I DODICI CESARI – OTTAVIANO AUGUSTO

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Se l’immagine di Caio Giulio Cesare ha finito per rimanere come imprigionata nel concetto rigido ed astratto del Conquistatore  audace e ambizioso, quella di Augusto si è in qualche modo cristallizzata in quella dell’imperatore  moderato e clemente.  Più ad opera di storici ed autori, in realtà, che degli eventi stessi. Incontriamo Seneca, infatti, che propone a Nerone proprio il modello del principato di Augusto.

In realtà, Ottaviano Augusto, era ambizioso quanto Giulio Cesare e,  come Cesare, era un carattere dominante, capace di  esercitare il dominio sugli altri e di mutare il corso di eventi e situazioni. Proprio come accadde ad entrambi, Cesare ed Ottaviano, che riuscirono a rovesciare un regime politico (la Repubblica) per istituirne un’altra: il Principato.

Ma, che cosa era il “Principato”?  Dal temine Princes,  ossia,  Primo Cittadino, titolo che gli venne riconosciuto dal Senato nella famosa seduta del 13 settembre del 27 a.C. durante la  quale gli venne accordato il cognomen di Augusto.  Perché famosa? Perché  emerge, in quella circostanza, tutta l’ambiguità del comportamento del Princes.

Per  meglio comprendere,   dobbiamo fare un passo indietro  e tornare a Giulio Cesare ed al processo di divinizzazione messo in atto dal Dittatore con grande impegno.  Cesare, ambiva al potere assoluto, ma con il consenso del popolo e degli Dei; del consenso del popolo godeva già e di quello divino… anche… Affermava lui.  Asseriva, infatti, di discendere  da Venere e da Marte,  ragion  per  la quale gli furono istituiti centri di  culto mentre era ancora in vita: le sue statue furono collocate acanto a quelle di altre Divinità e gli furono consacrati  diversi altari.

Ad onor del vero, bisogna riconoscere che personalmente, nulla fece, Cesare, perché gli si tributassero onori divini, ma fu iniziativa ed opera del Senato  e Dione Cassio parla addirittura di una statua da cui Cesare fece cancellare la dicitura Semidio.

Alla morte del Dittatore, però, Ottaviano,  non solo non ferma questo processo, ma si affretta addirittura a consolidarlo.   Quale la ragione? Esaltando l’immagine di Cesare  ed elevandone  al massimo la figura, esaltava se stesso, quale suo erede.

Proprio in quella seduta del Senato, del 13 gennaio del  27 a.C.,  Ottaviano metteva ipoteca al suo potere. In quella circostanza,  infatti, il Senato, dopo lungo dibattito sulla scelta del  cognomen , tra Romolo oppure Augusto, sceglieva il secondo e lo consacrava Dio vivente in terra con culto nei templi assieme agli altri Dei.

Ottaviano rifiutò quella consacrazione. Per consiglio di Mecenate, afferma qualcuno… per propria convinzione, afferma qualcun altro. Però non fece nulla per impedire il sorgere di leggende intorno alla sua nascita. Una di queste leggende racconta che Azia, sua madre,  lo aveva concepito una notte, nel Tempio di Apollo, dove era stata avvicinata da un serpente, (una delle trasformazioni preferito del gaudente dio della Musica) che le si era andato a distendere accanto. A testimonianza del fatto, continua la leggenda, Azia, e anche il figlio così concepito, esibivano una macchia a forma di serpente.

In realtà, i genitori di Ottaviano erano persone comuni. Ottavio, il padre, Pretore, era morto  in giovane età, di morte improvvisa e la madre, Azia, figlia di Giulia, era nipote  dello stesso Cesare: origini divine, dunque. Ed ecco l’ambiguità: respingeva consacrazioni divine,  ma si riconosceva figlio di una madre di discendenza divina.

Quale tipo di “principato”, dunque, era quello di Augusto? Un Principato dal potere assoluto illimitato, simile a quello che quattordici anni prima si era costruito Cesare. Questa volta, però, con il consenso del Senato. Un potere assoluto illimitato e senza controllo.  Ambiguo: senza successione ereditaria, era destinato a finire. Il giudizio su di lui non fu mai negativo, però: egli aveva mostrato che bastava un sol  uomo capace, per assicurare un buon governo alla città

Fisicamente, non si può dire che Ottaviano fosse del tutto soddisfatto del proprio aspetto, che era: bassa statura, occhio glauco, dentatura rada, naso prominente  e sopracciglia congiunte sul naso. Soprattutto gli occhi:” animati – racconta sempre Svetonio – da divino fulgore.” Ostentando superiorità quasi divina,  egli desiderava che, colui il quale  gli stava di fronte, abbassasse lo sguardo, poiché  non sopportava che qualcuno reggesse il fulgore divino del suo.

Di salute cagionevole , si trovò più volte in punto di morte, tanto da sentirsi spinto a fare testamento o a prendere decisioni molto spesso dettate da quel suo carattere di superstizioso, che seguiva pratiche e rituali di natura irrazionale…  Superstizioso come tutti i contemporanei… e come moltissima gente ancora duemila anni dopo.

