INTERVISTA rilasciata dallo scrittore e giornalista Luca SCIORTINO a Maria PACE

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Abbiamo incontrato Luca Sciortino,  scrittore, filosofo della scienza e giornalista di Panorama, che ci ha gentilmente rilasciato  questa intervista.
Partire all’improvviso e andare dall’isola di Skye, in Scozia, fino al Giappone attraverso le steppe dell’Asia Centrale senza mai prendere un aereo. Luca Sciortino,  lo ha fatto nell’arco di circa quattro mesi. Il suo libro appena uscito per Sperling & Kupfer intitolato “Oltre e un cielo in più. Da una parte all’altra del mondo senza aereo”, già acquistabile su Amazon ( https://www.amazon.it/Oltre-cielo-pi%C3%B9-Luca-Sciortino/dp/8820063379 ), e in libreria il 23 gennaio, racconta la storia affascinante di quel viaggio, un lungo cammino da Occidente a Oriente nelle zone più remote del pianeta, al cuore di culture poco conosciute.

Può spiegarci il titolo del suo libro “Oltre e un cielo in più”?

Sì, il titolo allude all’idea di voler andare sempre più in là in quel viaggio da un estremo all’altro del continente euroasiatico per conoscere nuovi luoghi e nuove culture. “Oltre” riflette un’ansia di conoscenza; “Un cielo in più” allude a un nuovo Paese da visitare, un nuovo luogo, un altro cielo, appunto…. E in senso lato forse anche un’altra cultura, un nuovo essere umano… perché  ogni uomo è un universo e il viaggio ti porta sempre a nuovi incontri.

 

Di cosa parla il libro?

Racconta un lungo viaggio, quello che ho fatto nella seconda parte del 2016 da Occidente verso Oriente attraverso 14 paesi tra i quali Ucraina, Kazakhstan, Mongolia e Siberia. In fondo, il libro è la storia di un uomo che si mette in cammino senza piani precisi sperando di raggiungere la sua meta, il Giappone.

 

Perché sei partito?

Perché ho provato quello che tutti provano: noia, insoddisfazione, desiderio di cambiamento, ma anche desiderio di conoscenza. Ci sono anche altre ragioni, naturalmente.

 

Cioè?

Curiosità di vedere cambiare le culture. Oggi si viaggia molto in aereo e si perde il senso del tutto. Parliamo di Asia, Europa, Russia… ma cosa davvero definiscono questi nomi? Quando cominciano queste entità geografiche se ci mettiamo in viaggio dall’Europa? Cosa vediamo se ci mettiamo in cammino verso Oriente? Ecco queste erano alcune domande che mi ponevo.

 

Perché un lettore dovrebbe comprare il tuo libro?

Perché può fare il mio stesso viaggio. Perché può mettersi in cammino. Perché può partire dall’Europa e andare sempre avanti chiedendosi cosa ci sarà dopo e dopo ancora sulla strada per l’Oriente.

 

E poi un giorno arriverà?

Non è detto (e ride ndr) Bisogna comprare il libro per vedere se raggiungerò alla fine il Giappone.

 

Quindi descrivi cosa vedi intorno a te?

Sì, le cose, le persone… ma anche le sensazioni che provavo… penso che il libro sia una storia interiore ed esteriore nel contempo. C’è il processo intimo che porta un uomo a mettersi in cammino e andare sempre avanti.

 

Il posto più bello dove sei stato?

Ce ne sono tanti…

 

Uno per esempio…

L’isola di Olkhon sul lago Baikal, in Siberia. Una sorta di paradiso in terra ancora incontaminato.

 

Perché ti è piaciuto così tanto?

Comprare il libro per scoprirlo… (e sorride)

 

Quella della scrittura è una passione che hai sempre avuto?

Leggere libri, più che altro, è stata una passione da sempre e quindi, di riflesso, scrivere: quando leggi i grandi romanzieri o i grandi filosofi o i grandi divulgatori della scienza non puoi non ammirare il loro lavoro. Tuttavia per me scrivere è stata anche una necessità. Per molteplici ragioni ho dovuto scrivere, e con registri molto differenti, perché i pubblici erano diversi.

 

Ci fai qualche esempio?

Scrivere articoli per i giornali o reportage di viaggio richiede un certo stile di scrittura, certamente differente da quello che devi usare in un articolo accademico in filosofia o nella comunicazione della scienza. Tutte cose che faccio per lavoro o per passione. E’ anche vero che tutti gli stili di scrittura non possono prescindere dal dovere nei confronti del lettore di essere chiari.

 

La chiarezza è una qualità rara negli scrittori…

La chiarezza è uno sforzo continuo e un ideale mai completamente raggiunto. Credo che ogni scrittore, ogni volta che rilegge il suo testo, senta sempre il bisogno di migliorarlo, soprattutto a distanza di tempo.

 

E non ti sembra di migliorare in questo sforzo?

Mi è parso così a un certo punto della mia vita… Le sembrerà strano, ma io credo che dopo la mia laurea in fisica, quando mi sono rimesso a scrivere, il mio stile era molto più chiaro.

 

Come mai?

La matematica e la fisica ti abituano al rigore, a strutturare gli argomenti, a dare un senso logico al testo. Io avevo studiato latino già alle scuole medie e fin da allora avevo consapevolezza delle proposizioni principali e secondarie e del loro ruolo. Penso che l’abitudine all’uso ferreo della logica si è innestato su quella consapevolezza. Praticare la scienza aiuta a scrivere. Non è un caso che grandi scienziati e divulgatori come Galileo Galilei siano stati anche grandi scrittori. Lo stesso vale per filosofi della scienza come Bertrand Russel, premio Nobel per la letteratura.

 

Scienza, filosofia, viaggi… quanti interessi… ma chi è veramente Luca Sciortino?

