ai suoi simili l’arte dell’agricoltura e della pastorizia.
A questo punto  la Dea creò i Titani  e le Titanesse, a cui affidò la custodia delle Sette Forse Planetarie appena create.
Tia e Iperione furono i Signori del Sole,  Febe ed Atlante custodirono la Luna.  Marte fu affidato alle cure di Dione e Crio, Mercurio, invece, a quelle di Meti e Ceo.  Il pianeta Giove andò a Temi ed Eurimedonte, mentre Teti ed Oceano ebbero in cura Venere; Rea e Crono, infine, furono i Signori di Saturno.

In età classica, però, queste Forze furono assegnate a: Elio – Selene – Ares –  Ermete oppure Apollo – Zeus – Afrodite e Crono.

Ognuna di queste di Potenze Planetarie  presiedeva  ad una funzione della Natura: Il Sole fu associato alla Luce – la Luna agli Incantesimi – Marte alla Crescita – Mercurio alla Saggezza –  Giove alla Legge  – Venere all’Amore –  Saturno alla Pace.

Eurinome  non si fermò qui.  Dalla terra d’Arcadia, nel cuore del Peloponneso, fece emergere Pelasgo, il primo uomo vivente, subito seguito da altri uomini. A lui la Dea  insegnò l’arte della caccia, della raccolta di ghiande e  altri frutti e della concia delle pelli.

Successivamente, con il mito patriarcale di Urano e le sue nozze con la Dea-Universale e il  conseguente ruolo di  Padre-Progenitore da lui assunto, il potere dell Dea cominciò a conoscere il suo declino.  In epoche ancora successive, la Grande Dea Madre generò a Giove le tre Grazie: Carite, Pasitea e Cale, vista nel suo aspetto più mite, in contrapposizione alle tre Moire, che la vedevano nel suo aspetto più spietato.
Si era oltrepassato la  soglia del patriarcato.

 

 

 

 

 

VICENDE di: Iside – Osiride – Horo

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Le vicende di:   OSIRIDE – ISIDE  – HORO

 

La Triade… ossia Sacra Famiglia
Il concetto di Triade o Trinità nella Teologia egizia fu presente prima ancora delle epoche Dinastiche.

Tutti i centri e le città più importanti dell’epoca avevano la propria Triade, ma vediamo un po’ da vicino il Mito di questa “Sacra Famiglia” e le sue vicende quasi umane.
Nut e Geb,  Signora del Cielo e Signore della Terra, avevano quattro figli: Osiride, Iside, Seth   e Nefty.  Iside ed Osiride, narra il mito, erano innamorati ancora già nel grembo materno. Belli, generosi ed operosi, costituivano la coppia perfetta.  Al contrario degli altri due figli della coppia divina, Seth e Nefty, che si detestavano cordialmente ed erano irresistibilmente attratti l’uno da Iside e l’altra da Osiride.

I Testi, gli Inni, le Litanie che raccontano questo Mito, però, non hanno i toni e gli accenti del dramma e della tragedia; però, sono pervasi dal dolore profondo della “Passione” e dalla esultanza della “Resurrezione”:  Osiride è Fondatore di una “Epoca d’Oro” raggiunta attraverso la instaurazione della Giustizia e dell’Ordine.
Recita un Inno del Nuovo Regno:
“Egli stabilì la Giustizia su tutte e due le sponde
Mise il Figlio al posto del Padre…”

Ma Osiride ha un grande nemico. Si chiama Seth ed è suo fratello minore.
Seth è litigioso, violento e irascibile. In una parola: Tempestoso. Seth è la personificazione della Violenza e della Forza Cieca.  Perfino la sua nascita fu una esplosione di forza a violenza.
“Tu, che la Dea pregnante, Nut, Signora del Cielo, partorì
quando spaccasti il Cielo in due,
Tu sei investito con la forma di Seth,
che proruppe fuori con violenza…!”
Fu Seth a distruggere l’Ordine  Precostituito delle Cose e lo fece uccidendo Osiride.

Come avvenne il fattaccio?
Varie le versioni di questo delitto.
Il mito più recente é quello riportato da Plutarco (II° secolo d.C.) che parla di una festa durante la quale Seth convinse l’ingenuo Osiride a stendersi in una cassa per vedere se riusciva a contenerlo, dopo di che, gettò la cassa nel Nilo.
La cassa, continua il mito, fu spinta dalla corrente fino a Biblos e finì su un albero che,  crescendo a dismisura, attirò l’attenzione del Re di quella città il quale fece tagliare il tronco per farne la colonna portante del suo Palazzo.

