Maschera di Tutankhamon

Particolare della maschera funeraria di Tutankhamon.
Alta 54 centimetri  e  larga 39,3,  la maschera pesa più di di 10 chilogrammi; la barba, del  peso di 2,5 chilogrammi d’oro,  decorata con lapislazzuli,  era separata dal mento; fu riattaccata solo  nel 1944.
Il volto  riporta un’immagine idealizzata del faraone, lo stesso che si ritrova nelle due statue  di guardiani, a grandezza naturale,  posti a guardia davanti alla camera funeraria.
Intorno a questa maschera è nato un piccolo  mistero: alcuni archeologi asseriscono che originariamente  sia stata creata per una non idenficata regina di nome Ankheperura Meri-Neferkheperura, poiché un cartiglio con questo nome,  parzialmente cancellato, fu trovato sul retro della maschera, e che alcuni identificano nella regina Nefertiti, sposa di Alhenaton.
img_2968
img_2971 (2)
Annunci

NUT e GEB…GLI AMANTI DIVINI

ANTICO EGITTO – GLI AMANTI DIVINI… NUT e GEB e la gelosia di SHU

46b81a5ddff38c2b82a9b5b6f0a4f7fc

La Divina NUT era disperata… era in travaglio, ma non poteva mettere al mondo i figli che portava in grembo… La gelosia di SHU, il potente Signore dell’Aria, si era manifestata nella maniera più cattiva: le aveva proibito di partorire in qualunque giorno dell’anno.
Solo una mente maschile poteva escogitare una punizione così perfida!
Inutilmente GEB promise e minacciò.
Ma ecco intervenire il saggio, ma determinato THOT, l’eterno e sfortunato innamorato della divina NUT, Signore della Sapienza, il quale propose a SHU una partita a Senet, (un gioco tra la dama e gli scacchi).
In palio c’erano i 5 giorni epagomeni del calendario egizio, ossia, i 5 giorni che venivano aggiunti ai 360 giorni.
ll Sapiente THOT si aggiudicò la vittoria e donò quei 5 giorni alla divina NUT, che poté finalmente mettere al mondo i suoi quattro figli: OSIRIDE – ISIDE – SETH -NEFTY.

EGITTO – ALCHIMIA… che cosa hanno in comune?

EGITTO - ALCHIMIA... che cosa hanno in comune?

EGITTO: é  la traduzione italiana del teemine greco Ae-gi-Pthos, che a sua volta traduce l’antico termine egizio: Hut-Ka-Ptha.

Il significato letterale è:

DIMORA (Hut) dello SPIRITO (Ka) di PTHA.

E’ la III Dinastia e PTHA è IL Dio Dinastico di MEMFI.

In precedenza il territorio era indicato con altro nome: “Il Paese delle Due Terre”.
Le Due Terre erano: – KEM  o  “Terra Nera”  e
– DESHRET  o “Terra Rossa”.
L’unificazione delle Due Terre avvenne dopo varie ed alterne vicende, militari e diplomatiche, e un “Concilio”, in cui si decise di dare quel nome a tutto il territorio, in onore di PTHA, IL DIO CREATORE.

Curiosità: la parola ALCHIMIA deriva proprio da KEM (terra nera), che i tanti sognatori cercavano di manipolare chimicamente per trasformare in oro il materiale vile.

Fin dai  tempi pre-dinastici (Dinastia “O” – Re Scorpione) gli Antichi Egizi erano famosi per la loro abilità  nella lavorazione dei metalli e per la capacità di trasformarli.
Per separare l’oro e l’argento dal minerale originario  utilizzavano “l’argento vivo” (mercurio).
Il residuo che veniva fuori  da questa operazione  era la “polvere nera”, chiamata “khem”,   una sostanza scura  che si  riteneva  avesse poteri magici e  contenesse le proprietà dei vari metalli, considerata anche “principio attivo” nel processo di lavorazione.
Gli Antichi Egizi, inoltre, in  tale sostanza riconoscevano il “Corpo di Gloria” di Osiride, il Dio Morto e Risorto e le attribuivano potere magico, fonte di vita e di energia.
Man mano che i metodi di estrazione e lavorazione del metallo andavano perfezionando,  cresceva anche l’interesse per la ricerca e lo studio relativo ai “poteri magici” di leghe e fusioni.  Ne nacque una Scienza,  che contemplava l’arte della lavorazione, ma anche le conoscenze chimiche dei metalli  e che fu chiamata “Khemeia”,  preparazione del “metallo nero”.
Gli Arabi vi aggiunsero l’articolo  “El”  e  Khemeia diventò “El-Khemeia”  da cui Alchimia.