Un carattere, quello di Ottaviano, che non aveva davvero nulla da invidiare  al carattere di Cesare, di cui voleva essere l’erede: come Giulio Cesare era anch’egli ambizioso e determinato.

Aveva solo  anni  quando Cesare fu ucciso e già era  assetato di potere. Come lui, fu generoso nei donativi  e nelle promozioni; denaro ai soldati e alimenti al popolo: formula vincente per il consolidamento del potere. Al contrario di Cesare, però, che a prendere decisioni voleva essere da solo, Ottaviano si servì di due consiglieri: Agrippa e Mecenate .

Agrippa, compagno d’infanzia, lo affianco subito, fin dalla morte di Cesare e fu suo fidatissimo generale, fino al  12 a.C. quando morì.  Di lui gli storici hanno sempre tracciato un quadro assai lusinghiero, sia come uomo che come militare.  Come militare, era così capace, al contrario di Ottaviano, da dirigerne tutte le operazioni e come uomo era così apprezzato al punto che il princes  gli concesse la mano della figlia e lo designò suo successore. 

L’altro consigliere,  prezioso soprattutto per gli affari interni dell’Impero, fu Mecenate, quello stesso, assai noto, anche ai nostri tempi, per la sua attività a protezione di artisti e scrittori . Morì soltanto quattro anni dopo. Ma, mentre la morte di Cassio non ebbe conseguenze , poiché fu sostituito dal valente generale Tiberio (il futuro Imperatore), la morte di Mecenate, lo colpì assai profondamente. Il sodalizio dei due  Consuglieri con il loro princes, infatti,  era così perfetto da costituire quasi un Triumvirato. Questo, anche quando i pareri non erano del tutto concordi. Come nell’episodio riportato da Dione, in cui si parla dell’intenzione di Ottaviano di ritirarsi e rimettere gli affari di Stato nelle mani del Senato e del Popolo; mentre  l’opinione di Mecenate era mettere il potere in mano ad una sola persona,  quella di Agrippa era  di  una nuova Repubblica.

Di gusti semplici e privo di qualunque eccesso, Ottaviano condusse uno stile di vita assolutamente frugale,  sobrio e senza sprechi.  Più movimentata, la vita sentimentale. Si sposò tre volte.  Matrimoni politici, il primo e il secondo, con Claudia, figlia di Marco Antonio e con  Scribonia, da cui ebbe una figlia. Di grande passione, invece, il terzo, con  Livia, per la quale ripudia Scribonia.

Uomo passionale, Ottaviano mostrerà questo particolare del  suo carattere proprio in occasione di queste nozze.  La sposa, già incinta di cinque mesi, viene portata via al marito, Tiberio Claudio Nerone .

Figlia di Livio Druso Claudiano, Livia aveva sposato il cugino, Tiberio, avversario di Ottaviano,  sconfitto nella battaglia di Filippi. All’epoca del loro incontro, Livia aveva già avuto dal marito il primo figlio, Tiberio, ed era in attesa del secondo, Druso.  Preso da passione per la bella Livia, Ottaviano  divorziò dalla moglie lo stesso giorno in cui lei metteva al mondo la loro figlia, Livia e convinse… o costrinse… Nerone a divorziare da Livia. E ancora di più… il giorno del matrimonio,  tre giorni dopo, Nerone accompagnava la sposa, come fosse stato suo padre.

 

Sempre a proposito ella sua natura passionale, si raccontava che. pur innamoratissimo della moglie, non disdegnasse incontri al di fuori del matrimonio. Si raccontava che numerose lettighe coperte giungessero a palazzo e poi nei suoi appartamenti .E fu accusato di servirsi di mercanti di schiavi per procurarsi  donne e soprattutto fanciulle vergini, con il consenso della moglie Livia.

Molti storici, oggi come allora, però, si rifiutano di accettare queste fantasiose teorie, ritenendole soltanto maldicenze degli  oppositori e considerando anche la natura e la  personalità di moderato, che era tutt’altro che quella di un tiranno.

Uomo colto, si può tranquillamente affermare che Ottaviano possedesse anche qualità letterarie. Scrisse numerose opere odi Storia, Retorica e perfino una Tragedia che, non si sa per quale motivo, distrusse  subito dopo averla scritta.

Morì il  19 agosto del 14 mentre era a Napoli per assistere ai Giochi. Morì in soli due giorni.  Morte rapida. Troppo rapida, si disse in epoche successive, per essere naturale. E si pensò, al veleno. Oggi qualcuno discute su questo, ma allora si disse solamente: morto per malattia.

IL MUSEO EGIZIO di TORINO

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I racconti dei viaggiatori, i tanti reperti che continuavano ad arrivare  nelle ricche dimore di  collezionisti e studiosi, quel fenomeno culturale conosciuto con il nome di Orientalismo e la spedizione napoleonica in Egitto, crearono un eccezionale interesse per questa cultura. Napoleone, grande estimatore di antichità, si prefiggeva lo studio e la catalogazione di tutti i monumenti distribuiti sul territorio.

