“ALLA FINE del VIAGGIO” di Maria Pace – traduzione di Yomna Ahmed c

 

 

 

 

ALLA FINE del VIAGGIO

img_0622-copia

21552143_1445624898852727_764198129_n

 

Erano partiti da Bir Fadhit cinque settimane prima. A Bir erano giunti dopo un volo di sette ore messo a disposizione dall’agenzia di viaggio. Ormai erano prossimi alla meta.ùIl cammello su cui Beatrice e la sua giovane compagna di viaggio, Jasmine, ciondolavano, stanche della fatica, affondava i garretti nella sabbia della Haramam, il territorio sacro della Mecca.

Beatrice aveva simpatizzato con Jasmine fin dal momento in cui erano state presentate, nell’ufficio dell’agenzia di viaggio araba che, insieme a quella torinese, aveva organizzato quel viaggio e il relativo soggiorno in Arabia.

Le due ragazze si somigliavano perfino un po’ e svolgevano un lavoro molto simile: Beatrice per una agenzia di assicurazione e Jasmine, per un’agenzia turistica.

Quel viaggio, la ragazza l’aveva sempre desiderato. Nutriva una grande passione per tutto ciò che aveva sapore arabo e conosceva piuttosto bene gli usi, i costumi e le tradizioni di quel popolo. Sapeva, ad esempio, che ai non musulmani era vietato l’accesso alla Kahab, il Sacro Cubo della Mecca e che senza quella opportunità, non avrebbe potuto mai farlo. Per questo a Bir Fadhit l’avevano affidata ad una hostess: Jasmine, per l’appunto.

Il viaggio era stato lungo e sfibrante, ma infine era giunto al termine.

La pista che Abud, il capo-carovana, un giovane arabo appartenente ad una tribù dell’interno aveva scelto per i suoi ospiti, era tra le più battute del Paese e il percorso era confortato dalla presenza di numerosi  pozzi che un tempo neanche esistevano.

In quelle settimane la carovana aveva macinato chilometri su chilometri. Là dove era stato possibile, l’uso della jeep aveva accorciato il percorso, ma alcuni tratti era stato possibile percorrerli solo a dorso di cammello.

Sotto gli occhi della ragazza il panorama era in continua trasformazione: case bianche unite da perimetri di mura ininterrotte, case fortificate come piccole fortezze, costruzioni rupestri e tante tende: bianche, grigie, a righe.

Avevano attraversato vasti deserti percorsi da oleodotti e disseminati di impianti di trivellazione e raffinazione del petrolio. Avevano sostato in oasi lussureggianti e superato brevi monti.

Beatrice, una vacanza così, non l’avrebbe mai dimenticata.

La cosa più considerevole, però, era stata la vista del Rub-al- Khaly, il deserto più deserto del mondo.

I nomadi, che in quel mondo inospitale ed affascinante insieme riescono a vivere, lo chiamano anche Ar-Rimal: Le Sabbie, poiché non esiste null’altro che sabbia, sabbia ed ancora sabbia.

No… in realtà non è proprio esatto: in tanta desolazione si possono incontrare creature sorprendentemente vive, come rettili, insetti, lucertole, a testimonianza della lotta per la vita e della sua vittoria sulla morte.

L’occhio vigile di Abud, il capo-carovana, aveva scorto anche tracce degli ultimi predoni del deserto: ultimo palpito di un antico sistema di vita, cosicché, macchine fotografiche, registratori, computer e provviste alimentari, furono immediatamente messi sotto stretta sorveglianza.

 

Nonostante il flagello della febbre delle sabbie che  l’aveva colpita per due giorni o tre, l’entusiasmo della ragazza era altissimo. Le notti, trascorse a ridosso di qualche duna a semicerchio, erano meravigliose e terse e tingevano il cielo di un azzurro intenso,  sconosciuto sotto altre latitudini.

Le albe erano stupende; si avvicinavano prima ancora che la luna fosse scomparsa ed abbracciavano le tende ancora sommerse dal blu notturno. Mandavano giù dal cielo un chiarore di una brillantezza accecante, in un’opalescenza sfumata di mille colori, prima di sollevare la linea che separa il cielo dalla sabbia.

“Guarda. – le diceva tutte le mattine Jasmine – Ibrahim è già sveglio.”

Ibrahim era il secondo di Abud.