Bella domanda, me la sono posta spesso anche io… (e ride). Tutti i mei interessi sono solo apparentemente differenti. Tra i filosofi della scienza sono in molti ad aver studiato fisica. D’altra parte i fisici teorici e, in generale, molti scienziati sono molto attratti dalla filosofia della scienza. Teorie come la meccanica quantistica o la teoria dell’evoluzione aprono questioni di carattere epistemologico, questioni che hanno a che fare con che cosa davvero significa avere conoscenza di qualcosa.

Penso che esistano prima di tutto le domande, le curiosità intellettuali. Poi, ci sono sempre molte prospettive dalle quali cercare le risposte. Ogni metodo o stile di pensiero ci fa cogliere un aspetto delle cose. Oggi viviamo nell’epoca della specializzazione: spesso una persona sa tutto di una singola cosa ma non riesce a entrare nella prospettiva di studio di un’altra. Perdiamo così il senso del tutto e la possibilità di accedere a livelli differenti della realtà.  

 

Come nasce l’idea di un libro? Da dove trai ispirazione?

“Oltre e un cielo più in là” è il racconto di un viaggio, una storia che  non è romanzata. In generale, direi che ogni scrittore attinge dalla realtà. Per qualche motivo, ci sono alcuni fatti che sono fertili per la sua immaginazione e da quelli costruisce una storia.

 

Quali sono i requisiti necessari per un buon libro?

Dipende dal suo genere. In generale dovrebbe suscitare domande e aprire mondi sconosciuti al lettore: un punto di vista non considerato, un concetto sconosciuto, il significato di una parola ignota, una prospettiva interamente nuova, una critica costruttiva, un sogno. Ogni libro che ti dà una di queste cose vale la spesa.

 

Nella tua pagina Facebook accosti fotografie di viaggio a pensieri o storie. Da cosa nasce questa idea?

Penso che sia bello condividere ciò che ho scoperto. Ciò che non  condivido è perso: vive e muore in me. In generale, in quella pagina cerco di dire qualunque cosa mi sembri interessante.

 

Progetti futuri?

Semplicemente continuare a fare ricerca in filosofia e continuare a visitare altre parti del mondo. Sono due modi di viaggiare che voglio perseguire e raccontare.  

 

 

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La casa di VESTA

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Il Tempio di Vesta sorgeva alle pendici del Palatino, là dove la piazza del Forum Magnum cominciava a salire verso il colle: un luogo consacrato e trasfigurato, isolato dallo spazio profano che lo circondava. Circolare e circoscritto, sembrava piuttosto un focolare.

Ed era esattamente un focolare: il Focolare dello Stato Romano.

La tradizione voleva che Vesta l’avesse rivelato a re Numa Pompilio, scagliando un fulmine che aveva incendiato una quercia secolare la cui fiamma bruciava senza spegnersi. Il successore di Romolo vide in quel prodigio la volontà divina ed eresse in quel luogo un altare protetto da un tetto di forma circolare e vi custodì il Fuoco Sacro di Vesta.

Quel fuoco non doveva mai spegnersi  e la cura per tenerlo desto era affidata a un gruppo di sacerdotesse. Sei, scelte tra le ragazze più virtuose della nobiltà, ma anche della plebe, se la ragazza in questione possedeva le qualità richieste.

Le Vestali godevano di grande considerazione e infiniti privilegi, però, dovevano prestare voto di castità per tutto il periodo del servizio sacerdotale, che durava trenta anni e alla scadenza del quale ricevevano un grosso donativo e potevano rientrare nella vita privata e condurre una esistenza regolare e rispettata. Potevano perfino sposarsi. In caso di inosservanza delle regole, le punizioni erano severissime: flagellazione, se lasciavano spegnere il fuoco e morte, se non rispettavano il voto di castità.

Una morte tremenda: sepolte vive!

 

L’alba era vicina e le prime luci del giorno entravano scialbe e lattiginose dall’apertura nel soffitto circolare del vestibolo, il luogo più intimo e santo che custodiva l’Ara di Vesta su cui ardeva il Fuoco Sacro.

Le fiamme gettarono bagliori sul bel volto della vestale Ottavia che aveva trascorso la notte a sorvegliare il fuoco dell’altare. La nottata era trascorsa tranquilla, ma lei non aveva smesso un attimo di pensare agli avvenimenti del giorno precedente; aveva ancora nelle orecchie il clangore della folla che accompagnava il gladiatore Seilace al supplizio e lo sguardo smarrito della ragazza per difendere la quale il grande atleta era stato condannato.

Era un po’ stanca, ma la confortava il pensiero che di lì a poco qualche compagna sarebbe venuta a sostituirla.

Si alzò per gettare dell’incenso sul fuoco e passando accanto alla statua di Vesta, alzò lo sguardo sulla Dea.

Era davvero maestosa e solenne, pensò. Bella e matronale, nel morbido drappeggio del peplo: un po’ come Lucina Metello, sua madre, che  a Roma tutti tenevano in grande considerazione.

Aveva notato quella somiglianza fin dal primo giorno che era entrata in quella stanza. Aveva avuto dieci anni, allora, e al Santuario doveva restare ancora sedici anni, prima di portare a termine il servizio sacerdotale. Da quattro anni aveva terminato il noviziato e preso i voti, ma non aveva ancora dato quello definitivo, per il quale doveva attendere altri sei anni.

Un profumo gradevolissimo aveva invaso l’ambiente, anche se un poco, quelle esalazioni acute e penetranti le procuravano leggero stordimento. Le luci del giorno cominciarono a rischiarare le ombre e lei si alzò per attizzare il fuoco con rami di pino, scoppiettanti e odorosi di resine.

Il crepitio delle fiamme scosse la figuretta seduta su uno scanno e appoggiata con le spalle ad una colonna nell’abbandono del sonno.