Inizialmente fu solo la ricerca e la caccia all’oggetto bello, raro e prezioso, ma all’inizio del nostro secolo la ricerca divenne più consapevole:un vero studio di  quella straordinaria civiltà attraverso le testimonianze del suo passato.

Il Museo di Torino ebbe una parte importantissima in quella ricerca. Fu il primo Museo di egittologia al mondo; seguirono poi quello del Louvre, Berlino, Londra e  anche de Il Cairo.

Nacque nel 1824 , per merito di Carlo Felice di Savoia , grande studioso ed estimatore di reperti antichi , il quale acquistò una prestigiosa collezione di reperti dal console di Francia in Egitto, Bernardino Drovetti. Altri reperti, donati sempre dalla Casa Savoia arricchirono presto quella collezione , poi arrivarono  altre collezioni. Importanti quelle dell’archeologo Ernesto Schiapparelli, direttore del Museo, tra il 1900 -1920, provenienti dai materiali dei suoi stessi scavi in Egitto.

Importantissimo anche il dono, da parte  dell’Egitto al Museo di Torino, del Tempietto di Ellesiia, in riconoscimento dello straordinario lavoro di salvataggio dei monumenti, da parte della equipe italiana, dopo la costruzione della diga di Assuan che minacciavano di sommergere con le sue acque quelle meraviglie del passato.

La ricchezza e l’importanza dei tanti reperti presenti al Museo  di Torino è tale da costituire con la loro esposizione, una straordinaria lettura  della storia e degli usi e costumi di questo popolo unico e particolare.

ANTICO EGITTO – La bestia AMMIT

Gli   HOTEP  JARU,  ossia il  PARADISO,  erano il  premio per i giusti e i buoni, ma i cattivi? Chi aveva vissuto una vita indegna e non aveva superato il Giudizio di Osiride, verso quale fine andava incontro?  Una fine davvero miseranda ed orribile: finiva nelle fauci della betia AMMIT… un ibrido: testa di coccodrillo,  e corpo di  leone ed ippopotamo.

 

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La stele egizia

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E’ un monumento di pietra di modeste dimensioni su cui è concentrata la decorazione di una intera cappella. Per le sue dimensioni ridotte è largamente  diffusa a partire dall’Antico Regno; conosciamo uno dei primi esemplari risalenti a Narmer, fondatore del Regno Unito d’Egitto. Dapprima hanno forma rettangolare, ma successivamente si arrotondano; al di sotto  lo spazio si divide in registri, dove si alternano scene  di offerte, raffigurazioni del defunto, Preghiere ed Inni agli Dei.

Queste le Stele funerarie, ma vi sono stele con altra funzione. Ci sono  “Stele Regali”,  contenenti documenti dei Faraoni e loro funzioni; ci sono “Stele Magiche” , “Stele Religiose”, ecc.

  • Stele Magiche: risalgono al Primo millennio a.C. e sono praticamente degli amuleti; raffigurano il defunto chereca in mano una stele.  La figura dominante di questa stele è Horo-Bambino, posto su un coccodrillo e con in mano serpenti e scorpioni, a simboleggiare le proprietà terapeutiche del Dio. Tutt’intorno, fittissime iscrizioni.
  • Stele Religiose, poste in luoghi sacri come Santuari. La decorazione presenta una persona nell’atto di preghiera oppure di offerta.
  • Stele Commemorative: sono stele che riportano eventi importanti come imprese. guerre, vittorie, battaglie. Celeberrima quella  di Thutmosis III a Kerkhemish per celebrare la vittoria o quella di Kamose  per celebrare la scacciata degli Iksos
  • Stele di confine: celebre quella di Athenaton  sui confini di Akhetaton.

Le più numerose, però sono quelle funerarie, di epoca diversa e dissimili fra loro per forma e contenuto. Compaiono già nella Prima Dinastia.

STELE DELL’ANTICO REGNO

E’ una edicola ricavata nella parete occidentale della cappella, dove si svolgono i riti celebrativi per il defunto, che è quasi sempre un nobile o dignitario di corte.
E’ chiamata convenzionalmente “Falsa Porta” per la sua struttura a forma di porta, con architrave, stipiti, ecc.
E’ un monoblocco di grande dimensione, quadrangolare, ma più spesso rettangolare ed è monocromatico e completamente rivestito di figure ed incisioni distribuite sui registri.
Nella parte superiore è raffigurato il defunto davanti alla mensa e sull’architrave sono riportati il nome ed i titoli del defunto; lungo gli stipiti compaiono le figure dipinte o incise dei membri della famiglia e dei servitori, nelOl’atto di porgere offerte.
Lo scopo è quello di assicurare la sopravvivenza al defunto attraverso un cerimoniale magico-rituale e per questo è necessario pronunciare il nome del defunto e recitare la “formula dell’offerta”.