 

Si erano lasciati alle spalle Ar-Rimal, un angolo del nostro mondo che pare appartenere ad un altro pianeta ed erano arrivati alla Città Santa della Mecca.

La vista delle prime case accese una strana, incontenibile inquietudine nella ragazza. Era con Jasmine ed Ibrahin, poiché alla Città Santa una donna dev’essere sempre accompagnata da un uomo e  stavano attraversando a piedi scalzi il sentiero di marmo che conduce alla Kaaba.

Beatrice si guardò intorno; guardò Jasmine: superbia, vanità, orgoglio, parevano cancellati sull’immensa marea di visi che la circondava. Anche il volto dell’amica appariva sereno e in pace.

“Vorrei tanto un po’ di pace anche per me…” pensò con un filo di voce

Guardò il drappo di seta nera che ricopriva il cubo di pietra, lesse le parole ricamate in oro:

“La itaha illa Allah wa Muhammad rasul Allah.” (Non vi è altro Dio se non Allah e Maometto è il suo Inviato)

Avevano osservato tutti i doveri del pellegrino. Infagottate nell’ihram, il bianco mantello, avevano girato intorno al massiccio Cubo Sacro per sette volte ed in senso contrario; Beatrice era riuscita perfino a toccare la pietra appartenuta, secondo la tradizione, ad Adamo e poi all’arcangelo  Gabriele,  prima di essere affidata ad Abramo.

Quasi nessuno vi riusciva, tale era la calca.

 

Fu proprio a quel contatto che la sua inquietudine si trasformò in apprensione, prima di precipitare nell’angoscia. Faceva molto caldo; un caldo opprimente ed implacabile: causa di molti malori.

La ragazza ebbe l’inatteso impulso di fuggire, ma si trattenne, soprattutto per riguardo verso la sua compagna, che seguì fino alla fontana di Zam-Zam.

Qui, la sua angoscia precipitò nel terrore; un terrore incontrollabile che la costrinse a staccarsi dai compagni e dirigersi, in una corsa sfrenata, verso i ponticelli di Safa e Marwal,  bisbigliando frasi sconnesse:

“Signore, Signore. – diceva – Salva la vita di Ismaele… figlio di Agar e  figlio di Abramo. Abbi pietà di Agar… Agar… Agar..”

Portava ancora nelle orecchie la voce di Sara, la prima moglie di Abramo, gelosa di lei, da quando aveva partorito il suo figliolo… il piccolo Ismaele.

Sara era sterile e la Legge le consentiva di diventare madre per mezzo suo, ma poi, anche Sara era diventata madre… madre di Isacco. Aveva ancora negli occhi la visione della sposa di Abramo offesa perché Ismaele si era preso gioco del figlio di lei.

“Scaccia questa donna. – aveva detto ad Abramo – E scaccia anche suo figlio. Io non voglio che sia erede con mio figlio Isacco.”

Era stata scacciata, col figlio  Ismaele, ed aveva lasciato la tribù assieme ad una fedele ancella. Con del pane ed un otre d’acqua, che Abramo aveva fatto mettere in una bisaccia, avevano affrontato il deserto; l’acqua, però, era venuta presto a mancare nell’otre.

Lei avrebbe voluto raggiungere il Nilo, il fiume lontano presso la cui riva era nata; avrebbe voluto tornare nella sua terra, ma non conosceva la strada e il deserto era grande, terribile e soprattutto implacabile con la gente sprovveduta.

La sete aveva cominciato a minare la loro resistenza fisica ed a confondere le idee, che si agitavano scomposte dietro la fronte come calabroni nei nidi.

Un pensiero, però, più degli altri, l’atterriva: quello di veder morire la sua creatura.

Aveva cominciato a pregare tutti gli Dei, quelli lasciati nella terra d’Egitto e quello incontrato nella terra di Abramo:

“Abbiate pietà… – pregava – Abbiate pietà del figlio innocente di Agar.”

Aveva visto un arboscello; null’altra vegetazione poteva crescere in quel deserto pietroso. Sotto quell’ombra avevano cercato un momentaneo riparo, prima di tornare a vagare alla ricerca di acqua. Le vesti erano lacere, i piedi tormentati, il volto arso dal sole;  la stanchezza in agguato aveva finito per rubare le loro ultime forze.

“Pietà per mio figlio Ismaele… pietà per mio figlio… un sorso d’acqua.” continuava ad invocare,  quand’ecco una voce piovere dal cielo:

“Agar, non temere… Dio ha ascoltato le tue preghiere.”