“Morfeo ti ha condotta nel mondo dei sogni, novizia Sabina?” le sorrise, restando a guardarla mentre si stropicciava gli occhi.

La luce del giorno scorreva sul pavimento. Illuminò gli oggetti ai piedi dell’altare: una torcia, un peplo e numerosi vasi; lambì la nicchia contenente i Penati che Enea aveva salvato dall’incendio di Troia e investì il Palladio, la scultura lignea raffigurante Atena con scudo e lancia.

“Ho ceduto al sonno? – la novizia scattò in piedi – Sono desolata, signora. Accetterò con gioia il castigo… ogni colpo di verga ”

“La verga può stare a riposo per quest’oggi.” sorrise Ottavia.

“Ma io merito di essere punita. – insistette la piccola – Se avessi fatto spegnere il Fuoco Sacro…”

Occhi quieti, dolcissimi, colmi di sogni e fantasie, Sabina, della potente famiglia dei Peto, era giunta da poco al Santuario.  Graziosa e vivace era stata scelta per sostituire la Vestale Marcella Rufo. giunta al compimento del suo mandato sacerdotale.

“Se avessi fatto spegnere il Fuoco Sacro saresti stata fustigata. Le fiamme sono vive e non occorre  far  lavorare la frusta.” disse la giovane, pur sapendo che la severità delle pene era giustificata dalla frequenza degli incendi.

“Tu sei buona, signora. Se al tuo posto ci fosse stata la vestale Strabonia, sarei stata sicuramente punita.”

“Anche a me è accaduto di addormentarmi una volta, alla tua età… A tutte succede una volta almeno. E’ successo sicuramente anche alla sorella Strabonia, ma… forse a lei non hanno risparmiato la frusta. Però hai ragione, Sabina. Se ci si addormenta durante la consegna, il Fuoco Sacro potrebbe spegnersi e attirare sciagure. Per questo siamo in due a sorvegliarlo.” aggiunse, girandosi verso l’uscio e prestando orecchio ai passi che stavano avvicinandosi.

Era la vestale Clodia che veniva a prendere il suo posto insieme a una novizia. Ottavia lasciò la cella ed uscì all’aperto.

 

Filtrando tra le colonne, la luce del giorno le ferì gli occhi. Ottavia li protesse con la mano e si portò con passo veloce verso la Casa delle Vestali,  lì vicino, dove viveva con le compagne.

L’aria si fece luminosa e i rilievi ornamentali dell’imponente architrave del  Tempio dei Castori, sulla destra, fiammeggiarono.

Prima di varcare la soglia dell’atrio, la giovane si fermò a ravvivare la fiammella quasi spenta di un lucignolo ai piedi di un gruppo di statuette di Lari in una nicchia sulla destra dell’ingresso.

L’ancella atriense, una vecchia seduta su uno scanno all’interno della soglia, nel riconoscerla sollevò la testa; era  molto vecchia e non doveva vederci bene. Fece l’atto di alzarsi e andarle incontro.

“Resta pure al tuo posto. – con un sorriso gentile la vestale la invitò a restare seduta – Non ho bisogno di nulla. Resta seduta.”

“Grazie a te, mia buona signora…. Le mie povere ossa! – sospirò quella – Non mi permettono più neanche di piegarmi su un’aiuola per raccogliere fiori da offrire a Nostra Signora. Ah… un tempo passavo giornate intere china per terra a raccogliere viole per farne ghirlande e… Ma perdonami, signora.- si interruppe con un sorriso quasi di scusa – Tu sarai sicuramente stanca ed assonnata ed io sto qui ad annoiarti con le mie ciance… Vai, signora. Non badare alle chiacchiere di questa vecchia.”

“Lo sai che mi piace parlare con te, Percennia. Però hai ragione! Sono stanca e un buon bagno porterà via la stanchezza.” disse e si allontanò verso la Casa delle Vestali, adiacente il Santuario. Raggiunse il portico di destra e il suo appartamento, al primo piano. Trovò ad attenderla due ancelle che l’aiutarono a lasciare nell’acqua tiepida della vasca di marmo del suo tepidario, la stanchezza e la sonnolenza della nottata trascorsa nella veglia.

Riemerse, più tardi, portando sulla pelle petali di rose e viole; un breve massaggio e le due ragazze le passarono la fascia subligaris intorno al seno e quella subligar intorno ai fianchi, gli indumenti intimi che le donne romane usavano alle terme e sotto le vesti.

“Dammi la stola.- ordinò all’ancella appena, questa l’ebbe aiutata ad indossare una tunica fresca di bucato – Che buon profumo!”

“E’ lavanda, signora.- sorrise l’ancella, poi riprese –  Credevo che volessi andare a riposare, signora.”

“No, Artisia. – Ottavia controllò le pieghe della tunica -Voglio raggiungere le ragazze e aiutarle nei preparativi per la festa di Nostra Signora. Mancano solo due giorni alle Feste Floralie e le ghirlande non sono ancora pronte.” disse e si allontanò.

Due tripodi dai carboni accesi ardevano davanti al vestibolo; un’ancella si scostò per lasciarla passare; stava spazzando per terra. Dal retro dell’edificio proveniva acre e pungente, l’odore di immondizie date alle fiamme.

“Salute a te, signora. Il giorno ti sia propizio.” salutò l’ancella.

Ad Ottavia parve che il suo atteggiamento fosse più reverenziale che mai. Anche quello di Artisia e della compagna, pensò, le era parso  lo stesso. Sorrise: la notizia  dell’incontro con il famoso Seilace  doveva aver fatto il giro.