Iside, giunta a Biblos, si fa consegnare il corpo dell’amato Osiride intrappolato in quel tronco e lo riporta in Egitto; qui, però, Seth, approfittando di un suo momento di disattenzione, riesce a trafugare la salma, tagliarla a pezzi ( 7 oppure 14) ed a gettarli in diverse zone del Paese.
Il mito più antico e primitivo, appartenente alla Teologia Memfitica, parla, invece, di annegamento nelle acque del Nilo e descrive così l’evento.
“Nefty ed Iside accorsero subito perché Osiride stava annegando.
Esse lo guardarono, lo videro e inorridirono.
Horo comandò a Iside e Nefty di afferrare Osiride per impedirgli di annegare…”

Altra versione, di Testi delle Piramidi ancora più antichi, indica un luogo chiamato Nedit, dove Osiride sarebbe stato ucciso, il corpo fatto a pezzi e i pezzi sparpagliati per tutto il Paese.
Ma ecco accorrere Iside in aiuto dell’amato sposo ed insieme alla sorella Nefty, andare alla ricerca dei pezzi e ricomporli attraverso una prima forma di imbalsamazione, con l’aiuto di Anubi, il figlio che Osiride aveva avuto da Nefty.
E’ la prima “mummia”, ma non è ancora la “Rinascita… per questo bisognerà aspettare che il dramma si compia per intero.
“Benefica Iside che protesse il fratello e andò in cerca di lui
né volle prendere riposo finché non l’ebbe trovato…”

Alla ricerca dei pezzi del corpo di Osiride, attraverso le paludi e le rive del fiume, Iside si era recata assieme alla sorella Nefty; li recuperarono in varie località: a Philae, a Letopolis, ad Abidos, ecc…. eccetto il fallo, ingoiato da un pesce.
Iside, però, voleva dare un erede al suo sposo amatissimo, affinché da grande potesse vendicarne la morte. Cosa che fece, prima di dargli sepoltura.
Ecco come recita l’Inno:
“Ella ravvivò la stanchezza dell’Inanimato
e ne prese il seme nel suo corpo, dandogli un erede.
Allattò il fanciullo in segreto,
il luogo ove egli stava essendo sconosciuto…”
Quel luogo segreto, quel nascondiglio, era il Chemmis o Cespugli-Sacro e si trovava nelle paludi del Delta, nei pressi della cittadina di Buto.

Con la morte di Osiride anche la vita di Iside e quella del figlioletto Horo erano in pericolo: Seth si sentiva minacciato da quel figlio che crescendo avrebbe sicuramente vendicato la morte del padre, poiché, il rapporto scambievole fra il Figlio-vivente e il Padre-morto, fu sempre  alla base del pensiero etico-filosofico-religioso dell’antico egizio.

Seth, infatti, racconta una tarda leggenda, catturata Iside, la rinchiuse  in una filanda con le sue ancelle, ma la Dea con l’aiuto di Thot riuscì a fuggire e raggiungere la Palude del Delta e il Chemmis, dove, per l’appunto, dette alla luce il figlio di Osiride.
Qui, però, il piccolo era  esposto ai molti pericoli della palude, come il veleno di serpenti e scorpioni, ma, soprattutto,  il rischio di cadere nelle mani del malvagio zio Seth.  Questi, infatti, assumendo la forma di serpente, strisciava nelle acque di quei pantani  ed un giorno attaccò     il piccolo Horo il quale, però, come recita l’Inno, riuscì a sconfiggerlo:
“… io ero un bimbetto lattante
e sebbene fossi ancora debole
abbattei Seth e lo intrappolai sulla riva…”