Si era fermata ed aveva finalmente scorto la presenza di un pozzo che prima, accecata dalla disperazione non aveva visto. Di quella s’era dissetata ed aveva dissetato suo figlio e l’ancella, poi s’era distesa al suolo come in attesa.ùEsausta, il respiro affannoso, lo sguardo perso nell’infinito, così, più tardi,  Jasmine ed Ibrahim ritrovarono Beatrice.

“Beatrice… Che cosa è successo?” chiese Jasmine con accento di stupore e un po’ di preoccupazione.

“Ismaele…la mia creatura…” rispose la ragazza sollevando sull’amica lo sguardo smarrito.

“Signorina Beatrice, che cosa sta dicendo?” anche Ibrahim la guardava stupito

“Ora che Ismaele non morirà di sete, – Beatrice riprese a balbettare – Agar ha raggiunto la serenità.”

“Chi è questa Agar?”

“Sono io, Agar.  Sara mi ha scacciata, ma il Dio di Abramo ha ascoltato le mie preghiere.”

“Ma che stranezze sta dicendo, la signorina Beatrice? – scuoteva il capo Ibrahim.- Sembra confusa… il sole… Il sole, qui, non è alleato dell’uomo.” sospirò.

“Già! – assentì Jasmine – Non è abituata a questa calura.”

“Portiamola via di qua. Che la Misericordia di Allah la sostenga.”

“E’ convinta di essere un’altra persona… una certa Agar…”

“Agar? – scosse il capo Ibrahim – Non sarà la Agar della Bibbia… la madre di Ismaele, il Patriarca?”

“Stava proprio parlando di suo figlio Ismaele… – convenne Jasmine,  poi suggerì – Portiamola fuori del Tempio. In ospedale ci diranno che cosa può esserle accaduto.”

La condussero ad un posto di soccorso, poi in ospedale, dove la ragazza fu trattenuta per più di una settimana, prima di essere rimpatriata.

Sono passati quasi quattro mesi, ma Beatrice dice ancora di chiamarsi Agar e fa rivelazioni su posti e luoghi che conosce perfettamente senza esserci mai stata.

 

TRADUZIONE IN LINGUA ARABA

 

فى نهاية الرحلة

 

رحلوا من بئر الفضة قبل خمسة أسابيع.كانو قد وصلوا إلى البئر بعد رحلة طيران دامت ست ساعات وفرتها لهم وكالة السفر. الاَن أصبحوا على مقربة من الهدف.

 

يتأرجح الجمل الذى تركب فوقه بياتريس ورفيقتها الشابة فى الرحلة, ياسمين، حيث أصبحوا

منهكين من التعب و تغرس العراقيب فى رمال الحرم، الأرض المقدسة بمكة.

تعاطفت بياتريس مع ياسمين منذ تلك اللحظة التى كانو متواجدين فيها، في مكتب وكالة السفر العربية التى نظمت الرحلة والإقامة فى الجزيرة العربية.

الفتاتان متشابهتان إلى حد ما و يقومان بعمل متشابه جدًا: تعمل بياتريس بوكالة تأمين و تعمل ياسمين بوكالة سياحية.

تلك الرحلة، التى لطالما رغبت بها الفتاة. حيث لديها شغف كبير بكل ما لديه طابع عربى و تعرف إلى حد كبيرعرف ، وعادات وتقاليد ذلك الشعب.على سبيل المثال، تعلم إنه لا يجوز لغير المسلمين دخول الكعبة، المكعب المقدس فى مكة و إنه بدون تلك الفرصة لن تستطيع فعل ذلك ابدًا.لذلك فى بئر الفضة وكلوا إليها هذه المضيفة: ياسمين، من أجل القيام بذلك.

كانت الرحلة طويلة و مُرهِقة، لكنها وصلت إلى غرضها فى النهاية.

المسار الذى اختاره عبود، قائد القافلة، و هو شاب عربى ينتمى إلى قبيلة فى المناطق الداخلية ، لضيوفه كان بين المناطق الأكثر شعبية فى البلاد و كان الطريق مزود بالعديد من الاَبار التى لم تكن موجودة من قبل.

فى تلك الأسابيع عبرت القافلة العديد من الكيلومترات . هناك حيث كان من الممكن، تقصير المسافة باستخدام السيارة ال jeep ، لكن بعض المناطق كان من المستحيل عبورها إلا على ظهر الجمل.