“Khem”,  ossia “Terra Nera”,  a causa del colore del fango,  era  uno dei nomi con cui era chiamato in origine l’Egitto.

 

ANTICO EGITTO – REGINE

CLEOPATRA- La Regina greca

CLEOPATRA- La Regina greca

Di questo personaggio, appartenente alla Dinastia dei Tolomei, di origine greca, si è ormai detto tutto e forse non sempre a proposito.
Accenneremo soltanto alla sua celebre storia d’amore con Marco Antonio e al tentativo di seduzione nei confronti di Ottaviano Augusto, nonché al suo matrimonio con Giulio Cesare ed al suo arrivo, cinematograficamente trionfale, a Roma, in realtà osteggiato da tutti, essendo, i fatti, assai noti.
La sua morte: aspide o vipera? Di qualunque veleno si trattò, certo è , che pose fine alla sua vita.
Parleremo della sua fanciullezza e giovinezza.
Altre Regine con il suo nome l’hanno preceduta: lei era Cleopatra VI, nata ad Alessandria d’Egitto nel 69 a.C., da Tolomeo XII.
Fu l’ultima Regina di quella Dinastia. Regnò dal 51 al 30 a.C., anno in cui morì.
Non era particolarmente bella, ma astuta, ambiziosa e molto colta.. In grado di  esprimersi in molte lingue,  comprese, naturalmente, quella egizia e quella greca.  Oltre che di un fascino assai particolare,  possedeva  una spiccata personalità.
Aveva 18 anni quando morì il padre, lasciando il Regno al fratello, Tolomeo XIII, di soli 10 anni ed a lei il ruolo di Consorte Reale.
Roma, di cui l’Egitto era una Provincia, aveva nominato Pompeo come tutore del ragazzo e il potente eunuco Potino l’aveva posto sotto la sua protezione, in  aperta ostilità nei suoi confronti,
Cleopatra si vide, dunque, costretta a fuggire in Siria, dove riuscì ad organizzare un proprio esercito e forte di questo, approfittò della guerra civile scoppiata a Roma tra Pompeo e Giulio Cesare.I due  avevano portato la guerra fino  in Egitto, dove  Potino, per compiacere Cesare, fece uccidere Pompeo. Fu proprio quello l’episodio che spinse Cleopatra a osare ciò che nessuno avrebbe osato mai: avvolta in un tappeto, (una storia che ormai tutti conoscono bene) portato a spalla dal fedelissimo schiavo Apollodoro,   si presentò al cospetto di Cesare,  che aveva convocato lei e il fratello Tolomeo XIII  per  risolvere i loro problemi dinastici.
Cesare ne restò davvero impressionato.
Fra i due nacque immediatamente la passione e per compiacere la “Sua Regina”, Cesare fece  uccidere Tolomeo, lasciando a lei il potere assoluto.
La richiamò a Roma, ma… basta vedere il celeberrimo film con la Taylor e Burton, (con accenti hollywoodiani) per conoscere il seguito della storia: dalla loro relazione nacque un figlio maschio, cui fu messo il nome di Tolomeo XV Cesarione,  unico maschio di Cesare,  che il grande condottiero, però,  non volle mai riconoscere come suo.
Il disegno di questa ambiziosa Regina era quello di permettere al figlio,  alla morte di Cesare, di  occupare  il trono di un impero grande come quello di Alessandro Magno,  ma  a  Roma  l’accoglienza fu assolutamente inospitale.Morto Cesare, Cleopatra cadde fra le braccia di Marco Antonio, che non esitò a proclamare Tolomeo XV Cesarione  quale erede di Giulio Cesare davanti al Senato. Ottaviano, però, si oppone, affermando di essere lui il legittimo successore.
In questo clima burrascoso, Cleopatra decise di tornare in Egitto.
Tra Marco Antonio ed Ottaviano, però, la rivalità divenne insostenibile.
Marco Antonio, però, sapeva che per sconfiggere il nemico doveva disporre dei tesori dell’Egitto. Decise, dunque, di convocare Cleopatra a Tarso, sulla costa turca.
Cleopatra si presentò su un’imbarcazione dalle vele color porpora, la poppa d’oro e i remi d’argento, vestita come Venere e circondata da amorini.
I due si innamorarono e dalla relazione nacquero due gemelli, ma Marco Antonio dovette lasciarla per partire in guerra.  Tornò dopo 3 anni, per avere le ricchezze d’Egitto; Cleopatra, accettò, ma a sua volta, chiese ed ottenne in cambio le miniere di rame di Cipro, il Sinai ed i campi di grano di tutto il nord Africa.
A questo punto la guerra tra Ottaviano e Marco Antonio si riaccese e si fece più aspra che mai.
Sconfitto ad Anzio, Marco Antonio si rifugiò a palazzo con Cleopatra e si uccise con la sua spada, morendo tra le braccia di lei
La Regina non si arrese. Tentò di sedurre anche Ottaviano. Questi, però, la respinse.
Ormai padrone di Alessandria, temendo che anche Cleopatra potesse tentare il suicidio, come aveva già fato Marco Antonio, Ottaviano fece in modo che ogni oggetto portato alla Regina fosse accuratamente controllato.  Ma un contadino, riuscì a sfuggire al controllo e le fece pervenire un cesto di fichi con dentro nascosto un aspide.
Cleopatra si lasciò mordere e morì prima dell’arrivo di Ottaviano, evitando così l’umiliazione della sconfitta. Il figlio Cesarione fu fatto  uccidere  e degli altri due figli gemelli sparì ogni traccia.