A vegliare sul pargolo divino, in verità, erano in tanti oltre al saggio, onnipresente ed innamorato Thot.  Tante Divinità minori, tutte impegnate a giocare con lui e distrarlo: Bes, il Deforme Dispensatore delle Sabbie del Sonno, che per tenerlo quieto improvvisava grotteschi passi di danza con le sue gambette sgraziate; le Divinità della Palude, Pehut, Sechet ed altre, che cantavano per coprire il suo pianto onde non arrivasse alle orecchie di Seth.
Iside infatti era costretta ad allontanarsi dal Cespuglio-Sacro per andare in giro a mendicare per provvedere a se stessa ed al piccolo.
Durante il suo peregrinare, racconta il mito, seguita da 7 Scorpioni che le facevano da scorta, la Dea capitò in un piccolo villaggio. Qui, nel vederla  da lontano,  una donna molto ricca ma  molto avara,  senza riconoscerla, le chiuse la porta in faccia. Fu, invece, una fanciulla molto povera, figlia di pescatori, ad aprile la porta della sua casa e lasciarla entrare.
La cosa dispiacque molto ai 7 Scorpioni che decisero di dare una bella lezione alla donna ricca e ingenerosa. I 7 raccolsero tutto il loro veleno e lo misero in Tefen, il più malvagio di loro e questi strisciò sotto la porta di casa della donna e punse il figlioletto  che  stava giocando, ma che cominciò ad urlare dal dolore.
Disperata, la donna uscì dalla casa con il bimbo in braccio,  correndo attraverso tutte le strade dl villaggio in cerca di soccorso; nessuno, però,  ma poteva aiutarla.
Fu la stessa Iside, mossa a pietà del piccolo innocente, ad intervenire e ad ordinare al veleno di lasciare il corpo del bambino.
Pentita della propria ingenerosità, la donna ricca  divise tutti i suoi averi con la fanciulla povera.

Di ritorno alle paludi ed al Chemmis, però, Iside trovò che anche il piccolo Horo era rimasto vittima del veleno di un serpente, opera del malvagio  Seth e le sue grida di dolore  l’accolsero insieme alle disperate invocazioni d’aiuto al Padre degli Dei, di Nefty, Selkhet e delle altre Divinità delle Paludi.
In quel momento la Barca di Ra stava transitando nel Cielo con a bordo l’intera Divina Compagnia e Nefty  la invitò a richiamare la loro attenzione. Cosa che Iside fece immediatamente levando al cielo alti lamenti.
Quando la arca di Ra   arrivò, spinta dal Vento Cosmico, ne discese Thot, Signore delle Scienze e della Magia, armato, dice il Mito
“… di potenza e di suprema autorità per mettere le cose a posto.”
Dopo aver confortato e rassicurato sia Iside che la sorella Nefty e tutte le  Divinità della Plude, Il Grande Mago mise in atto il suo esorcismo e scacciò il veleno.
“Indietro, oh Veleno!
Tu sei esorcizzato dall’incantesimo delle stesso Ra.
E’ la parola del più grande degli Dei che ti caccia via.
La Barca di Ra resterà ferma e il Sole resterà al posto di ieri
finché Horo guarirà, per la gioia di sua madre!”
E Thot continua, con il suo incantesimo enumerando tutte le sciagure che  avrebbero colpito  la Terra e l’umanità se Horo fosse morto:
“… le Tenebre coprirebbero ogni cosa
Non ci sarà più distinzione di tempo.
Le Sorgenti saranno chiuse e il grano appassirà
e non ci sarà più cibo…”
E termina così:
“Giù! A terra, oh Veleno!
Il Veleno è morto.
La febbre non tormenterà più il Figlio dell Signora…
Horus vive di nuovo, per la gioia di sua madre.”

Horo, dunque, nacque, visse e crebbe fra i pantani del Delta e quando ebbe raggiunto la maggiore età si accinse a rispondere al richiamo di Osiride, sempre immobile ed impotente nel Mondo Sotterraneo ed ad affrontare il suo  nemico: Seth il Perturbatore.
Il Giovane-Horo calzò i “sandali bianchi” che sua madre Iside gli aveva consegnato e si accinse ad attraversare la Terra per andare in soccorso del padre, Osiride.
Sposo e padre amato, viene soccorso dalla sposa Iside e dal figlio Horo…

LE VICENDE  di  OSIRIDE  –  HORO e SETH

MORTE   di   OSIRIDE

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Il regno di Osiride, un’età dell’oro con l’ordine idillico delle cose, fu distrutto dalla gelosia e dalla malvagità di Seth che cospirò per uccidere i fratello.  Egli dette una gran festa in onore di Osiride e durante il banchetto fece portare uno splendido scrigno impreziosito da gemme, che aveva segretamente costruito con le misure esatte del fratello.