كان المنظر فى تغير مستمر أمام أعين الفتاة: بيوت بيضاء متصلة ببعضها عن طريق حائط موحد، بيوت محصنة أشبه بالحصون الصغيرة، مبانى من الصخور و الكثير من الستائر: البيضاء و الرمادية و المخططة.

عبروا صحاري واسعة تمر بها خطوط الأنابيب و تنتشر بها محطات تنقيب وتكرير البترول. توقفوا عند واحات خصبة و اجتازوا جبال قصيرة.

 

لن تنسَ بياتريس أجازة كهذه ابدًا.

الشئ الأكثر تميزًا, هو زيارة رب الخالى، الصحراء الأكبر فى العالم.

يستطيعون البدو الرحل معًا العيش فى ذلك العالم القاسٍ والفاتن، و يسموا ايضًا “الرمال”: الرمال، لإنه لا يوجد غير الرمال، رمال ثم رمال.

لا… فى الواقع ليس هذا بالضبط: فى الخراب نستطيع إيجاد كائنات تعيش بصورة تثير الدهشة، مثل الزواحف والحشرات و السحالى كشهود على الصراع من أجل الحياة و انتصارهم على الموت.

عين عبود الساهرة، قائد القافلة، التقطت اَثار لاَخر طغاة الصحراء: اَخر نبضات لنظام قديم فى العيش، لذلك تم وضع الكاميرات والمسجلات وأجهزة الكمبيوتر والإمدادات الغذائية على الفور تحت رقابة مشددة.

 

على الرغم من اَفة حمى الرمال التى أصابتها لمدة يومين أو ثلاث، إلا إن حماس الفتاة تخطى ذلك.كانت الليالى التى مضت بالقرب من الكثبان الرملية رائعة و نقية و تصبّغت السماء باللون الأزرق الشديد غير المسبوق.

كانت الأشجار مبهرة؛ يتقاربوا من بعضهم البعض قبل اختفاء القمر و يعانقو الخيام التى لا تزال مغمورة بلون الليل الأزرق. حيث يتخللهم بريق ساطع من السماء به اَلاَف الألوان، قبل أن يختفى الخط الفاصل بين السماء والرمل.

كانت تقول ياسمين فى كل صباح: “أنظر. لقد استيقظ إبراهيم.”

كان إبراهيم خليفة عبود.

 

تركوا “الرمال” خلف ظهورهم, جانب من عالمنا لكنه يبدو و كأنه ينتمى إلى كوكب اَخر و وصلو إلى مكة المدينة المقدسة.

اثارت رؤية البيوت السابقة فى الفتاة نوع من الإضطراب الغريب الذى لا يمكنها السيطرة عليه. كانت مع ياسمين و إبراهيم لإن المرأة فى المدينة المقدسة يجب أن يصطحبها رجل و ظلو يعبروا بأرجل عارية طريق الرخام الذى يقود إلى الكعبة.

تنظر بياتريس فى جميع الأرجاء؛ تنظر إلى ياسمين: يبدو أن الكبر و الغرور و الفخر منزوعين من وجوه هذا الكم الهائل الذى يطوف حولها. حتى وجه صديقتها يبدو عليه الطمأنينة والسلام.

تفكر بصوت خافت: “أرغب بشدة أن أنعم أنا أيضًا ببعض من هذا السلام…”

تنظر إلى ثنى الحرير الأسود الذى يغطى الكعبة، و تقرأ الكلمات المنقوشة بالذهب: لا إله إلا الله و محمد رسول الله (لا يوجد إله غير الله و محمد هو رسول الله).

 

شهِدوا كل فرائض الحج. الطواف في الحرم، زى الإحرام، قاموا بالطواف حول المكعب المقدس الضخم ست مرات و فى إتجاه معاكس؛ استطاعت بياتريس اخيرًا لمس الحجر الأسود، وفقاً للشعائر،  الذى كان ينتمى إلى اَدم ثم إلى سيد الملائكة جبريل، قبل أن يُعهد إلى إبراهيم.

تقريبًا لم يستطع احد الوصول إليه بسبب التصادم.

 

بعد لمس الحجر تحول اضطراب الفتاة إلى تخوف،و ذلك قبل أن تغرق فى المحنة. كان الجو شديد الحرارة, حر قاسِ ولا يوجد به هواء: يسبب العديد من الأمراض.