 

ANTICO EGITTO – LA RELIGIONE

Ma… DAVVERO GLI ANTICHI EGIZI ADORAVANO GLI ANIMALI?

Ma... DAVVERO  GLI  ANTICHI  EGIZI  ADORAVANO  GLI  ANIMALI?

Una domanda che mi sento spesso rivolgere è: gli Egizi adoravano gli animali? Esisteva, cioè, un culto degli animali?
Di certo c’è che gli animali facevano parte della dieta alimentare di questo popolo ed erano utilizzati per i lavori più pesanti.

Davvero dobbiamo credere che quei geniali costruttori e perfetti conoscitori del corpo fisico si genuflettessero davanti ad una mucca o ad un gatto?
E’ pur vero, però, che gli Dei dell’Antico Egitto sono spesso raffigurati con testa animale: toro, gatta  (non gatto),  leonessa, leone, ibis, ecc..
Come tutte le Religioni, anche quella egizia… soprattutto quella egizia, si serve di simboli per rendersi più com prensibile.
Gli Dei egizi possiedono un corpo composto di materie preziose: d’oro è la carne, di lapislazzulo i capelli, di corniola il sangue, ecc.., ma non si rendono visibili agli occhi umani.
Sono gli uomini che attribuiscono loro una forma. Per quanto sconcertante possa apparire ai nostri occhi, le Divinità egizie hanno spesso  l’aspetto di un essere ibrido, (metà uomo e metà animale) ma si tratta sempre di simboli per esprimere una funzione o una specifica qualità della Divinità e non corrisponde al suo aspetto reale.
Qualche esempio: il grembo  di una vacca simboleggia il cielo e NUT, Dea del Cielo, viene raffigurata con orecchie bovine. Quale simbolo si può scegliere per raffigurare l’irruenza e la fertilità delle acque del Nilo se non un toro? Ed ecco Hapy, dalla testa di toro.
E come esprimere la potenza e l’ardenza del Sole, se non attraverso la forza e la determinazione di una leonessa? Sekhmet, sposa di Ptha, è raffigurata con testa di leonessa. (nota: al Museo Egizio di Torino ci sono più di venti splendide statue che raffigurano questa Dea)
Le forze di crescita della Vegetazione, invece, sono associate ai serpenti, (Mertseger, Buto, Apofi, ecc) mentre quelle del Cielo, a falchi ed avvoltoi (Horo, Nekhbet, ecc..)
E Anubi? Quale simbolo più appropriato scegliere per questa Divinità inquietante e misteriosa, se non uno sciacallo del deserto?