STELE DEL MEDIO IMPERO

Nel Medio Regno la stele funeraria conosce una profonda evoluzione, anche se lo scopo resta sempre lo stesso.  Queste stele  hanno dimensioni minori rispetto a quelle dell’Antico Regno. Anche la forma muta: sono arcuate, a simboleggiare il firmamento e la via solare che il defunto deve percorrere.
Sono policromatiche e i colori sono assai vivaci, che siano dipinte oppure a rilievo.
I registri sono due o anche più e mostrano varie scene:
– la figura del defunto, che può essere da solo oppure con altre figure minori.
– scena con la “formula dell’offerta”
– scena di preghiera, esortazione o autoglorificazione. Come la stele di Meru, risalente alla XI Dinastia. Di grande importanza poiché riporta la data: 46° anno di regno del faraone Metuhotep II.
Meru è il Tesoriere del Faraone e i colori predominanti della stele sono:
– il rosso (per la pelle degli uomini)
– il giallo (per la pelle delle donne)
– – il verde (per i vegetali)
– – bianco (per gli abiti di lino)
Altro esempio eccellente è quello della Stele di Abkau, della XII Dinastia.
Nel registro superiore c’è una lunga iscrizione   in cui egli dice di aver raggiunto Abidos,     “scala del Dio Augusto”. Poiché questa “scala”, nominata in più stele, corrisponde alla cintura muraria del Tempio di Osiride ad Abidos, forse la stele proviene proprio da lì.
Ne registro inferiore è riportata la scena del defunto assieme alla moglie, Mentutepank, (in atteggiamento affettuoso) davanti alla mensa. Compare anche la figura della figlia Neferut, seduta ai suoi piedi, che si appoggia con gesto affettuoso alle sue gambe.
Sotto, infine, c’è il suo “diletto amico”,   Ib, il quale, in veste di chery-webb, sacerdote-lettore, dedica le offerte.

nota: il verde dei geroglifici non è originale: di solito si usava l’azzurro, che era il colore del cielo di Horo.
Altra nota: si tratta di persone di ceto meno elevato di quelle dell’Antico Regno e questo significa che c’è una più larga coscienza e consapevolezza di sé, nel popolo, soprattutto se di ceto medio.
Nell’Antico Regno erano principi e dignitari, qui ci sono anche architetti, tesorieri e “nobildonne”, come si è definita una donna nel registro della sua stele.

 

LA STELE NEL NUOVO REGNO

Sono le più interessanti e numerose e si assomigliano tutte: arcuate e coloratissime.
Hanno dimensioni ridotte, ma sono molto decorate; in legno dorato, recano iscrizioni votive, propiziatorie e di ringraziamento.
I registri sono diversi e presentano:
– il defunto
– Divinità varie (soprattutto Osiride, Anubi, Horo)
– Testo scritto: con preghiere, ma anche scene del rito della pesatura del cuore o del viaggio del defunto nell’Aldilà.

La principale caratteristica di queste stele sta nel fatto che il defunto non si limita a menzionare i propri titoli (come in epoca Antico Regno), ma vi aggiunge le qualità morali; a questi elementi etici, inoltre, se ne aggiungono altri di carattere religioso: gli Dei, che non compaiono nell’Antico Regno, qui, invece, sono menzionati ed invocati o, addirittura, pronti a ricevere ed accogliere il defunto.
Come nella stele di Nanai, che rende omaggio ad Osiride ed Anubi.
Oppure quella di Kamose, Scriba reale dal 5° al 38° anno di regno del faraone Ramesse II.

Nota: le stele degli operai di Dei-el-Medina, infine, sono tipiche e particolari poiché riportano preghiere rivolte a Meertseger, Dea-Serpente, Protettrice della necropoli; molte di queste stele erano sparse nei luoghi frequentati da serpenti.

 


LA STELE IN TARDA ETA’

Sono presenti un po’ tutti gli stili; ricompaiono perfino le False-porte.
Policrome e molto arcuate, nei registri si scrive un po’ di tutto: dal viaggio del defunto attraverso la DUAT, l’Aldilà egizio, alle scene di adorazioni agli Dei; dalle iscrizioni riguardanti la vita del defunto a  quelle riguardante la storia degli Dei.
Al Museo egizio di Torino vi è una serie numerosa di queste stele, con le seguenti caratteristiche:
– l’Arco, sotto cui il Sole in forma di Disco Solare occupa la parte più significativa della stele
– scene varie, raffiguranti il viaggio della Barca Solare, del Tribunale di Osiride, adorazione agli Dei, ecc..
– iscrizioni varie, come quelle che seguono:
“… chiunque agisca contro questa stele sarà giudicato da Dio, Signore del Cielo”
oppure:
“… io sono stato molto amato dagli uomini…”

Una nota tutta particolare, naturalmente, merita la Stele di Rosetta, la quale ha permesso la decifrazione della scrittura egizia, di cui si rimanda la lettura all’articolo in questione.

 

 

 

ANTICO EGITTO- PSICOSTASIA… ovvero, pesatura dell’anima

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Il papiro dello scriba Hunefer vissuto sotto il regno di Seti I – XIX Dinastia dei Faraoni – ben visibili: Hunefer guidato da Anubi – Anubi che pone il cuore sulla Sacra Blancia – La bestia Ammit – Thot che annota il risultato – Horo che presenta il defunto ad Osiride, alle cui spalle c’è   Iside.