I presenti ne ammirarono tutti la preziosità ed allora egli li invitò a sdraiarsi dentro, con la promessa che lo avrebbe donato a colui  a cui lo scrigno si fosse perfettamente adattato. Lo  provarono tutti, l’uno dopo l’altro, desiderosi di averlo, ma inutilmente.

Fu la volta di Osiride, che vi entrò occupandolo alla perfezione, ma ecco i complici di Seth precipitarsi a chiudere il coperchio e sigillarlo con del piombo fuso.

Un’altra versione del mito racconta che Seth e i complici gettarono la cassa nel Nilo e che, spinta dai flutti, essa raggiunse Biblos  approdando  su un albero che crebbe tutt’intorno ad essa crescendo a dismisura. Attirato da quella meraviglia, il Re di quella città fece tagliare l’albero per farne la colonna portante del suo  palazzo.

Nel frattempo Iside, che stava percorrendo  il mondo alla ricerca del corpo dell’amato,  saputo da Thot  che si trovava nascosto in quell’albero, raggiunse Biblo e convinse il Re e la Regina a consegnarle  la colonna da cui estrasse il corpo inanimato dello sposo e lo riportò in Egitto.

Sebbene differiscano nei particolari, le fonti  concordano nel dire che Seth tagliò il corpo del fratello in  tanti pezzi spargendoli  in  giro per il mondo e che Iside vagò in lungo e in largo alla ricerca dell’amato fino a quando non li ritrovò tutti, con l’eccezione del fallo, mangiato da un pesce.

Ecco cosa dice un Inno risalente al Nuovo Regno

“Benefica Iside che protesse il fratello

E andò incerca di lui, né volle

Prender riposo finché non lo ebbe trovato.”

Iside e Nefty provvidero  a rimettere  insieme i pezzi, piangendo e levando lamenti. Dovettero anche vegliare su di lui durante tutto il periodo della sua drammatica inattività.

Iside, però, nonostante la sua magia, non fu in grado di riportare in vita l’amato Osiride  nel vero senso della parola; riuscì, però, a ravvivarne a sufficienza la stanchezza e concepire  un figlio  prima che Osiride raggiungesse il mondo sotterraneo,  al di là dell’orizzonte occidentale, rimanendo  in stato di impotenza ed in attesa dell’arrivo del figlio, Horo,

 

PASSIONE  di  OSIRIDE

 

Osiride, vive la  sua “passione”,  ma,  affinché  questa si compia e dia i suoi frutti,  Horo deve raggiungerlo e  dargli la “Buona Novella”, riferirgli, cioè, la sua vittoria su Seth.

Vita, morte, cicli vegetativi, rinnovo generazionale: l’uomo antico e non solo l’antico egizio, subisce la quotidianità di tali complessi fenomeni della Natura ed é da essi che attinge per creare i propri miti. Le acque in secca, la natura spoglia, sono espressione di morte; la germinazione, il rigonfiamento delle acque, sono espressioni di rinascita. La Natura rinasce. Osiride rinasce, ma è l’azione di suo figlio Horo, il Falco-Divino a compiere il miracolo.

Osiride giace nel Mondo di Sotto, ma non è morto, bensì trasformato in forza “inerte” della Natura che aspetta di “mettersi in movimento”

“Il mio corpo alla Terra

La mia anima al Cielo.”   farà dire, in un testo risalente all’epoca del faraone Zoser.

Immobile e passivo, ma “in potenza”, nel luogo nascosto ed inaccessibile del Busiris, che gli antichi egizi chiamano Gedu, Osiride aspetta ansioso l’arrivo del figlio.  Lo chiama:

“Oh, Horus, vieni a Busiris!

Provvedi. Fai il giro della mia casa

Vedi le mie condizioni…”

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Ed Horo accorre,  ma non prima che il tempo sia maturo, poiché l’anima di Osiride è il grano che germoglia e il ciclo della fertilità della Natura deve essere completato.

Così si legge nei Testi delle Piramidi:

 

“Il cielo è buio, la Terra trema.

Horus viene, appare Thot

Essi sollevano Usiris su un fianco

lo fanno comparire davanti alla Divina Compagnia…”

Sarà suo figlio Horo,  dunque, il Nuovo Signore dell’Universo che, rendendolo consapevole della Buona Novella del ricostituito Ordine Cosmico, “metterà in movimento” il suo corpo inerte e lo scuoterà dallo stato di incosciente torpore:

“Sorgi, Tu che fosti buttato giù a Nedit!