In realtà, questi animali “divinizzati” non hanno nulla in comune con i loro simili viventi, se non la forma: sono il simbolo di funzioni e qualità divine. Niente di più.

Qualcosa di nuovo, però, avviene in tarda età, causa la decadenza politica del Paese e la dominazione straniera e la conseguente contaminazione filosofica e culturale. Il significato simbolico dell’immagine divina va sempre più perdendosi a favore di un vero culto degli animali, favorito dal dominatore straniero: greco o romano.
Solo in questo periodo storico, infatti, gli animali, simboli di Divinità, divengono a loro volta Divinità. Sacri ed intoccabili. Pena la morte per chi li offende.

Ma non  tutti gli animali sono sacri ed intoccabili. Lo sono solamente quelli che “ospitano” nel loro corpo il KA – Spirito della Divinità e questa, la Divinità,  richiede precisi requisiti all’animale in cui si incarnerà (per il tempo che gli aggradirà di farlo).

Un esempio. Il Sacro Toro HAPY era riconoscibile per diversi particolarii attributi: doveva esibire sulla fronte una macchia bianca a forma di stella; avere sul dorso una “voglia” assai particolare e cioé a forma di ali del Sacro Avvoltoio; le corna dovevano arcuarsi in una forma speciale, ecc… Che dire, poi, del Divino Coccodrillo SOBEK, per le  cui scaglie sul dorso erano richieste una forma ed una misura particolari?

L’Animale Sacro, solitamente, viveva in un Tempio e gli venivano tributati sacrifici, feste, processioni, ecc… chiaro che trovare un esemplare con quelle caratteristiche non era facile ed allora i Sacerdoti provvedevano con qualche trucco, dopo aver trovato l’esemplare più adatto alla bisogna.

Superstizione? Certo!

Per un popolo conquistatore è stato sempre più facile governare la superstizione che la religione o, addirittura, la ragione.

Del resto… non accade qualcosa di simile ancor oggi?

ANTICO EGITTO – LA RELIGIONE


INNO ad OSIRIDE il GRANO-DIVINIZZATO

INNO  ad OSIRIDE il  GRANO-DIVINIZZATO

OSIRIDE e il GRANO DIVINIZZATO

Che io viva o muoia, io sono Osiride.
Io entro dentro e riappaio attraverso te,
mi decompongo in te, creo in te,
cado in te, cado sul fianco.
Gli Dei vivono in me perché io vivo e cresco nel Grano
che sostiene gli Onorati.
Io ricopro la terra.
Che io viva o io muoia, io sono Frumento,
non vengo mai distrutto.
Io sono entrato nell’Ordine,
confindo nell’Ordine,
divengo Padrone dell’Ordine,
emergo dall’Ordine,
rendo distinta la mia forma.
Sono il Signore di Chennet,
sono entrato nell’Ordine
ho raggiunto i suoi limiti…

 

nota: epoca “Testi dei Sarcofagi” – l’identità del defunto è associata all’anima di  Osiride, che è il Grano in tutte le sue trasformazioni: viene sparso per terra, entra nel sottosuolo, si decompone e germoglia per rivivere attraverso la vegetazione che ricopre la terra, secondo  l’Ordine naturale e precostituito delle cose: la MAA’T.  L’anima, dunque,  si identificava con lo spirito della natura universale, anche se tendeva a perdere la propria individualità.
Contrariamente, all’epoca dei “Testi delle Piramidi”, l’anima del defunto si identificava con l’Anima del Dio destinata a rinascere come  stella.