أصبح لدى الفتاة رغبة ملحة فى الهروب، لكنها توقفت، خاصة من أجل رفيقتها، التى اتبعتها حتى بئر زمزم.

هنا، تحول قلقها إلى رهبة؛ رهبة خارجة عن السيطرة والتى اضطرتها إلى الانفصال عن رفقائها والتوجه إلى ،جولة حرة،  نحو جبل الصفا و المروة،حيث همست بعبارات متقطعة:

 

” يا إلهى، يا إلهى. إنقذ حياة إسماعيل … ابن هاجر و إبراهيم. إرحم هاجر … هاجر … هاجر..”

وتسمع فى أذنيها ايضًا صوت سارة، زوجة إبراهيم الأولى، وكانت تغار منها، عندما أنجبت طفلها … الفتى إسماعيل.

كانت سارة عقيمة لكن شاء القدر بأن تصبح أم، فيما بعد، أصبحت سارة أم… أم لإسحاق. و رأت ايضًا فى أعينها مشهد لزوجة إبراهيم وهى منزعجة لإن إسماعيل كان يسخر من ابنها.

تقول لإبراهيم: “اُطرد هذه المرأة. و اطرد ابنها. لا أريده أن يكون وريث مع ابنى إسحاق.”

 

طُردت، مع الطفل إسماعيل، وتركت القبيلة مع خادمتها المخلصة. معها بعض العيش و الماء، الذى وضعهم إبراهيم فى حقيبتها، عبروا الصحراء، لكن المياة بدأت تقل من الإناء مبكرًا.

كانت تود الوصول إلى النيل، النهر الطويل التى وُلدت على ضفافه؛ أرادت أن تعود إلى أراضيها، لكنها لا تعرف الطريق وكانت الصحراء واسعة و مخيفة و فوق كل ذلك كانت مُوحشة بما فيها من أُناس بائسين.

بدأ العطش يقلل من قدرتهم الجسدية و يشتت الأفكار التى تدور فى أذهانهم مثل الدبابير فى الأعشاش.

وكان الخوف المسيطر على فكرها هو: رؤية طفلها يموت.

بدأت تدعوا كل الاَلهة، الموجودين فى أرض مصر و فى أرض إبراهيم: “إرحموا… إرحموا طفل هاجر البرئ.”

رأت شجيرة؛ لا يوجد خُضرة غيرها يمكنها النمو فى مثل هذه الصحراء القاحلة. تحت ظلها استطاعوا أن يقضوا لحظات اَمنة، قبل أن يعاودوا البحث عن الماء.

كانت الثياب بالية و الأقدام مُنهكة و الوجه تحول إلى السُمرة من الشمس؛ سرق التعب الشديد كل ما تبقى لهم من قوة.

تستمر فى الدعاء “إرحم طفلى إسماعيل… إرحم طفلى… رشفة ماء.”

إذا بصوت نزل من السماء: “هاجر، لا تخافِ… لقد سمع الله دعائك.”

توقفت و رأت أخيرًا البئر الذى لم تراه من قبل بسبب يأسها. ارتوت منه و روت طفلها والخادمة ثم استلقت على الأرض بعد ذلك مُنتظِرة.

 

فيما بعد وجدا ياسمين و إبراهيم بياتريس مُنهكة و أنفاسها ثقيلة و نظراتها حائرة.

سألتها ياسمين فى دهشة و قلق: “بياتريس… ماذا حدث؟ “

أجابت الفتاة بعد أن نظرت إلى رفيقتها نظرة مشتتة: “إسماعيل… ابنى…”

نظر إليها إبراهيم وهو مندهش ” اَنسة بياتريس، ماذا تقولين؟ “

تستأنف بياتريس حديثها متلعثمة: لقد هدأت هاجر، الاَن لن يموت إسماعيل من الظمأ. “

“من هاجر هذه؟”

“انا، هاجر. لقد طردتنى سارة لكن إله إبراهيم سمع دعائى.”

هز إبراهيم رأسه متسائلاً ” ما تلك الأشياء الغريبة التى تقوليها يا اَنسة بياتريس؟. تبدين مُشتتة… الشمس… الشمس، هنا، لا يتحملها بشر.”

وافقته ياسمين: “بالفعل! إنها ليست معتادة على مثل هذه الحرارة”

“فلنأخذها بعيدا من هنا. فليتولاها الله برحمته.”