“Salute anche a te, Tirsa.” rispose con un sorriso gentile; attraversò il vestibolo e raggiunse l’atrio, a cielo aperto. Anche qui due ancelle ramazzavano il pavimento e una terza stava ornando la statua di Vesta che occupava l’angolo destro dell’entrata. Sulla sinistra c’era un grosso candelabro già spento.

“Signora dal casto sorriso, a noi volgi il dolce sembiante.”

Un coro l’accolse, raggiunto il giardino soleggiato e arioso in cui si respirava profumo di rose e viole; da lontano vide il gruppo di ragazze che cantava. Stavano intrecciando ghirlande sedute per terra, ai bordi del laghetto prospiciente il tablino, dimora di ninfee e loti, all’ombra di sicomori  rallegrati da ronzii e fruscii di ali.

“Ottavia. Ottavia. Vieni qui accanto a noi.” la invitarono.

Avvicinandosi passò accanto all’oecus, un sacello semicircolare  al cui interno ardeva la fiamma di un piccolo braciere. Si fermò ad alimentarne le fiamme con fascine secche ed  a profumarle con grani di incenso che prese da un’urna posata per terra. (CONTINUA)

brano  tratto da  “LA DECIMA  LEGIONE – Panem et  circenses”  di Maria Pace

lo si può richiedere con dedica personalizzata,direttamente all’autrice

oppure in rete

Vita di un atomo raccontata da se medesimo. La storia dell’universo spiegata ai bambini – di Luca SCIORTINO

 

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Questa è la storia di tutte le storie, il racconto su come tutto è cominciato dal freddo infinito di uno spazio senza materia e senza vita a un presente di galassie, miliardi di stelle, pianeti e – per un capriccio o una volontà del caso, a seconda dei punti di vista – alla vita sulla Terra. Ardua impresa era quella di affidare a umane parole la cronistoria di 14 miliardi di anni di vita dell’Universo. Poteva essere affidata a un rappresentante della specie Homo per quanto sapiens sapiens? Tutta la storia lo conferma: gli esseri umani possono essere insensatamente faziosi e parziali. Chi allora meglio di un atomo poteva raccontare questa storia, con la forza della testimonianza diretta, dell'”io c’ero” – e dell'”io ci sarò”! -, con l’obiettività di chi obbedisce sempre e comunque alle regole della fisica senza lasciarsi trasportare troppo dalle emozioni? Pio Simplicio, atomo di idrogeno, ce l’ha fatta e in queste pagine ricorda, a volte commosso a volte sollevato, i momenti più importanti della sua vita dai primi istanti caotici, caldi e densissimi del Big Bang ai legami importanti con gli altri atomi. Un’autobiografia di un personaggio del tutto originale per bambini curiosi che vogliono imparare divertendosi e adulti che hanno ancora la voglia di scoprire e di stupirsi assieme ai loro figli. Presentazione di Margherita Hack.

Pagine :  181

Editore: Erickson

Prezzo:  euro  12.75

 

 

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“ALLA FINE del VIAGGIO” di Maria Pace – traduzione di Yomna Ahmed c

 

 

 

 

ALLA FINE del VIAGGIO

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Erano partiti da Bir Fadhit cinque settimane prima. A Bir erano giunti dopo un volo di sette ore messo a disposizione dall’agenzia di viaggio. Ormai erano prossimi alla meta.ùIl cammello su cui Beatrice e la sua giovane compagna di viaggio, Jasmine, ciondolavano, stanche della fatica, affondava i garretti nella sabbia della Haramam, il territorio sacro della Mecca.

Beatrice aveva simpatizzato con Jasmine fin dal momento in cui erano state presentate, nell’ufficio dell’agenzia di viaggio araba che, insieme a quella torinese, aveva organizzato quel viaggio e il relativo soggiorno in Arabia.

Le due ragazze si somigliavano perfino un po’ e svolgevano un lavoro molto simile: Beatrice per una agenzia di assicurazione e Jasmine, per un’agenzia turistica.

Quel viaggio, la ragazza l’aveva sempre desiderato. Nutriva una grande passione per tutto ciò che aveva sapore arabo e conosceva piuttosto bene gli usi, i costumi e le tradizioni di quel popolo. Sapeva, ad esempio, che ai non musulmani era vietato l’accesso alla Kahab, il Sacro Cubo della Mecca e che senza quella opportunità, non avrebbe potuto mai farlo. Per questo a Bir Fadhit l’avevano affidata ad una hostess: Jasmine, per l’appunto.

Il viaggio era stato lungo e sfibrante, ma infine era giunto al termine.

La pista che Abud, il capo-carovana, un giovane arabo appartenente ad una tribù dell’interno aveva scelto per i suoi ospiti, era tra le più battute del Paese e il percorso era confortato dalla presenza di numerosi  pozzi che un tempo neanche esistevano.

In quelle settimane la carovana aveva macinato chilometri su chilometri. Là dove era stato possibile, l’uso della jeep aveva accorciato il percorso, ma alcuni tratti era stato possibile percorrerli solo a dorso di cammello.

Sotto gli occhi della ragazza il panorama era in continua trasformazione: case bianche unite da perimetri di mura ininterrotte, case fortificate come piccole fortezze, costruzioni rupestri e tante tende: bianche, grigie, a righe.

Avevano attraversato vasti deserti percorsi da oleodotti e disseminati di impianti di trivellazione e raffinazione del petrolio. Avevano sostato in oasi lussureggianti e superato brevi monti.

Beatrice, una vacanza così, non l’avrebbe mai dimenticata.

La cosa più considerevole, però, era stata la vista del Rub-al- Khaly, il deserto più deserto del mondo.

I nomadi, che in quel mondo inospitale ed affascinante insieme riescono a vivere, lo chiamano anche Ar-Rimal: Le Sabbie, poiché non esiste null’altro che sabbia, sabbia ed ancora sabbia.