Respira felicemente in Pe!”

e ancora:

” Questi é Horus che parla.

Egli ha allestito un processo per suo padre

Si è rivelato padrone della Tempesta (Seth)

Si è opposto alle tonanti minacce di Seth…”

L’intervallo, però, tra le due fasi, cioé la Morte e la Resurrezione, è un momento critico e delicato. Pieno di pathos. Il pericolo di disfacimento e corruzione fisica è altissimo. E’ questo l’acme dell’intero dramma.

Vulnerabile ed inerme, esposto ad ogni insidia, Osiride ha bisogno di protezione, come anche lo Spirito della Natura che simboleggia e il corpo del defunto che in Lui si identifica.

Questa “vigilia di passione”, questo periodo di “transizione”, nelle vicenda di Osiride era colmata dalla “veglia” e dal pianto di Iside e Nefty in attesa che Horo svolgesse la sua missione.

Nelle vicende umane, invece, erano familiari, amici e prefiche ad assistere e piangere il defunto. Lo facevano nel corso delle numerose cerimonie funebri, come quella, fondamentale, della “Apertura della Bocca”, un momento di grande tensione emotiva, in cui il sacerdote esorcista funerario fingeva di dormire e di svegliarsi al richiamo della voce che lo “chiamava in soccorso”.  (continua)

 

HORO  – SPIRITO  SANTO

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Di altro tono, però, è la composizione dei Testi dei Sarcofagi, d’epoca più tarda, quando identificarsi con Osiride non era appannaggio di soli Re e nobili, ma anche della gente comune.

Horo non accorre personalmente dal padre, ma manda un messaggero in vece sua, alterando in tal modo la sequenza stessa del mito.

Horo prega suo padre di aspettare. Anzi, lo sollecita a scuotersi ed a trovare la forza per reagire: lo invita a fare appello alle proprie energie.

“Guardati nella tua condizione e metti in movimento l’animo tuo.

Fallo venir fuori e controlla il movimento, sì che il tuo semesi sparga fra il genere umano…”

Il Messaggero che Horo invia al padre è un Essere divino e primordiale che egli investe della propria forma di Falco-Divino ed a cui infonde il suo Santo Spirito.

Impossibile, a questo punto, non riscontrare un’altra analogia: quella con la TRINITA’ ebraica e cristiana: PADRE – FIGLIO – SPIRITO SANTO (quest’ultimo, sotto forma di colomba… invece che di falco)

Il viaggio del Messaggero è un racconto pieno di pathos e di estrema vivacità.

La Duat, il Mondo Sotterraneo, è un posto pieno di insidie e pericoli. Ma non sono soltanto demoni e spiriti malvagi, paludi, orridi e caverne a creare difficoltà al Messaggero Divino. Le stesse Divinità si mostrano poco disponibili con lui, tanto che più volte il Supremo deve intervenire in suo soccorso:

“Horus è assurto ai suoi troni e questo (il falco) che ha la sua forza.

E’ un potente egli stesso ed é uno che il suo signore (Horo)

ha equipaggiato e investito dell’animo suo…”

oppure esortare:

“La Sacra Via sia aperta per lui quando i Demoni

vedranno la sua forza e udranno quello che ha da dire.

Giù! Col viso a terra, o Dei del Mondo Sotterraneo…”
E così, al passaggio del Falco-Divino, tutti gli Dei degli Inferi si ritirano per lasciargli il passo: gli Abitanti delle Caverne, i Custodi della Casa di Osiride, Aker, il Guardiano delle Porte, i Custodi del Cielo e i Sorveglianti della Terra. Perfino Ruty, il Demone più infessibile, che dimora in una caverna all’estremo nord del mondo e che si mostra il più ostinato fra tutti, poiché il Falco non porta la Corona Nemes, simbolo di potere, finisce per arretrare.

Tutti, alla fine, sono costretti a cedere di fronte al potere del Falco-Divino, potere che gli viene direttamente da Horo, il nuovo Signore dell’Universo.

Gli viene riconosciuto il diritto di proseguire e gli vengono consegnati Corona ed Ali e finalmente il messaggero può raggiungere la Casa di Iside, nella Palude, per farsi raccontare della nascita di Horo e delle sue peripezie da riferire a suo padre Osiride.