Maggiori informazioni http://storia-e-mito.webnode.it/products/inno-ad-osiride-il-grano-divinizzato/

ANTICO EGITTO – LA RELIGIONE

L’ Occhio Divino

L' Occhio Divino

Occhio di Ra, Occhio di Horo, Occhio di Osiride: sono simboli ricorrenti nel pensiero teologico del popolo egizio: complesso e incomprensibile per noi gente moderna.
Il culto dell’Occhio Divino, in realtà, è presente anche in altre culture ed è sempre simbolo della “Grande Dea dell’Universo.”
Non si può dimenticare che l’inizio della civiltà egizia coincide con la fine del Matriarcato e che molti dei miti e dei simboli del Matriarcato confluiranno nel nuovo pensiero teologico.
Lo stesso avverrà per le altre culture, d’altronde.
Ma vediamo un po’ più da vicino questi simboli.

– L’Occhio di Ra (occhio destro), raffigurante la forza del Dio Supremo
Nella Dottrina Eliopolitana di On (la Eliopolis dei Greci) il Neter-Wa, Dio-Unico o Supremo, si chiamò per prima Atum, poi Atum-Ra e infine semplicemente Ra.
Viveva immobile nel Nun (Acque Primordiali), fornito di un “Occhio” (Irep), assieme ai figli: Shu e Tefnut.
Un occhio, però, che, raffigurato, non era mai umano, ma di un falco.
Il mito racconta che un giorno Shu e Tefnut si allontanarono da lui e si persero nel Nun. Ra, allora, mandò il suo “Occhio Divino” a recuperarli.
Al ritorno, però, l’Occhio trovò una sgradita sorpresa: al suo posto c’era un altro Occhio. S’infuriò così tanto a quella vista, che per placarlo, Ra dovette trasformarlo in un cobra e attorcigliarselo intorno al capo.
Quando più tardi Ra si ritirò per lasciare il Mondo Creato nelle mani degli Dei prima e degli uomini dopo, questo atto fu considerato la prima forma di incoronazione di un Faraone: l’urex, il cobra divino, eretto sulla fronte.
Dalle copiose lacrime versate dall’Occhio in quel frangente, nacque il genere umano: questa parte del mito comprova la natura femminile dell’Occhio Divino.
L’uomo, dunque, nella Teologia di Eliopoli, nasce dalle lacrime di rabbia dell’Occhio Divino di Ra, il Dio Supremo.
Il primo Occhio divenne il Sole e il secondo, la Luna.  Vediamo come e quando.
– L’Occhio di Horo (occhio sinistro)
Se il primo mito è legato ad Eliopoli, quello riguardante Horo è parte, invece, della Dottrina Osiriaca di Abidos, centro in cui si praticava il culto di Osiride.
Horo, figlio di Osiride, lotta con Seth, fratello di Osiride ed usurpatore del suo trono (Seth regnava sul Delta e Osiride nella Valle).
In uno dei numerosi scontri, Seth riuscì a strappare un Occhio (l’Udjat) al nipote ed a gettarlo via; dal canto suo, il giovane Horo non fu da meno e gli strappò gli organi genitali.
A questo punto intervenne Thot, Dio della Sapienza, Signore della Magia e Guardiano della Luna.
Thot si pose immediatamente alla ricerca dell’Occhio e lo ritrovò nella Tenebra Eterna.
Lo ritrovò, però, ridotto in pezzi e lo ricompose, ottenendo una frazione di 63/64, così rappresentati: 1/2 – 1/4 – 1/8 – ecc.
Ogni frazione divenne una fase della Luna: calante e crescente.

Questo racconta il mito, nella pratica, invece, troviamo l’Udjat (Occhio di Horo) sotto forma di amuleto contro gli infortuni, utilizzato da coloro che praticavano attività pericolose. Lo ritroviamo anche nelle tombe, a protezione da insidie e pericoli cui era sottoposto il Ka (spirito) del defunto, nel viaggio attraverso la Duat (oltretomba).

(curiosità: se visitate il Museo Egizio di Torino, vi capiterà di veder dipinto un “Occhio” su qualche sarcofago: era una “finestra sull’universo” attraverso cui il defunto poteva dare una sbirciatina al mondo esterno… ah! Questi egizi!)

– l’Occhio di Osiride
Il mito narra che l’Udjat, essendo ormai mobile sul volto di Horo, sia stato da questi “prestato” al padre, Osiride, per risanarlo da una congiuntivite, malanno assai comune in Egitto… da cui, evidentemente, nemmeno gli Dei erano immuni.