Tra le varie prove che  il defunto doveva sostenere, c’era quella della     “pesatura dell’anima” che gli avrebbe permesso di raggiungere il  regno di Osiride  oppure lo avrebbe  condannato  ad una gran brutta fine tra le fauci della bestia Ammit; questa  era  un ibrido: testa di coccodrillo, corpo di  leone, coda  di serpente, eternamente  affamata   ed insaziabile  d pronta a fare del malcapitato un   gustoso  spuntino.

Il Ka (spirito) del defunto, però, non era proprio uno sprovveduto e neppure un  derelitto mandato allo sbaraglio da solo; ad  accompagnarlo e sostenerlo in questo percorso irto di pericoli, c’erano numerose divinità funerarie, tra cui  ANUBI, lo Sciacallo Divino, il Traghettatore delle Anime. Questi lo accompagnava fin nella Sala del Tribunale di Osiride e  qui  poneva il cuore del defunto su uno dei piattelli della Sacra Bilancia.

A questo punto  entrava in scena Maat,  la dea della  Verità e della Giustizia,  che si toglieva  dal capo la Sacra Piuma  e la poneva sull’altro piattello: il cuore e la piuma dovevano avere lo stesso peso. Se il cuore fosse stato più pesante della piuma, il KA del defunto veniva dato in pasto alla bestia Ammit.  Per evitarlo, bisognava  rispettare il rituale, che tra l’altro, prevedeva l’utilizzo di formule magiche, come quella  di “alleggerire” il cuore:

“O mio cuore di mia madre. O mio cuore per il quale esisto sulla terra. Non sorgere contro di me a testimonio. Non creare opposizione contro di me tra i Giudici. Non essere contro di me  innanzi agli Dei. Non essere pesante contro di me innanzi al Grande Signore dell’Amenti… Salute a voi o dei potenti per i vostri scettri… Io mi sono unito alla terra e sono giunto nella parte più profonda del cielo… Io non sono morto e sono uno spirito glorificato per l’eternità” (dal Libro dei morti degli antichi egizi -il papiro di Torino)

Non era l’unica prova ad attendere il Ka del defunto. C’era quella della “Dichiarazione di innocenza” o “Giudizio dei 42”. Il Ka veniva invitato a dichiararsi innocente,  al cospetto di 42 Spiriti, ognuno dei quali impersonava un  peccato: furto, calunnia, avarizia, ecc…  In realtà, bastava essere innocente di almeno 7 di quei peccati per  sfuggire alle fauci della bestiale  Ammit.

Superata queste ed altre prove, il KA del defunto poteva fare due cose e di solito le faceva entrambe: o tornare nella tomba, “entrare” nel corpo imbalsamato o nella statua che lo ritraeva e “vivere” in quell’ambiente, oppure restare negli Hotep Jaru,  i Giardini di Osiride, il Paradiso, in qualità di Akh, Spirito Glorioso.

ANTICO EGITTO – La tomba di Thut-ank-Ammon… il più spettacolare ritrovamento del secolo

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La tomba, contrassegnata con la sigla  KV62, secondo la numerazione delle scoperte di Carter,  fu la numero 433 (dal 1915)  e questa la sua planimetria

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–  entrata e scala

– prima porta murata

–  corridoio

– seconda porta murata

–  Anticamera

– porta murata tra l’Anticamera e la camera funeraria

–  camera funeraria

– tesoro

– blocchi della porta murata tra anticamera ed annesso

–  annesso

– Lo svuotamento dell’entrata e della scala fornirono vari oggetti: ostrakon, scatole, sigilli di giare,  fasmmenti di turchese, ecc… e la scala rivelò all’estremità inferiore un’apertura rettangolare con i sigilli della necropoli reale e i sigilli con il nome d’incoronazione del faraone: Nebkheperura.

– Nel Corridoio  vennero invece rinvenuti frammenti di vaso e di scatole, coppe, otri,  pendenti in “fajence”, rasoi in bronzo, la scatola di un collare,  ecc.

– L’Anticamera era piena di oggetti accatastati alla rinfusa. Il contenuto di questo ambiente, però, era di un valore davvero inestimabile. Vi si trovavano centinaia di oggetti, dal più modesto utensile al più prezioso dei gioielli. In primo piano vi trovarono i pezzi del carro da battaglia del giovane faraone e poi divani mai visti prima di allora, sostenuti da animali sacri, in oro ed avorio e ancora, sedie, tavoli, casse e altro. Il pezzo più forte, però, era il trono del faraone sulla cui spalliera erano raffigurati il Re e la Regina

– La Camera Funeraria era quasi interamente occupata da un enorme “scrigno” in legno ricoperto d’oro: 5,08 x 3,28 x 2,75; tra la parete della camera e lo scrigno correva un corridoio di 30 e 60 cm per lato, occupato da una quantità svariata di oggetti,  tra cui lampade, contenitori di profumi in alabastro con l’olio per l’illuminazione e perfino 11 remi della barca solare.  Un secondo scrigno,  anche questo in legno dorato, delle  dimensioni di 3,74 x 2,35, ne racchiudeva un terzo, con decorazioni, di  3,40 x 1,92.