Da qui potrà spiccare il volo verso l’alto e chiedere a Nut, Signora del Cielo, il permesso di attraversare la volta celeste, possibilmente indenne dalle insidie che vi si nascondono.  Un viaggio lungo e irto di pericoli, dunque, quello del Falco Divino, prima di poter raggiungere gli Inferi e Busiris, la Casa dove Osiride giace sempre immobile e sofferente e in attesa di notizie.

Il Falco lo informa della grande vittoria conseguita da suo figlio sul nemico e l’annientamento di questi e gli riferisce la volontà del Supremo di ritirarsi e lasciare il comando dell’Universo ad Horo, suo erede legittimo, quinto nella linea di successione:

  • Atum il Supremo
  • Shu, suo figlio
  • Geb, il di lui figlio
  • Osiride, figlio di questi
  • Horo

Così come il Benu, la Fenice, fu Angelo dell’Annunciazione della Vita, ora il Falco-Divino è Angelo dell’Annunciazione della ricostituita Ma’at, ossia l’Ordine e la Giustizia Universale.

Il viaggio, che anche l’anima del defunto dovrà affrontare, è diviso tre in tappe: dalla terra per raggiungere il cielo e dal cielo ridiscendere nel mondo sotterraneo.

L’essenza del mito, dunque, é che Osiride esprime sia le forze cicliche dell’uomo (nascita, vita, morte) che quelle della Natura (acque e vegetazione), ma anche dell’intero Cosmo, con la Luna, le Stelle, il Sole, la Luce e le Tenebre.

 

RESURREZIONE  di  OSIRIDE

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Osiride è riportato in vita. Osiride si scuote. Rinasce. Rivive, ma non nella vecchia forma, bensì come Spirito della Vegetazione, poiché egli è la Natura. La Natura così come era intesa all’epoca: con la desolazione estiva e lo spirito della vita che poteva addormentarsi e morire, ma che poi si svegliava per tornare a vivere.

“Se ne andò, si addormentò, morì.”

“Tornò, si svegliò, vive di nuovo!”

 

“Riemerso” dalle tenebre, rinato e risorto, Osiride può finalmente liberare la propria Anima. Ma é solo al comparire del Disco Solare che Egli mostrerà i primi segni di rianimazione: Il Disco Solare sta attraversando gli Inferi nel suo percorso notturno e nel vederlo dice:

“Oh, Osiride, Possa la mia Luce illuminare la tua Caverna…

… Sorgi dalla Terra.”

E’ il momento più elevato del dramma. E’ il momento della vittoria e del trionfo: é l’apice della Rinascita e della Trasformazione di Osiride.

L’opera di Horo è terminata; come terminata è l’assistenza di Iside.

Atum in persona, il Dio-Supremo, é entrato in scena e con lui c’é l’onnipresente Thot, Signore dell’Ordine: é il momento culminante della trasformazione di Osiride, ma non è più quello della “passione”, bensì quello del “trionfo”.

Nella “passione” erano state Iside e Nefty a sorreggerlo, nel “trionfo” è Atum il Supremo a condurre l’azione. E’ Atum ad autorizzare ogni atto da questo momento: la consegna dell'”Occhio di Horo” e della “Parola divina” (He-Ka per gli egizi o Logos per i greci), simboli di Vita-attiva e di Supremo-potere. Ed é Atum a sollecitare l’arrivo del Vento del Nord che con il suo respiro annunzia l’Inondazione e l’inizio del nuovo ciclo di vita della Natura e della Resurrezione del Dio morto.

Osiride ha lasciato il luogo di tenebre e d’ora in poi dimorerà nel Luogo Primevo e il suo trono poggerà sul Tumulo della Creazione, nella “Niwt”, la “Città Luminosa”, al centro dell’Universo, dove ridìsiederà per Giudicare.

Egli è Signore della Rettitudine, Signore dell’Ordine della Natura e Signore dello Spirito della Germinazione.

Osiride, però, è anche il Signore dei defunti, che dopo un esame da parte di 42 Giudici Divini, vengono condotti in sua presenza da Horo per essere giudicati.

 

HORO…  il Salvatore dell’umanità

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Salvatore di Osiride e Salvatore dell’umanità.

Se Osiride è considerato il Dio della gente comune poiché al contrario di Ra, Ptha o Ammon non fornì mai una base al potere politico, suo figlio Horo dell’umanità fu considerato il Salvatore.