No… in realtà non è proprio esatto: in tanta desolazione si possono incontrare creature sorprendentemente vive, come rettili, insetti, lucertole, a testimonianza della lotta per la vita e della sua vittoria sulla morte.

L’occhio vigile di Abud, il capo-carovana, aveva scorto anche tracce degli ultimi predoni del deserto: ultimo palpito di un antico sistema di vita, cosicché, macchine fotografiche, registratori, computer e provviste alimentari, furono immediatamente messi sotto stretta sorveglianza.

 

Nonostante il flagello della febbre delle sabbie che  l’aveva colpita per due giorni o tre, l’entusiasmo della ragazza era altissimo. Le notti, trascorse a ridosso di qualche duna a semicerchio, erano meravigliose e terse e tingevano il cielo di un azzurro intenso,  sconosciuto sotto altre latitudini.

Le albe erano stupende; si avvicinavano prima ancora che la luna fosse scomparsa ed abbracciavano le tende ancora sommerse dal blu notturno. Mandavano giù dal cielo un chiarore di una brillantezza accecante, in un’opalescenza sfumata di mille colori, prima di sollevare la linea che separa il cielo dalla sabbia.

“Guarda. – le diceva tutte le mattine Jasmine – Ibrahim è già sveglio.”

Ibrahim era il secondo di Abud.

 

Si erano lasciati alle spalle Ar-Rimal, un angolo del nostro mondo che pare appartenere ad un altro pianeta ed erano arrivati alla Città Santa della Mecca.

La vista delle prime case accese una strana, incontenibile inquietudine nella ragazza. Era con Jasmine ed Ibrahin, poiché alla Città Santa una donna dev’essere sempre accompagnata da un uomo e  stavano attraversando a piedi scalzi il sentiero di marmo che conduce alla Kaaba.

Beatrice si guardò intorno; guardò Jasmine: superbia, vanità, orgoglio, parevano cancellati sull’immensa marea di visi che la circondava. Anche il volto dell’amica appariva sereno e in pace.

“Vorrei tanto un po’ di pace anche per me…” pensò con un filo di voce

Guardò il drappo di seta nera che ricopriva il cubo di pietra, lesse le parole ricamate in oro:

“La itaha illa Allah wa Muhammad rasul Allah.” (Non vi è altro Dio se non Allah e Maometto è il suo Inviato)

Avevano osservato tutti i doveri del pellegrino. Infagottate nell’ihram, il bianco mantello, avevano girato intorno al massiccio Cubo Sacro per sette volte ed in senso contrario; Beatrice era riuscita perfino a toccare la pietra appartenuta, secondo la tradizione, ad Adamo e poi all’arcangelo  Gabriele,  prima di essere affidata ad Abramo.

Quasi nessuno vi riusciva, tale era la calca.

 

Fu proprio a quel contatto che la sua inquietudine si trasformò in apprensione, prima di precipitare nell’angoscia. Faceva molto caldo; un caldo opprimente ed implacabile: causa di molti malori.

La ragazza ebbe l’inatteso impulso di fuggire, ma si trattenne, soprattutto per riguardo verso la sua compagna, che seguì fino alla fontana di Zam-Zam.

Qui, la sua angoscia precipitò nel terrore; un terrore incontrollabile che la costrinse a staccarsi dai compagni e dirigersi, in una corsa sfrenata, verso i ponticelli di Safa e Marwal,  bisbigliando frasi sconnesse:

“Signore, Signore. – diceva – Salva la vita di Ismaele… figlio di Agar e  figlio di Abramo. Abbi pietà di Agar… Agar… Agar..”

Portava ancora nelle orecchie la voce di Sara, la prima moglie di Abramo, gelosa di lei, da quando aveva partorito il suo figliolo… il piccolo Ismaele.

Sara era sterile e la Legge le consentiva di diventare madre per mezzo suo, ma poi, anche Sara era diventata madre… madre di Isacco. Aveva ancora negli occhi la visione della sposa di Abramo offesa perché Ismaele si era preso gioco del figlio di lei.

“Scaccia questa donna. – aveva detto ad Abramo – E scaccia anche suo figlio. Io non voglio che sia erede con mio figlio Isacco.”

Era stata scacciata, col figlio  Ismaele, ed aveva lasciato la tribù assieme ad una fedele ancella. Con del pane ed un otre d’acqua, che Abramo aveva fatto mettere in una bisaccia, avevano affrontato il deserto; l’acqua, però, era venuta presto a mancare nell’otre.

Lei avrebbe voluto raggiungere il Nilo, il fiume lontano presso la cui riva era nata; avrebbe voluto tornare nella sua terra, ma non conosceva la strada e il deserto era grande, terribile e soprattutto implacabile con la gente sprovveduta.

La sete aveva cominciato a minare la loro resistenza fisica ed a confondere le idee, che si agitavano scomposte dietro la fronte come calabroni nei nidi.

Un pensiero, però, più degli altri, l’atterriva: quello di veder morire la sua creatura.

Aveva cominciato a pregare tutti gli Dei, quelli lasciati nella terra d’Egitto e quello incontrato nella terra di Abramo:

“Abbiate pietà… – pregava – Abbiate pietà del figlio innocente di Agar.”

Aveva visto un arboscello; null’altra vegetazione poteva crescere in quel deserto pietroso. Sotto quell’ombra avevano cercato un momentaneo riparo, prima di tornare a vagare alla ricerca di acqua. Le vesti erano lacere, i piedi tormentati, il volto arso dal sole;  la stanchezza in agguato aveva finito per rubare le loro ultime forze.

“Pietà per mio figlio Ismaele… pietà per mio figlio… un sorso d’acqua.” continuava ad invocare,  quand’ecco una voce piovere dal cielo:

“Agar, non temere… Dio ha ascoltato le tue preghiere.”