L’ultimo scrigno, infine,  il quarto, lungo 2,90 m e largo 1,48 m. era anche’esso decorato con scene funebri ed un soffitto da cui la dea Nut, il cielo, “abbracciava” con le sue ali il sarcofago su cui era appoggiato un coperchio spezzato.

– Camera del Tesoro: una quantità infinita di preziosi oggetti erano accatastati in questa camera, ma spiccavano sugli altri una  statua di Anubi, lo Sciacallo Sacro, in legno ricoperto di resina nera e con decorazioni in oro e argento e  lo scrigno dei vasi canopi. In legno dorato, era sovrastato da una “merlatura”  in oro e smalto nero, rosso e blu. Quattro divinità , quattro Geni ,proteggono lo scrigno: Iside, Nfti, Neith e Selkis. All’interno, un secondo cofano, in alabastro, conteneva i quattro vasi canopi; anche questi in alabastro; i coperchi raffiguravano i 4 figli di Horo: Imset  (che protegge  il fegato), Hapy (polmoni),  Duamutef (stomaco), Qebesnuf ( intestino).                                                                                Tocante fu il ritrovamento di due sarcofagi contenenti due feti

– L’Annesso, un piccolo ambiente contenente, però un grandissima quantità di oggetti di vario genere; fu ttrvato in grande disordine con evidenti segni del passaggio dei ladri.

Quale fu la reazione di Esward Caeter e del mondo intero ?                                                                  Scoperti i sigilli con il nome d’incoronazione del faraone, Carter telegrafò subito a lord Carnarvon che arrivò insieme alla figlia  il 23 novembre di quello stesso mese; nel frattempo, però,  aveva sospeso i lavori con l’emozione, ma anche con il timore che anche questa, come tutte le altre tombe reali, fosse stata già  saccheggiata, poichè erano visibili due aperture che erano state poi  nuovamente chiuse ed intonacate.

Il 25 novembre, nella porta rimasta inviolata per oltre 1300 anni,  venne praticato un foro; il giorno seguente, finalmente, la porta fu abbattuta. Alle spalle si stendeva  un lungo corridoio con inclinazione di circa 18°; era pieno di detriti e conduceva al una seconda porta murata. Anche questa, come la precedente, recava segni di effrazione: era stata aperta, richiusa e risigillata. I sigilli erano quelli della  necropoli di Tebe (il dio-sciacallo Anubi  che sovrastava  nove prigionieri con le braccia legate).  Davanti a questa porta fu rinvenuta una testa scolpita nel legno ed a grandezza naturale, raffigurante il Faraone

Abbattuto il tramezzo che chiudeva il corridoio, Carter si trovò in un vasto locale di circa 30 m², l’ Anticamera, che al momento dell’apertura, come si è già detto, era piena di oggetti accatastati alla rinfusa. L’eccitazione raggiunse il culmine quando  fu scoperta un’altra porta sigillata e dietro un divanetto, nascosto, c’era un foro nella parete. Il fatto che la porta fosse presidiata da due statue in grandezza naturale faceva pensare che all’interno  doveva esserci qualcosa di particolarmente importante. Il foro costituiva l’accesso ad una piccola camera laterale; con cautela, Carter, lo allargò e vi entrò, insieme agli altri, tenendo alta la lampada elettrica.Quando gettò lo sguardo sulla terza porta sigillata,un solo pensiero deve avergli attraversato la mente: dietro quella porta avrebbe trovato la mummia del Faraone?

L’apertura di quella porta fu una cerimonia solenne ed  ufficiale cui assistettero una ventina di persone. Era il 16 febbraio de 1923.
Praticato, nel più religioso silenzi  e con grande precauzione un buco nel muro, sufficiente ad introdurvi una lampada,  Carter vi gettò un primo sguardo e quel che vide gli parve una parete d’oro massiccio.  Si trattava della parete di un enorme scrigno in legno laminato d’oro: una cappella che, come successivamente si appurò, ne conteneva altre 3 prima di raggiungere il sarcofago in granito; i sigilli erano intatti e ciò voleva dire che  la cassa più interna doveva contenere ancora la mummia: nel quarto scrigno si trovò un sarcofago di quarzite gialla del peso di oltre 430 chilogrammi
Che cosa c’era al suo interno?
La domanda teneva in ansia tutto il mondo
 Carter  si  accinse ad aprire la bara; una lastra di sei quintali  la ricopriva; quando fu fatta sollevare e furono rimossi i drappi protettivi, apparve un mschera d’oro incrostata di gemme:la prima immagine del faraone.
Una serie di circostanzem però,  impedirono  il proseguimento dei lavori; il 5 aprile lord Carnarvon muore e solo tra il 1925-26,Carter poté accingersi ad aprire la bara.
I sarcofagi erano tre. Tre sarcofagi antropomorfi, che racchiudevano il corpo mummificato di Tutankhamon, nelle spoglie di Osiride, con il capo coperto dalla famosa “Maschera d’oro”; sul torace, il flagello ed il pastorale e sul capo,  una coroncina riproducente Nekhbet ed Uto, la dea Avvoltoio e la dea Cobra.  Nel secondo sarcofago se ne trovò un terzo e una seconda maschera d’oro  su cui posava una collana di perle e fiori.
Il terzo sarcofago era d’oro massiccio ed al suo interno riposava il faraone.  Era  un oggetto  di meravigliosa bellezza, al di là del valore venale dell’oro; lungo 1,88 m. e con uno spessore medio di 27 mm, aveva un peso complessivo di oltre 110 kg.