Ad Horo è affidata la missione di riportare Ordine e Giustizia in un mondo caduto nel Disordine e nella Confusione, compromesso e stravolto da Seth il Perturbatore. Suo padre Osiride è morto e giace inerte e completamente passivo e questo stato di cose durerà fino a quando il suo erede non vincerà sui nemici.

I nemici di Horo sono Seth e i suoi sostenitori.

La lotta sarà lunga e terribile, poiché Seth è la personificazione della Morte e del disfacimento fisico e le battaglie saranno durissime ed a tratti tragicomiche: Horo strapperà i testicoli a Seth e Seth caverà un occhio, quello sinistrao, ad Horo.

Una lotta senza quartiere che si trascinerà per lungo tempo senza vinti né vincitori, ma che sconvolgerà “l’età d’oro” istaurata da Osiride e spingerà La Divina Compagnia ad intervenire perché vi si ponga fine. Là  dove si era svolta la lotta, la terra era rimasta sconvolta e si aspettava  solo che la contesa finisse.

Thot, Personificazione dell’Ordine, avrà il delicato incarico della pacificazione.

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“Oh, Thot! Che cosa sta succedendo fra i figli di Nut? – dice Atum il Supremo –

Essi han creato la lotta; hanno eccitato la confusione.

Hanno agito male, hanno suscitato la rivolta…”

Seth e Horo, i due Contendenti, sono chiamati a interrompere le ostilità ed a presentarsi al cospetto della Divina Compagnia, che deciderà a chi dei due assegnare la palma della vittoria e il diritto ad occupare il trono d’Egitto.

Tutti e due i contendenti  discendevano da Nut: Seth era suo figlio minore ed Horo era suo nipote, figlio di Osiride, per cui bisognava decidere  chi fosse l’erede legittimo.

Il Giudizio divino favorisce Horo: Ordine e Ragione prevalgono su Disordine e Violenza.

Horo è riconosciuto erede di suo padre e può finalmente prendere il potere e sedere sul trono come Nuovo Re e subito dopo partire per il Mondo Sotterraneo per portare al padre, sempre inanimato ed immobile, la Buona Novella.

 

SETH  il  PERTURBATORE

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Che cosa ne è stato di Seth, Signore della Distruzione e uccisore di Osiride, terminata la Contesa con Horo-Falco Divino?

Verrà scaraventato nel Mondo Sotterraneo a scontare le sue malefatte, vien da pensare. Invece no!

Il Dio-Supremo dispone per lui un “castigo” assai singolare: Seth sarà condannato a proteggere la Barca Solare nel suo percorso notturno dagli attacchi di Apep (meglio conosciuto come Apofi), il Grande Serpente Primordiale.

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Apep è la Forza della disorganizzazione primordiale; se guerre e carestie si abbattono sul Paese, é perché la Barca Solare si è arenata sul “banco di sabbia” di olenzaApep.

Apep e Seth si assomigliano, ma non sono uguali. Sono due aspetti del Male, ma assolutamente diversi. Seth è il “male necessario”: l’inondazione disastrosa o la tempesta del deserto, che si possono imbrigliare, controllare e sfruttare a fin di bene . Apep, invece è il “male assoluto” il cui scopo é solo l’annientamento.

Seth il Perturbatore, è Colui che sconvolge le regole e l’ordine dell’Universo, Apep il Distruttore, è colui che mira alla distruzione dell’Universo: una lotta che si ripete ogni notte a bordo della Meskhenet, la Barca Solare Notturna.

E’ la lotta fra il Bene e il Male e sarà proprio Seth, ogni notte, ad uccidere Apep con la sua Fiocina da bordo della Barca, per ritrovarselo davanti la notte successiva.

Così sarà fino alla fine del mondo… fino a quando regneranno ordine e giustizia.

Nella dottrina osiriaca egli sarà sempre la  personificazione  della forza cieca e della violenza.  Violento anche  nel venire al mondo:

“Tu, che la Dea pregnante  partorì

Quando spaccasti il cielo in due…”

Egli è il Signore  delle tempeste e  degli uragani; è la voce delle manifestazioni più cupe ed oscure della

natura: le nuvole minacciose e basse,  il fischio del vento del deserto, la siccità, la carestia,  la morte.

In verità, Seth avrà il suo culto in Avaris, dove  sarà  venerato quale dio protettore  e in epoca ramessida, alcuni  Faraoni prenderanno da lui  il nome.