Si era fermata ed aveva finalmente scorto la presenza di un pozzo che prima, accecata dalla disperazione non aveva visto. Di quella s’era dissetata ed aveva dissetato suo figlio e l’ancella, poi s’era distesa al suolo come in attesa.ùEsausta, il respiro affannoso, lo sguardo perso nell’infinito, così, più tardi,  Jasmine ed Ibrahim ritrovarono Beatrice.

“Beatrice… Che cosa è successo?” chiese Jasmine con accento di stupore e un po’ di preoccupazione.

“Ismaele…la mia creatura…” rispose la ragazza sollevando sull’amica lo sguardo smarrito.

“Signorina Beatrice, che cosa sta dicendo?” anche Ibrahim la guardava stupito

“Ora che Ismaele non morirà di sete, – Beatrice riprese a balbettare – Agar ha raggiunto la serenità.”

“Chi è questa Agar?”

“Sono io, Agar.  Sara mi ha scacciata, ma il Dio di Abramo ha ascoltato le mie preghiere.”

“Ma che stranezze sta dicendo, la signorina Beatrice? – scuoteva il capo Ibrahim.- Sembra confusa… il sole… Il sole, qui, non è alleato dell’uomo.” sospirò.

“Già! – assentì Jasmine – Non è abituata a questa calura.”

“Portiamola via di qua. Che la Misericordia di Allah la sostenga.”

“E’ convinta di essere un’altra persona… una certa Agar…”

“Agar? – scosse il capo Ibrahim – Non sarà la Agar della Bibbia… la madre di Ismaele, il Patriarca?”

“Stava proprio parlando di suo figlio Ismaele… – convenne Jasmine,  poi suggerì – Portiamola fuori del Tempio. In ospedale ci diranno che cosa può esserle accaduto.”

La condussero ad un posto di soccorso, poi in ospedale, dove la ragazza fu trattenuta per più di una settimana, prima di essere rimpatriata.

Sono passati quasi quattro mesi, ma Beatrice dice ancora di chiamarsi Agar e fa rivelazioni su posti e luoghi che conosce perfettamente senza esserci mai stata.

 

TRADUZIONE IN LINGUA ARABA

 

فى نهاية الرحلة

 

رحلوا من بئر الفضة قبل خمسة أسابيع.كانو قد وصلوا إلى البئر بعد رحلة طيران دامت ست ساعات وفرتها لهم وكالة السفر. الاَن أصبحوا على مقربة من الهدف.

 

يتأرجح الجمل الذى تركب فوقه بياتريس ورفيقتها الشابة فى الرحلة, ياسمين، حيث أصبحوا

منهكين من التعب و تغرس العراقيب فى رمال الحرم، الأرض المقدسة بمكة.

تعاطفت بياتريس مع ياسمين منذ تلك اللحظة التى كانو متواجدين فيها، في مكتب وكالة السفر العربية التى نظمت الرحلة والإقامة فى الجزيرة العربية.

الفتاتان متشابهتان إلى حد ما و يقومان بعمل متشابه جدًا: تعمل بياتريس بوكالة تأمين و تعمل ياسمين بوكالة سياحية.

تلك الرحلة، التى لطالما رغبت بها الفتاة. حيث لديها شغف كبير بكل ما لديه طابع عربى و تعرف إلى حد كبيرعرف ، وعادات وتقاليد ذلك الشعب.على سبيل المثال، تعلم إنه لا يجوز لغير المسلمين دخول الكعبة، المكعب المقدس فى مكة و إنه بدون تلك الفرصة لن تستطيع فعل ذلك ابدًا.لذلك فى بئر الفضة وكلوا إليها هذه المضيفة: ياسمين، من أجل القيام بذلك.

كانت الرحلة طويلة و مُرهِقة، لكنها وصلت إلى غرضها فى النهاية.

المسار الذى اختاره عبود، قائد القافلة، و هو شاب عربى ينتمى إلى قبيلة فى المناطق الداخلية ، لضيوفه كان بين المناطق الأكثر شعبية فى البلاد و كان الطريق مزود بالعديد من الاَبار التى لم تكن موجودة من قبل.

فى تلك الأسابيع عبرت القافلة العديد من الكيلومترات . هناك حيث كان من الممكن، تقصير المسافة باستخدام السيارة ال jeep ، لكن بعض المناطق كان من المستحيل عبورها إلا على ظهر الجمل.

كان المنظر فى تغير مستمر أمام أعين الفتاة: بيوت بيضاء متصلة ببعضها عن طريق حائط موحد، بيوت محصنة أشبه بالحصون الصغيرة، مبانى من الصخور و الكثير من الستائر: البيضاء و الرمادية و المخططة.

عبروا صحاري واسعة تمر بها خطوط الأنابيب و تنتشر بها محطات تنقيب وتكرير البترول. توقفوا عند واحات خصبة و اجتازوا جبال قصيرة.

 

لن تنسَ بياتريس أجازة كهذه ابدًا.

الشئ الأكثر تميزًا, هو زيارة رب الخالى، الصحراء الأكبر فى العالم.

يستطيعون البدو الرحل معًا العيش فى ذلك العالم القاسٍ والفاتن، و يسموا ايضًا “الرمال”: الرمال، لإنه لا يوجد غير الرمال، رمال ثم رمال.

لا… فى الواقع ليس هذا بالضبط: فى الخراب نستطيع إيجاد كائنات تعيش بصورة تثير الدهشة، مثل الزواحف والحشرات و السحالى كشهود على الصراع من أجل الحياة و انتصارهم على الموت.

عين عبود الساهرة، قائد القافلة، التقطت اَثار لاَخر طغاة الصحراء: اَخر نبضات لنظام قديم فى العيش، لذلك تم وضع الكاميرات والمسجلات وأجهزة الكمبيوتر والإمدادات الغذائية على الفور تحت رقابة مشددة.