 

 Il complesso tombale si trova a circa 8 metri di profondità, in quella che originariamente doveva essere stata, forse, una grotta sotterranea e  che gli scalpellini del Faraone sistemarono, dando forma a stanze rettangolari. Una piccola tomba. Molto piccola per gli standard della Valle dei Re; forse a causa della morte prematura del giovane sovrano, che dovette aver colto impreparati i funzionari i quali  si videro costretti ad  utilizzare un’altra tomba.

 Molti degli anni che seguirono, Carter li impiegò nella catalogazione degli oltre 2000 reperti rinvenuti  e nel 1932 completò il suo lavoro di catalogazione e conservazione degli oggetti della tomba e l’anno successivo pubblicò il terzo volume de “La tomba di Tutankhamon” e successivamente  prepaò il “Rapporto sulla Tomba di Tutankhamon”.

La morte lo coglierà  il 2 marzo 1939 a Kensington (in Gran Bretagna)., all’età di 65 anni.

NOTA: per approfondire  la figura del faraone Thut-ank-Ammon,  richiedere il libro

“AMOSIS  e il collare di Thut-ank-Ammon”  di Maria Pace

romanzo storico con una pennellata di fantasy, adatto ad ogni tipo di lettore, ma soprattutto a ragazzi e studenti.

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E. CARTER… e la tomba di Thut-ank-Ammon

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“Vedo cose meravigliose!”   Questa l’estasiata esclamazione di Edward Carter al cospetto del favoloso tesoro del faraone Tutankammon.Edward Carter archeologo ed egittologo inglese (Norfolk 1873 – Londra 1939), con un talento particolare per il disegno; figlio di Samuel Paul Carter, pittore ed illustratore di grande talento, da lui imparò a disegnare e sentì giovanissimo il richiamo dell’avventura.

A soli 17 anni  partì per l’ Egitto,  quale  assistente di sir Percy Newberry, noto egittologo, che lo aveva preso in simpatia e lo consigliò come disegnatore  per una spedizione in Egitto finanziata dal British Museum. Sempre con  sir Percy, il giovane  Edward partecipò a una spedizione nella necropoli di Beni Hasan; tra i vari incarichi, quello di ricopiare e catalogare le decorazioni e i geroglifici all’interno delle tombe, lavoro che svolgeva con grande impegno e passione.

Il giovane Edward girò  in lungo e in largo l’Egitto, lavorando anche con altri archeologi; al Cairo, il primo incontrò importante: sir Flinders Petrie, che lo accettò nella  sua spedizione, durata sei  anni, durante i quali  Carter apprese tutte le tecniche  necessarie per uno scavo archeologico qualificato.  Seguirono altri scavi  importanti  in vari siti, tra i quali  Tell el Amarna,  nuovamente con Petrie o il Tempio funerario di Hatshepsut, a Tebe.

A soli 25 anni, nel 1899  venne nominato dal Ministero della Cultura Egiziano, Ispettore del Servizio delle Antichità del sud  e coordinò diversi scavi a Luxor , Karnak, Tebe e nella Valle dei Re. Aprì campi di scavo nei siti di Sethi I e Nefertari, ad Abu Simbel ed Aswan.                    Fu questo il periodo di massima attività.   Ma era ancora molto giovane e forse fu proprio la giovanile inesperienza che lo spinse a prendere le difese  in favore della gente locale, in una controversia contro potenti occidentali; fu licenziato dal suo ‘incarico. e gli fu stroncata la carriera. Era il 1905  e poté restare  in Egitto solo grazie alla vendita dei suoi disegni  e  acquerelli. Ne rimase ferito soprattutto  nell’orgoglio, poichè si ritrovò subito a  eseguire scavi per conto del miliardario americano Davis, più un saccheggiatore di tombe, in realtà, che uno studioso  serio e coscienzioso.                                                                                   Nella speranza di trovare tesori da trafugare e portare con sè in America, Davis aveva praticamente lasciato in un bel disordine  tutta la zona, alla ricerca delle tombe  dei   Faraoni. Fra i tanti nomi,  c’era quello di un certo Thut-ank-Ammon. un faraone quasi sconosciuto, il cui nome era stato cancellato dalla lista dei reali,  la cui tomba egli più volte sfiorò, senza giungere a scoprire.

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Il caso, di lì  a poco,  volle fargli incontrare  George Herbert, quinto conte di Carnarvon.  Lord Carvarvon era un ricco nobile inglese,  che aveva  soggiornato in Egitto  per la prima volta  durante l’invereno del 1903 a causa della sua salute cagionevole. Egli, in verità,  trovava quel soggiorno sul Nilo estremamente noioso, fino a quando non cominciò ad interessarsi alla storia dell’Antico Egitto, senza immaginare che  qualche anno dopo, questa sarebbe diventata la sua grande passione ed avrebbe fatto di lui il grande mecenate che conosciamo.