“إنها مقتنعة بكونها شخص اَخر… يُسمى هاجر…”

هز إبراهيم رأسه: ” هاجر؟ هل تقصد هاجر المذكورة في الكتاب المقدس… والدة إسماعيل، البطريرك؟”

تؤيده ياسمين فى الرأى: ” كانت تتحدث بالفعل عن ابنها إسماعيل…”ثم اقترحت:” فلنخرجها من هذه البقعة. سيقولون لنا فى المشفى ماذا حل بها.”

نقلوها إلى مكان به إسعافات أولية، ثم إلى مستشفى، حيث تلقت العلاج لأكثر من أسبوع، قبل أن تعود إلى موطنها.

مروا كأنهم أربعة أشهر، لكن بياتريس لا زالت تدعى بأنها هاجر و أشارت إلى أماكن ومناطق لم تزورها قط و لكنها تعرفها جيداً.

 

Annunci

“HIPERIONIDI – L’ALBA DEGLI DEI” di Marco PARISI

18361206_10212675037661414_379805480_n
CAPITOLO ZERO
La ribellione di Hiperione
Quando Urano fu spodestato da Crono, il più piccolo
dei suoi figli, i
titani, ovvero tutta la prole del primo, furono pre
posti come divinità
preminenti del pianeta, col secondo capo supremo. B
en presto però
costoro non furono ritenuti all’altezza dei loro in
carichi perché
imposero delle regole non conformi a quanto imparti
to da Fato, il
sovrano di tutti i destini degli esseri viventi e q
uindi superiore agli
stessi titani da cui hanno avuto anche l’investitur
a. I titani quindi
comandavano sul pianeta secondo le loro necessità f
isiologiche, ad
esempio il sole non sorgeva quasi mai allo stesso o
rario, il pelago
non era navigabile e le continue glaciazioni sgreto
lavano e
frammentavano interi continenti. Tutto questo di ce
rto non rendeva il
pianeta un posto vivibile per tutte le creature viv
enti, in modo
particolare per gli umani, degli esseri creati con
l’argilla di Giapeto,
uno dei titani. Costui creò gli uomini a sua immagi
ne e somiglianza
affinché adorassero lui e tutta la sua razza per l’
eternità solo per puro
piacere di essere adorati. Gli esseri umani d’altro
canto furono
decisamente insoddisfatti delle loro divinità per v
ia delle pessime
condizioni ambientali in cui erano costretti a vive
re: i terreni agricoli
erano talmente sottoposti a frequenti e continui sb
alzi di temperatura
che divennero sterili, quindi incapaci di produrre
i frutti necessari per
la loro alimentazione e molti di loro, se non periv
ano di fame,
morivano d’ipotermia. Per questo motivo, gli esseri
umani
invocarono clemenza alle loro divinità affinché ren
dessero il mondo
un posto meno freddo e più abitabile, alla fine i t
itani esaudirono i
loro desideri facendo eruttare tutti i vulcani del
mondo
contemporaneamente. Secondo la loro opinione, quest
a è la
soluzione ottima per risolvere i problemi di cui so
pra sia per il calore
prodotto delle eruzioni sia per il magma quale prin
cipale fonte di
alimentazione per il terreno. In realtà risultò ess
ere solo una scusa
per i titani per farsi quattro risate a danno degli
uomini per via
dell’ambiguità delle loro richieste.
Fato così infastidito per il loro comportamento dep
lorevole ed
infantile, si presentò in una calda sera alla reggi
a di Crono sul monte
Otri in Tessaglia dove era in corso l’ennesimo simp
osio. Quivi
spalancò le porte con veemenza, puntò l’indice cont
ro Crono ed i
12
suoi fratelli e sentenziò a tutti i presenti il lor
o destino.
Tutti i titani risero a quelle parole, di contro in
vece Fato urlò di gioia
per la loro reazione e si congedò alla platea sghig
nazzando e
strusciandosi le mani.

L’AUTORE – SILVIA BRINDISI

Silvia Brindisi: io, il sociale, la letteratura e le mie favole per bambini

ROMA – É simpatica, determinata, dolce e decisamente alla mano la scrittrice romana Silvia Brindisi. Laureata in educatore professionale di comunità presso l’ Università di Roma Tre, dopo la pubblicazione nel 2009 di un saggio contenuto nel volume “Prevenzione e qualità della vita. Il ruolo degli educatori  nel lavoro con i minori”.