 

على الرغم من اَفة حمى الرمال التى أصابتها لمدة يومين أو ثلاث، إلا إن حماس الفتاة تخطى ذلك.كانت الليالى التى مضت بالقرب من الكثبان الرملية رائعة و نقية و تصبّغت السماء باللون الأزرق الشديد غير المسبوق.

كانت الأشجار مبهرة؛ يتقاربوا من بعضهم البعض قبل اختفاء القمر و يعانقو الخيام التى لا تزال مغمورة بلون الليل الأزرق. حيث يتخللهم بريق ساطع من السماء به اَلاَف الألوان، قبل أن يختفى الخط الفاصل بين السماء والرمل.

كانت تقول ياسمين فى كل صباح: “أنظر. لقد استيقظ إبراهيم.”

كان إبراهيم خليفة عبود.

 

تركوا “الرمال” خلف ظهورهم, جانب من عالمنا لكنه يبدو و كأنه ينتمى إلى كوكب اَخر و وصلو إلى مكة المدينة المقدسة.

اثارت رؤية البيوت السابقة فى الفتاة نوع من الإضطراب الغريب الذى لا يمكنها السيطرة عليه. كانت مع ياسمين و إبراهيم لإن المرأة فى المدينة المقدسة يجب أن يصطحبها رجل و ظلو يعبروا بأرجل عارية طريق الرخام الذى يقود إلى الكعبة.

تنظر بياتريس فى جميع الأرجاء؛ تنظر إلى ياسمين: يبدو أن الكبر و الغرور و الفخر منزوعين من وجوه هذا الكم الهائل الذى يطوف حولها. حتى وجه صديقتها يبدو عليه الطمأنينة والسلام.

تفكر بصوت خافت: “أرغب بشدة أن أنعم أنا أيضًا ببعض من هذا السلام…”

تنظر إلى ثنى الحرير الأسود الذى يغطى الكعبة، و تقرأ الكلمات المنقوشة بالذهب: لا إله إلا الله و محمد رسول الله (لا يوجد إله غير الله و محمد هو رسول الله).

 

شهِدوا كل فرائض الحج. الطواف في الحرم، زى الإحرام، قاموا بالطواف حول المكعب المقدس الضخم ست مرات و فى إتجاه معاكس؛ استطاعت بياتريس اخيرًا لمس الحجر الأسود، وفقاً للشعائر،  الذى كان ينتمى إلى اَدم ثم إلى سيد الملائكة جبريل، قبل أن يُعهد إلى إبراهيم.

تقريبًا لم يستطع احد الوصول إليه بسبب التصادم.

 

بعد لمس الحجر تحول اضطراب الفتاة إلى تخوف،و ذلك قبل أن تغرق فى المحنة. كان الجو شديد الحرارة, حر قاسِ ولا يوجد به هواء: يسبب العديد من الأمراض.

أصبح لدى الفتاة رغبة ملحة فى الهروب، لكنها توقفت، خاصة من أجل رفيقتها، التى اتبعتها حتى بئر زمزم.

هنا، تحول قلقها إلى رهبة؛ رهبة خارجة عن السيطرة والتى اضطرتها إلى الانفصال عن رفقائها والتوجه إلى ،جولة حرة،  نحو جبل الصفا و المروة،حيث همست بعبارات متقطعة:

 

” يا إلهى، يا إلهى. إنقذ حياة إسماعيل … ابن هاجر و إبراهيم. إرحم هاجر … هاجر … هاجر..”

وتسمع فى أذنيها ايضًا صوت سارة، زوجة إبراهيم الأولى، وكانت تغار منها، عندما أنجبت طفلها … الفتى إسماعيل.

كانت سارة عقيمة لكن شاء القدر بأن تصبح أم، فيما بعد، أصبحت سارة أم… أم لإسحاق. و رأت ايضًا فى أعينها مشهد لزوجة إبراهيم وهى منزعجة لإن إسماعيل كان يسخر من ابنها.

تقول لإبراهيم: “اُطرد هذه المرأة. و اطرد ابنها. لا أريده أن يكون وريث مع ابنى إسحاق.”

 

طُردت، مع الطفل إسماعيل، وتركت القبيلة مع خادمتها المخلصة. معها بعض العيش و الماء، الذى وضعهم إبراهيم فى حقيبتها، عبروا الصحراء، لكن المياة بدأت تقل من الإناء مبكرًا.

كانت تود الوصول إلى النيل، النهر الطويل التى وُلدت على ضفافه؛ أرادت أن تعود إلى أراضيها، لكنها لا تعرف الطريق وكانت الصحراء واسعة و مخيفة و فوق كل ذلك كانت مُوحشة بما فيها من أُناس بائسين.

بدأ العطش يقلل من قدرتهم الجسدية و يشتت الأفكار التى تدور فى أذهانهم مثل الدبابير فى الأعشاش.

وكان الخوف المسيطر على فكرها هو: رؤية طفلها يموت.

بدأت تدعوا كل الاَلهة، الموجودين فى أرض مصر و فى أرض إبراهيم: “إرحموا… إرحموا طفل هاجر البرئ.”

رأت شجيرة؛ لا يوجد خُضرة غيرها يمكنها النمو فى مثل هذه الصحراء القاحلة. تحت ظلها استطاعوا أن يقضوا لحظات اَمنة، قبل أن يعاودوا البحث عن الماء.

كانت الثياب بالية و الأقدام مُنهكة و الوجه تحول إلى السُمرة من الشمس؛ سرق التعب الشديد كل ما تبقى لهم من قوة.

تستمر فى الدعاء “إرحم طفلى إسماعيل… إرحم طفلى… رشفة ماء.”

إذا بصوت نزل من السماء: “هاجر، لا تخافِ… لقد سمع الله دعائك.”