Il suo primo cantiere di scavi fu il sito di Sheikh’ Abd el-Qurna, che  fece esplodere in lui una vera Egitto-mania  e spinse l’amico lord Cromer, rappresentante della Gran Bretagna in Egitto, a fargli ottenere una importante concessione di scavi , per la quale però era necessario avere sul campo una persona esperta . Carnarvon chiese allora  un parere a  Maspero , Direttore generale delle Antichità, che lo fece incontrare con Carter, nonostante l’episodio del 1905. Tra i due nacque immediatamente una grande amicizia.

Il sogno i Carter era  quello di scavare nella  Valle dei Re alla ricerca delle tombe dei due faraoni della XVIII dinastia non ancora scoperte: Amenofi  IV  e il suo figlio, Tuthankammon , ma la concessione di scavo in quella zona  era ancora in mano a  Davis.

Nella comune convinzione che “Il tempo delle scoperte nella Valle dei Re è Passato”, Davis cedette la sua concessione di scavo.  La rilevò lord  Carnarvon, che iniziò i lavori sotto la direzione di Carter.

Era il giugno del 1914 ed i due amici erano spinti da criteri scientifici e non da avidità di ricchezze.  Che cosa spingeva i due archeologi a scavare in una zona da tutti ritenuta esaurita? La conoscenza della storia egizia e la consapevolezza che  quella   fosse  proprio la zona scelta dai sacerdoti egizi per costruirvi la necropoli reale.                                                 Nella primavera del 1914, infatti, proprio nelle vicinanze della Valle dei Re,  Carter e Carnavon avevano scoperto una tomba che attribuirono ad Amenofi I. Saccheggiata.               Tutte le tombe, era gia noto, venivano saccheggiate fin dall’antichità.  D’altraparte, però,  i due archeologierno dell’opinione che, pur saccheggiata, una tomba poteva essere preziosa per  i rilievi e le iscrizioni e contenere eventuali oggetti sfuggiti ai ladri.                                        Lo stesso Davis, per cui Carter aveva già lavorato, aveva scoperto diverse tombe saccheggiate, di Re e nobili, ma anche, in una valle vicina, una tomba ancora intatta, quella di Yuia  e Tjuiu, i genitori della moglie di Amenofi III.                                                                           Dopo anni e anni di lavoro, Carter aveva acquisito un buon fiuto per  località potenzialmente fruttuose.  Inoltre, nella tomba della regina Inhapi, dove erano state trovate alcune mummie reali, non era stata trovata  quella di questo Faraone, di Thutankammon, ma  non c’era dubbio che le tombe di questi Faraoni, che non erano ancora state trovate, fossero, però,  state saccheggiate.                                                                    Gli indizi che portavano a questa tomba erano tanti; lo stesso Davis si era avvicinato più volte senza riuscire a scoprirla. In uno scavo siglato KV54 (KV sta per King’s Valley, ossia, Valle dei Re), aveva trovato  oggetti con il nome di questo  Faraone, Thutankammon: una tazza in ceramica e frammenti di foglie d’oro con i nomi  del faraone e di sua moglie Amksenammon e altri oggetti  ancora. Davis li ritenuti privi di importanza ,  convinto che quella fosse la tomba di Tuthankammon, dichiarò che la Valle non aveva più nulla da offrire.

Proprio In base a questi elementi, invece, Carter, che accusava Davis di effettuare  gli scavi senza professionalità, giunse alla conclusione che quella non fosse la tomba di Thutankammon  e che  la vera tomba  doveva trovarsi in qualche punto del centro della Valle dei Re  e lì  concentrò i propri lavori. Lì,  nella valle dei Re, l’area vicino Luxor, che per quasi cinque secoli era utilizzata dagli antichi egizi per le sepolture dei loro sovrani        Carter dette inizio ad una operazione di ricerca su vasta scala, in un rettangolo compreso tra le tombe di Ramesse II, Neremptha e Ramesse IV, ma la Prima Guerra Mondiale ritardò l’inizio dei lavori fino al 1917.

Lord Carcarvon tornò in Inghilterra, ma Carter, sia pur lentamente, proseguì le ricerche scoprendo le tombe di Amenofi I e Huthsepsut, che trovò entrambe già depredate.           Nel 1920 il cantiere venne chiuso, ma due anni più tardi, Carter ottenne i finanziamenti per un’ultima campagna di scavi e con il primo novembre i lavori ripresero  nel punto in cui  avevano avuto inizio sei stagioni prima.                                                                                       Rientrato in Egitto il 1º novembre 1922, Carter fece spostare il campo di scavo proprio dinanzi all’ingresso della tomba di Ramesse VI, dove precedentemente erano stati rinvenuti quei resti ritenuti privi di importanza.                                                                              Più di cento operai lavoravano  senza tregua e il 4 novembre,  tre giorni dopo,  un operaio del gruppo portò alla luce il primo gradino della tomba di Thut: il primo dei sedici gradino di una scala intagliata nella roccia.