توقفت و رأت أخيرًا البئر الذى لم تراه من قبل بسبب يأسها. ارتوت منه و روت طفلها والخادمة ثم استلقت على الأرض بعد ذلك مُنتظِرة.

 

فيما بعد وجدا ياسمين و إبراهيم بياتريس مُنهكة و أنفاسها ثقيلة و نظراتها حائرة.

سألتها ياسمين فى دهشة و قلق: “بياتريس… ماذا حدث؟ “

أجابت الفتاة بعد أن نظرت إلى رفيقتها نظرة مشتتة: “إسماعيل… ابنى…”

نظر إليها إبراهيم وهو مندهش ” اَنسة بياتريس، ماذا تقولين؟ “

تستأنف بياتريس حديثها متلعثمة: لقد هدأت هاجر، الاَن لن يموت إسماعيل من الظمأ. “

“من هاجر هذه؟”

“انا، هاجر. لقد طردتنى سارة لكن إله إبراهيم سمع دعائى.”

هز إبراهيم رأسه متسائلاً ” ما تلك الأشياء الغريبة التى تقوليها يا اَنسة بياتريس؟. تبدين مُشتتة… الشمس… الشمس، هنا، لا يتحملها بشر.”

وافقته ياسمين: “بالفعل! إنها ليست معتادة على مثل هذه الحرارة”

“فلنأخذها بعيدا من هنا. فليتولاها الله برحمته.”

“إنها مقتنعة بكونها شخص اَخر… يُسمى هاجر…”

هز إبراهيم رأسه: ” هاجر؟ هل تقصد هاجر المذكورة في الكتاب المقدس… والدة إسماعيل، البطريرك؟”

تؤيده ياسمين فى الرأى: ” كانت تتحدث بالفعل عن ابنها إسماعيل…”ثم اقترحت:” فلنخرجها من هذه البقعة. سيقولون لنا فى المشفى ماذا حل بها.”

نقلوها إلى مكان به إسعافات أولية، ثم إلى مستشفى، حيث تلقت العلاج لأكثر من أسبوع، قبل أن تعود إلى موطنها.

مروا كأنهم أربعة أشهر، لكن بياتريس لا زالت تدعى بأنها هاجر و أشارت إلى أماكن ومناطق لم تزورها قط و لكنها تعرفها جيداً.

 

“HIPERIONIDI – L’ALBA DEGLI DEI” di Marco PARISI

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CAPITOLO ZERO
La ribellione di Hiperione
Quando Urano fu spodestato da Crono, il più piccolo
dei suoi figli, i
titani, ovvero tutta la prole del primo, furono pre
posti come divinità
preminenti del pianeta, col secondo capo supremo. B
en presto però
costoro non furono ritenuti all’altezza dei loro in
carichi perché
imposero delle regole non conformi a quanto imparti
to da Fato, il
sovrano di tutti i destini degli esseri viventi e q
uindi superiore agli
stessi titani da cui hanno avuto anche l’investitur
a. I titani quindi
comandavano sul pianeta secondo le loro necessità f
isiologiche, ad
esempio il sole non sorgeva quasi mai allo stesso o
rario, il pelago
non era navigabile e le continue glaciazioni sgreto
lavano e
frammentavano interi continenti. Tutto questo di ce
rto non rendeva il
pianeta un posto vivibile per tutte le creature viv
enti, in modo
particolare per gli umani, degli esseri creati con
l’argilla di Giapeto,
uno dei titani. Costui creò gli uomini a sua immagi
ne e somiglianza
affinché adorassero lui e tutta la sua razza per l’
eternità solo per puro
piacere di essere adorati. Gli esseri umani d’altro
canto furono
decisamente insoddisfatti delle loro divinità per v
ia delle pessime
condizioni ambientali in cui erano costretti a vive
re: i terreni agricoli
erano talmente sottoposti a frequenti e continui sb
alzi di temperatura
che divennero sterili, quindi incapaci di produrre
i frutti necessari per
la loro alimentazione e molti di loro, se non periv
ano di fame,
morivano d’ipotermia. Per questo motivo, gli esseri
umani
invocarono clemenza alle loro divinità affinché ren
dessero il mondo
un posto meno freddo e più abitabile, alla fine i t
itani esaudirono i
loro desideri facendo eruttare tutti i vulcani del
mondo
contemporaneamente. Secondo la loro opinione, quest
a è la
soluzione ottima per risolvere i problemi di cui so
pra sia per il calore
prodotto delle eruzioni sia per il magma quale prin
cipale fonte di
alimentazione per il terreno. In realtà risultò ess
ere solo una scusa
per i titani per farsi quattro risate a danno degli
uomini per via
dell’ambiguità delle loro richieste.
Fato così infastidito per il loro comportamento dep
lorevole ed
infantile, si presentò in una calda sera alla reggi
a di Crono sul monte
Otri in Tessaglia dove era in corso l’ennesimo simp
osio. Quivi
spalancò le porte con veemenza, puntò l’indice cont
ro Crono ed i
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suoi fratelli e sentenziò a tutti i presenti il lor
o destino.
Tutti i titani risero a quelle parole, di contro in
vece Fato urlò di gioia
per la loro reazione e si congedò alla platea sghig
nazzando e
strusciandosi le mani.

L’AUTORE – SILVIA BRINDISI

Silvia Brindisi: io, il sociale, la letteratura e le mie favole per bambini

ROMA – É simpatica, determinata, dolce e decisamente alla mano la scrittrice romana Silvia Brindisi. Laureata in educatore professionale di comunità presso l’ Università di Roma Tre, dopo la pubblicazione nel 2009 di un saggio contenuto nel volume “Prevenzione e qualità della vita. Il ruolo degli educatori  nel lavoro con i minori”.